Una nuova sequenza rivoluzionaria?

Qui di seguito pubblichiamo due testi, uno proveniente da Barcellona e l’altro da Santiago del Cile e Parigi, che ci danno un’altra idea, un’idea affettiva di quello che sta accadendo lì, e non solo lì, rispetto alle narrazioni che fino ad ora sono state fatte in Italia. Quello che appare a un colpo d’occhio è che sia in corso a livello globale un sommovimento tellurico che inizia a somigliare all’introduzione di una nuova sequenza insurrezionale, dopo quella vissuta dieci anni fa.

L’insurrezione viene, viene, viene…

PONTE AEREO HONG KONG/BARCELLONA

SECONDA SETTIMANA

…se noi inseguissimo qualche onore sarebbe quello di essere iscritti per la posterità nella storia dei cataclismi…
Le Grand Jeu

Rovine
La Spagna è una rovina. Il vento percorre il vuoto lasciato dai Grandi di Spagna. Come vuole la tradizione, siamo stati saccheggiati da tutte le generazioni di governanti, da ogni generazione di commercianti e truffatori. Solamente a pezzi, le spagne possono provare a ricomporsi in un modo che sia all’altezza della loro arte e delle loro feste. Hong Kong, Cile, Ecuador, Haiti, Libano e la Francia dei Gilet gialli mostrano che l’ordine che governa il pianeta è una rovina. Una rovina feroce che protegge le sue bolle di sapone come fossero di diamante.

Consiglio dei Tumulti
Nel XVI secolo scoppiò nei Paesi Bassi una rivolta contro la Corona spagnola. Esigevano la libertà di culto. Volevano potersi convertire alla religione protestante. Nel 1556, Filippo II inviò il duca d’Alba per schiacciare la sedizione. Istallò un regime di terrore e di repressione sotto il segno di un’istituzione chiamata Consiglio dei Tumulti, che non era altro che un tribunale d’eccezione. Davanti alle proteste per la sua arbitrarietà, Fernando Alvarez de Toledo, il duca, rispose: “tanto meglio, se alcuni muoiono per errore, diventeranno dei martiri e andranno diritti in cielo”. Il Principe d’Orange innalzò allora il suo motto “Io rimarrò” e iniziò la sua campagna con la plebe del mare, gente comune che si concentrava rapidamente nei canali e poi si disperdeva. L’impero spagnolo dovette impegnarsi in una guerra di 80 anni, perse i suoi territori e cominciò a crollare. Oggi la Spagna vuole riprodurre la sua strategia di terrore e di repressione.

Bloccare tutto
È stata questa l’intuizione principale della rivolta catalana. Il blocco dell’aeroporto ha mostrato a quelli che volevano vederlo il carattere illusorio della normalità. I blocchi delle strade, delle autostrade e delle stazioni ferroviarie si sono estesi a tutto il paese. E sono diventati altrettanti luoghi d’incontro, di elaborazione, d’ingegnosità dei corpi e delle barricate. Durante questa seconda settimana tutto continua a inventarsi. Vi sono due tronchi d’albero posti sui binari dei treni, così come dei semplici ganci bloccarono molto tempo fa la circolazione dei treni ad alta velocità in Germania e in Francia.

Non aspettiamo niente – adesso che tutto comincia
Sono dei ragazzi quelli che fanno avanzare la rivolta dappertutto nel mondo. “Ci hanno tolto il sorriso”. “Adesso che ci siamo ribellati, non vogliamo più scappare”. “Siamo qui per ogni schiaffo ricevuto dalle nostre nonne”. “Quello che stiamo facendo è difenderci. La nostra voglia di cambiare il mondo è più grande della paura che invade i nostri corpi”. Durante questa seconda settimana sono cominciati i blocchi e le occupazioni di molte università. Alcuni si sono trovati di fronte a gruppi di estrema destra e studenti cittadinisti. “Noi resteremo”. Quelle che resisteranno possono diventate delle basi per intensificare la circolazione e gli incontri.

