Antifascismo: un campo di battaglia

di Azione Antifascista Roma Est

 Una primavera che sboccia a singhiozzi ha donato, cosa rara per questa avara meteorologia, una delle sue giornate più luminose per il 25 aprile. Faceva caldo al mattino, mentre tanti si univano per dar vita alle iniziative che ogni territorio ha prodotto in occasione della giornata della Liberazione. Uno dei primi dati a saltare agli occhi è che l’adesione alle piazze è stata nettamente più alta degli ultimi anni, ramificandosi anche in realtà ormai ben poco avvezze alla celebrazione della lotta partigiana. Quello del partigianato, invece, è l’altro dato, forse quello più saliente, che disvela le tensioni reali che sottendono alla scena. Se da qualche tempo a questa parte il 25 aprile è stato ostaggio monolitico della retorica della memoria condivisa, della festa di tutti, della democrazia, dello Stato (manco fosse la parata del 2 giugno), delle lacrime commosse di fantasmi che un tempo furono giovani combattenti e ora solo testimoni immobili di un presente che ne rigetta il ruolo, quest’anno le fratture in seno alla società tutta, si sono rese palpabili e manifeste a partire proprio dal rigetto di quella memoria condivisa alla base del cerchiobottismo storico di questo paese.

Questo 25 aprile il ministro degli interni diserta la giornata, con evidente strizzata d’occhio a destra, mentre un vecchio manifesto di un tiepido partito socialista, riattualizzato per l’occasione, è stato spacciato per un manifesto profoibe, prova evidente dello spregiudicato odio antifascista, scatenando una canea mediatica e la successiva dichiarazione della Meloni di annullare il 25 in quanto festa nazionale poiché divisiva.

Tutti segnali di come l’asse destro dell’apparato istituzionale stia cercando di scrollarsi di dosso ogni tipo di memorialistica che possa ricordare vagamente una qualche legittimità della resistenza, dell’insurrezione o di qualsiasi forma di conflitto.

A fargli da contraltare ci sta quell’asse sinistro invece, dei partiti e delle istituzioni, ormai in piena crisi, che cerca di fare dell’antifascismo la sua grande crociata politica, dato che sui diritti sociali non ha più nulla da dire. Una retorica basata sul mito della Costituzione che ripudia il fascismo, sulla figura dei partigiani come adorabili vecchietti, per tessere le lodi della democrazia e del confronto, come se la guerra di liberazione si fosse combattuta a colpi di votazioni su Rousseau piuttosto che con le bombe a mano, come se il 25 aprile 1945 il CNL avesse convocato un happening filantropico invece che un’insurrezione armata.

Se questa è la voce dei grandi personaggi che affollano le cronache, il vero dato di questo 25 aprile è che moltissime persone, soprattutto ragazzi molto giovani, si sono riversate per le strade mosse dal desiderio e dall’esigenza di prendere parte, nel momento storico che viviamo, sotto il chiaro vessillo del partigianato. Così migliaia di persone in tutta Italia da Milano a Torino, da Genova a Roma, da Bologna a Firenze hanno deciso di celebrare la Resistenza non in un’ottica meramente memorialistica ma concependone un rinnovato significato estremamente attuale. Per parte nostra abbiamo potuto viverlo ed osservarlo dal quel di Roma Est con un corteo autonomo che ha superato ogni aspettativa: un corteo molto numeroso e partecipato ma soprattutto sentito. Non una vuota ricorrenza ma una consapevole presenza. Un corteo che ha saputo affermare la rinnovata importanza dell’essere antifascisti oggi, che attraverso slogan, musica, canti, simboli e parole d’ordine ha tentato di proporre un rinnovato immaginario per un antifascismo autonomo qui ed ora!

Per le strade di Centocelle e Villa Gordiani si sono intrecciati studenti ed abitanti, generazioni di militanti ben differenti le une dalle altre, seppure in una condizione di reciprocità ben assodata.

Tuttavia in questa reciprocità ci sembra di aver colto, in qualche sfumatura, uno scontro generazionale. Non si poteva non notare la differenza che intercorre tra i più giovani e la vecchia guardia: quest’ultima ripiegata nel suo ruolo, sui suoi schemi, le sue parole d’ordine che, concedetecelo, sembrano sbiadite; i primi, invece, nelle loro enunciazioni e parole d’ordine, solo in apparenza giovanilisticamente radicali, dimostravano invece una capacità più profonda di comprendere e mordere il reale. Allevati a pane e neoliberismo, questi figli della crisi, sembrano naturalmente più portati ad interpretare i fenomeni attuali e ad affrontare lo scenario presente rispetto ai più grandi, che, forse ancora troppo legati a certe posture ideologiche o a scuole politiche classiche, ci sembrano stentare nell’interpretare ed agire il presente.

È emerso così il primo barlume di un rinnovato antifascismo autonomo che inizia a sgomitare per conquistarsi il suo spazio e che non si è mostrato solo a Roma Est: si è infatti diffuso a macchia d’olio lo slogan Combatti la Paura, Distruggi il Fascismo con tutti i suoi derivati (come nell’esperienza bergamasca: Combatti la paura, Distruggi la Lega ) come, un po’ ovunque, si è adottata la figura di Orso, il giovane compagno fiorentino recentemente caduto in Siria, quale emblema di un nuovo sentirsi partigiani; essere parte attiva ed integrate di una comunità in lotta che travalica i confini.

Ci sembra che molte piazze italiane abbiano forato la narrazione tipica del 25 aprile, riportando a galla il suo significato reale, riscoprendone il valore conflittuale, il suo senso di guerra civile, di essere cioè una giornata che celebra la forza di una minoranza attiva e determinata dell’insurrezione contro la brutalità nemica. Non solo una ricorrenza dunque, ma un qualcosa che ci sembra vada reinterpretata per coglierne l’’indicazione rispetto al presente che viviamo.

Questo processo di risignificazione che ha investito la Festa della Liberazione o, perché no, dell’Insurrezione, si inserisce in una contesa più ampia e contraddittoria che si sta snocciolando quotidianamente, complice l’avvicinarsi delle elezioni europee che fungono da acceleratore dei processi, tra i media e le strade.

Lo scenario in cui il sovranismo, con tutta la sua cordata di populismi e neofascismi, è ormai forza politica maggioritaria mentre la socialdemocrazia (che ormai ha ben poco di sociale ed è tutta concentrata nella difesa dell’illusione democratica) cerca di contendergli brandelli di terreno per continuare ad esistere, brandendo le bandiere dei suoi migliori e vituperati ideali, è un contesto che si riproduce molto simile a se stesso a livello internazionale e che in Italia assume, più prosaicamente, il volto della contesa tra Lega e PD.

Ma la reale posta in gioco è quella di un’egemonia culturale necessaria all’azione politica, alla produzione di un immaginario che sedimenti differenti schemi nel sentire sociale, che diventino i canali entro cui si muoverà la percezione dell’opinione pubblica.

È per questo motivo che anche a Torino e Roma si è mossa una battaglia trasversale non sono tra destra e sinistra ma anche tra l’antifascismo democratico e di facciata e quello sociale e militante espresso dai movimenti.

Il tema del diritto e dei valori costituzionali, campo della socialdemocrazia, è quello che ha contraddistinto l’affaire del Salone Del Libro e dell’estromissione di Altaforte, casa editrice di Casapound, dalla fiera. Quella che è un’esposizione annuale quasi del tutto monopolizzata dai big dell’editoria, dove vigono assolute le regole del mercato, dove la cultura è poco più che uno specchietto per le allodole e chiunque sia disposto a pagare per esporre può essere il ben venuto, quest’anno è diventata il presidio della libera cultura che ha spinto sul piede di guerra tanto esponenti politici che artisti, scrittori e giornalisti. Eppure al Salone del Libro ci sono sempre state case editrici di estrema destra e nessuno dei suddetti ha mai storto il naso, né crediamo che tolta di mezzo Altaforte non ci siano altri fascisti dentro la fiera. Si pensi alla casa editrice Edizioni di Ar, di Franco Giorgio Freda, ex militante di Ordine Nuovo coinvolto in vari episodi dello stragismo nero degli anni sessanta e settanta, da sempre ospite al Salone di Torino, o alle case editrici più mainstream come Einaudi, Rizzoli e Bompiani, che non fanno che pubblicare, a scopo commerciale, tutti i pensierini di Diego Fusaro, divulgando in maniera sempre più massiva tematiche care ai fascisti di Casapound delle quali costui si fa portatore.

Allora appare chiaro che ciò che agita i sonni di quest’intellighenzia è che il campo della produzione culturale, che si voleva tradizionalmente a sinistra (e in alto), si è trovato contaminato dai fascisti, ma il libro/manifesto di Matteo Salvini pubblicato da Francesco Polacchi e presentato alla Sagra del Libro non è che una spia, il segnale di un processo di cui questi luminari prendono atto solo adesso, ma che è in corso ormai da vent’anni. Un processo che vede i fascisti continuare a produrre, proporre e vendere cultura e stili di vita laddove la sinistra, come i movimenti, hanno smesso di essere creativi e propositivi, e soprattutto attrattivi. Ora che il vento soffia in loro favore i fascisti si candidano al ruolo di detentori dell’egemonia culturale scalzando i cantori della democrazia liberale.

Su questa faccenda, che potremmo riassumere secondo la vecchia formula dello “scontro interno alla borghesia”, il movimento ha avuto ben poco spazio, se non con le prese di posizione di alcuni dei suoi pochi personaggi in vista. Tutto il contrario è accaduto a Casalbruciato, periferia romana, dove i compagni si sono trovati a contendersi la strada, il quartiere e l’ordine del discorso con i fascisti di Casapound.

Questo perché, avendo la sinistra istituzionale ormai da tempo abbandonato e spesso disprezzato questi luoghi lasciandoli languire nella crisi, sono le strutture organizzate dei compagni a portare avanti un discorso politico e sociale fatto di quotidianità ed internità alle strade e alle comunità degli abitanti dei quartieri più periferici. Ma a volte tutto questo non basta. Ogni territorio è dilaniato da micro-fratture che si fanno sempre più violente fino a diventare una sorta di guerra civile a bassa intensità ed è in questa guerra che i fascisti si insinuano combattendo e talvolta vincendo le loro battaglie.

Fare un picchetto sotto casa di una famiglia per mandarla via vuol dire per Casapound agire il tema della crisi abitativa come strumento di discriminazione razziale e amplificatore del discorso xenofobo, utilizzando lo slogan “le case agli italiani”, non solamente funzionale alle politiche del governo Salvini ma volto ad acuire ulteriormente una spaccatura nel tessuto sociale dei quartieri. Con questa retorica non solo si mascherano le reali responsabilità di un dramma che a Roma sembra irrisolvibile, responsabilità tutte bianche e italiane, ma è del tutto funzionale a generare un senso di comunità fondato sulla appartenenza identitaria e nazionale e al tempo stesso volta a produrre un’esclusione del diverso, su cui sfogare le frustrazioni presenti e le paure e insicurezze di un futuro che rischia di essere sempre più catastrofico.

La risposta antifascista autonoma dei compagni a Casalbruciato, per quanto non sia riuscita nel cacciare i fascisti, protetti in maniera evidente da un ingente apparato di polizia e sostenuti da una parte di popolazione locale, ha dato buona prova di sé riuscendo a dare voce a quella parte degli abitanti solidali di Casalbruciato che nei giorni precedenti era rimasta nascosta e silente rendendo egemone il discorso fascista nel territorio.

Quello a cui Casapound ha puntato non è stato effettivamente cacciare la famiglia rom dall’appartamento appena assegnatogli, né strappare di botto con quest’operazione il territorio alle forze che storicamente lo vivono, ma piuttosto, ed in parte ci sono anche riusciti, produrre un modus operandi e delle parole d’ordine in grado di fare breccia nel tessuto popolare delle borgate, offrire lo spauracchio dei rom e degli stranieri che rubano le case, per alimentare quel sentimento di paranoia diffusa di cui si nutrono e si fanno forti i fascisti, spezzando legami di solidarietà e resistenza e proponendo l’illusione di una comunità bianca e forte.

L’ultimo episodio su cui si è giocata una partita importante per le forze antifasciste romane è stato quello dell’università La Sapienza, dove Mimmo Lucano, ex sindaco di Riace e uomo simbolo della politica dell’accoglienza italiana, è stato invitato a parlare in un convegno organizzato dal Dipartimento di Antropologia, innescando così il tentativo di Forza Nuova di guadagnarsi visibilità attraverso la contestazione di questo “nemico dell’Italia”, con un comizio organizzato proprio alle porte della città universitaria (da sempre luogo simbolo dei movimenti autonomi ed antagonisti).

Quel che si è prodotto nell’arco di poche ore è stata una mobilitazione molto ampia che, lanciata dai collettivi studenteschi, è stata da subito raccolta dalla maggior parte dei collettivi, delle organizzazioni e degli spazi sociali cittadini e che, a cascata, ha costretto prima professori e poi esponenti politici ed accademici più tiepidi a schierarsi contro la marcetta forzanovista.

La mattina di lunedì 13 maggio, mentre Roberto Fiore passeggiava a Castro Pretorio con 30 sodali, ad essere generosi, piazzale Aldo Moro era gremito di migliaia di antifascisti, anche qui, come nelle piazze del 25 aprile, perlopiù giovani studenti. Una scena che non si vedeva da qualche anno ormai in Italia. Ma, andando oltre l’agiografia delle nostre piazze, ci sembra utile sottolineare alcuni dati essenziali. Il tema antifascista è evidentemente centrale nel panorama percettivo di questo paese ed è in grado di attivare mobilitazioni molto ampie ed eterogenee laddove c’era ormai il vuoto.

Proprio questo precedente di vuoto rende le piazze che si producono scenari privi di impalcature ideologiche sedimentate e di equilibri assodati. Queste sono così terreno malleabile su cui si può agire, mettere mano, e chi più è pronto e capace di egemonizzarne la percezione è chi decide della forma tanto dell’antifascismo attuale quanto della capacità antagonista che viene.

L’assenza o forse l’immaturità di un ragionamento autonomo in merito, rende le forze rivoluzionarie poco pronte ad imprimere una certa direzione alla piazza, prestando il fianco alla sussunzione di queste forme all’interno del discorso democratico e garantista che disinnesca ogni possibilità di conflitto rivoluzionario. Così, ad esempio, la piazza della Sapienza, nata con l’intento di “respingere i fascisti con ogni mezzo necessario, perché dove ci sono loro non c’è libertà di espressione” si è spenta al grido di “siamo tutti Mimmo Lucano”, mentre ancora alcuni studenti più determinati erano intenti a difendere la piazza da potenziali attacchi dei fascisti o della polizia in loro difesa. Attenzione, per noi non è una questione di purismo né di feticismo della radicalità, tuttavia bisogna preservarsi dal tentativo sempre più pressante da parte della sinistra istituzionale e di tutto l’associazionismo ad essa legato di sussumere l’antifascismo, il suo valore rivoluzionario e di farne un brand da campagna elettorale per la difesa delle istituzioni democratiche.

La contesa tra sinistra e fascisti, adesso in Italia come altrove nel mondo, non è basata su di una divisione tra pro-sistema e anti-sistema, ma è una battaglia per chi deve essere a capo della controrivoluzione. Per questo, come è necessario disvelare la farsa rivoluzionaria dei fascisti del terzo millennio, è necessario non farsi abbindolare dal frontismo unitario antifascista della sinistra. L’unità, in qualunque forma si presenti, democratica di sinistra o democratica e fascista, è sempre un tema controrivoluzionario. È per questo che, per i rivoluzionari, la battaglia contro gli uni non può escludere quella contro gli altri.

Il problema dello slogan “siamo tutti Mimmo Lucano” sta proprio in questo, nell’appiattire la potenzialità di una mobilitazione antifascista autonoma per farla recuperare da chi invoca i valori dell’antifascismo al solo scopo di riguadagnare terreno in uno scontro tutto sistemico e funzionale al mantenimento dello stato di cose presenti. Allo stesso modo e per le stesse ragioni è problematico il protagonismo di Fassina a Casalbruciato che in prima fila, davanti alle telecamere, invoca la legalità denunciando i militanti di Casapound di apologia di fascismo (sic!). È problematica in questo senso, seppure per ragioni diverse, anche la dichiarazione di Christian Raimo sul Salone del Libro di Torino, che nel prendere le distanze dall’evento e nel dimettersi dal suo ruolo di consulente definisce il suo come un atto dovuto di “antifascismo militante”. Ora, per quanto la sua presa di posizione possa ritenersi anche apprezzabile e legittima (ci siamo già espressi sul merito del Salone del libro in sé, Altaforte a parte), occorre capire, oggi, che compiere volutamente o ingenuamente operazioni di risignificazione di certe parole, di certe categorie appartenenti alla storia e alla cultura dei movimenti autonomi. rischia di essere qualcosa di fin troppo pericoloso. In un’epoca in cui il conflitto sociale è quasi del tutto assopito, il processo di pacificazione sociale quasi interamente compiuto a livello europeo, fatta eccezione per la Francia dei Gilet Gialli, e l’antifascismo del XXI secolo ancora tutto da reinventare, anche dal punto di vista delle sue pratiche, associare l’antifascismo militante al gesto di Raimo, rischia di risignificare quell’insieme di pratiche dell’autodifesa antifascista, da sempre bagaglio dei movimenti autonomi ed antagonisti, svuotandole anche di quel minimo di legittimità che ancora esprimono a fronte di una totale stigmatizzazione. E ciò non tanto agli occhi dell’opinione pubblica quanto anche negli ambienti del movimento stesso.

