Amicizia politica, coesistenza, alleanze

di Valérie Gérard

 

 

È un momento, questo che stiamo vivendo, in cui si è forzatamente portati a interrogarsi sui “legami”,  possibili e impossibili, auspicabili o respingenti. A tal proposito pubblichiamo la traduzione di alcune pagine da un recente libro, molto singolare oltre che bello, di una filosofa francese, Valérie Gérard, che si interroga politicamente, a partire da un punto di vista situato nel femminismo – Carla Lonzi è tra le sue autrici di riferimento –  sulle maniere di legarsi (e di slegarsi) e il cui titolo infatti suona Par affinités. Amitié politique et coesistence, éditions MF – Collection Inventions, Paris 2019.

Pensare le affinità e le prese di partito conduce a riconsiderare il rapporto tra amicizia e politica e a precisare, quindi, il rapporto che si ha con amici e amiche e nemici e nemiche politici, così come il pensare il rapporto tra amicizie e alleanze politiche.

Contrariamente all’alleanza, l’amicizia non è puramente strumentale, non è subordinata a un fine (sbarazzarsi di un nemico comune, prendere il potere…), non è volta verso un nemico bensì verso una condivisione del mondo. Essa impegna un’altra concezione dell’azione e un altro rapporto alla temporalità. Quello che accade nella relazione, al presente, è quello che davvero conta, almeno altrettanto degli eventuali fini perseguiti in comune. E i legami che si costituiscono sono desiderati per se stessi, non sono il risultato della determinazione di uno stesso nemico.

La relazione amicale, ambivalente, permette anche di pensare il doppio movimento politico di presa in carico della coesistenza e, pertanto, della moltiplicazione dei legami da un lato, e dell’altro quello della scelta della maniera di vivere. In effetti, l’amicizia è creata da un legame che è al di là delle frontiere del sangue, degli interessi, delle credenze, etc.; l’amicizia, contrariamente alla compassione e alla fraternità, è selettiva, discrimina, non si è amici con chiunque (mentre si può avere compassione per chiunque, compreso per quelli e quelle che fanno il male; si soffre per l’essere umano in quanto essere sensibile; si fraternizza con l’essere umano in quanto tale).

In ogni caso essa moltiplica i legami e così crea un mondo condiviso, in cui costituisce una alleanza elettiva nella lotta per una forma del mondo e contro un’altra forma del mondo, l’amicizia politica è infatti volta verso il mondo.

A me sembra che tener presente il mondo nel quale (o contro il quale) i rapporti amicali si istaurano può dare un appiglio per evitare di cadere in qualche trappola, quando si tratta di alleanze. L’amicizia politica è infatti più attenta alla coesistenza, anche nella presa di partito, che non le alleanze.

In effetti per rifiutare il mondo così com’è, bisogna riconoscerne la struttura: il senso politico è anche un senso della congiuntura e dei rapporti di forza. È quello che dimenticano a volte le pretese di alleare delle lotte per costruire una loro eventuale “convergenza”.

Una delle trappole principali, a me pare, è quella dell’identificazione (per altro vittimaria). Altrimenti detto, non è perché si ha lo stesso nemico, o che si subisce lo stesso dominio, che si è automaticamente alleati e ancora meno amici e amiche, o che è possibile fare qualcosa insieme a partire da una semplice identità di posizione nella congiuntura. L’amicizia si distingue dalla compassione e dalle alleanze vittimarie per il fatto che essa suggerisce la gioia d’essere insieme, di conversare all’infinito, di condividere il mondo. Essa non si fonda nel contro. Si fonda nel piacere della frequentazione, attraverso le affinità, o in seguito a una comunità di vita che è stata vissuta bene.

Ora, può essere qualcosa di invitante unirsi tra vittime e pensare che questo sia sufficiente o identificarsi con le vittime per distinguersi dai dominanti. Hanna Arendt critica questo tipo di posizione, nella quale essa vi vede un acosmismo, cioè un’ignoranza, se non un disprezzo, dello stato del mondo. Se vi è qualcosa da conoscere per orientarsi, non è la verità della buona organizzazione politica, ma lo stato dei rapporti di forza in presenza. Si tratta di conoscere non dei principi che potrebbero permettere di prescrivere qualsiasi cosa ma dei fatti (sociologici, storici). Senza una simile conoscenza, non può esistere alcun ancoraggio nella realtà del mondo umano. È sotto questo rapporto che Arendt critica la fraternità, nella quale vede il legame forte e caloroso d’identificazione che salda i “paria”. Aggiunge che quelli e quelle che non appartengono alla comunità dei paria e il cui posto oggettivo è piuttosto dal lato del dominio, ma che hanno “vergogna del mondo così com’è”, vorrebbero prendere parte a questo legame, fraternizzare con i paria, pretendendo così di identificarsi con loro, cosa che significherebbe negare “una differente posizione nel mondo” che “fa pesare su di loro una responsabilità verso il mondo”. Lei non vuol dire che quelle e quelli che non sono perseguitati sono tutti e tutte responsabili del dominio, ma quello di cui bisogna rispondere è un mondo, con le sue divisioni, le sue linee di forza e nel quale si può agire, e raggiungere i paria, per esempio, solo a partire dalla propria posizione. Quelle e quelli che non sono discriminati devono riconoscere la loro posizione privilegiata. “Né la compassione, né la condivisione della sofferenza, sono sufficienti” – suggerisce Hanna Arendt – per “guadagnare una qualche distanza di fronte a noi stessi e dalla maniera moderna di sentire”. Io direi che questo vuol dire passare da una maniera morale a una maniera politica di sentire, o di pensare nei termini di rapporto e non di identificazione.