Condividere la rivolta
Come accade ovunque, le rivendicazioni che aprono il conflitto non risolvono tutto. Che sono trenta centesimi in più? E uno Stato in più o in meno? Sono solo le gocce che riempiono il bicchiere di un realtà che non è capitalista. Una volta che l’eccedenza è cominciata, sono le forze in presenza che determinano l’apertura della situazione. Ovvero il senso di quello che accade e di ciò che viene interrotto. La vita che si apre nella rivolta non solo rompe lo scorrere della normalità, ma mette fine alla separazione e all’indifferenza che nutrono la sofferenza che ci abita. Adesso che tutto inizia, è il momento di mantenere ed estendere i legami che si sono infiammati dietro le barricate. Ognuna e ognuno di noi condivide, con gli occhi pieni di luce, il desiderio di cambiare tutto costruendo dei ponti. Questo vuol dire prestare attenzione a quello che si fa: ai legami d’amicizia, sia tra le forze anonime che prendono le strade che tra le vite che si intrecciano nei gruppi che si organizzano dappertutto.

Comitati locali
Alcuni vorrebbero che la rivolta fosse una questione del popolo catalano. Idea romantica e borghese del XIX secolo. In ogni rivolta vi sono dei frammenti di popolo. E sono dei frammenti sempre più grandi e determinati che aprono delle brecce nella normalità e che rovesciano il tavolo da gioco. Rovesciano il tavolo, spazzano via la beatificazione della miseria sancita dai mossos del governo catalano e dalla polizia nazionale spagnola. Sono i comitati di difesa locale, i Comitati di Difesa Repubblicana e i gruppi organizzati nei quartieri e nei villaggi che hanno l’iniziativa. Per quanto dispersi e inconsistenti possano apparire, sono in ogni luogo in cui l’immaginazione politica eccede i governi, che non possono nulla davanti milioni di corpi organizzati. Non siamo soli. Tutta la sofferenza e la tristezza che lacera la nostra esistenza lancia un grido per tessere delle alleanze per l’autodifesa.

Destituzione. Pensare, combattere, costruire
Rosa Luxembourg diceva che non è lo sciopero generale che crea la rivoluzione ma la rivoluzione che porta con sé lo sciopero generale. Perché ogni rivoluzione è un processo che ha il proprio tempo, fino a quando diviene percettibile in una data epoca. Lo stesso accade con ogni processo destituente, che sarà l’uscita più intelligente dalla catastrofe ecologica ed esistenziale di questo mondo. Non ci attende nessun futuro stabile. La destituzione dello stato di cose presente non è solamente distruzione. È, allo stesso tempo, l’apertura di luoghi e la creazione di forme, in un processo che costruisce. Nella rivolta contro questo mondo, che salta di paese in paese, che si intreccia da città a città, il processo destituente resta aperto. La destituzione vuol dire anche costruire delle percezioni condivise sul fatto che ciò che non è, è possibile: tutto quello che abbiamo visto in questi giorni, tutto quello che possiamo immaginare contro l’amministrazione totalizzante che governa la perpetuazione del disastro.

Tout le monde déteste la police
Ovunque la polizia appare come l’ostacolo tra la rivolta e i padroni del mondo. In Catalogna e a Barcellona è stata un’evidenza, per tutti, che ha rotto i riflessi della paura che le televisioni e le altre macchine di governo rimandano senza posa. La paura dell’altro e la paura del povero. Tout le monde déteste la police. La polizia che ha strappato quattro occhi in sette giorni. Quella che ha cercato di schiacciarci con le loro camionette e che una volta ci è riuscita. Che ci picchia e ci arresta indiscriminatamente. La vecchia tattica di Hong Kong, essere fuoco e essere acqua, bruciare e ritirarsi, essere imprendibili come l’acqua e fragorosi come il fuoco, per dei mesi, mostra l’inanità dell’istituzione poliziesca davanti l’intelligenza strategica di migliaia di insorti. “Noi siamo la polizia e facciamo quello che ci pare. Noi siamo la Legge”, dicevano l’altro giorno a un giornalista. Se la polizia è la legge, la rivolta è la forza senza nome che prende tra le sue mani un’altra maniera di vivere in questo mondo.