È problematico, infine, anche il tentativo di sussumere la forza dei cortei autonomi del 25 aprile ed il loro tentativo di riscoprire il valore della Resistenza e di attualizzarlo. Non è un caso che la Repubblica, esaltando la composizione giovanile antifascista di quelle piazze, titolasse: “Migliaia di giovani alla ricerca della sinistra”.

Al contrario di ciò che si vuol far apparire, l’antifascismo, oggi, deve dotarsi degli strumenti necessari per combattere efficacemente il fascismo, inteso come un vero e proprio dispositivo governamentale che agisce a più livelli e per fare questo non può non smarcarsi anche da quei tentativi di recupero delle forze autonome e antagoniste per normalizzarle, quei tentativi di sussunzione della sinistra istituzionale, tutti a vantaggio di una contesa del potere con i fascisti.

In questo senso l’antifascismo, oggi, o è rivoluzionario o non è. E allora una domanda sorge spontanea: come si deve esprimere la forza, soprattutto giovanile, che abbiamo visto concentrarsi nelle piazze italiane nelle ultime settimane?

Come fare ad esprimere una forza antifascista e autonoma che sia una potenza contro il fascismo e al tempo stesso non si presti a divenire massa di manovra al servizio dei giochini politici di PD e affini? Per quanto sia complicato trovare delle risposte a questi interrogativi ci sembra a livello intuitivo che sia una questione di drammaturgia della piazza, la forma che essa assume, il modo in cui essa si relaziona con l’esterno, le sensazioni che essa riesce a produrre in chi la vive. Ci sembra cioè, ancora una volta, che la chiave di volta stia nella ricerca di un immaginario, un linguaggio e delle pratiche che efficacemente si oppongano a quelli fascisti e che al tempo stesso risultino scomode e irrecuperabili per la sinistra.

Il campo di battaglia è, insomma, quello dell’egemonia sulle percezioni e sugli orizzonti culturali che muovono la società, un terreno necessario a qualsiasi ipotesi rivoluzionaria e che non può essere disertato. È proprio qui la sfida su cui l’antifascismo può muovere in direzione vincente: la socialdemocrazia e i suoi alfieri sono caduti momentaneamente dal trono, non aiutiamoli a risalirci! È qui che possono essere scalzati: colpendo frontalmente l’immaginario ed il discorso neofascista, in un’ottica autonoma, antagonista e rivoluzionaria.

La verità sta nell’occhio che guarda, solo chi ha le giuste lenti può vedere il cammino.

La bontà e la paura. (Ancora) sul fascismo.

di Vultlarp

Solo perché ad alcuni non piace il fascismo,

non è corretto che questo piacere venga negato a tutti.

Questa non è democrazia.

(Enrico Mentana in un meme di Polpo di Stato, 6 maggio 2019)

Adesso c’è il rischio reale che la presenza di uno stand

grande come un’edicola dentro un salone di decine di chilometri

di fronte espositivo diventi la questione che si mangia tutta la rassegna.

(Il vero Enrico Mentana, 7 maggio 2019)

 

 

L’altro giorno ho aggiunto alla lista della gente che vorrei si cagasse addosso da qui all’eternità: a. Enrico Mentana b. quelli che citano Pertini o il paradosso dell’intolleranza di Popper per difendere le loro timide posizioni democratiche c. quelli che «stai a vedere che il vero fascista sei tu».

Non so perché ci ho messo così tanto. Potevo arrivarci molto tempo fa.

E questo non tanto perché tutte queste figure si sono fermate da mo’ a farsi gabbare alla bisca organizzata a bordo strada dai fasci (o sono, segretamente, biscazzieri). Ma perché stanno — più o meno consapevolmente — spostando sempre più al ribasso l’asticella del discorso. Tra Piazzale Loreto e il Salò-ne del Libro passano 74 anni in due ore di auto? Sì e no.

Al di là di ogni apparente risoluzione di una polemica che ha come al solito dello spettacolare, il fascismo reale lo conosciamo senza eventi catalizzatori a ricordarcelo. Semplicemente ci attornia. È statalizzato. Maggioritario. Vabbè. Ciononostante, la «vittoria» di cartapesta dell’«antifascismo istituzionale» sul caso Altaforte (chi ha mai detto che la lingua non è capace di meravigliosi paradossi?) funziona come contentino ma anche un’arma di discredito. Sotto il livello dei radar, l’antifascismo quello vero è sempre più una pratica a perdere. Attendiamo il vittimismo di questi camerati tristi, e i loro Mentana a dargli corda.

Preso dall’entusiasmo, ho deciso di comprare un bloc-notes per scriverci tutto dentro.

Poi ho cambiato idea perché sono pigro.

Poi ho letto questa recensione a M. Il figlio del secolo e mi è scesa definitivamente. Leggetela perché c’è scritto tutto.

Poi mi sono fatto il caffè.

Poi però col polverone alzato dal Salone mi è risalita, e ho fatto finta di scrivere qualcosa di serio. Finta di saperlo fare, non di farlo seriamente.

A fondo pagina, per chi ci arriva, una richiesta a tutte le compagne e i compagni.

Ciao.

Premessa

Solo all’umanità redenta la Storia appartiene interamente.

Corollario: i democratici che oggigiorno vogliono storicizzare il fascismo sono degli illusi o dei delinquenti. «Se vi sentite toccati da un busto di Mussolini o dall’arte fascista, allora avete ancora qualche conto in sospeso»: tipo letteralmente i fascisti di oggi?!
Non è tempo di fare una storia. È tempo di prendere partito.

  1. Il fascismo è un cane da guardia. Come Cerbero. Quindi il fascismo è un mezzo, non un fine. Fine è l’ordine, l’accumulazione, il controllo — tratti tipici di ogni potere.
  2. Come Cerbero, il fascismo ha tre teste. La prima è quella del fascismo storico, che indica l’immagine del suo transito nel passato. A destra genera nostalgici col busto di M in camera, pose da bar o da mercato, qualche quando-c’era-lui-ismo o ha-fatto-anche-cose-buonismo… ma senza le altre teste sarebbe poca cosa.
    A sinistra, una sempre più imbarazzata condanna che nasconde la triste realtà: una visione di quel periodo storico come realtà ineluttabile, una posa vittimistica, impotente, sacrificale. Il loro motto araldico è Plangere et Futuĕre.
  3. La seconda testa è quella del fascismo reale — la sua essenza, ciò che esprime e fa nella contemporaneità dei tempi. È questa la più fugace e inafferrabile delle tre, e quella più pericolosa.
    Quella che i meno ottusi (magari vagamente marxisti) chiamano ur-fascismo, termine di echiana memoria che sta per un fascismo perennemente in potenza, fatto di tratti culturali e psicologici sempre in potenza. È senz’altro il fascismo più facile da riconoscere — che va da Forza Nuova a Casa Pound, dalle aggressioni agli omicidi fino agli striscioni inneggianti al Duce o alle nuove adunate — ma sicuramente il più difficile da comprendere. Il loro discorso, infatti, parte da una premessa falsa e una non dimostrabile: a. che il concetto di ur-fascismo non abbia alcun rapporto con l’attuale stato del mondo e del discorso; b. Che esista un fascismo connaturato nell’uomo. E così la deduzione logica, la dichiarazione di materialismo dialettico si rivela nient’altro che un difettivo sillogismo idealistico.
  4. Le fauci della terza testa sono le più fastidiose e le più spesso dimenticate. Sono quelle del (realmente capovolto) fascismo antifascista, ovvero del fascismo per com’è additato dal sincero democratico. Esito succulento di quel controverso concetto che Pasolini (non) andava congetturando nel ’73 — quando vedeva nell’antifascismo istituzionale (quello della DC!) una facciata entro cui giocare di sponda coi fascisti — il fascismo antifascista è, banalmente, la sempre più estesa etichetta con cui gli (nemmeno più istituzionalmente) antifascisti istituzionali bollano le pratiche antifasciste. Certo attacchinaggio è fascista; la denuncia contro i padroni è fascista; menare i fasci è fascista; non avere «l’intelligenza di capire» le politiche dei «democratici» è fascista. Si vede che anni di lavaggio del cervello l’hanno infine avuta vinta. Se per PPP anche la parola «fascista» era, negli anni ’70, una definizione puramente nominalistica, oggi — età dei lumi o dei memi — è parola intesa autenticamente. Uno parlava delle diversità antropologiche tra fascisti del Ventennio e del Consumo; gli altri, probabilmente, non sanno di cosa parlano. Non sono le fauci che hanno più fame. Ma sono quelle che fetono di più. E sappiamo che mosche e merda vanno a nozze.

5 Molto si potrebbe dire sui rapporti mutuali tra democrazia e totalitarismi. Ricordiamo soltanto questo: che dal fascismo ha appreso a generare il disordine per farsi custode dell’ordine a ogni costo; e che dallo stalinismo ha imparato a dettare la linea di una democrazia reale al di là della quale si è apostati. Non è una novità: alla base della condanna democratica ai totalitarismi sta — implicita — la volontà di sovrapporvisi durevolmente. The best of both worlds. Corollario: la condanna (e il memorial…) istituzionale non può che essere rivolta al fascismo storico. Vediamo bene infatti come al fascismo reale essa attinga a piene mani. Sappiamo bene che pratiche di stampo fascista sono sempre state all’ordine del giorno per il mantenimento dell’ordine e la repressione del dissenso, e che il fascismo reale stesso è organico ai governi di tutto il mondo come braccio armato non riconosciuto.

6 Questo alimenta l’illusione di un frontismo democratico come ultimo baluardo contro un fascismo che in realtà è la democrazia stessa a determinare in quantità e in qualità. Come hanno fatto i ceti economici dominanti, la monarchia e l’esercito 100 anni fa, mentre i socialisti restavano a guardare dalle finestre delle sedi di partito…

7 Il fascismo antifascista sta al fascismo reale come il sentimento morale sta al gesto che lo genera. Ne consegue la sua natura artefatta, aggressiva e repressiva.
Questa natura artefatta, aggressiva e repressiva è compensata dalla debolezza intrinseca del sincero democratico. La sua posa è quella della vittima; il suo gesto, quello del mormorio. La ricompensa che il sistema democratico tributa all’obbedienza è la legittimazione formale del piagnisteo del suo suddito.

È del tutto naturale che il sincero democratico, presto o tardi, normalizzi fino alla legittimazione chiunque, col benestare del potere, partecipi al gioco democratico. Fosse anche un fascista. Fosse anche per prendere il governo. Il suo amore per le istituzioni è religioso; sa di essere — anzi vuole segretamente essere — un bravo suddito sotto un cattivo sovrano.

«Derido l’inetto che si dice buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti», diceva un poeta parafrasando un filosofo. 100 anni dopo diciamo che, per il sincero democratico, il fascismo è un vorrei-ma-non-posso. Ma non è detto che questo non-posso duri in eterno

9 Chi rifugge il vittimismo e il testimonialismo sacrificale che appartiene al sincero democratico deve essere in qualche modo stigmatizzato. Questo mondo conferisce al sincero democratico questa legittimità. Chi oltrepassa la linea tracciata dalla democrazia reale — chiunque compia realmente un gesto — è dunque additato dal sincero democratico come fascista. Questa è, propriamente, la soluzione al paradosso di Popper. Peccato che questo gioco grazi i fascisti veri…

10 L’avversione del sincero democratico per i fascisti è la rabbia di Calibano che non vede il proprio volto riflesso nello specchio.
L’avversione del sincero democratico per gli antifascisti è la rabbia di Calibano che vede il proprio volto riflesso nello specchio.

Extra. Sul Salone

È Balibar, a suo modo radicalmente, ad auspicare una democratizzazione della democrazia. Questo la dice lunga sulla sua povertà di spirito e di immaginazione.

Una versione edulcorata di questo concetto già appiccicosiccio si ritrova nella strenua (e ridicola) difesa delle istituzioni da parte degli intellettuali organici italiani. Quando Mentana e Murgia… fanno ciò che sono (dei gatekeeper, in gergo economicistico), si potranno appellare alla resistenza, al disagio, alla difesa degli spazi, alla libertà (?) di stampa: non smetteranno di farci sbellicare.

Anche qui l’errore è a monte: cosa dire dello spirito sacrificale e vittimistico con cui Murgia vorrebbe vedere alla fine del reading «quei libri sollevati come uno scudo silenzioso, come un argine di storie potenti da contrapporre a chi la storia la vorrebbe negare e riscrivere»? Che è il culmine dello stato psicotico in cui versa chi ancora si ostina a non voler guardare?

Criticare Mentana è troppo facile, e sarà forse utile vederne gli effetti.

Dopo due conti in tasca, il Salone ha deciso di fare a meno di Altaforte: gli istituzionali esultano, qualcuno tira un respiro di sollievo, cala qualche scure su chi poteva boicottare contro i tanti che il «purtroppo ci devo andare per non rimetterci una fortuna» l’hanno spacciato come un fiero #iovadoatorino per «resistere». Ma il punto è che questa vittoria di cartapesta contribuisce da una parte ad alimentare l’illusione di aver respinto i fascisti (ahah!) senza aver minimamente scalfito né messo in dubbio lo stato di cose; dall’altra, a corroborare lo status dei fascisti. Il cui libro-intervista a Salvini è oggi sul podio delle vendite su Amazon, per dirne una.

Con la certezza che anche questa volta lo spazio per una critica radicale ce lo siamo fatti pappare da questi due corvi.

Questo mondo sta implorando di essere distrutto: ma dobbiamo farlo con le armi che ci troviamo dentro. «Da ciò che non si ama il più delle volte giunge la verità». Il Salone del Libro, come mille altri temi, è borghese e pop. Non lo è però il campo di forze che lo agita. In gioco c’è una percezione delle cose.

Se c’è mai stato un momento per portare una critica radicale a questo mondo che non passi solo per i nostri discorsi e le nostre pratiche, è questo. Non c’è mai stato altro. Siamo nella necessità di prendere parola anche su questo, come si asseconda un sogno una volta che ci si è resi conto di sognare. Implicitando noi stessi, i nostri bagagli, i nostri mezzi, le nostre pose.

Che è un po’ tutto il contrario di questo articolo… Ops.

(Ci siamo capiti, vero?)

v_

Destituire il 25 aprile

di Bianca Bonavita

Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi. << E chi sareste voialtri?>> disse l’ufficiale a un certo punto. Io risposi senza pensare: << Fucking bandits.>> (Luigi Meneghello, Piccoli maestri, 1964)

Forse il più grande sbaglio del dopoguerra è stato cantare: “e questo è il fiore del partigiano morto per la libertà”. Forse si sarebbe dovuto cantare “morto nella libertà”.

La libertà in questione non era qualcosa da venire, era lì e allora, in quella scelta, in quei gesti.

Forse da persone libere sono morti soltanto i sommersi della resistenza, quelli che non hanno vissuto il 25 aprile. Gli altri, i salvati, sono piombati presto in un giogo non troppo differente da quello contro cui avevano combattuto.

Forse è tempo di disertare il 25 aprile.

Ciò che si celebra in questa data con insopportabile retorica commemorativa è ormai soltanto il potere costituito, e ogni commemorazione organizzata in questa occasione per ricordare la lotta partigiana rischia, anche se non vuole, di ricadere nella macchina del dispositivo di rigenerazione annuale del mito fondativo della Repubblica.

La sacralizzazione di questa data ha avuto l’obbiettivo fin dall’inizio di relegarla in una sfera separata e non più disponibile all’uso.

Il 25 aprile ha significato sì la fine dell’immane tragedia della guerra ma anche la sconfitta dell’insurrezione, l’inizio della fine dei legami clandestini di amicizia e di cospirazione che l’avevano resa possibile, il riproporsi e il trionfare, “sotto nuovi nomi e nuove bandiere” dell’eterno fascismo italiano fondato sulla piccola borghesia. Di questo declino che pare ineluttabile parla C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, e l’amore perduto è proprio quel legame sbocciato durante l’insurrezione. Mentre il puro Antonio, (Nino Manfredi), canta a squarciagola, stringendo il pugno, il verso di Trovajoli “Il ricordo di quei giorni sempre uniti ci terrà”, Gianni (Vittorio Gassman) lo guarda con amarezza da un altrove di gelida rapacità. Il ricordo di quei giorni, perché soltanto ricordo, non è bastato a tenerli uniti.

I partiti ebbero il ruolo chiave di fare deporre le armi, e non solo quelle di metallo, perché l’insurrezione destituente non poteva durare un giorno di più della caduta degli eserciti nazifascisti.

I ribelli cessano di chiamarsi e di farsi chiamare ribelli e restano soltanto partigiani e patrioti, e al fine di poter ricevere onorificenze e riconoscimenti lo status di partigiano o patriota viene normato con legge nel ’45 stesso. E in questo processo di normazione o di normalizzazione l’Anpi ha svolto un ruolo fondamentale.

Quei legami clandestini dovevano essere ricondotti nei canali istituzionali attraverso i partiti e le associazioni e l’uso alla libertà di pensiero e azione doveva anch’esso essere irregimentato nelle forme della democrazia parlamentare.

Il 25 aprile costituisce lo spartiacque tra momento destituente e momento costituente: segna la fine della fase destituente e apre il processo costituente. Per questo è così importante per il potere in Italia. Perché sta sulla soglia della sua anarchia, ne è il fondamento. Guardando dietro di sé celebra e sacralizza gli “eroi” o i “martiri” della Resistenza relegandoli in una sfera mitica e intoccabile; guardando davanti a sé commemora la Carta fondativa dello Stato che con il suo costituirsi nega il bisogno e la presenza della lotta partigiana.