Per altro, se il riferimento all’amicizia conduce a pensare l’estensione dei legami, la questione deve riguardare anche quelli e quelle che li rifiutano. L’attenersi all’affermazione dell’apertura, o il prendere partito per la coesistenza poiché è la sola opzione non discriminante, rischia di dimenticare la realtà degli antagonismi. La maniera in cui Judith Butler, ad esempio, difende la coabitazione non scelta, in L’alleanza dei corpi, tende così a volte a ignorare quelle e quelli che la rifiutano. Che vogliano o meno, devono comunque stare con noi, dice in sostanza a proposito dei bianchi razzisti una militante nera che lei cita, la quale, nonostante scorga il pericolo, riconosce soprattutto una possibilità di coesistenza – ma i razzisti possono disporre di mezzi brutali che gli permettono di ignorarla e non essere insieme agli altri. (La civiltà catara, che Simone Weil ammira per la sua ricchezza spirituale, la sua tolleranza e il suo rifiuto della violenza e del potere, scomparve quando i suoi membri si sono lasciati sterminare senza battersi).

La coesistenza libera ed egualitaria può essere impedita. Una figura del nemico appare in quel momento, non il nemico diretto, al quale ci si oppone e contro il quale ci si allea, in opposizione al quale e in rapporto al quale si cerca di legarsi, ma quello che, ostacolando i legami che si sta cercando di costruire, deve essere comunque considerato come un nemico: quello che produce, se non dell’inimicizia, quanto meno dell’inamicalità. Dei legami infatti esisterebbero senza questo nemico che li impedisce (si legga il racconto che fa Silvia Federici [ Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria ] della maniera in cui i legami tra le donne e gli uomini delle classi popolari sono stati scientemente distrutti al momento dell’accumulazione primitiva, quando lo schiavismo e la messa in opera del razzismo hanno separato, nelle colonie, le donne bianche e le donne nere). Se contro un simile nemico quelle e quelli che, senza di lui, avrebbero potuto essere o furono  legati e legate, allora l’alleanza è più di una semplice alleanza. Essa non è solamente di circostanza, né puramente strumentale. Non è solamente il prodotto dell’esistenza fortuita di uno stesso nemico. Quanto al nemico, esso non precede l’alleanza, ma appare come nemico nel momento in cui ostacola la moltiplicazione e la selezione dei legami.

È per questa ragione che, in tutta una tradizione, l’amicizia è opposta al dominio e vista come legame e valore sovversivo.

Essere qui

 Su Enzo Names, Nicolò Molinari, On est là — Siamo qua. Gilets jaunes: il movimento tenace della Francia invisibile, 2019.[1]

di Vultlarp

Chi legge Qui e Ora sa quanto abbiamo vissuto, letto e scritto del momento giallo. Tanto che, come per riflesso, ci sembra quasi insulso tornare a emozionarci per gli Champs Élysées di nuovo in fiamme – quando la paura cambia di campo – ad accorrere dove sbocciano le rose (la Maison du Peuple!) o a contarci, tornati a casa, testimoni spettrali delle macellerie di granate e di arresti. Evidenze che questo mondo non può più nascondere né reprimere, tracce di un altro mondo che non tutti percepiscono ancora.

Perché insulso? Bè, per un riflesso che ci porta a dubitare della spinta inerziale verso l’identità, la cerimonia, la ricorrenza. Anche questo significa destituire: il “purché non sia d’intralcio” pronunciato sulla prima pietra. Se un anno fa pochi scorgevano la potenza di quanto era vivo e ancora non accadeva (e non si fidavano), ora il fatto di accadere lo potrebbe far sembrare come meno vivo. Modulazioni diverse della stessa titubanza.

È vero invece che «i Gilet Gialli hanno posto a livello generale, quantomeno europeo, una “taglia” del conflitto sotto la quale nessun movimento [o momento] di massa reale può andare, pena la sua radicale irrilevanza». È questo, ciò che resta: durature testimonianze non già del mondo nuovo da proteggere, ma da un modo nuovo di abitare il mondo all’ora della sua fine – oltre la sua fine. Dubitare dunque due volte, e tradire ancora la ritrosia con una nuova spinta, questa volta gioiosa, carica di adrenalina e lacrime e volti e parole che girano intorno a una sola grande espressione: «qui noi stiamo bene».