Oggi il regime è finito. Perché questo mondo sta finendo.
L’insopportabile leggerezza con la quale l’insopportabile vive in noi
si presenta con l’estrema pesantezza che da sempre ci portiamo dietro
Il viso che chiama alla rivolta è anonimo
Come l’acqua, riempire, fino a traboccare. E ritirarsi.
Come il fuoco, bruciare improvvisamente, ridurre in cenere. E volatilizzarsi.
Ancora e ancora. Migliaia di corpi, di ricordi, di esseri andati via.
Ancora e ancora ogni giorno di festa. La festa è l’insurrezione dei corpi, degli sguardi, delle presenze. Contare senza contare. Perché l’insurrezione di fronte al collasso è la sola festa possibile.
Che succederà dopo?
Dopo fu ieri. Ieri è già troppo tardi. Oggi finisce il regime.
Domani è pura fiducia
nella vita comune e ordinaria che brucia a fior di pelle
quando vi abbraccia

Qualunquità, ancora uno sforzo…

 

Questo comunicato è stato scritto congiuntamente da Santiago del Cile e Parigi.

 

Clinamen. Neanche il più piccolo degli incidenti che vorremmo attribuire al caso può verificarsi senza generare un’intera situazione. Belle come gli incontri fortuiti di polizia e di folla lungo il mappamondo, le insurrezioni di Santiago hanno cristallizzato in qualche ora i nodi e le disposizioni di questo tempo. Dal punto di vista del territorio: l’importanza crescente della circolazione, che fa di ogni nuovo aumento di prezzo una questione di sopravvivenza. Dal punto di vista del potere: le sordide infrastrutture securitarie, inevitabile rovescio della medaglia del capitalismo cibernetico, e l’eterna possibilità di ricorrere ai vecchi riflessi quando le nuove scellerate leggi non sono ancora state promulgate: lo stato di emergenza e un esercito sempre uguale dai tempi di Pinochet. Dal nostro punto di vista: la sorda temporalità delle inclinazioni strategiche, la spinta irrefrenabile di un desiderio di insurrezione profonda e duratura, gli sforzi coscienti di qualche cervello, di qualche corpo per accompagnare il movimento da cui dipende il nostro futuro. E, infine, il coraggio di migliaia di liceali — in grado, da soli, di chiamare una capitale intera a insorgere.

 

Ferocia. «Nessun predatore ha mai saputo che farsene della nostra ferocia libera da catene, mai ridotta in gabbia. Perché è in fuga sempre, e sempre traccia la propria rotta. Chiamata si mostra, poi scompare. E colpisce e insiste, come il dolore. Perché è dolore. Il dolore è la nostra storia. Questa storia che è dolore oggi si riaccende, infuria, con un balzo supera le cancellate, saccheggia la città nemica, la città assediata, la città dai nomi così colonialmente rispettabili. La città dei timorosi, la città di chi ha giocato al faraone. Ma no: non ci sottometteremo. Nessuno, né a Santiago, né in Cile, né altrove, accetta di pagare con la propria vita la follia delle loro ricchezze».[1]

Noi. Mai avremmo pensato di vivere in un mondo in cui poter seriamente pensare di scrivere una frase solenne, una di quelle care vecchie frasi che credevamo definitivamente archiviate nel deposito curiosità storiche. Uno di quegli appelli degni di Marx alla “proletari (e proletarie) di tutti i paesi, unitevi!”. Eppure, scontro dopo scontro, città su città, di settimana in settimana, la sensazione è proprio quella di vivere un sollevamento comune. La crisi della governamentalità si è generalizzata: qualunquità di tutte le metropoli, riunitevi.

Tracollo. Non hanno indietreggiato di fronte a 3mila tra morti e dispersi. Hanno torturato 40mila persone senza batter ciglio. Ora mobilitano l’esercito dopo un semplice principio di sommossa. La Cina, nel mentre, vieta la vendita di abbigliamento nero nel suo territorio. Allora diciamocelo: l’Impero vacilla. E checché se ne dica, ad ogni buon conto, è forse più vicino il tracollo del capitalismo di quella fine del mondo a cui tiene tanto.