Con un gesto quasi magico la commemorazione pubblica del 25 aprile riesce a celebrare al contempo il potere costituito/costituentesi e ciò che potrebbe in ogni momento decretarne la sua fine, ovvero la potenza destituente di un’insurrezione armata.

In questo senso il 25 aprile può apparire quasi come uno scongiuro del potere che, celebrandolo, cerca di scacciare lontano da sé il suo spauracchio più grande. La Liberazione che si celebra non è solo Liberazione dall’esercito occupante e dalle milizie fasciste ma è anche Liberazione dal pericolo di un’insurrezione permanente. Lo stato d’eccezione e la violenza devono tornare ad essere campo d’azione e prerogativa esclusiva del Governo.

Non è un caso se l’unico articolo della Costituzione italiana che vale ancora la pena di menzionare, perché non ancora stralciato, non è mai stato inserito nella Costituzione:

La resistenza, individuale e collettiva, agli atti dei pubblici poteri che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino.”

Questo articolo, che sancisce il diritto alla resistenza, proposto all’Assemblea Costituente dal partigiano cattolico e giurista Giuseppe Dossetti, avrebbe dovuto fungere da strumento giuridico per controbilanciare il potere dello Stato di decretare lo stato di eccezione.

(E forse non è a caso se nella Costituzione francese del 1946 c’è invece un articolo molto simile:

Qualora il governo violi la libertà ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”.)

La questione, affrontata da Giorgio Agamben in Stato di eccezione, è cruciale e riguarda il problema del significato giuridico di una sfera d’azione in sé extragiuridica. Si può regolare giuridicamente qualcosa come una resistenza anche armata a un potere costituito?

Il dibattito costituente in Italia ha risposto no a questa domanda e il dispositivo delle celebrazioni si è subito messo in moto per inserire nella sfera della memoria e del passato una resistenza che negli animi era tutt’altro che finita, sottraendola alla sfera del possibile qui e ora per relegarla a quella di un’allora che era stato e finito.

Col reiterarsi del rituale, anno dopo anno, l’attitudine alla resistenza in chi aveva vissuto la lotta partigiana è stata mano a mano sedata e poi si è seduta sugli allori delle onorificenze e dei riconoscimenti sociali. Il 25 aprile è così diventato un rito identitario, col passare degli anni sempre più mesto perché ormai orfano dei suoi protagonisti, in cui si va alla ricerca di un noi perduto sotto palchi popolati da vecchi tromboni politicanti e da nuove vedettes della musica alternativa o militante. Rito che ci sta a dire ogni anno che la guerra è finita. E sono passati settantaquattro anni. Di fronte a tanta perseveranza viene quasi il sospetto che la guerra non sia affatto finita, e che la giornata delle commemorazioni del 25 aprile metta in scena ogni anno il grande imbroglio che viviamo da allora: che lo stato d’eccezione permanente sia cessato e che sia tempo di deporre le armi e abbandonare l’insurrezione.

Ma se è così allora è tempo di disertare anche il 25 aprile. Di sottrarsi a ogni evento pubblico commemorativo organizzato in questa data. Anche a quelli auto-organizzati.

Il nostro 25 aprile non può venire mai. Perché resistenza è vivere ogni giorno il 24 aprile senza fucili.

Il miglior modo per ricordare la lotta partigiana è un gesto di diserzione, di secessione o di sabotaggio.

E se il 25 aprile è diventato un’istituzione, proprio perché è il fondamento stesso delle Istituzioni, per destituirlo dobbiamo sottrarci al bisogno che abbiamo di esso, per profanarlo dobbiamo sottrarre la lotta partigiana alla sfera cristallizzata del sacro e scomporla nei mille frammenti che dall’otto settembre del 1943 hanno reso possibile l’insurrezione.

Nell’era della tracciabilità anche i sentieri partigiani sono stati tracciati.

L’unico vero sentiero partigiano è quello che possiamo camminare con le scelte e i gesti di ogni giorno, in clandestinità, senza lasciare tracce.

Una forma-di-vita resistente non può che cercare di essere clandestina.

Là dove riusciamo a sfuggire, a sottrarci alla Grande Rete, là siamo partigiane e ri-belle.

Dove saremo tra un anno?

di Giorgio Colli (1946 circa)

Forse qui da noi il tempo cammina molto lentamente. Oppure, l’italiano è un popolo di memoria troppo corta. Comunque sia, avvengono cambiamenti nel nostro paese, in periodi di tempo piuttosto brevi, che sembrano davvero portentosi.

Alludiamo al risorgere del fascismo, che un anno fa sembrava ben morto. Si noti che qui non si vuole intendere con “fascismo” quanto oggi è inteso più comunemente con questo termine – ossia tutto ciò che esula dal credo del partito cui appartiene chi parla o scrive – ma ci si riferisce semplicemente al senso storico, tecnico, “antico” della parola. Esiste, è vero, una legge che proibisce qualsiasi atto tendente a richiamare in vita il passato regime, ma pare essa non impedisca, povera legge inerme, il prosperare di un’attiva propaganda fascista (nel senso suddetto) e il successivo comparire alla luce di giornali dalle testate variopinte e suggestive, come “Rosso e Nero” e “La rivolta ideale”. Con l’aiuto di vari fogli che amano chiamarsi indipendenti, questi giornali cominciano ormai coraggiosamente a parlar chiaro, sostenuti da firme illustri, quali Curzio Malaparte (martire antifascista), Concetto Pettinato e Marco Ramperti. Beati i tempi, non lontani, in cui ci si indignava contro Guglielmo Giannini per le sue perverse, ma timide e nascoste allusioni!

Ora i tempi sono cambiati, rapidamente davvero, e l'”Uomo qualunque” ha mandato trenta deputati alla Costituente. Forse alle prossime elezioni ne manderà sessanta, e trenta seggi toccheranno al “partito fascista storico”.

Sorge spontaneo il dubbio che a questo stato di cose abbia contribuito non poco la recente amnistia. Tutti abbiamo ammirato la sua umanità e il suo spirito cristiano. L’hanno ammirata probabilmente anche i “fascisti antichi”, i quali, reputando un gran bene che le cose stiano così, hanno pensato che umani e cristiani debbano continuare ad esserlo gli antifascisti. È meglio forse non applicare alla politica le massime della religione.

Favole del reincanto

di Stefania Consigliere

 

La trappola oppositiva.

Come al solito fra me e il mondo qualcosa non torna. Questa volta è il fatto di non sentirmi particolarmente antifascista e proprio mentre i resti della sinistra e del pensiero critico sembrano trovare una piattaforma comune nel definirsi tutti come tali. Riconosco che non è un buon inizio. Fascismo, nazismo e totalitarismo mi ossessionano almeno fin da quando gli anni Settanta hanno inciso brandelli di storia e di politica nel mio (in)conscio di bambina. Mi angosciava l’idea che intere nazioni avessero potuto idolatrare un Mussolini o un Hitler, tollerare l’esistenza dei campi o trovare sensata l’eliminazione di ogni differenza. Poi l’ultimo paio di decenni mi ha ben chiarito cosa può uno Stato, quanti e quali investimenti in paura, coazione, intossicamento e scissione siano necessari per insegnare agli umani l’alienazione da sé e dal mondo.

E allora perché non mi sento antifascista? La prima ragione è strategica e generale: definirsi a partire dall’avversario è pericoloso. C’è un mimetismo nascosto, una fratellanza segreta fra A e non-A che satura il campo del pensabile e nasconde tutto ciò che, essendo altro, rifiuta di farsi catturare nella logica binaria. Questa trappola concettuale ha avvelenato lo spazio politico novecentesco, generando ortodossie speculari e spingendo tutto il resto ai margini e nell’insignificanza. Meglio allora definirsi a partire da ciò che si è o si vorrebbe essere.

Immagine correlata

La seconda ragione più difficile da fissare. È come se nel fascismo ci fosse una difficoltà analitica specifica: più lo osservo, meno riesco a coglierlo. Finché si resta al fascismo storico le cose vanno ancora abbastanza bene: la storia classica – quella fatta di stati, grandi eventi, duci e battaglie – qualcosa spiega e oggi esistono eccellenti studi su quel che accade alle soggettività intrappolate in un regime totalitario. È quando si ragiona del fascismo come forma di vita che l’oggetto mi scivola via. C’è sicuramente differenza fra sparare a un migrante, sequestrarlo in un CAS e tirare dritto quando chiede l’elemosina: ma dove passa il confine? Le signore borghesi che si commuovevano per l’opera civilizzatrice dei “nostri ragazzi” in Tripolitania erano peggiori di quelle che oggi promuovono il microcredito fra le donne somale? E cosa differenzia l’apologia della naturale prevaricazione del forte sul debole dal funzionamento ideale dei mercati? La specificità che vorrei trovare nel fascismo mi rimanda continuamente a qualcosa di molto più ampio e fondamentale; qualcosa che include anche me, che non smette di far danni e con cui i conti non sono mai finiti. Il fascismo è uno degli esiti – forse quello più chiaro – della logica della modernità. Il che complica le cose, perché se prendere distanza dai rictus del duce e dal ghigno dei suoi seguaci è relativamente facile, la modernità è l’acqua stessa in cui nuotiamo, la matrice di ogni nostra potenza così come di ogni collusione. Se è vero, come cercherò di argomentare, che il fascismo è l’esito della modernità, allora i suoi presupposti cognitivi ed emotivi sono continuamente attivi dentro tutti noi “moderni”, pronti a entrare in azione al presentarsi delle giuste condizioni. È possibile, allora, che fare conoscenza del fascismo significhi anche, e forse in primo luogo, fare conoscenza con la parte più oscura di noi stessi. Serve un giro lungo.

Per una contro-storia della modernità.

Nella sua forma egemone, la modernità è il mondo umano che ha preso forma in Europa, fra Cinquecento e Settecento, nella coalescenza di tre giganteschi processi storici: colonialismo, capitalismo e scienza. Senza l’oro, la manodopera e le sperimentazioni schiavistico-industriali delle colonie non ci sarebbe stata l’accumulazione primitiva. Senza la piega antropologica del protestantesimo, l’accumulazione primitiva non avrebbe innescato il circuito del plusvalore. Senza la scienza, l’oggettivazione del mondo, indispensabile alla sua messa a valore, non sarebbe stata possibile e la giustificazione dell’impresa sarebbe rimasta zoppa. Il convenire di questi tre fenomeni ha strutturato il potente dispositivo di centralizzazione e il tipo di soggettività che gli erano necessari.

Immagine correlata

La modernità si presenta a noi come la realtà di un mondo trionfante scaturito da un sogno di universale emancipazione dalle pastoie della minorità. Secondo il mito fondante del Progresso, la via per la liberazione è unica per tutti e passa per l’autonomia individuale, la conoscenza scientifica, il dispositivo statale e l’aumento tecnicamente assistito dei beni materiali e della loro circolazione. Profondamente piantata nelle nostre teste e articolata in un complesso sistema di opposizioni binarie (natura/cultura, umano/animale, corpo/mente, verità/opinione, civiltà/barbarie), questa metafisica dei moderni è oggi il maggiore ostacolo alla possibilità di sentire, conoscere e vivere altrimenti. Occorre riconoscerla in sé per poterla sospendere. Il suo movimento è retto dal solidissimo principio metafisico del monismo, secondo cui esiste un solo essere (quello alle cui leggi dà accesso la scienza: tutto il resto è mito); un solo modo conoscitivo valido (quello logico-deduttivo della veglia razionale: tutto il resto è delirio); un solo impianto etico accettabile (quello che si conforma alle leggi della natura: tutto il resto è etnicismo). Come quello ebraico, la modernità è un dio geloso e, come quello cristiano, è un dio espansivo che incessantemente aggredisce ogni forma di vita, ogni modo di fare mondo e ogni attaccamento che non siano quelli previsti dal suo apparato. La modernità è un sistema di dominio il cui tratto specifico è la propensione alla totalizzazione dell’esistente. E poiché non esiste mondo senza le connessioni fra umani e non umani che lo fanno esistere (e viceversa: non esistono “enti naturali” disaccoppiati dal mondo che li porta in essere), per potersi fare orizzonte unico la modernità ha dovuto sussumere o distruggere ogni molteplicità e sbarrare l’accesso a ciò che le rende possibili. Questa uniformazione arriva oggi alla sua fase conclusiva, detta “globalizzazione”. All’esordio di questa antropo-logica, però, non c’è affatto un sogno di liberazione ma la violenza dispiegata dell’accumulazione primitiva, ricostruita per l’Europa in un capitolo decisivo del Capitale, e di cui oggi ben conosciamo l’estensione, la carica distruttiva e il perdurare. È la violenza che investe le comunità contadine, espropriate manu militari per far posto all’agricoltura di scala; i popoli colonizzati, depredati, convertiti e schiavizzati, continuamente strappati a ciò che rendeva il loro mondo desiderabile; le generazioni prese nell’alternativa infernale fra il morir di fame e l’abbruttirsi nel lavoro salariato; i corpi maschili sottomessi alla disciplina di fabbrica, esercito, ospedale e galera e quelli femminili sottomessi alla riproduzione e a un patriarcato particolarmente feroce. Solo dopo, quando la distruzione dell’esistente è già ben avviata, l’umano anelito a qualcosa di meglio – reso straziante proprio dal dominio capitale – viene catturato e pervertito come mito del progresso: come idea, cioè, che il desiderabile si esaurisca nella dinamica del plusvalore.

De te fabula narratur.

Ciascun mondo umano plasma i soggetti che lo abitano in modo da renderli conformi alla sua specifica configurazione onto-epistemologica, alla sua trama relazionale: relazioni fra umani, fra umani e non-umani, fra percezioni, concetti, parole, forze; scambi fra il visibile e l’invisibile, fra il possibile e l’attuale. Le relazioni sono potere (“agentività”, dicono gli anglosassoni) e i soggetti stessi sono fasci di relazioni, addensamenti di forze che li connettono ad altri enti del mondo, con i quali devono instaurare relazioni diplomatiche osservando una basilare igiene del potere. Il tratto specifico della soggettività moderna è di credersi del tutto autonoma, fondata in sé stessa.

Risultati immagini per descartes

È il soggetto di diritto della filosofia borghese classica: un in-dividuo conchiuso, nel pieno possesso delle sue facoltà intellettuali, identico a sé e quindi sottratto alla metamorfosi, che entra con gli altri in relazioni solo esteriori mosse dalla soddisfazione dei bisogni e dalla massimizzazione dell’interesse: anziché andare verso l’esterno, le sue connessioni fondanti vanno da sé a sé. Al contempo granitica e illusoria, una soggettività siffatta è possibile solo sullo sfondo del mercato, che in ogni senso la possiede e che tuttavia dev’essere continuamente dimenticato per mantenere la finzione dell’autonomia. La soggettività moderna è quindi profondamente magica: perché possa continuare a esistere, le condizioni della sua produzione devono essere sistematicamente rimosse e mistificate. Fatica titanica: ci sono voluti due secoli di potere disciplinare e di alienazione per ottenere individui abbastanza insensibili da poter agire il meccanismo fondamentale del plusvalore (la messa al lavoro e l’accumulo, ovvero la finalizzazione della vita alla produzione e il furto sistematico delle risorse altrui). Soggetti induriti da un lungo e minuzioso dressage, capaci di raggiungere gli altri enti del mondo solo tramite la mediazione invisibile del mercato – di raggiungerli, cioè, come merci o tutt’al più come partner d’impresa. Questa vera e propria magia nera crea il vuoto: lo stato e il mercato organizzano gli individui in quanto già separati, strappati dalla tessitura relazionale della vita; dal mondo scompaiono i fili che uniscono gli umani e i non umani in trame ecologiche di senso e di esistenza, rimpiazzati per ciascuno da un unico, invisibile cavo d’acciaio che ci vincola al mercato. E di questo sentiamo ogni sussulto, i suoi fremiti riverberano in noi: desideriamo ciò che il mercato desidera, temiamo ciò che teme. Per contro, alberi, lupi, fonti, fantasmi, mulini a vento, stelle e demoni hanno smesso di parlare. Nei sogni e nell’ebbrezza non c’è più conoscenza ma solo sragione. Nel destino del mondo non ne va più di me, nel destino mio non ne va del mondo. È il disincanto. In quanto fondamentale tonalità emotivo-percettiva della modernità, il disincanto rappresenta, da noi, un orizzonte valoriale assoluto. Una cortina di ferro separa l’accettabile (ciò che è «deciso in anticipo» dalla ragione moderna) dall’inaccettabile. Chi la varca scivola subito nel poco serio, nel mostruoso, nel meno-che-umano: li chiamiamo folli, selvaggi, dementi, ciarlatani, barbari, ignoranti. Nel suo rifiuto di ogni magia, di ogni esistenza non quantificabile e di ogni rapporto non oggettivabile, il disincanto è un potentissimo schermo magico che isola tutti da tutti, legittimando le epistemologie della cecità e le ontologie della dissociazione. Richiede, e fabbrica, il soggetto insensibile del diritto borghese. Al quale tuttavia, nonostante tutto, capita a volte di sentirsi improvvisamente turbato e non sapere perché. Perfino il «borghese globale», il cittadino qualunque dell’Occidente contemporaneo, è talvolta disarcionato dal perturbante: a riprova del fatto che l’impresa dissolvente della modernità non è mai definitiva e che solo un’ininterrotta violenza impedisce ai legami di ricrearsi.

Teoria del fantasma.