“La proposta è quella di una analisi “di pancia”, che non ha la pretesa dell’esaustività né di una teoria politica della ricomposizione antagonista. Il nostro è uno sguardo soggettivo che prova rispondere a delle semplici domande sul movimento: chi sono? Come organizzano le loro lotte? Cosa vogliono? Si tratta di note, che a qualche mese di distanza dalle incendiarie giornate d’inverno, vogliono alimentare la riflessione sui gilet gialli, non per proporre modelli da seguire, ma per diffondere degli spunti per un confronto con chi vive nell’urgenza delle lotte sociali.”

Ecco cosa fanno queste Note d’Oltralpe di Enzo Names e Nicolò Molinari, apparse quali dono per i Gilets Jaunes nel giorno del loro compleanno, il 17 novembre scorso: riportano noi lì o, meglio, da noi il particolare qui che in un modo o nell’altro tutti abbiamo vissuto – perché pure chi non ha respirato quell’aria gravida di zolfo e di vita serba il ricordo di quella felicità. Ed è un regalo che appare come ciò che non chiedeva nemmeno più – ovvero il loro ritorno, il giorno prima, per le strade di Francia –, tanto grande è la costel-lezione che in quella potenza si ingenera. Un testo che abita pienamente il proprio luogo – non solo fisico, tra quelli apparsi dopo la prima deflagrazione (In girum, Une juste colère), ma anche in quel preciso scarto che separa il momento dalla singolarità.

Viene da chiedersi se chi scrive debba davvero raccontare, dopo, la storia di ciò che è accaduto, o se testimoniare invece delle lacerazioni in un tempo dato per disperso – il primo col rischio della mistificazione, il secondo con quello dell’oblio. Il racconto perfetto ha la trasparenza del cristallo, è vero, ma anche la sua consistenza; quello lacerato dimora invisibile al presente, come occasione mancata da riscattare, e dal passato muoverà un giorno verso quel fine. Eppure, entrambi pongono la questione del potere: se non altro, perché entrambi si pongono come storiografie. Ed entrambi pongono la questione delle forme, se non altro perché storicamente determinati.

 

C’è un terzo modo. Ed è qui che il testo acquisisce il suo autentico valore: nella scrittura che qui, ora – e scrivendo di questo qui e ora – prefigura stati di cose possibili. Un oltre. On est là è l’espressione di una gioia collettiva sotto le (utilissime) mentite spoglie di una mise en place (o mise au point) del momento giallo, in cui la narrazione storiografica è sempre filtrata dagli appunti esperienziali, a riprova di quanto sempre vive entro ciò che accade. Stratificazioni di lettura che offrono tanto agli “ingialliti” quanto ai nuovi arrivati un punto di accesso all’evento: evento che non ha, alla lettera, alcuna storia da rivendicare come verità, se non la testimonianza delle forme-di-vita che entro di esso sbocciano.

Ne scaturisce un’analisi che non vede nei gilet gialli un corpo da vivisezionare e comprendere quale obiectum di una filosofia oggettiva, da sacrificare all’altare di un’idea di rivoluzione che si avvicina pericolosamente al raziocinio autodispiegantesi dello spirito; bensì un modo diverso di stare al mondo, di rompere l’isolamento, di stringere legami. Un modo che non è sostanza. Che non è d’intralcio.

Così anche la cronistoria, posta in appendice ad uso dei “non-aventi-esperienza” della materia, sembra sempre lì a suggerire un prosieguo, un altro giro, un altro ancora; e, assieme, a testimoniare (questo conta: testimoniare) delle opere e dei giorni, di ogni nuovo incontro, valzer innamorato che lascia di sé traccia su muri e giardini e grotte, e boulevard e menti e cuori. Ecco la fine dell’imperativo, la fine del sacrificio duro eppure da compiere.

È forse questa la postura più genuina da cui prendere parola oggi, con la voce di chi, a starci dentro, gli si è allagato il cuore. Ed è nell’apertura di una percezione, entro questa modalità dell’esperienza, che i Gilet Jaunes sono molto di più e molto di meno di se stessi. Ora più che mai dobbiamo riappropriarci dei nostri sentimenti, abbandonare i toni arcigni plasmati su due occhi celesti di ghiaccio a immagine e somiglianza di un ghigno. Smettere di parlare a un noi e parlare di noi. Esserlo, noi. Essere qui.

Leggete On est là e innamoratevi.

[1] Download su onestlagiletgiallihome.wordpress.com. Per contatti per critiche, commenti o presentazioni: on-est-la_gilet-gialli@riseup.net.