Epoca. Era dal 1968, e dalla distruzione della sua eredità attraverso la risposta neoliberale, che i giochi non sembravano così aperti. I Gilets Jaunes, Hong-Kong, l’Ecuador, Haïti, l’Egitto, la Guinea, il Libano, la Catalogna, le Honduras e ora il Cile sanciscono l’aprirsi di una nuova fase. Per riformiste che siano le rivendicazioni dichiarate, siamo a un crocevia. Una classe ancora anonima, confusamente cosciente, comincia a comprendere che i nostri destini sono incrociati. La catastrofe ecologica in corso è il teatro della decisione tra le tenebre della sorveglianza e lo splendore del mondo che ritorna.

Qualunquità, ancora uno sforzo e sarete rivoluzionari. Facciamo appello alla disobbedienza incivile nelle metropoli di tutto il mondo.

Santiago-Parigi, 19 ottobre 2019

[1] Il paragrafo riprende in traduzione il comunicato del collettivo cileno Vitrina Dystópica, pubblicato in seguito agli scontri di venerdì 18 ottobre 2019 e la conseguente dichiarazione dello stato di emergenza (https://dystopica.org/2019/10/19/iiiintergalactico/).

Finirà male


Sioux cuori neri o sugli attacchi in Catalogna

di Vicente Barbaroja

1

I ragazzi che hanno desiderato, preparato ed eseguito gli attacchi a Barcellona e Cambrils hanno sempre vissuto qui o vi sono arrivati molto giovani. Sono nostri figli. Sono vicini, fratelli, amici. Sono bambini perduti, come tutti gli occidentali, stranieri nella propria casa. Anche se essere una seconda generazione di migranti significa essere doppiamente stranieri. Europei in Marocco e musulmani qui.
Essere a casa significa contare su chi hai al tuo fianco, nel bene e nel male. Abitare, nel significato più forte, significa creare insieme, costruire, occuparsi di crescere, pensare, combattere. L’Occidente ha impresso una tale velocità e fugacità su tutto ciò che esiste che ha reso veramente difficile, per tutti noi, sentirci a casa. A causa della crisi, la guerra ed il caos che ci governa, oggi Barcellona è meno che mai la nostra casa, mentre ci espellono a migliaia dalle abitazioni e ci rendono la vita impossibile.
Paradossalmente, siamo a casa solo quando tutto si interrompe. Nel mezzo della catastrofe, una volta terminato il panico. È nei momenti d’eccezione che veniamo accolti in un luogo qualsiasi, quando ci troviamo a condividere un mondo nello sguardo dell’altro. La normalità soffocante ci sottrae questo sostegno reciproco, che però ritorna sempre. Lo abbiamo visto in tutti i luoghi dove il presente si interrompe e nulla funziona, negli attentati di Parigi o di Barcellona, ​​dopo gli uragani Sandy o Katrina, durante i terremoti in Italia, ma anche nelle storie di vita e di lotta della valle di Susa, Tahrir, Taksim o Charlottesville.


È come se tutta la disumana impersonalità dell’ordine debba cadere per permettere, momentaneamente, il ritorno ad una vita comune; e cancellare l’oblio del tessuto invisibile che intreccia l’abitare della plurale esistenza terrestre. L’ostilità ambientale consuma la nostra vita. Quando il governo, per il caos e la crisi, si volatilizza nella catastrofe, torna questa capacità propria dell’umanità di organizzarsi.
Posseduti dalla sfiducia, educati all’interesse e al desiderio di trionfare che si oppone schizofrenicamente alla morale umanitaria e neocristiana che occupa la televisione e la scuola – salvare i poveri, le vittime -, in questo contesto, dire che non abbiamo paura è una falsità che dura giusto il tempo di essere pronunziata. La paura è l’affetto dominante su cui si basa la protesi mondiale chiamata metropoli securitaria. Un timore legittimo ma malamente orientato, perché è l’economia stessa che crea un caos globale dal quale poi pretende di proteggere la Terra come fosse l’ultimo freno. Freno, katechon, apocalittico, che giustifica, come un Grande Inquisitore, tutte le violenze.