Suscita sospetto che il tabù dell’incanto entri in azione proprio quando il processo storico della modernità comincia a produrre spettri e incubi su scala industriale: il mondo si popola di fantasmi e nessuno ne può più parlare. Un repertorio approssimativo e umorale è già sufficiente a chiarire l’estensione del danno: sono i fantasmi delle comunità espropriate, delle streghe bruciate, degli indios, dei buttati a mare della tratta atlantica, dei soldati nelle fosse, degli operai disanimati, delle donne morte di parto; sono gli spiriti degli animali e delle piante ridotti a materia appropriabile, i rimpianti per la miriade di legami delicati recisi dalla «tempesta che chiamiamo progresso»; sono le tracce psichiche, in chi sopravvive, delle violenze viste, subite o fatte subire; sono le risposte apprese tramite choc, violazione ed effrazione, i traumi che passano in silenzio di generazione in generazione; sono gli incubi durevoli che nascono negli stermini a bassa intensità delle colonie, nei campi di concentramento, nei massacri “etnici”, nelle stanze della tortura, nella necropolitica; sono le onde di panico irradiate dalle bombe intelligenti; sono le tracce della schiavitù, del patriarcato, degli stupri bellici e turistici; sono i morti senza tomba della tratta contemporanea.

Risultati immagini per vodou

Sono le aspirazioni, i desideri, le utopie di quelli che sono stati vinti e spazzati via, dei disadatti al mondo-così-com’è. Tutte storie moderne, che possono essere pubblicamente narrate solo come “eccessi locali” di un processo altrimenti buono e trionfale. Tutte storie di eliminazione dell’alterità, impresa che può vincere solo se, oltre alla molteplicità che già esisteva, viene eliminato anche il motore che la genera. Per questo, in quanto moderni, abbiamo dovuto imparare a ignorare i nostri sogni, a tenerci a distanza da ogni relazione trasformativa, a temere le intuizioni e a considerare bambini, folli, morenti e profeti come minus habens; e a dimenticare la felicità delle rivoluzioni e degli amori. Niente più ekstasis (lett., “uscire dalla posizione che si teneva, dalla stasi, dal ristagno”): nessun contatto con ciò che eccede la strutturazione ordinaria, il non-umano, ciò ci precede, il preindividuale; niente più di ciò che porta i viventi a sperimentare nuovi modi di relazione e a co-divenire con il mondo in maniera creativa. Perché la terra imparlabile del fantasma è anche il regno del potenziale, dell’immaginario e del divenire: la paralisi dell’immaginazione politica che funesta la contemporaneità deriva da questa castrazione. Bandire i fantasmi significa fare il gioco della modernità. Non per niente coloro che le si oppongono raccontano fin da subito di castelli infestati, revenants, tombe, automata inservibili. brughiere, mostri marini, vascelli fantasma; ed esplorano i sogni, le rêveries, le angosce e le aperture di cuore: luoghi classici del romanticismo, ovvero del primo e più potente movimento antimoderno, coacervo di visioni, insopportazioni e recalcitranze che ha unito intere generazioni all’insegna della rivolta e della malinconia.

Immagine correlata

Il romanticismo dice il fantasma, lo ammette come modo particolare della presenza e della conoscenza, scoperchia l’osceno della modernità. Rivela che l’inconscio è da capo a fondo politico e che il “mondo dei fatti”, di cui i borghesi tanto si compiacciono, è da capo a fondo immaginario. In tutte le sue traversate il romanticismo è sortilegio contro il maleficio, corrimano di ogni tentativo di pensare e sentire al di fuori del progresso. Indigenismo, primitivismo, luddismo, mistica selvaggia, nostalgia dell’iniziazione, utopia, yearning: roba da femmine e da sottosviluppati, diranno progressisti e macho-marxisti, sbocco di una sensiblerie che mancherebbe di presa sul reale. Perfino il pensiero rivoluzionario si è spesso mostrato colluso coi presupposti ontologici di quella modernità che pure, sul piano economico, voleva combattere. Il fatto è che nello spleen romantico, nella malinconia per ciò che non è mai stato, si esprimono nell’unico modo possibile i rimossi della modernità.

Your latest trick.

Per un paio di secoli il passo della modernità è stato trionfale. I fantasmi più infestanti stavano al di là degli oceani, oppure erano placati a suon di filantropia e droghe coloniali: caffè, tabacco, tè e soprattutto zucchero rendono sopportabili le peggiorate condizioni di vita della popolazione europea (più avanti saranno droghe di sintesi, pornografia, smartphone). Il romanticismo è ingabbiato nello spazio separato dell’arte: quelli che non ci stanno si uniscono ai rivoluzionari, gli altri si consumeranno di nostalgia. Il punto di rottura arriva insieme al massimo trionfo: nell’“età degli Imperi” qualcosa s’incrina, si apre nella modernità un’abissale doppia crisi dalla quale non siamo mai veramente usciti. Sotto il clima frivolo della belle époque si aggira qualcosa di inquieto, di perturbante, pronto alla più drastica revisione del progetto moderno: sono gli spettri del comunismo e della rivoluzione, ma anche quelli prodotti da un sapere e da una soggettività che non avevano più alcuna contezza dei propri fondamenti.

Immagine correlata

Le generazioni nate dopo il 1870 ricominciano a parlare ai fantasmi, cercano ovunque i segni del molteplice e minacciano un completo sovvertimento antropologico, economico, conoscitivo, etico. Nel suo superamento del great divide imposto dal disincanto, la rivoluzione che si annuncia è così pericolosa per il dominio capitale che bisogna assolutamente bloccarla e sottrarle le armi: fare incursione nel regno delle ombre, quindi, per canalizzare la potenza dei fantasmi allo stesso modo in cui erano state dominate le forze del fuoco, delle braccia, della terra. A détourner le spectre arriva la guerra dei Trent’Anni del Novecento, con l’acuzie del totalitarismo (vocabolo coniato proprio in Italia per definire il carattere specifico del fascismo). Qui la modernità effettua il suo trucco più estremo: dopo aver cacciato il molteplice nell’ombra e averlo reso imparlabile, lo colonizza per metterlo a servizio. Il fascismo è il ratto dell’incanto a fronte della possibilità della sua liberazione. I fascisti impiegano strumentalmente il disagio dei moderni per metterlo al servizio del medesimo presupposto unificante della modernità: il mito, il sogno e i fantasmi (ovvero qualcosa che è molteplice fino nell’ontologia, sospesa fra presenza e assenza, fra visibile e invisibile, fra conoscibile e inconoscibile) sono aggiogati a un’impresa di unificazione assoluta.

Risultati immagini per hitler norimberga

Ciò che distingue i totalitarismi dalle dittature è, fra l’altro, l’adesione intima, viscerale, delle popolazioni a un progetto unico che si presenta come nuovamente incantato. Dal punto di vista psicologico, se ne desume che è talmente insopportabile l’alienazione richiesta dal plusvalore, talmente necessario il contatto con ciò che potrebbe essere, che in cambio di un mito taroccato e di un destino apocrifo molti sono disposti a cedere su tutti gli altri fronti. (Il che spiega bene anche l’uso strumentale dei motivi romantici nelle imprese di colonizzazione dell’immaginario: vedi il cinema di Hollywood). Rendiamogli il dovuto: il fascismo è abile nel fare incursione nel regno dei fantasmi, veloce nell’appropriarsene, nel nominare, nel mettere a valore. Impara presto a veicolarne la potenza ai propri fini (le adunate oceaniche, l’esaltazione eroica, l’irrazionalismo, la sessualizzazione del potere, la costruzione di percorsi affidabili verso la gloria). Proponendo a gran voce il reincanto contro la piattezza del mondo borghese, si avventura baldanzoso nella zona che la modernità scotomizza, ma solo per compiervi la stessa operazione di riduzione a uno. Figliol prodigo della modernità, il fascismo non varca lo schermo del disincanto per stabilire relazioni diplomatiche ma per portare la soggettività moderna alle estreme conseguenze: con la manleva del mito, l’indifferenza e la separazione dagli altri arriva a farsi abuso, crudeltà e violenza. Dell’ebbrezza ricerca il lato oscuro: il dominio, l’elitismo, la forza bruta, la morte, il sangue. La nostalgia prende residenza. L’aspirazione al possibile diventa piano quinquennale. Se la prima modernità aveva almeno il buon gusto di abbandonare a pazzi, selvaggi e bambini tutto ciò che non voleva vedere, il fascismo non lascia più libero nessuno spazio. Esso coincide con l’unificazione dei regimi immaginari e pulsionali: la colonizzazione assorbe anche l’invisibile, l’uniformazione è totale. Totalitarismo.

Nostalgia del futuro.

Immagine correlata

Nell’immediato dopoguerra la situazione è traumatica: messi di fronte alle pile di cadaveri che concludono la civilisation e la Kultur, gli europei vorrebbero dimenticare. In questi casi, e a breve termine, la rimozione aiuta: fascismo e nazismo diventano il Male Assoluto (ab-solutus, cioè sciolto da ogni legame, intangibile, non storico e quindi inspiegabile); anziché indagare la continuità fra modernità e totalitarismo, il prima e il dopo vengono ricuciti all’insegna del progresso. L’universalismo trionfa di nuovo, nell’illusione che un temperato disincanto progressista terrà lontani spettri e tentazioni. Ci vogliono il sangue freddo di Arendt, Adorno, Anders e pochi altri per ricostruire la connessione fra le colonie e i campi, fra la ragione illuminista e l’ideologia totalitaria, fra la scienza oggettivante e l’annichilimento della vita. Oggi il credito riaccordato a modernità e progresso alla fine della seconda guerra mondiale si sta esaurendo. Si riapre la stessa crisi di un secolo e mezzo fa, questa volta in toni cupi e disperanti: la sopravvivenza aumentata dei supermercati 7/24, del turismo di massa e degli smartphone si traduce in alcol, ansia, depressione e psicofarmaci. Lo scioglimento dei ghiacciai spazza via la separazione fra fatti e valori. Ci tocca ri-apprendere, nella sua versione deprimente, qualcosa che già si era presentato come possibilità luminosa, ancorché rischiosa: il superamento della modernità. Modernità, disincanto, monismo, totalitarismo sono un unico nodo da sciogliere (sciogliere, e non tagliare, per non ritrovarci nella postura dei moderni). Lo si allenta tornando ad ammettere la varietà e la bellezza dell’esistente, dell’esperienza, delle relazioni, dei mondi; uscendo dall’eredità di violenza che ci portiamo appresso e che, malgrado noi, ci struttura; rifiutando l’egemonia coloniale, consapevoli che la sua impresa più propria è sempre quella di reprimere e, quindi, di creare fantasmi. A saperli sentire, poi, dai contesti non-moderni ci mandano a dire che, perché i vivi possano badare senza troppi disturbi alle loro cose, bisogna dare ai fantasmi ciò che spetta loro. Ascoltarli, innanzi tutto; capire quel che vogliono e a cosa danno voce; e negoziare. La qualità dei collettivi umani si misura anche sulla qualità delle relazioni che sanno stabilire con la loro zona d’ombra, là dove si negozia la propria esistenza con il resto dell’universo.

Risultati immagini per the turin horse

Riattivare la passione romantica per il possibile, il sospeso, il perduto, senza più abbandonarli ai soli che hanno dimostrato di non averne paura – passaggio temibile, perché nell’indecidibilità ontologica, epistemologica ed etica che caratterizza queste lande rischiamo di replicare tutte le violenze simboliche e materiali dei nostri avversari: camice brune e nere, ma anche mestatori, capi di sette, iniziatori al nero e altri loschi figuri che la modernità sperava di eliminare tagliando i ponti con l’immaginario. Il rovescio dell’incanto è l’orrore e i due possono continuamente convertirsi l’uno nell’altro. Luogo della massima efficacia storica (provatevi a mandare al fronte soldati che non credono alla guerra), l’immaginario va avvicinato con cautela: senza hybris, come postulanti e principianti, non come conquistatori. C’è tutta una diplomazia, un’arte del legame fra chi esiste nel modo ordinario e ciò che esiste in altri modi. Dove le connessioni che sono la nostra vita si fanno percepibili, crolla l’illusione drogata dell’in-dividuo autonomo e autosufficiente, si manifesta la «struttura che connette»: la tentazione di dominarla e impossessarsene fa parte della piega fascista; la strategia utopico-rivoluzionaria sarà di farsene amante. Il che significa praticare un diverso rapporto con il potere e il divenire (e quindi anche con la rivoluzione), ma di questo un’altra volta. Qui basti dire che, per chi accetta il molteplice, il futuro non sta in nessun piano preordinabile a partire dal nostro presente asservito: è qualcosa di cui non ci approprieremo, ma che si approprierà di noi e ci trasformerà. La rivoluzione metterà i morti al sicuro dai vincitori – anche se i vincitori fossimo noi.

Ecologia.

Nella trama di concetti, percezioni e scritture che sostiene questo testo ci sono addensamenti che portano questi nomi: Theodor W. Adorno, Hannah Arendt, Miguel Benasayag, Gregory Bateson, Walter Benjamin, Piero Coppo, Jacques Derrida, Elvio Fachinelli, Silvia Federici, David Graeber, Carlo Ginzburg, Avery F. Gordon, Bruno Latour, Michael Löwy, Karl Marx, Enzo Melandri, Sidney D. Mintz, Luciano Parinetto, Karl Polanyi, Gilbert Simondon, Françoise Sironi, Isabelle Stengers, Michael Taussig, Eduardo Viveiros de Castro.

Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario

#3- Qui e Ora incontra gli antifascisti della Bay Area

Mentre in Italia, la crescente forza e popolarità delle organizzazioni e dei partiti fascisti e razzisti viene confermata dai dati relativi alle recenti elezioni, a dimostrazione di un sempre più capillare radicamento del cd fenomeno del fascismo diffuso, prosegue il nostro lavoro di inchiesta su fascismo e antifascismo a livello globale. Per il numero XI, Qui e Ora ha intervistato alcuni compagni e compagne di AntiFa Oakland. Infatti, dopo l’ampia panoramica sulla situazione in Nord America, propostaci dai compagni di Atlanta nello scorso numero, quanto segue vuole essere un approfondimento sui temi del fascismo e dell’antifascismo in California. L’intervista racconta la situazione attuale nella Bay Area ed in particolare ad Oakland, città americana da sempre in prima linea nelle lotte antifasciste ad antirazziste, fin dai tempi delle Black Panthers. Come raccontano i compagni, ad Oakland e più in generale nella Bay Area, l’antifascismo si declina perlopiù in chiave antirazzista. Infatti, se da una parte negli ultimi anni è cresciuto senza precedenti il numero di omicidi da parte della polizia di neri e di ispanici, la popolazione afro-americana e le comunità migranti sono anche i primi obiettivi delle frequenti operazioni di sgombero e deportazione nei ghetti, derivanti dal violento processo di gentrificazione, che caratterizza metropoli come Oakland o San Francisco. A tutto ciò, si è poi unita l’elezione di Trump, la risurrezione delle organizzazioni fasciste e la loro crescita in termini di forza politica nonché un crescente sentimento di ostilità diffusa da parte degli americani bianchi nei confronti sia degli americani neri che degli immigrati. È questa la complessa realtà che i compagni della Bay Area vivono e contro cui lottano quotidianamente.

QeO: Fascismo, razzismo e populismo sono fenomeni in forte ascesa a livello globale. In che misura si può ritenere verificata questa affermazione negli Stati Uniti?

AO: Nonostante gli Stati Uniti siano un paese le cui origini affondano nel colonialismo, un paese costruito a spese degli schiavi africani, ed in questo senso da sempre pieno di fascisti, negli ultimi anni si è senz’altro registrata una rinascita del fascismo organizzato come potenza politica. Molti dei loro sforzi si sono concentrati su campagne di reclutamento nei campus universitari, sia da parte di nazionalisti come Richard Spencer e Nathan Damigo, che di neo-nazisti come Matthew Heimbach. Il loro schieramento, basato sulla retorica della “libertà di espressione”, ha favorito alleanze tra i nazionalisti suprematisti bianchi, i neo-nazisti e i nazionalisti cittadinisti, come Kyle Chapman, Gavin McInnes (fondatore dell’organizzazione maschile di estrema destra Proud Boys) e Joey Gibson (fondatore del gruppo di estrema destra Patriot Prayer). Insieme questi gruppi hanno affrontato gli antifascisti in molte città degli Stati Uniti. Negli Stati Uniti, in ogni caso, la continua crescita, dal punto di vista numerico, dei gruppi militanti di stampo neofascista sembra essersi arrestata immediatamente dopo l’elezione di Donald Trump. In questo senso, David Cunningham, professore di sociologia dell’Università di Washington e studioso dei crimini di odio razziale e delle organizzazioni razziste, ha recentemente sostenuto che, se da un lato, durante l’amministrazione Trump, la spinta alla formazione di nuovi gruppi di razzisti organizzati si è fortemente indebolita, dall’altro i gruppi già esistenti hanno acquisito una nuova legittimazione ad agire. Ed è in base a questa legittimazione che si giustifica il notevole aumento di crimini contro i musulmani americani, i cui numeri sono i più alti di sempre, negli Stati Uniti, fin dai tempi degli attentati del 11 settembre.

Inoltre, sempre a partire dall’elezione di Trump, si è stabilito un interessante legame tra la legittimazione ad agire acquisita dai gruppi neo-nazisti e suprematisti, e l’agire dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE, un’agenzia federale statunitense, parte del Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti, responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione). A febbraio dell’anno scorso, il segretario per la sicurezza interna, John Kelly, ha riformato la politica della amministrazione Obama, in tema di espulsioni e deportazioni degli immigrati illegali. Se, fino ad allora, queste erano consentite solo in casi “di pericolo per la sicurezza pubblica, di criminali già condannati e nei confronti di coloro che avevano oltrepassato la frontiera americana da poco tempo”, oggi, in assenza di questi vincoli, si sono effettivamente rese più vulnerabili le posizioni di chiunque soggiorni illegalmente nel paese. Dunque, non è un caso, che il numero di arresti, ad opera dell’ICE e finalizzati all’espulsione di migranti già abitanti negli Stati Uniti, si è moltiplicato.