L’intera era Moderna è un tentativo di ricreare un ordine del mondo basato sull’interesse e la discordia. Per contenere questa ostilità si richiede un governo forte, un Leviatano, sotto il quale possa crearsi un disordine economico, un’equivalenza contabile della molteplicità di tutto ciò che esiste; un mondo in cui del fatto che ciascuno cerchi il proprio interesse dovrebbe beneficiare, teoricamente, l’intera umanità. Considerando le mille confutazioni pratiche di questa teoria, la sua sopravvivenza può essere paragonata solo a quella delle credenze religiose. Il Capitalismo, una religione sacrificale. Il nostro mondo, un vivere tra nemici. Un famoso gesuita aragonese del XVII secolo, riciclato negli anni ottanta come una guida per i manager, sviluppò una morale della cautela. Più tardi, i due secoli rivoluzionari furono sussunti nel dogma dello sviluppo economico. Mentre le periferie di ogni centro di accumulazione hanno attraversavano il loro labirinto infernale, sono rimaste energie per delle creazioni incredibili, affette dalla dismisura, e un eredità di solide macchine. Per alcuni decenni il futuro si è estinto. E poi vi sono alcune voci e luoghi che lottano per dare una forma positiva, rivoluzionaria, al sentimento universale del rifiuto del mondo così com’è e al desiderio di uscire da questo orrore. Un’uscita, un freno al treno della storia, una exit, che non sia il voler tornare a rinchiudersi in Stati forti a vocazione fascista.
Se il fascismo guidava il furgone nella Ramblas, non è un fascismo straniero, è una perfetta espressione di alcuni affetti dominanti propri di un mondo irrespirabile.

2

L’odio ritorna. La sua versione dispotica, nel fascismo islamico e nel suo doppio, che non è l’estrema destra, ma il dispotismo dei mercati capitalisti e la fascistizzazione del suo mondo, fa in modo che qualcuno preferisca parlare di Pace. «Barcellona città della pace». Anche se la pace non si vede da nessuna parte. Il nostro mondo non è in pace. E quando uno non è in pace, è in guerra. Per quanto possa essere intenso l’uso della neo-lingua da parte di una civiltà che collassa. E tutti gli appelli alla pace e alla risoluzione dei conflitti attraverso canali legali e “democratici” sono un tentativo di neutralizzare un conflitto storico che, quando la porta viene chiusa, entra nuovamente dalla finestra. L’odio fu la prima vittima della socialdemocrazia, essendo stato, nelle parole di Walter Benjamin, “il nerbo migliore” della forza del proletariato rivoluzionario.
I ragazzi che hanno desiderato, preparato ed eseguito l’orribile massacro una settimana fa, sembravano integrati. Alcuni di loro avevano, all’età di 22 anni, un contratto a tempo indeterminato come saldatore in una fabbrica. Ipocritamente, ci sorprende la loro volontà di voler distruggere tutto. Hanno odiato la vita che ci si fa vivere. Ci sorprendiamo? La capacità di mentire a noi stessi a volte sembra infinita. Viviamo un tempo di follia senza futuro, sotto i cataclismi assurdi di un’economia che si comporta come una divinità metereologica. Puntare sui rapporti del governo e dei monarchi con l’Arabia Saudita, la cui simbiosi con il jihadismo salafita o neo-islam è stata dimostrata, e che partecipa alla guerra in corso come potere coloniale regionale, va bene, però torna ad essere un problema del fuori, dell’esterno, quando invece il problema è qui, in noi e nella vita che ci lasciamo scorrere addosso. È come guardare il dito che punta alla luna attraverso un cristallo che riflette la nostra miseria esistenziale, rinchiusi in gabbie d’oro, consumati dall’esaurimento, agganciati a schermi di luce blu. Viviamo in una ondata di suicidi e di depressione, assassinii di massa, di stanchezza e risentimento, come dei ratti bloccati in una gabbia a cielo aperto che divorano se stessi fino a morire. Ieri è uscita sul giornale la notizia che nel 2016 ci sono stati 60.000 morti di droga solo negli Stati Uniti. Non è questo un segno di odio e di noia verso la vita che ci fanno vivere?

3

Il sentimento di rifiuto di questo mondo cerca una linea di potenza. Questo è ciò che offre tanto l’estrema destra che il neo-islam. Un’arma per uscire di qui. Anche se non vanno da nessuna parte, se non nel rinchiudersi in dispotismi ancora più grandi. Tutto ciò mentre il populismo, così come la socialdemocrazia radicale dei militanti di Podemos e del comune, che sembra aver contaminato l’aria di Barcellona arrivando ad estremi impensabili, nonostante le proprie confessioni di impotenza, vuole governare. “Siamo venuti a mettere ordine” hanno detto l’altro giorno contro il sabotaggio del Bus Turistico compiuto dai ragazzi di Arran! (organizzazione indipendentista catalana) Ma, difficilmente qualcuno andrà a mettere ordine sulla mobilitazione infinita di capitali che trabocca da ogni lato e la cui iniziativa strategica all’interno del gioco così come è, in questi 40 anni di controrivoluzione, risulta essere innegabile. Governare richiede la neutralizzazione del conflitto, come abbiamo visto a Barcellona durante gli scioperi della Metro e della Telefónica e come vedremo per la lotta della casa. “Barcellona, ​​città di pace”. Né la democrazia sociale né la democrazia cristiana, neanche nelle loro versioni radicali, in quanto poli del meccanismo di cattura politica occidentale, potranno risolvere il problema degli attentati, né quello del razzismo, né il problema dell’abitazione, tanto meno quello della nostra vita. La loro attività è gestire questi problemi, la cui eternizzazione corrisponde alla fatua eternità di un presente capitalista senza uscita. Sono i burocrati del disastro – Così come quelli che uccidono e muoiono sulle Ramblas o a Cambrils corrono per schiantarsi su di in un muro pieno di esseri perduti come sono loro stessi. Ricorda il gesto di Andreas Lubitz, il pilota di Germanwings.

Che i podemitas (i militanti di Podemos) e i comuni abbiano occupato una tale centralità in così breve tempo è anche a causa della nostra confusione e debolezza. La nostra, quella dei rivoluzionari, che, per quanto realmente esistenti, raramente troviamo la maniera, persino nel mezzo di un’epoca piena di conflitti, di elaborare e condividere quella forza e quella percezione acuta della realtà che permette di perforarla.

Essere una minoranza non è un problema. Ogni esistenza lo è. Il sentimento dell’unità, già fallito nella manifestazione del sabato, non è durato nemmeno una settimana, anche all’interno di un lutto che già porta di suo. Quello di un mondo che affonda esplodendo in frammenti. È come se la globalizzazione unificatrice avesse già toccato il proprio limite espansivo e fosse cominciato un processo inverso di decomposizione. Nella guerra di tutti contro tutti ogni frammento vuole salvarsi a spese degli altri, come se volesse frenare un processo che in realtà accelera. Brexit, Trump, Putin, Erdogan, Arabia Saudita, Rajoy e gli indipendentisti liberali, ognuno vorrebbe recuperare una totalità perduta e invece accelera una frammentazione che si dà tanto livello territoriale che a quello della soggettività – come ha saputo vedere uno psicoterapeuta catalano figlio dell’esilio e rielaborato in Maintenant (Adesso) del Comitato Invisibile. Tutte le forze agenti sono minoritarie, i partiti politici come le diverse mafie. Diventano centrali nel momento in cui riescono a dare forma a sentimenti e percezioni che, fino a quel momento confusi e ambivalenti, circolano ampiamente. Il vantaggio della concentrazione strategica, durante gli anni 70, di mezzi finanziari e industriali, con i partiti d’ordine e una TV veloce e dinamica, che ha dato consistenza a 40 anni di controrivoluzione, è ancora vivo, per quanto segnato dalla morte. Sono più di 15 anni, quasi una generazione, che non vincono guerre, né le terminano, per il grande caos che generano, e sono capaci di generarne ancora di più, ma credere in una stabilità a lungo termine in un simile contesto è una illusione da psicopatici. Esattamente come le motivazioni di chi pianifica attacchi come quelli di Barcellona e Cambrils. Ad ogni sussulto le crepe aumentano. Come il deserto, un mondo Mad Max tende irresistibilmente ad espandersi.