QeO: Quali sono le organizzazioni neo-naziste o neo-fasciste più importanti in California? In che maniera le loro politiche e strategie sono state condizionate dalla crisi globale? Sono diventate più forti e popolari? E con l’elezione di Trump?

AO: I gruppi che ci vengono subito in mente sono tre:

  1. I Golden State Skinheads sono un gruppo di militanti neo-nazisti. Nel 2016, insieme ad alcuni loro collaboratori, sono divenuti rappresentati del Traditionalist Worker Party, un partito politico nazionalista e suprematista bianco, che aspira alla creazione di nazioni e comunità pure su base razziale, fondato da Matthew Parrot e Matthew Heimbach, a Sacramento in California.

  2. I DIY Division, è un gruppo diffuso, composto da violenti neo-nazisti e fascisti del sud della California, da sempre impegnati in violenti scontri durante i raduni politici. Sono stati protagonisti dei movimenti di protesta dell’estrema destra in California, durante la prima metà 2017, periodo in cui una buona parte delle organizzazioni di estrema destra si sono mobilitate per la difesa della loro libertà di espressione.

  3. I Proud Boys, infine, si descrivono come una “confraternita pro-occidente” composta da soli uomini. Si autodefiniscono “sciovinisti d’occidente”, che “rifiutano di scusarsi per aver creato il mondo occidentale”. È difficile capire quanto sia diffusa questa organizzazione, ma stando alle loro dichiarazioni l’organizzazione avrebbe una portata globale.

Mentre i fatti accaduti durante il raduno Unite the Right di Charlottesville in Virginia, nell’agosto del 2017, hanno scompaginato il fascismo organizzato negli Stati Uniti, questi gruppi che abbiamo menzionato hanno mantenuto il loro vigore. Nonostante non siano gruppi numerosi, in rapporto alla intera popolazione della California, questi sono in grado di dare una convincente spiegazione del fallimento del sogno americano e di proporre soluzioni alternative al presente. Inoltre, la loro forza risiede nella capacità di proporre uno stile di vita piuttosto attrattivo per i ragazzi giovani.

Per quanto riguarda i Golden State Skinheads, questi organizzano dei campi estivi, dei raduni ufficiali e dei pranzi sociali in cui i membri dell’organizzazione invitano amici e parenti. I DIY Division, invece, si allenano insieme con costanza. Infine, i Proud Boys, proprio come le confraternite dei college, benchè per soli uomini, sono soliti uscire insieme per lo più a bere, costruendo però relazioni sempre più solide che, nelle “giuste” circostanze, li rendono una forza pericolosa.

QeOPensiamo che il fascismo, inteso come dispositivo comportamentale, si configuri come risposta coerente al desiderio di sicurezza e controllo indotto dalle campagne di isteria di massa condotte a scopo governamentale. Secondo voi, quali sono le strategie attraverso le quali il fascismo pervade la società contemporanea? Quale potrebbe essere una contro-strategia da opporre?

AO: Alcuni sostengono che la strategia di aggregazione da parte delle organizzazioni neofasciste sia stata, negli ultimi anni, quella di reclutare giovani uomini alla ricerca di occasioni per riscattare la loro virilità, proponendo loro una forma di riscatto sociale attraverso il rinvigorimento della loro identità di “bianchi”. La gran parte di questo lavoro è stato fatto attraverso internet. Per esempio dal 2010-2012, i fascisti hanno provato a reclutare i “nerd” iscritti ai gruppi dei fan dei My Little Pony, attraverso una tattica volta a mettere prima a dura prova la loro virilità, per poi suscitare una reazione tendente a rafforzare le loro identità in termini di appartenenza alla razza bianca. Così diventa semplice disvelare quel nesso esistente tra un diffuso senso di “impotenza virile” che insieme alla crescente ineguaglianza sociale, negli Stati Uniti, conduce a slogan del tipo “Prima l’America”, volti alla chiusura delle frontiere o ad incrementare un bisogno indotto di maggiore tutela dell’ordine pubblico, che si risolvono in un inno alla sicurezza e alla persecuzione e repressione dei neri e più in generale delle comunità migranti.

Pertanto, in quest’epoca non c’è spazio per compromessi. Dobbiamo essere capaci di proporre soluzioni antirazziste e antisessiste ai problemi quotidiani, specialmente dei giovani. Per fare questo dobbiamo proporre la lotta come stile di vita, che sia in grado di produrre un senso o un’identità unitaria, piuttosto che quel senso di divisione fondato su identità razziali, etniche o nazionali.

QeO: Sappiamo che dopo le ultime elezioni presidenziali negli Stati Uniti, un movimento eterogeneo e antifascista è insorto contro Donald Trump. Cosa è successo, allora, in California? Qual è la situazione ora?

AO: In California, a gettare le basi e a dettare il ritmo di crescita del movimento antifascista e anti-Trump sono stati indubbiamente i giovani neri o ispanici che hanno partecipato ai diversi tentativi di impedire i raduni per l’elezione di Donald Trump, fin dai tempi della sua campagna elettorale. In risposta a questi tentativi i fascisti hanno organizzato una manifestazione contro l’antifascismo a Sacramento (CA), che ha avuto l’effetto di riunire insieme tanto i gruppi organizzati di antifascisti quanto gruppi spontanei e non organizzati di giovani anti-razzisti, soprattutto neri e ispanici. Inoltre, grazie anche al fatto che gli anarchici, soprattutto nella Bay Area, avevano già attirato l’attenzione a livello nazionale durante il movimento Occupy, durante i riot contro la polizia e il movimento #BlackLivesMatter, la familiarità con la tattica del black bloc ha reso le azioni antifasciste, come ad esempio quella volta ad impedire il comizio di Milo Yiannopoulos, accessibili a molti. Possiamo dire anche che tutto ciò continua a far parte della realtà attuale in California.

QeO: Chi sono gli antifascisti in California? Come si organizzano? Esiste una discussione teorico-pratica tra i compagni su fascismo e antifascismo? Secondo voi cosa significa essere antifascisti oggi?

AO: In California la sovrapposizione tra anarchici, antifascisti e antirazzisti continua ad essere significativa. Ciò implica che i militanti anarchici in California partecipano alle azioni antifasciste e antirazziste, in particolare alle manifestazioni contro la polizia e a quelle legate al #BlackLivesMatter. C’è dunque molta coincidenza tra ciò che fanno gli anarchici, gli antirazzisti e gli antifascisti. Con l’elezione di Trump molta dell’organizzazione militante si è concentrata nell’affrontare gruppi fascisti come Identity Europa, Proud Boys e Patriot Prayer, ma anche nel fare inchiesta e nel fornire supporto legale ai compagni. Per ciò che riguarda il dibattito teorico e pratico su fascismo e antifascismo in California, la Northern California Anti-Racist Action (NOCARA), l’anno scorso, ha organizzato una conferenza a San Francisco e a Oakland dal titolo: Revolutionary Organizing Against Racism (ROAR). Nella ROAR si è provveduto alla costruzione di uno spazio dove riunirsi, costruire e imparare dalle lotte antifasciste e antirazziste esistenti su tutto il territorio nazionale. Si è anche costruito un fronte antirazzista e antifascista unitario per tutta la Bay Area e anche oltre. NOCARA sta anche organizzando la seconda conferenza ROAR per quest’anno. Sebbene sia un concetto difficile da esprimere, è proprio attraverso la riflessione collettiva sulle azioni dirette, rinvigorita da incontri come quello del ROAR, che stiamo riuscendo a comprendere il significato più profondo di essere antifascisti e antirazzisti oggi.

QeO: Ci potete raccontare in che modo avete affrontato lo scontro con i fascisti negli ultimi anni? Potete fare qualche riferimento ad azioni e manifestazioni? Come, ad esempio, quella del giorno dopo le elezioni?

AO: Negli ultimi anni, molti afro-americani sono stati sgomberati dai loro appartamenti sia a San Francisco che a Oakland e così la popolazione dei senzatetto è notevolmente cresciuta. Allo stesso modo è cresciuto senza precedenti il numero di omicidi da parte della polizia di neri e di ispanici. Tutto ciò, se unito all’elezione di Trump, alla risurrezione delle organizzazioni fasciste e alla loro crescita in termini di forza politica, diventa particolarmente preoccupante. Ed è alla luce di questo contesto che si deve leggere la forza delle manifestazioni anti-Trump, dopo la sua elezione e nei giorni a seguire.

QeO: Potete descriverci la scena antifascista di Oakland e più in generale quella della Bay Area? Quali sono i legami tra i gruppi antifascisti e le organizzazioni rivoluzionarie per la liberazione dei neri? E più in generale con gli altri compagni?

AO: In funzione della sovrapposizione, di cui dicevamo prima, tra antifascisti, antirazzisti e anarchici, coloro che aderiscono a uno o più gruppi tra questi, tendono a organizzarsi e a collaborare tra loro. Ed è stato proprio attraverso le azioni antirazziste, come le manifestazioni contro la polizia e alle attività ad esse legate, che i gruppi antifascisti hanno stabilito importanti legami con le organizzazioni rivoluzionarie per la liberazione dei neri. Questi legami, che si sono rafforzati nel tempo, specialmente durante i riot per la morte di Oscar Grant ad Oakland nel 2009, non sono stati privi di una certa conflittualità, cosa che si comprende anche alla luce del devastante impatto di fenomeni come quello della gentrificazione sulle comunità nere nelle città di Oakland e San Francisco, ma nonostante tutto sono stati molti gli sforzi degli antifascisti, antirazzisti e degli anarchici per portare avanti insieme la lotta rivoluzionaria dei neri. Questi sforzi sono culminati in un’azione antifascista di estrema importanza che si è svolta nell’Agosto del 2017. Infatti, dopo gli scontri degli antifascisti e antirazzisti con i fascisti, durante il raduno Unite the Right di Charlottesville in Virginia, e la violenza omicida dei fascisti nei confronti dei manifestanti che si erano opposti alla loro marcia, nella Bay Area i gruppi antifascisti e le organizzazioni rivoluzionarie per la liberazione dei neri si sono uniti per cacciare i membri dell’Alt-Right durante la loro manifestazione “No To Marxism in America” al Civic Center Park di Berkeley in California. Quel giorno ben 7000 manifestanti si sono incontrati a Berkeley per cacciare una manciata di sostenitori dell’Alt-Right che si era presentata per l’occasione. Sono dimostrazioni di solidarietà, come quella espressa in questa occasione, che hanno rafforzato i rapporti tra antifascisti, antirazzisti e i gruppi rivoluzionari per la liberazione del popolo afro-americano nella Bay Area.

QeO: Volevamo sapere se, ed in che modo, è cambiata la maniera di fare antifascismo dopo l’elezione di Trump. In che modo vi organizzate? Attraverso assemblee pubbliche o piuttosto in gruppi informali? Come comunicate? Avete relazioni con altri gruppi antifascisti del resto degli Stati Uniti?

AO: Prima dell’elezione di Donald Trump, la gran parte dell’organizzazione militante nella Bay Area non era esplicitamente antifascista, nonostante molto di ciò che si faceva aveva a che fare con azioni antirazziste in risposta agli omicidi di neri o ispanici da parte della polizia, a cui naturalmente partecipavano anche i gruppi antifascisti. Dopo le ultime elezioni presidenziali, i compagni hanno dovuto sperimentare nuovi modi, metodi e azioni antifasciste. Si sono portati avanti contemporaneamente differenti piani: da una rete più informale di soli compagni fidati, che utilizza applicazioni di messaggistica criptata come WhatsApp e Signal, a momenti di organizzazione più formali ed ampi, attraverso chiamate ed assemblee pubbliche.

QeO: Invece come si organizzano i fascisti? Quali sono i loro modelli? Hanno relazioni internazionali? E cosa sta succedendo sul piano della politica anti-immigrazione?

AO: Le organizzazioni neofasciste hanno iniziato un lavoro per ampliare il loro bacino di influenza nell’estate del 2016, utilizzando la retorica della libertà di espressione contro i manifestanti anti-Trump. Questa tendenza si è dispiegata per tutto il corso del 2017 ed in molti modi, si può dire, sia culminata nel raduno nazionale di Unite the Right a Charlottesville in Virginia. Alcune organizzazioni neofasciste, però, si sono concentrate su obiettivi di lungo periodo. Per esempio, Matthew Heimbach ha lavorato alla costruzione di un movimento in Kentucky, nella speranza di capitalizzare la crescente disperazione e disaffezione degli americani bianchi dovuta al diffuso malessere esistenziale derivante dal crescente tasso di disoccupazione, con l’obiettivo di erogare una serie di servizi, tra cui corsi di formazione per l’impiego, finanziati dalla sua organizzazione e non dal governo americano. L’erogazione di questi servizi, in ogni caso, non si è mai materializzata. Infatti, Heimbach ha fallito nel raggiungere quelle comunità che aspirava a coinvolgere. Inoltre, se da una parte questi esiti sono incoraggianti, dall’altra, è in forte crescita un sentimento di ostilità diffusa da parte degli americani bianchi nei confronti sia degli americani neri che degli immigrati, fenomeno questo che desta molta preoccupazione, in quanto contribuisce alla formazione di un brand americano di fascismo, che, non diversamente dal multiculturalismo neoliberale, lascia spazio a vuote “affinità” e al divertimento basato su alcuni aspetti di “altre” culture.

Abicì antifascista

Segnaliamo ai nostri lettori che con questo articolo la redazione di Qui e Ora si propone di dar inizio ad una riflessione sul fascismo nei suoi aspetti culturali, antropologici ed esistenziali.

di Andrea Russo e Pierangelo Di Vittorio

Fino a qualche anno fa, parlare di “nuovo fascismo” era per lo più considerato un esercizio improprio, sterile o risibile. Lo era nel 2005, quando si formò il collettivo Action30; ma anche quando, nel 2009, uscì L’uniforme e l’anima. Indagine sul vecchio e nuovo fascismo (il libro è scaricabile qui), la sensazione fu quasi la stessa, con qualche eccezione. Il meno che si possa dire è che non c’era consenso nell’usare questa formula. Oggi invece constatiamo che l’uso dei termini razzismo, fascismo e nazismo si è inflazionato e di conseguenza che i termini stessi si sono, in qualche modo, banalizzati. Che cosa è successo? Probabilmente la crisi economica, sbocciata nel 2008, ci ha proposto l’evidenza di un canovaccio storico ben conosciuto, assimilato come una lezione scolastica: il 2008 come il 1929 e via dicendo. La storia si ripete e con essa gli schemi attraverso cui pensarla. Ma siamo sicuri che il razzismo e il fascismo siano “ritornati” solo oggi? E prima non era successo nulla? Non si respirava niente nelle belle piazze italiane? I fatti del G8 di Genova, l’ondata securitaria post-11 settembre, il berlusconismo, le camicie verdi e le ronde, la legge Bossi-Fini, gli attacchi omofobi e razzisti, le caccie ai migranti, i senza fissa dimora bruciati “per gioco”: possibile che abbiamo la memoria corta? Oppure è la formula “crisi economica” che, magicamente, ce la fa tornare? È questo il significante “maître” grazie al quale la memoria, ripetitivamente, torna? E che cosa significa questa “continuità” della memoria?

Oggi che il significante “crisi economica” la fa da padrone, c’è l’urgenza di un’inquadratura diversa rispetto allo schema attraverso cui la crisi è appresa e riflessa. Non si tratta ovviamente di negare la “realtà” della crisi economica e dei suoi drammatici effetti, ma di sospendere i significanti-maîtres che ingabbiano e pre-giudicano il nostro rapporto con la realtà stessa, e quindi la “possibile” esperienza riflessiva, creativa e militante che potremmo farne. Ebbene, se adottiamo una prospettiva, non strettamente economico-politica, ma culturale e antropologica, quello che è successo negli ultimi anni sembra affondare le radici in un sommovimento cominciato molto prima e che ha coinvolto tutti gli aspetti della vita.

Basti rileggere le analisi di Pasolini sul fascismo dell’“anima”; o La misère du monde di Bourdieu, inchiesta su larga scala condotta in Francia all’inizio degli anni ’90, quasi una fotografia in sala parto della catastrofe attuale, e nella quale si coglie come i cambiamenti sociali siano intrecciati con le trasformazioni di ordine “soggettivo”; o ancora alcuni romanzi di Ballard (Running Wild, Cocaine Nights, Super-Cannes, Millennium People, Regno a venire), distopie che in realtà propongono una mappatura radiografica abbastanza precisa del cosiddetto “uomo neoliberale”. L’attuale crisi economica e politica potrebbe essere insomma l’estrema propaggine di una catastrofe culturale e antropologica cominciata già negli anni ’70-’80 del secolo scorso. E viste così, le cose assumono un altro aspetto.