4

L’antiterrorismo è il modo per cercare di governare questo processo caotico. Il risentimento aumenta, il controllo diventa capillare, la polizia occupa la centralità governamentale, anche se si comporta come una banda armata, un cartello dominante a cui prudono le mani, come abbiamo potuto vedere in questi giorni, contro molti minorenni. Negli Stati Uniti è 58 volte più facile morire per mano di uno sbirro rispetto ad un attentato. In Francia, in uno stato di emergenza dichiarato a seguito degli attentati, non solo gli eccessi e la brutalità della polizia sono diventati così deliranti che gli hanno persino dedicato un blog su “Le Monde”, ma è stato anche l’anno più ingovernabile che si ricordi negli ultimi decenni. Non dobbiamo ingannare noi stessi. Il tono combattivo del movimento contro la legge “Lavoro!” sarà la tonalità dei prossimi veri “movimenti” che includano una frazione giovanile. Come è già accaduto nel 2005-2006 in Francia e nel 2008 in Grecia. Come si è visto questa estate ad Amburgo, dove 20.000 robocop, muniti di idranti ed elicotteri, non sono stati in grado di mantenere il controllo della seconda città tedesca. I Mossos, alcuni condannati, applauditi ed osannati sabato nella manifestazione, sanno che non possono fidarsi. Poco dopo una scena simile a Parigi, il grido della enorme testa di corteo selvaggio, durante le manifestazioni che sono durate per mesi, in tutta la Francia, è stato: “Tutti odiano la polizia“.

Come sempre la chiave è nei processi di politicizzazione che accompagnano questi arcipelaghi di rivolta. Cioè, nell’entusiasmo, nell’orientamento e nella consistenza dei divenire che sono stati aperti. Cercare di governarli, ideologicamente, tecnicamente o con le lusinghe significa svuotare la loro potenza e soffocare la loro gioia contagiosa. “Preferisco vivere con l’odio che vivere con la paura”, diceva l’altro giorno Arya Stark. La frammentazione non si fermerà, però possiamo accompagnarla. Possiamo cortocircuitare i desideri dispotici che portano i ragazzi dei nostri quartieri a desiderare di fare un massacro sulla Ramblas, anziché partecipare alla gioia distruttiva della rivolta o alla paziente elaborazione dei mondi. I Sioux Lakotas chiamavano i loro guerrieri suicidi “cuori neri”, figura che risuona in questi ragazzi assassini come se il desiderio di essere pellerossa, già espresso da Kafka, fosse diventato in loro un nefasto desiderio di morte. La plebe che c’è in noi ha sempre intuito, nonostante tutta la propaganda, che la vita capitalistica in ipersorvegliate case fortificate è, alla fine, troppo triste, paurosa e solitaria. “Aiuto, mi derubano!” L’informe forma di vita occidentale sotto attacco è un’illusione dei ricchi. Il mondo ordinato sta implodendo. Il futuro cancellato si disegna come Mad Max, o Mad Max. Accompagnare il processo dall’interno, apprendere con esso, vuol dire accompagnare una politicizzazione che allo stesso tempo pensa strategicamente e combatte, ponendoci nella situazione di tornare a creare dei mondi con le nostre mani. Il tatto e l’odore diventano di nuovo decisivi nella percezione dei fili invisibili che legano frammenti di esistenza la cui potenza cresce. Passano al di sotto degli schermi. Qui e ora, si tratta di: il mondo o niente.

Si compiono 100 anni di una rivoluzione bolscevica che fece brillare il periodo della guerra civile mondiale. Tanto loro quanto gli anarco-bolscevichi in Catalogna sapevano che una rivoluzione non si organizza se non viene evocata. Non creando un’organizzazione che controlla pesantemente ciò che sta nascendo, ma che accompagni la sua crescita, come quella di un essere vivente, imparando e godendo di lei, elaborando le armi e la fiamma necessarie per abitare la terra. Come dissero, finché i conflitti non si intensificano e le forme organizzative non emergono al loro interno, il giornale è il partito. E se accompagnare i processi di politicizzazione rivoluzionaria può a volte finire male, che sia il periodo del “glorioso sviluppo sociale” in Occidente, o l’entusiasmo di un’epoca rivoluzionaria, lo dobbiamo all’odio rosso e alla paura che generò.