Ormai da qualche anno c’è un vuoto imbarazzante per quel che riguarda un ambito più generale di ragionamento, discussione e azione di contrasto nei confronti, non tanto delle nuove organizzazioni fasciste, quanto del fenomeno “fascista” considerato nei suoi aspetti culturali, antropologici, esistenziali. Il fascismo è riconducibile a gruppi, organizzazioni, partiti, sindacati, forme di governo, ma è anche una forma di socialità, di comunità, di eticità, cioè una forma di vita. Per comprendere il fascismo in tutta la sua portata, ci hanno suggerito Deleuze e Guattari, è sempre necessario raddoppiare la prospettiva “molare” (inerente alle grandi strutture come Stati, partiti e forme di governo) con una prospettiva “molecolare” (specifica invece della postura etica e della sfera esistenziale). È importante non lasciarsi sfuggire anche quest’altra dimensione del fascismo: essa permane (trasformandosi) a prescindere dalla forma Stato. Il fascismo non è solo politica ma anche “senso comune”: per questo non risparmia nessuno.

Riflettere sulle “nuove forme” di razzismo e di fascismo – per analogia (: somiglianza e differenza) con quelle storiche – può essere un esercizio critico indispensabile, se vogliamo provare a immaginare le “nuove forme” di antirazzismo e di antifascismo. Queste ultime dovranno, infatti, sin dall’inizio cercare di comprendere la portata politica dei processi cognitivi e i loro concatenamenti con la dimensione etica dei processi e delle pratiche di soggettivazione. Qui vorremo provare a dire qualcosa in più e aprire una discussione su quello che potrebbe essere un nuovo antifascismo “culturale”; un antifascismo che non neghi ma si articoli con l’antifascismo militante, che vi aggiunga uno strato o una piega. Qualcosa che faccia “spessore” insomma. L’antifascismo del XXI secolo va ancora sostanzialmente “inventato”.

Brecht e Benjamin sono fra i primi a costruire un fronte di lotta al fascismo partendo dalla cultura. Per i due amici si tratta in particolare di affrontare il fascismo sul terreno della teoria estetica, poiché l’«estetizzazione della politica» costituiva, a loro parere, il programma del nazional-socialismo. O il suo progetto.

A riprova della loro giusta intuizione è utile rileggere ciò che scrive l’enfatico dottor Goebbels. «La politica è, essa pure, un’arte, forse addirittura l’arte più elevata e più vasta che esista, e noi, che diamo forma alla politica tedesca moderna, noi ci sentiamo come degli artisti ai quali è stata affidata l’alta responsabilità di formare, a partire dalla massa grezza, l’immagine solida e piena del popolo. La missione dell’arte e dell’artista non è solo di unire, va ben più lontano. È loro dovere creare, dare forma, eliminare ciò che è malato e aprire la via a ciò che è sano». Non bisogna pensare che una tale affermazione sia isolata. Né per Goebbels, né per la maggior parte degli ideologi di regime. La politica come arte plastica dello Stato, il Terzo Reich come opera d’arte totale dell’Occidente: è questo il progetto del nazional-socialismo.

Per il filosofo Philippe Lacoue-Labarthe (che parlava, infatti, di “nazional-estetismo”) e il cineasta Hans Jürgen Syberberg, l’opera d’arte totale è il cinema. Citiamo ciò che scrive il cineasta nel 1981: «Hitler sapeva cosa rappresenta il film. […] Ci si può chiedere se non abbia organizzato Norimberga per la Rifensthal, come certi elementi lasciano supporre e, azzardando un po’ di più, se tutta la Seconda Guerra mondiale non sia stata condotta come un film di guerra a grande budget in vista della proiezione vespertina del cinegiornale nel suo bunker. […] L’organizzazione artistica di queste cerimonie di massa registrate su celluloide […] faceva parte del programma generale di questo movimento. Hitler vedeva nella guerra e nei cinegiornali la sua epopea eroica. I cinegiornali di guerra prolungavano Il trionfo della volontà, la Norimberga della Rifensthal. […] Hitler è il più grande cineasta di tutti i tempi».

E Lacoue-Labarthe aggiunge: «Il Festspiel di Bayreuth doveva essere per la Germania ciò che le grandi Dionisie erano state per Atene e la Grecia intera: il luogo dove un popolo, raccolto nel suo Stato, dà a se stesso la rappresentazione di ciò che è e di ciò che lo fonda in quanto tale».

Ciò che ci fa trasalire in queste righe, è l’immagine in filigrana del nostro presente: il business, il marketing e lo spettacolo; il divenire mondo del cinema; la catastrofe come film e il film continuo della catastrofe che rivende all’infinito se stesso; il reality come perfetta fusione della realtà con il suo spettacolo e la politica come talk show per le masse. Tutto è già in queste righe, anche se oggi tutto si presenta in modo diverso.

L’Opera d’Arte totale è un progetto politico estremamente potente, poiché riesce a impadronirsi con facilità di cinema e radio, le principali innovazioni tecnologiche dell’epoca. È grazie a questi dispositivi che il fascismo riesce a fondare un “regime di verità” della sensibilità e della percezione. Ed è sopratutto il cinema che, operando su tutto l’arco del mondo della sensibilità ottica e acustica, riesce a realizzare la sintesi estetica della comune percezione del mondo. Se il fascismo è risultato vincente, ciò dipende dal fatto che è riuscito a creare un’organizzazione concertata del “sentire” di massa, il che significa che, appropriandosi delle innovazioni percettive e cognitive agite dal cinema, è riuscito a far vedere e a far parlare in una determinata forma grandi masse di popolazione.

Il fascismo storico non vince sui campi di battaglia, ma per aver inaugurato l’epoca del governo dei dispositivi. Cinema e radio sono i dispositivi originari che s’insinuano definitivamente tra noi e il mondo che ci circonda, determinando il nostro modo di pensare, di parlare, di osservare gli eventi e di agire. Durante l’esilio, Brecht sentì l’esigenza di puntare i piedi nel flusso torrenziale attraverso cui i media (stampa, cinegiornali ecc.) presentavano la guerra: bisognava “dare un taglio” al film della catastrofe, per provare a riconnettersi con la materialità delle “cose”, e fu così che escogitò quel particolare dispositivo di smontaggio e rimontaggio della realtà che sono i fotoepigrammi, poi raccolti nel libro L’abicì della guerra.

Da allora, in maniera sempre più pervasiva e strutturale, le relazioni possibili con il mondo e con gli altri sono “filtrate” dall’onnipresente azione di un medium. Oggi, dalla nascita alla morte, l’intero arco della vita è presieduto dallo speciale controllo di un dispositivo. Nella nostra epoca il potere è disseminato nei dispositivi e i dispositivi sono impiantati nell’essere, immanenti alla vita. C’è un testo di Tiqqun, intitolato Una metafisica critica potrebbe nascere come scienza dei dispositivi, in cui è ampiamente dimostrato come «una teoria del soggetto sia possibile solo come teoria dei dispositivi».

Anche la funzione pedagogica è stata ormai sussunta dai dispositivi. Pasolini è probabilmente il primo ad avere questa intuizione e a svilupparla nella sua riflessione sul medium televisivo, inteso come strumento egemonico di messa in forma del nuovo modello di vita edonistico promosso dalla società dei consumi. Per Pasolini sono le merci e la pubblicità a istruire gli italiani sul nuovo tipo di vita che devono vivere. Sono ormai questi dispositivi a formarci molto di più e meglio delle istituzioni educative tradizionali: una “fabbrica” diffusa della realtà come reality, come mainstream, nella quale però siamo noi stessi i proprietari dei mezzi di produzione, ossia al tempo stesso i produttori e i consumatori, gli attori e gli spettatori.

Pasolini intravede nell’avvento della società del consumo di massa la nuova forma totale di fascismo del presente. Adesso è il consumo a legare e integrare dentro di sé, al pari di un fascio, la collettività. «Nessun centralismo fascista – scrive Pasolini – è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. […]. Oggi […] l’adesione ai modelli imposti dal centro è totale e incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. Si può dunque affermare che la “tolleranza” dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo potere, è la peggiore delle repressioni della storia umana […]. Il fascismo, voglio ripeterlo, non è stato sostanzialmente in grado nemmeno di scalfire l’anima del popolo italiano: il nuovo fascismo attraverso i nuovi mezzi di comunicazione e d’informazione (specie, appunto, la televisione), non solo l’ha scalfita, ma l’ha lacerata, violata […]. Il nuovo potere consumistico è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce)».

Per comprendere in tutta la sua portata la forma del nuovo fascismo bisogna, tuttavia, affiancare un’altra nozione introdotta da Pasolini: quella di genocidio culturale.

Il nuovo fascismo del consumo è quello che se la prende con i linguaggi, le anime, i gesti, i corpi, le forme di vita del popolo. Esso lo ha profondamente trasformato, toccato nell’intimo, gli ha dato altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere. L’unificazione reale operata dal nuovo fascismo nel segno dei valori del consumo, delle parole d’ordine del benessere e dello sviluppo, ha in fondo prodotto – «anche senza carneficine e fucilazioni di massa» – un genocidio culturale, ossia una pratica di annientamento, non solo del nostro mondo popolare, ma anche di tutte le culture del cosiddetto Terzo Mondo. Già alla metà degli anni ’70, Pasolini dimostra di aver compreso con lucidità che lo stile di vita offerto agli italiani, e a tutti gli uomini e le donne del globo, è unico. Uno stile di vita unico perché il regime delle cose e delle merci opera per rendere omogeneo il mondo.

Al pari di un fotografo, Pasolini scatta un’istantanea della fine della storia, offrendoci un’immagine che cattura l’attimo in cui il “rosso” e il “nero” sono definitivamente evaporati nell’atmosfera incolore dell’omologazione tipica del consumo di massa; un tutto indistinto nel quale non ci sono più classi sociali, ma solo una piccola borghesia che comprende sempre più e in modo sempre più profondo anche le classi operaie e contadine. Insomma, attraverso il neocapitalismo, la borghesia sta diventando sinonimo di condizione umana, e perciò bisogna chiamare genocidio l’assimilazione totale al modo e alla qualità della vita borghese. Molto probabilmente, per Pasolini, le generazioni future non vedranno più operai e contadini, ma solo il trionfo di una piccola borghesia planetaria, che avrà «fede» esclusivamente nel rito permanentemente dispiegato del consumo.

A quarant’anni dalla morte, gli articoli di Pasolini sul genocidio antropologico delle classi popolari italiane, da parte di un nuovo fascismo, appaiano profetiche. A noi sembra che la sua riflessione sull’omologazione sia stata portata a compimento da quello che oggi chiamiamo, banalmente, mainstream. È, infatti, questo il megadispositivo che ha il potere di creare quel continuum che, cancellando le differenze (in primo luogo quella tra realtà e spettacolo della realtà), produce assuefazione e consenso. Il mainstream – di cui ognuno, grazie a internet e alle nuove tecnologie personali (computer, tablet, smartphone) è al tempo stesso produttore e consumatore – è un immenso frullatore industriale che trasforma l’eterogeneo in omogeneo. Il mainstream è l’epoca del mondo in cui il processo di democratizzazione delle società occidentali, toccando i suoi limiti, si confonde con il fascismo senza possibilità di distinguere l’uno dall’altro.

Effetto e motore del consenso “democratico”, il mainstream è, infatti, anche violenza pura, sterminio permanente e sistematico di “possibili”. È il bagliore industriale che produce la scomparsa delle luci “minori” – le lucciole di cui parla Didi-Huberman sulla scorta di Pasolini – portatrici dei loro tempi di vita, e la cui vita dipende dalla specificità di queste temporalità altre e autonome. Il mainstream è l’ingiunzione subdola, perversa, senza pistola alla nuca (anche se la pistola può sempre tornare – come extrema ratio), a fare “liberamente” quello che “devi”, altrimenti sappi che ti stai sparando da solo, che ti stai mettendo completamente fuori gioco; ingiunzione a mettersi in riga con l’unico tempo disponibile e possibile, e a marciare a ritmo, in parata militare, altrimenti sappi che ti stai espellendo dalla storia, che ti stai scavando la fossa nel tempo della storia

È l’orologio fascista che impone un solo tempo, il suo Tempo, senza possibilità di discussione e a esclusione di tutti gli altri tempi possibili. Questa violenza fascista si esprime tanto a livello dei tempi di vita, quanto a livello dei tempi di pensiero, di riflessione, di creatività e di ricerca (e dei possibili intrecci). Il grande orologio fascista produce costantemente spazzatura, ergendosi sulla spazzatura che produce, e nelle sue discariche temporali possono finire contemporaneamente la forma di vita di una tribù amazzonica o di un quartiere popolare, e quei percorsi di ricerca che provano a inquadrare il presente per strapparlo alle sue pretese “evidenze”, a sospendere l’evidenza del tempo unico e omogeneo.

Le lancette dell’orologio dettano il tempo attraverso le “correnti principali” (: mainstream), attraverso le grandi arterie di comunicazione e di navigazione costituite dai trend omogeneizzanti e totalizzanti della globalizzazione, della gentrificazione, della trasformazione della realtà in reality: tendenze “maggiori”, implacabili distruttrici di ecosistemi eterogenei (e basati sulla loro stessa eterogeneità), le quali escludono, con la falce di una violenza quotidiana e anonima, tutto quello che si gioca altrove o negli interstizi della realtà. Il mainstream detta l’agenda: o ci stai, o ti attieni alla scaletta e ci navighi dentro, o ti lasci scivolare e dissolvere dentro, oppure sei scemo e – semplicemente, brutalmente – ti condanni a essere fuori, a non esistere.

Problema del timing, in cui probabilmente si gioca oggi la possibilità concreta di un “antifascismo”. Quando Foucault, nel 1976 (prima lezione del corso Bisogna difendere la società), rifletteva sulla “stagione delle genealogie” che aveva caratterizzato gli ultimi dieci-quindici anni del suo percorso, poneva precisamente il problema del timing: c’è stato un momento in cui le ricerche storiche erudite (le genealogie del manicomio, della prigione ecc.) hanno potuto accoppiarsi, fare montaggio con le pratiche e le lotte attuali della gente. C’è stato appunto un timing, un allineamento temporale eterogeneo, specifico e autonomo, ed è questo che ha reso la critica “effettiva”; è questo che ha permesso alla critica di farsi linguaggio comune e condiviso, e a essere quindi in qualche modo efficace, capace d’intervenire nella realtà, d’incidere su di essa. Poi, dice Foucault, l’eterogeneità temporale – l’eterocronia – è stata inibita e sarà presto riassorbita (ricordiamo che siamo alla metà degli ’70).

E che dire di Benjanim? Tutto il suo pensiero della storia è basato sull’eterocronia: il timing che fende il tempo come gli spari dei comunardi sugli orologi di Parigi; il presente che con un balzo di tigre nel passato, con il suo fiuto “modaiolo” per quello che c’è di più attuale nel passato, accende la miccia al materiale esplosivo custodito nei suoi archivi; l’emergere folgorante di quel frammento di passato che ritaglia nel presente un “altro” presente, che fa montaggio con l’attualità illuminando e rendendo incandescente la zolla di terra su cui puntare i piedi per interrompere il continuum della storia; l’irruzione di un “tutt’altro” orologio, di un’eterocronia, appunto, che taglia il tempo omogeno e vuoto della storia; che costringe il presente a prendere la deriva di una temporalità radicalmente diversa, e a fare i conti con la biforcazione che s’iscrive in esso; a “giocarsi” la partita della catastrofe, prendendo posizione tra un presente come continuità della catastrofe e un presente come taglio catastrofico da cui può eventualmente ri-sorgere il mosaico che salva. Come risalire dall’omogeneo all’eterogeneo? Che cosa resta oggi delle eterocronie e degli intrecci tra percorsi critici e lotte, nell’epoca del mainstream? Oggi si può fare cultura, nel senso più ampio e forte del termine, solo nella misura in cui non si entra nel maistream? Smettere di credere nella realtà uniforme, cominciando invece a smontarla e a rimontarla diversamente, non è forse il primo esercizio “cognitivo” dell’Introduzione a una vita non fascista? La sveglia antifascista che ci fa balzare fuori dal letto comincia a suonare quando intuiamo che i dispositivi di sapere-potere “producono il reale” prima di reprimere; quando ci accorgiamo che anche la “realtà” in cui siamo immersi è una banale macchina da montaggio di flussi eterogenei di parole, immagini, suoni, ma che tende costantemente a trasformare l’eterogeneo in omogeneo. L’ipotesi politica che abbiamo cercato di far emergere insiste sul nesso tra lo stile di vita mainstream e le nuove forme di razzismo e fascismo. Per discriminare il diverso e volere un ordine sociale fondato sulla prevaricazione non c’è più bisogno di un particolare apparato mitologico o ideologico. Basta essere cresciuti attraverso la televisione, basta lo smartphone, internet, il centro commerciale: una rapida occhiata e si è in grado di individuare un comportamento strano o non conforme, come si dovrebbe riconoscere un prodotto scadente al supermercato, e decidere di “eliminarlo” con la stessa decisione con cui ci si libererebbe di un avversario in un reality o un talent show. Nell’attualità, è come se alle immagini delle folle acclamanti Hitler e Mussolini si fossero sovrapposte quelle di masse di consumatori scalpitanti nei nuovi zoo della normalità. Attenzione però, perché i punti in cui le immagini di oggi e di ieri combaciano, mostrano anche tutta la distanza che le separa. «Il mondo consumistico – scrive Ballard – è una forma di fascismo soft. Niente passo dell’oca, né stivaloni, ma lo stesso tipo di emozioni e di aggressività. […] A cosa servono la libertà, i diritti dell’uomo e la responsabilità civile? Quello di cui abbiamo bisogno è un’estetica della violenza. […] Abbiamo bisogno di qualcosa di più drammatico, vogliamo che le nostre emozioni vengano manipolate, vogliamo essere presi in giro e blanditi. E il consumismo è proprio quello che ci vuole. Ha creato un modello per gli Stati fascisti del futuro. Il consumismo genera un bisogno che può essere soddisfatto soltanto dal fascismo, un tipo di follia che è l’unica strada possibile da perseguire». A partire dagli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, l’ascesa del neocapitalismo ha instaurato un nuovo regime di produzione delle cose che corrisponde a un incremento inaudito della loro capacità pedagogica. Plasmando le percezioni e le semiotiche molecolari, il consumismo – inteso come regime delle merci e della mercificazione – è diventato insomma estremamente efficace nell’orientare le condotte e gli stili di vita dei suoi destinatari. L’antifascismo dei nostri giorni dovrà necessariamente fare i conti con questa pedagogia fascista del regime di merci. Come fare?

Per noi si tratta di far funzionare, in tutti gli ambiti possibili, macchine “culturali” antirazziste e antifasciste.

I presupposti operativi di tali macchine (ricavati dalle sperimentazioni del collettivo Action30), potrebbero essere schematicamente questi:

No maîtres-à-penser (non pensare attraverso significanti padroni), ma riflessioni (collettive) su pratiche (condivise), ossia creare dei loop performativi tra pratiche e riflessioni sulle pratiche;

Non dare nulla per scontato, ossia non coltivare l’illusione che sia sufficiente “illuminare” la realtà, grazie a un qualsiasi tipo di “discorso” (illusione illuminista, razionalista, progressista), affinché la realtà stessa sia “inquadrata” e diventi terreno di processi cognitivi, critici, trasformativi. La “realtà” – nel suo divenire-reality o più in generale nel suo divenire-omogenea e omocronica, nel suo divenire-mainstream – non è mai “data”, essendo piuttosto la “posta in gioco”, al tempo stesso elementare e radicale, degli stessi processi cognitivi che dovrebbero provare a legarsi, a stabilire connessioni e a fare trama, con essa;

Partire sempre da abicì culturali, ossia acquisire un habitus consistente nell’operare e condividere una pratica di smontaggio e rimontaggio permanente della realtà; smontare le connessioni imposte come un’evidenza naturalistica dai flussi di reality o di mainstream, per provare a riconnettersi in modo diverso con la realtà;

Antifascismo cognitivo, ossia considerare la dimensione “cognitiva” – la possibilità stessa di accendere il pensiero nel contatto “interrogante” con la realtà; l’invenzione-scoperta di nuove mappe sinaptiche – come condizione che s’intreccia sin dall’inizio con la possibilità di mettere in atto processi “critici e trasformativi”; questi ultimi, infatti, non possono più dare per scontato un tessuto connettivo comune (una qualsiasi “tradizione”, anche quella emancipativa o rivoluzionaria: è questo il senso di prendere sul serio la catastrofe, puntando i piedi in ciò che resta, ossia nei frammenti culturali molteplici e dispersi); perciò la critica deve diventare “gioco da bambini”, esperienza performativa di base, condivisa e diffusa: moltiplicazione di tavoli da lavoro o macchine critico-cognitive che funzionino come abicì permanenti, ossia, in ogni caso e in ogni occasione, “pertinenti”.

Pensare e creare sono forse diventati la prima forma di resistenza – il primo livello di scontro, di attacco, la prima trincea, il primo avamposto – ma questo significa appunto che non possiamo più darli per scontati. Il pensiero e la creatività vanno conquistati, appresi, esercitati, partendo sempre dall’abicì, ossia lavorando, singolarmente e collettivamente, sulle loro stesse condizioni di possibilità.

Contro la morte nera. Per un antifascismo rivoluzionario

#1- Intervista al collettivo anarchico Rouvikonas di Atene.

Per il primo numero di questa inchiesta, presentata nel numero di dicembre , la redazione di Qui e Ora ha scelto di intervistare alcuni membri del collettivo anarchico Rouvikonas di Atene. Questa scelta non è casuale. Nonostante Rouvikonas nasca dall’esperienza delle assemblee anticarcerarie, dei gruppi antifascisti e anti-autoritari e da quegli spazi occupati che nelle pratiche antifasciste hanno sempre riscontrato il proprio fondamento, come collettivo non fa dell’antifascismo militante la sua bandiera nè lo ritiene una sua specifica prerogativa. Secondo i Rouvikonas, come emerge da questa intervista, l’antifascismo militante, per quanto necessario, non è più sufficiente. La diffusione del fascismo e del razzismo su scala globale va combattuta proponendo un’opzione etica alternativa e desiderabile. Per loro, essere antifascisti oggi, significa agire in quelle lotte capaci di irrompere nel tessuto sociale. Questa intervista è stata realizzata a più riprese. In essa, i compagni di Rouvikonas fanno riferimento sia ad altre interviste da loro rilasciate, sia ai comunicati e ai video con cui sono soliti accompagnare le loro azioni.*

Buona lettura!

QeO: Perchè avete scelto il nome Rouvikonas? Cosa significa?

R: Il nostro gruppo prende il suo nome da un fiume italiano, il Rubicone. Per noi è significativo per la sua storia. Infatti, come saprete, il Rubicone nell’antica Roma rappresentava un confine invalicabile, per legge, con le armi. I generali romani impegnati nelle conquiste della repubblica romana, al loro ritorno avevano l’obbligo di varcare il Rubicone disarmando i loro eserciti. Giulio Cesare invece passò il Rubicone alla guida del suo esercito, violando apertamente la legge romana e provocando così la seconda guerra civile. Da queste gesta nasce l’espressione “il dado è tratto” o l’espressione “passare il Rubicone”. Varcare il Rubicone significa dunque oltrepassare un “punto di non ritorno” ed è per questo che abbiamo scelto questo nome.

QeO: Come mai avete scelto questo preciso momento storico per formare un gruppo come il vostro? Sappiamo che, in seguito ai processi insurrezionali iniziati nel 2008, il movimento greco ha attraversato una fase di incredibile apertura e radicamento sociale ma che poi progressivamente ha finito per chiudersi su se stesso. Il vostro collettivo invece sembra seguire una diversa inclinazione essendo sempre più aperto ed attento alle diverse istanze sociali…Potreste spiegarci le ragioni di questa scelta e della sua temporalità?

R: Non abbiamo deciso solo ora di prestare attenzione alle diverse istanze sociali, ma è solo di recente che siamo riusciti a tradurre in prassi questa nostra inclinazione, consapevoli di esserci riusciti piuttosto in ritardo rispetto a quanto il presente ci impone. Per oltre due anni Rouvikonas è stato un “gruppo di solidarietà con i prigionieri politici e gli attivisti che venivano perseguitati” dallo Stato e dalle sue misure repressive. Potremmo dire che fosse un gruppo monotematico… Ma, attraverso l’esperienza di alcuni di noi nello spazio sociale K*Box di Exarchia ad Atene, abbiamo avvertito la necessità di formare un gruppo politico multiforme che arrivasse ad essere ciò che siamo noi oggi: un’organizzazione politica che ha la capacità di proporre e attuare strategie e tattiche di lotta contro ogni forma di autoritarismo. Abbiamo anche scelto di coinvolgere altre parti del movimento per costruire un percorso in grado di affrontare le molteplici tematiche che il presente ci impone. Occorre esprimersi ed agire direttamente sui problemi, così come ci si presentano. Rouvikonas opta infatti per una tattica di lotta multiforme, senza escludere apririoristicamente o ideologicamente alcun tipo di pratica: dalle occupazioni temporanee ai concerti, dai raduni alle azioni dirette contro obiettivi simbolici. Inoltre, abbiamo deciso di rivendicare ciascuna nostra azione e presa di parola con il nome del nostro collettivo al posto della generica firma “anarchici e anarchiche” usata in passato. Ciò perchè pensiamo sia più onesto assumersi la responsabilità di ciò che si fa, seppure questo significhi esporsi a delle critiche e alle varie forme di pressione che si subiscono dall’esterno, sia in senso positivo che negativo. Crediamo, infatti, che sia arrivato il momento di assumerci delle responsabilità. *

QeO: Quali sono le modalità con cui scegliete di comunicare e di ‘far parlare’ le vostre azioni? E secondo voi quali sono le reazioni che suscita il vostro agire?

R: Ogni nostra azione è accompagnata da un nostro comunicato e spesso anche da un video che realizziamo durante l’azione stessa. Il materiale viene poi diffuso in Internet. Questa scelta deriva dal fatto che vogliamo essere noi a determinare in tutto e per tutto le modalità con cui si comunicano le nostre azioni. Vogliamo essere noi a proporre le immagini ed il linguaggio che meglio rappresentano il nostro agire ed il nostro pensare. Vogliamo che sia chiaro il messaggio che intendiamo diffondere, ma soprattutto che le nostre azioni o la nostra voce non vengano manipolate e distorte dai media mainstream, che scelgono spesso di rappresentarci come movimento anti-sociale. Crediamo infatti che le persone abbiano piena facoltà e capacità di comprendere ciò che gli accade intorno e di discernere ciò che è vero da ciò che viene manipolato e distorto. Ma bisogna dargliene la possibilità. Nell’epoca che viviamo, troppo spesso tramite internet ed i socialmedia soprattutto, si rappresenta una realtà manipolata per manipolare di conseguenza anche l’opinione pubblica…ma siamo convinti che infondo il mondo sappia bene ciò che realmente accade. Per questo scegliamo di rappresentare in maniera chiara ed adeguata cosa facciamo e perchè lo facciamo. Ed è per questo che Rouvikonas spesso sceglie di attaccare i simboli di ciò che oggi mette in ginocchio la gran parte della società, come certe istituzioni per esempio. Ma agire in maniera efficace a partire da problemi sociali richiede un certo tempismo e una certa puntualità dell’azione rispetto al sorgere di determinate questioni, pur dovendo sempre tenere ben in considerazione quelle che sono le nostre idee e la nostra strategia politica. Non agiamo per raccogliere il consenso di altre parti del movimento nè di particolari settori sociali, pur essendo per noi necessaria una continua relazione osmotica che sappia mettere in relazione ciò che noi decidiamo di fare con le percezioni di chi ci circonda. Le nostre azioni riguardano ambiti differenti e si articolano su più livelli. Alcune riguardano un ambito più strettamente di movimento, come le azioni contro i medici che si erano dimostrati negligenti nei confronti di alcuni prigionieri politici o l’azione nella quale siamo entrati in casa del Ministro della Giustizia Atanasio, responsabile della redazione del nuovo testo della legge antiterrorismo. Altre si riferiscono invece a tematiche più sociali. Scegliamo obiettivi che interessano direttamente la società e quindi noi stessi, perchè crediamo di essere parte della società non concependoci al di fuori di essa. In questo senso, abbiamo scelto di colpire una sede della Tiresia A.E., un ente privato che oltre a raccogliere i dati sull’indebitamento dei privati con le banche (fenomeno che riguarda oltre 6,5 milioni di persone in Grecia) esegue direttamente, per conto delle banche stesse, i pignoramenti e la riscossione dei crediti. Abbiamo agito anche contro la Taiped, un ente che si occupa della privatizzazione dei beni pubblici e contro l’Elp (ente petrolifero greco) e l’ispettorato per il commercio navale, responsabili dell’inquinamento ambientale dei mari e delle morti sul lavoro di alcune persone impiegate sulle imbarcazioni. Abbiamo fatto anche altre azioni dirette contro alcuni uffici, locali o imprese, responsabili di ingiusti licenziamenti senza indennizzo e perfino di alcuni episodi di morte sul lavoro.

Come parte della società guardiamo, giudichiamo e vogliamo restituire ai mittenti le aggressioni che subiamo. Questo è il nostro modo di partecipare alla vita sociale. Del resto, non c’è nessuno che si sia indignato in seguito a qualcuna di queste azioni contro gli uffici o contro la sede di Tiresia…è in questo senso che ci sentiamo parte di un movimento più ampio o comunque di un qualcosa che va ben oltre il nostro gruppo. In solidarietà con i rifugiati abbiamo deciso di attaccare la residenza dell’ambasciatore tedesco, un’azione del genere non era mai stata fatta prima e ci siamo assunti un grosso rischio, posto che nell’edificio c’erano diverse guardie armate. Dopo questa azione abbiamo anche organizzato insieme ad altri un grande corteo.

Per quanto riguarda le reazioni delle persone alle nostre azioni…gli effetti sono spesso diversi e contrastanti. Così come c’è qualcuno che reclama a gran voce il nostro arresto, qualcun’altro invece ci dimostra il proprio consenso e qualcun’altro ancora il proprio sostegno. Mentre per quanto riguarda la reazione dello Stato e le sue misure repressive, possiamo dire che finora siamo stati condannati per crimini “minori”, complessivamente ad un totale di più di 452 mesi. Per come funziona il sistema penalistico e penitenziario greco, se volessimo, potremmo anche essere tutti liberi, pagando una cauzione per comprare la nostra libertà. Ma non ci facciamo certo illusioni, sappiamo che qualunque governo messo sotto pressione prenderà delle contromisure e in questo non importerà certo il fatto che sia un governo di destra, di sinistra o di centro. Potrebbe essere anche lo stesso governo di Syriza a dichiarare Rouvikonas un’organizzazione terroristica…

QeO: Come mettete in relazione il vostro intervento politico con i territori che abitate? Come difendete i vostri quartieri?

R: La difesa del nostro quartiere Exarchia, vuol dire prima di tutto una difesa dalla mafia, dagli attacchi dello stato e dalle diverse forme di cannibalismo sociale. Il radicamento delle organizzazioni criminali di stampo mafioso ad Exarchia è un fenomeno che risale a diversi anni fa e dura, a nostro parere, da fin troppo tempo. Dopo molti anni, siamo stati costretti, come Rouvikonas e con molte altre realtà che vivono il quartiere, tra cui, ad esempio, lo spazio sociale K*box, ad optare per uno scontro diretto con queste organizzazioni mafiose. Una volta alcuni appartenenti a queste organizzazioni hanno sparato direttamente contro lo spazio sociale K*box, mentre sono continue e diffuse le minacce ed i soprusi da parte degli spacciatori del quartiere. È per questo che siamo stati costretti ad uno scontro diretto. L’apice di questo scontro si è avuto con una manifestazione armata che ha sfilato per le strade del quartiere. Questa ha suscitato un violento attacco ai compagni da parte dei media mainstream, la criminalizzazione del nostro gruppo Rouvikonas e più in generale un’ondata repressiva che ha colpito tutto il movimento che lotta contro la mafia ad Exarchia. Ma tutto questo non ci ha fatto cambiare idea. Abbiamo capito che l’unica soluzione è fare fronte comune, sia contro le organizzazioni mafiose, sia contro lo Stato e la polizia che si dimostrano del tutto conniventi con queste. Infatti la polizia permette che si spacci liberamente ad Exarchia, in modo da renderlo un quartiere ghetto separato ed isolato dal resto della città, mentre ad essere oggetto delle loro misure repressive sono gli anarchici. Ma non saranno le minacce della polizia o delle organizzazioni mafiose a fermarci. Difenderemo il nostro quartiere fino in fondo con pazienza e perserveranza. Questa resterà una nostra priorità fino a quando non sarà liberato da queste dinamiche.

QeO: Sappiamo che chiunque assuma il potere, indipendentemente dal colore che indossa, che sia conservatore o progressista, di sinistra o di destra, mira semplicemente al “governo della popolazione”. Questo indubbiamente vale anche per il governo greco di Syriza, nonostante questo partito si proponesse di rappresentare l’insoddisfazione e la rabbia popolare. I rappresentanti di Syriza, dopo aver fatto parte dei movimenti sociali in difesa dei diritti individuali, sociali e politici, sono riusciti a prendere il potere formando un governo di coalizione tra l’estrema destra e l’estrema sinistra. Hanno realizzato così la stabilità di governo, tanto agognata sia dalle forze politiche europee che dalle grandi potenze economiche straniere, riportando la pace sociale durante il difficile periodo di approvazione delle riforme politiche di austerità e del referendum sull’uscita della Grecia dall’Unione Europea. Cosa pensate voi del governo di Syriza e come è cambiato, nel corso del tempo, il consenso popolare che ha portato alla sua elezione?

R:Vediamo il governo di Syriza come lo vede la maggior parte delle persone. Si tratta di un governo di conigli con la stola, che ha dato false speranze ai Greci e a una buona parte del mondo, dopo aver fatto parte del movimento e avervi condotto una strisciante operazione di entrismo per accumolare consensi. Sono riusciti a sostituirsi al precedente governo di destra spacciandosi per i portavoce delle diverse istanze sociali. Hanno venduto speranze senza riuscire a soddisfarle ed è per questo che i loro elettori sono ora scontenti ed insoddisfatti. Incapace di qualsiasi processo di trasformazione reale, Syriza incarna una “gestione dal volto umano” del presente. Del resto, in un sistema di capitalismo avanzato, l’unica possibilità riservata è una migliore e più efficente gestione delle cose, funzionale al capitalismo stesso. La socialdemocrazia e le sue politiche, in Grecia come nel resto d’Europa e del mondo, non possono realizzare alcun cambiamento. Per poter finalmente trovare le soluzioni ai nostri problemi occorre partire dall’abolizione dello stato e del capitale.

QeO: Vi sembra possibile, in un futuro prossimo, che una nuova ondata insurrezionale travolga la Grecia? Che esploda nuovamente la rabbia sociale? Se dovesse accadere prenderebbe le forme di un nuovo ciclo di rivolte o piuttosto di un vero e proprio processo rivoluzionario? Come vi porreste voi a riguardo?

R:Se a causa della crisi scoppiasse una nuova insurrezione in grado di dare il via ad un processo rivoluzionario vero e proprio, si realizzerebbe finalmente ciò che tutti vorremmo. Ma purtroppo non ci sembra lo scenario più plausibile. Secondo noi, perchè si arrivi davvero ad un punto di non ritorno servirebbero un lavoro, un’organizzazione e delle capacità enormi tali da rendere un processo simile di portata europea. In chiave rivoluzionaria dovrebbe essere coinvolta l’Europa intera. È proprio in questo senso che Rouvikonas non è, e non vuole essere un gruppo chiuso. Il nostro desiderio non è quello di essere una squadra ma di diventare una tendenza. Esplicitando e comunicando sempre meglio le nostre idee e la nostra posizione politica, vogliamo creare delle occasioni per incontrare altre persone, creare dei varchi nel corpo sociale e far crescere i movimenti. Vogliamo diventare un grosso problema, molto più grande di quello che pensiamo di aver finora rappresentato per le autorità statali. Non ci interessa costituire un gruppo di 20-30 persone che pagheranno care le loro scelte politiche, ma vogliamo essere sempre di più e sempre più pericolosi. Promuoviamo e ci auspichiamo una radicalizzazione della società. Ed è sempre in questo senso che, secondo la nostra opinione, anche i gruppi armati dovrebbero considerarsi parti integranti del movimento. Ci rendiamo conto che sono molte le condizioni e difficili gli equilibri perchè si possa dare una simile armonia. Ciò presupporrebbe, innanzitutto, una certa sintonia ed una capacità di comunicazione tra i gruppi che optano per la lotta armata ed il movimento di massa. Inoltre, si dovrebbe saper prescindere da una logica di gerarchia delle pratiche, in cui avanguardie o gruppi armati assumono la leadership o comunque un ruolo predominante nel movimento. Inoltre, bisognerebbe essere in grado di compiere scelte equilibrate ed oculate nel leggere la realtà ed agire di conseguenza, affinchè certe azioni non pregiudichino il movimento intero nella sua complessità e molteplicità. *

QeO: Tra i diversi fenomeni che hanno riguardato la Grecia negli ultimi anni c’è anche l’ascesa di Alba Dorata…Secondo voi, quali sono le ragioni della sua forza e della sua popolarità? E qual’è la risposta del movimento a questo fenomeno?

R: L’ascesa di Alba Dorata si deve senz’altro alla crisi. Nel presente come in passato, in Grecia, come nel resto d’Europa ed in generale a livello globale, è la retorica fascista la prima a fare breccia in tempi di crisi…ed è per questo che anche un’organizzazione come Alba Dorata è riuscita ad accumolare forza e popolarità in poco tempo. Ma la verità è che Alba Dorata non nasce dal nulla. I fascisti in Grecia ci sono sempre stati. La guerra civile greca che, seppur non ufficialmente, possiamo affermare essere iniziata nel ’32, anno in cui vennero dichiarati fuorilegge i comunisti, ha assunto le fattezze di un vero e proprio colpo di stato solo nel 1936 e fino al 1940, e poi di nuovo nel 1967 fino al 1973. Si sono così susseguite due guerre civili, la prima dal 1944 al 1946 e poi fino al 1949, mentre la seconda dal 1967 al 1973 ma che ebbe la sua eco fino al 1981. Questo per noi significa che tutti i fascisti non sono scomparsi di colpo nel 1981, ma che hanno assunto altre forme per poi riapparire nuovamente per ciò che sono. Per esempio, in molti hanno militato tra le fila del partito della democrazia cristiana “Neo Democratia”. Secondo noi la risposta del movimento dovrebbe sapersi articolare su due piani, come in parte si è provato a fare. Se da un lato occorre creare basi antifasciste per difendere i territori, dall’altro bisogna sottrarre terreno ai fascisti e alla loro retorica agendo nelle lotte più incisive a livello sociale.

QeO: Rimanendo in tema, perchè secondo voi razzismo, populismo e fascismo sono fenomeni così dilaganti a livello globale? Cosa significa essere antifascisti oggi?

R: Sì, oggi in Europa, sfortunatamente, il nazionalismo, il populismo ed il fascismo sono in forte crescita, questo si deve da un lato alle politiche dell’Unione Europea ma dall’altro alla debolezza dei movimenti e alla loro incapacità di provvedere e di presentare un’alternativa realmente credibile e desiderabile. È per questo che oggi l’antifascismo militante, sebbene sia necessario, non basta più, come non basta definirsi tutti antifascisti… Essere antifascisti oggi significa saper proporre un’opzione all’altezza dei tempi. Per noi, il fascismo rappresenta una minaccia funzionale alla democrazia, al mantenimento della pace sociale e alla conservazione dello stato di cose presenti. Con l’evocazione del fantasma di un ritorno al regime fascista, si incutono timori e paure rendendo sopportabili e preferibili le politiche democratiche. Nonostante siano proprio i governi democratici ad imporre le peggiori politiche economiche di austerità, che producono povertà, fame e miseria o a produrre le legislazioni speciali anti-terrorismo più repressive ed autoritarie di sempre, lo spauracchio del ritorno al fascismo o al nazismo incute sempre quel timore funzionale al mantenimento dell’ordine democratico.

QeO: Sappiamo che sono in molti a chiedervi perché non avete deciso di formare un partito politico o perché non partecipate alle elezioni utilizzando le possibilità e gli strumenti che le istituzioni democratiche offrono. Cosa rispondete a riguardo?

R: A questa domanda rispondiamo che: ammesso che riuscissimo ad utilizzare questi mezzi senza esserne corrotti, e la storia dimostra quanto ciò sia impossibile, sarebbe l’utilizzo stesso di questi strumenti a condurci alla sconfitta. Sarebbero infatti gli stessi poteri economici e politici implicati nella logica elettorale e di governo ad annientare la nostra opzione etica. Perché è la nostra stessa idea di società a rifiutare queste forme di potere. È per questo che non partecipiamo a nessun processo elettorale. La libertà, l’autogestione ed il comunismo, perché è questo insieme che noi chiamiamo anarchia, li vogliamo qui e ora. Noi non siamo dei romantici e sappiamo che non si condenserà tutto in un unico momento rivoluzionario. L’anarchia deve esistere dopo la rivoluzione, ma deve esistere anche prima. Pensiamo che l’anarchia possa esistere in ogni dove e a partire da dove si è. In un gruppo, in un’assemblea di quartiere, in un collettivo e perfino nelle relazioni personali. Si possono far esistere le idee libertarie rivoluzionarie e renderle possibilità nel presente. È per questo che pensiamo che si possa chiedere a chiunque di rischiare così tanto per combattere con noi, per far esistere queste idee. Altrimenti ci si può rassegnare a questo stato, ad abitare i soli spazi o interstizi da questo concessi, ma allora perché discutere? Con chi?

In questo mondo, dopo secoli di sfruttamento e dominio, rendere evidente che un’altra maniera di vivere è possibile, è un inizio ma anche la fine.**

*http://www.hitandrun.gr/85487-2/

** Dichiarazione della loro identità politica http ://www.athens.indymedia.org/post1573616/

La Morte Nera. Per un antifascismo rivoluzionario.

In questo numero 8 di Qui e Ora ci limiteremo ad introdurre quello che sarà un approfondimento sui temi del fascismo e dell’antifascismo che ci proponiamo di sviluppare tramite un lavoro di inchiesta a partire dai prossimi numeri. Ci concentreremo sul fascismo, le sue forme contemporanee ed il suo rinnovato carattere globale, allo scopo di comprendere meglio uno dei fenomeni di cui oggi non sempre si riesce a percepire la portata e la complessità.
Questo lavoro, è bene precisarlo, non vuole avere uno scopo meramente conoscitivo e prende avvio dall’esigenza di ripensare l’antifascismo, partendo da una condivisa e diffusa sensazione di inefficacia e di impotenza che oggi vive chi si pone su di un terreno rivoluzionario in Italia davanti a questa situazione. Per farlo, discuteremo con compagne e compagni che in giro per il mondo stanno conducendo altre esperienze, che stanno lottando contro il fascismo con forme e pratiche differenti. Consapevoli che Il piano tattico non può mai essere uguale a se stesso e che ogni situazione ha le sue specificità e come tale non può essere semplicemente ripresa se decontestualizzata, o senza essere rielaborata localmente, cercheremo di trarre ispirazione da queste diverse esperienze, sia per approfondire la conoscenza del nemico e delle diverse sfumature che esso assume, sia per trarne ispirazione per costruire una nuova politica dell’antifascismo fatta di pratiche più efficaci e di un immaginario più potente di quello attualmente a nostra disposizione.
Partiamo da una tesi tanto semplice da dire quanto difficile da comprendere: Il fascismo è tornato ad essere una opzione praticabile nel presente. In Europa e nel mondo è forza d’opinione dilagante, è movimento e partito, è dentro e fuori i parlamenti, è parte integrante della democrazia, è nel nostro pensare e nel nostro agire. La capillare diffusione del fascismo, in tutte le sue declinazioni, è oggi un’evidenza a tal punto che è divenuto l’argomento preferito con cui riempire le pagine dei quotidiani ed i servizi televisivi dei migliori media mainstream “sinceramente democratici”. Non è un caso che l’antifascismo, di conseguenza, sia divenuto un simpatico brand da campagna elettorale agitato continuamente per invitare i cittadini a conservare l’esistente. È antifascista la Boldrini, è antifascista Pietro Grasso, è antifascista Bersani, è antifascista perfino Minniti. Potremmo perfino illuderci di poter finalmente gridare Siamo tutti antifascisti! senza dover immediatamente pensare a quanto la realtà sia distante dal nostro slogan. Certo, questo se intendessimo assumere la retorica sinistroide della difesa della democrazia e dei suoi valori incarnati nella ‘resistente’ costituzione del ’48. E se ancora concepissimo il fascismo come un qualcosa di incompatibile con l’ordine democratico, come rivoluzione contro la democrazia. Il fascismo, infatti, è sempre stato compatibile con il paradigma democratico, dalle democratiche elezioni nella Repubblica di Weimar a quelle dell’attuale presidente della Federal Republic of the United States of America, proprio per questo è sempre stata una possibilità aperta ed un’opzione praticabile. Perché, prima ancora di divenire un regime dittatoriale, il fascismo è un dispositivo che plasma le relazioni sociali ed i comportamenti di ciascuno. Per questo oggi il fascismo ritrova anche tutta la sua attualità se contestualizzato nel paradigma globale securitario. Le campagne mediatiche e politiche si concentrano tutte sull’allarme terrorismo, l’emergenza migranti e sulla necessità costante di misure anticrisi infondendo così angoscia, insicurezza e paure. Il fascismo, inteso come dispositivo comportamentale, si configura allora come risposta coerente al desiderio di sicurezza e controllo indotto dalle campagne di isteria governamentale. Diventa sempre più senso comune la paura contro il migrante e lo straniero che in tempi di crisi ruba il lavoro e sottrae case popolari, si organizzano ronde “spontanee” per sentirsi più sicuri nelle strade e per lo stesso motivo si pretende una militarizzazione dei quartieri. Tutto ciò per sentirsi meno emarginati, meno soli, meno poveri… Più sicuri insomma! Si vedono e si stanano ovunque gli stranieri come nemici pur condividendone la stessa miseria economica ed esistenziale, si aprono migliaia di micro-conflitti con chiunque per vincere paradossalmente proprio la solitudine e l’emarginazione. Ogni territorio è dilaniato da micro-fratture che si fanno sempre più violente fino a diventare una sorta di guerra civile a bassa intensità ed è per questo che NO! non solo non siamo tutti antifascisti, ma è in questa guerra che i fascisti combattano e vincono le loro battaglie. La forza delle organizzazioni fasciste oggi, da alba dorata a casapound, da jeunesse identitaire all’ alt-right americana, sta non solo nella loro forza elettorale o nel loro radicamento territoriale ma soprattutto nella loro capacità di basare le loro politiche sulle condizioni emotive della popolazione. Non è un caso che, in Italia ad esempio, difendano le famiglie italiane dagli sfratti, che propongano lo sgombero delle case popolari assegnate agli stranieri, che distribuiscano generi alimentari di prima necessità alle famiglie indigenti, purché italiane chiaramente, che abbiano mezzi materiali e l’addestramento necessario per agire in territori devastati da catastrofi naturali, che organizzino ronde anti-spaccio, laddove lo spaccio non sia gestito dagli italiani si intende, e che marcino in migliaia per la chiusura dei campi rom o dei centri di accoglienza o più in generale “contro il programma di sostituzione etnica”. Le organizzazioni fasciste a livello globale si pongono come soluzione alla crisi, alle paure, al bisogno di sicurezza e alla miseria del presente, ed è per questo che sono un’opzione non solo attuale e praticabile ma anche apparentemente desiderabile. Su questo punto è però utile essere molto chiari: la contesa tra sinistra e fascisti, adesso in Italia come già avvenuto un po’ ovunque nel mondo, non è basata su di una divisione tra pro-sistema e anti-sistema, ma è una battaglia per chi deve essere a capo della controrivoluzione. È per questo che non ci si meraviglia delle somiglianze tra le ordinanze anti-migranti del PD in Italia o dei socialisti in Francia con una certa pruderie esplicitamente razzista dei fascisti. È per questo che ora in Italia per la sinistra i fascisti sono diventati un problema, mentre negli scorsi anni gli ha fatto comodo tollerare le loro schifezze. È per questo infine che, per i rivoluzionari, la battaglia contro gli uni non può essere disgiunta da quella contro gli altri.
C’è da dire che la capacità organizzativa dei gruppi fascisti prende forza, come già avvenuto in passato, anche a causa del loro puntare su di una dimensione direttamente esistenziale. Essi propongono non solo un immaginario potente e degli slogan vincenti su questo piano, ma uno stile di vita che permea ogni aspetto della quotidianità dei loro militanti. Hanno le loro sedi per dibattiti ed azioni politiche, i loro bar e ristoranti dove lavorare e divertirsi, le loro associazioni benefiche in cui fare volontariato per lavarsi la coscienza, le loro palestre e federazioni sportive in cui allenarsi e diventare più sicuri, le loro liste elettorali in cui candidarsi, i loro negozi e brand di abbigliamento in cui vestirsi per riconoscersi e appartenere, le loro squadre di calcio da tifare e i loro gruppi musicali da ascoltare, i loro giornali da leggere e le loro radio da seguire. Un’organizzazione fascista oggi ti offre l’opportunità di fare un’esperienza di vita a 360 gradi, ti offre un’opzione etica, una forma di vita, quella fascista appunto. È questa la vera questione centrale del presente! Oggi più che mai per vincere la miseria del quotidiano si aderisce con entusiasmo a qualcosa che possa cambiarci l’esistenza, si cerca un’idea in cui credere, uno scopo da realizzare, un contesto a cui legarsi ed appartenere, insomma una vita da vivere. Noi, come antifascisti, non abbiamo un’opzione altrettanto forte da proporre, alle volte non abbiamo neanche un discorso politico all’altezza dei tempi da esprimere, né un immaginario potente da evocare né una forza reale da opporre. Nella nostra frammentarietà diffusa, invece di assumere positivamente questo dato di fatto, abbiamo lasciato andare qualsiasi cura tanto per le capacità organizzative che per le nostre forme di vita. Riproponiamo troppo spesso pratiche uguali a loro stesse anche quando già si sono dimostrate inefficaci, senza riuscire a compiere alcuno sforzo di immaginazione che sappia sorprendere non solo il nemico ma anche noi stessi.
Pare si sia infranto anche il nostro sogno del frontismo antifascista unitario. Quell’idea secondo cui, malgrado la frammentazione, si accorreva in blocco contro i fascisti pur in assenza di una qualunque strategia comune. Abbiamo finalmente compreso che agendo solo per reazione all’ennesima emergenza arriviamo comunque troppo tardi, ognuno con la sua idea di antifascismo, nella totale incapacità di capirsi, di coordinarsi, di ascoltarsi e di conseguenza di prendere le giuste decisioni in tempi brevi. Dopo aver subìto contemporaneamente fascisti, polizia e pompieri possiamo definitivamente dire che la bolla del frontismo antifascista è scoppiata. L’unità, in qualunque forma si presenti, democratica di sinistra o democratica e fascista, è sempre un tema controrivoluzionario.
È in questa fase di crisi della militanza in generale, e di quella antifascista in particolare, che avvertiamo la necessità di iniziare un lavoro di inchiesta che ci possa portare a compiere una riflessione su cosa significhi l’antifascismo oggi. Un’inchiesta globale che riesca ad attualizzare l’essere antifascisti, che ci porti a superare una concezione dell’antifascismo che vive nella migliore delle ipotesi della sola reattività all’emergenza dell’intervento fascista, nel mito della Resistenza e dei soliti slogan degli anni ’70. Un’inchiesta che al tempo stesso ci faccia conoscere le forme che il fascismo oggi assume nei vari frammenti del mondo, perché solo se si conosce approfonditamente il nemico lo si può combattere efficacemente. Proprio per questo ci interessa discutere di questi temi con coloro che lottano contro il fascismo in Grecia, in Spagna, in Francia, negli Stati Uniti, in Germania e ovunque nel mondo siano agiti un discorso ed una pratica antifascista che non si riducano alle sole forme vertenziali, per quanto a volte necessarie, di un antifascismo militante a progetto, ma che sappiano inserirsi in una più complessiva lotta contro il presente. Come le lotte degli ultimi anni in Grecia, in Spagna, in Francia e negli Stati Uniti hanno dimostrato, l’antidoto più efficace contro il fascismo è la presenza di movimenti forti e conflittuali: alla polizia e ai fascisti nelle strade si risponde solo con i rivoluzionari nelle strade.