Frammenti del taccuino di un poeta

Joe Bousquet è stato un grande poeta e anche un grande moralista. Ferito durante la Prima guerra mondiale restò paralizzato per il resto della sua vita, che passò nella sua stanza con le finestre sempre chiuse. Qui di seguito sono tradotte alcune delle massime contenute nel suo Note-Book.

da Joe Bousquet, Note-Book suivi D’une autre vie, Rougierie, Mortemart 1982

Traduzione di mar.ta.

La poesia è l’istante tra gli istanti.

È nell’incontro intelligente di oggetti che appare l’istante tra gli istanti.

L’uomo è l’ospite di quello che è.

Tu non sei il padrone, tu sei lo schiavo di quello che sei.

Il bene e il male concorrono all’esistenza delle cose. Il luogo in cui sono strettamente associati nella manifestazione è il mondo; e sarebbe il mondo dell’amore se l’amore non fosse l’amore dell’odio. Colui che fa regnare la purezza, nel bene, come nel male, lavora alla liberazione dell’essere.

Il mio io è in un mondo e il mio essere in un altro, io non sono che il testimone di quello che agisce dentro di me.

Bisogna enunciare la verità senza svegliare la ragione.

L’uomo deve dire la verità senza essere sentito dalla verità.

Dimenticare l’uomo è il solo mezzo di afferrare l’umano. Distruggi pazientemente quello che gli anni hanno aggiunto al tuo io. Tutto quello che sei mettilo al servizio della tendenza che più ignora te stesso.

Quello che fa la grandezza della verità è la facoltà di credervi. Questo è sicuro. Quello che fa l’importanza della verità è che non vi sia nulla che impedisca di credervi. Pronunciare le proprie parole con la bocca di un altro. Amo la mia vita perché potrebbe essere altra.

Scrivere significa innanzitutto avere il senso degli altri. Non si scrive per apparire agli uomini, ma per far apparire in essi il loro pensiero.

È necessario che un uomo sia tutti gli uomini perché il particolare sia in lui la fonte dell’universale. Non credete alla grandezza d’animo di colui che non può essere cambiato da un’amicizia.

Esiste una verità della verità. Quella il cui contenuto è la forma concreta della sua definizione. E la definizione della verità che essa contiene. Vi sono differenze soggettive solo tra le cose percepite nel mondo esteriore.

Che ogni presenza sia per te un’occasione per conoscerti interamente. Poiché non vi è altra maniera per prepararsi a riconoscere.

Bisogna sostituire alla logica della percezione una fisica della percezione.

Quando una filosofia è venuta meno, è il momento di esaminare nuovamente le dottrine che aveva condannato.

Se sei profondo, introduci nei tuoi scritti l’imitazione della profondità.

Quando siamo afferrati da un’idea più di quanto noi l’afferriamo.

Bisogna donare qualcosa che non si ha a qualcuno di cui non si conosce l’esistenza.

La felicità è una prova.

All’affermazione che un’opera è un’opera rispondiamo che lo è solo accessoriamente.

Lo stato di creazione è più importante dell’opera stessa.

Conciliare le esigenze della vita mistica con quelle dell’azione.

Scacciare l’infamia che si lega all’atto di possedere.

La vita non si lascia guardare in faccia.

Costruisci il tuo essere come se forgiassi uno strumento per comprendere il tuo tempo.

La sensibilità inventa un mondo per fuggire la monotonia del creato.

Lo stile di un autore esiste per far valere quelle qualità che non deve al suo stile.

L’uomo è così corrotto che di una gioia che tarda a essergli data ne fa un dolore.

Il pensiero è la visione spirituale di un’azione.

Il ricordo è il tuo oppio. Inebriati della vita.

Un poeta è un attore che improvvisa il suo ruolo invece di impararlo.

La poesia è di tutti perché non conosce nessuno.

La poesia è cieca: essa cerca il poeta.

Vi sono verità poetiche che il pensiero non raggiunge che a forza di immaginare dei fatti.

Ho visto un uomo che era diventato povero per aver perduto il proprio tempo a sognare che non lo era più. Non l’amare il denaro, ma amare quel sogno lo aveva reso miserabile.

Uno scrittore è un uomo naturalmente eloquente che riesce inoltre a fissare le inflessioni della propria voce nelle sfumature dello stile.

Scrivere significa rendere alla vita quello che è, elevandola al poco che sono.

Un evento non è la vita di questo evento; ma la vita delle cose affettate da questo evento.

Un uomo si eleva solo attraverso i suoi difetti. A forza di conoscerli, attraverso una vigilanza che li rende inoffensivi. Sfruttandoli nella persona di coloro in cui li vede regnare. Oppure procurandosi, per elevarsi, delle nuove qualità con le tendenze virtuose di cui essi erano la corruzione.

Sia la poesia ciò che ti spezza.

La coscienza è il sonno dell’essere: essa dissimula all’uomo che la sua situazione è disperata.

L’uomo non ha che un mezzo per non essere un oggetto ed è sapere quale oggetto sia.

L’artista si forma volendo quello che esige la poesia.

Conosci te stesso in ciò che ritorna come tua possibilità dopo essere stata la tua azione: l’opera perduta, l’esempio ignorato, l’amore trascurato…

«Il rivoluzionario è sempre stato un viandante»

di Marcello Tarì

Su Fragmenter le monde di Josep Rafanell i Orra (éd. Divergences, Paris 2018)

Questo articolo è apparso, in francese, su Lundi Matin del 29 gennaio 2018

Questo di Josep Rafanell i Orra è un libro di avventure, un portolano, un invito a gettare via il superfluo ed a mettersi in viaggio, uno per il quale non importa tanto la meta finale quanto ciò che accade durante il cammino. Ma se è vero che l’origine è la meta, allora, che si percorrano mari, terre, cieli, autostrade o carceri, la riuscita si giocherà sempre all’incrocio di quell’itinerario che saremo capaci di fare dentro noi stessi con quello compiuto con Altri: una fuga in me stesso e le armi che raccoglierò nella fuga non saranno altro che gli incontri felici che farò in una vita.

Il contrario di una situazione rivoluzionaria è quando tutto viene considerato «già fatto» e il tempo come «compiuto», cioè quando non c’è più passato e non c’è più divenire e quindi non si vedono più vie d’uscita dal presente dominante.

In altri termini, potremmo dire anche: quando non c’è più mistero. Non c’è più mistero come gesto che salva e non c’è più mistero come linguaggio «imaginale».

Ma se, come ci invita a fare Josep Rafanell i Orra, pensiamo al mondo come un insieme di mondi, o meglio, al mondo in frantumi, allora questo mondo e questo stesso presente prendono la forma di un labirinto dentro il quale errare tra i frammenti è la principale attività del rivoluzionario, il movimento proprio della sua misteriosa praxis.

Come sappiamo dalla notte dei tempi, l’origine del labirinto ne è allo stesso tempo il centro e l’uscita. Il suo scioglimento, che è verticale, può essere raggiunto solamente affidandosi orizzontalmente ad una deriva irta di incontri, tanto pericolosi che salvifici.

Il rivoluzionario erra perché deve battere molte strade, per la maggior parte ignote, ma anche perché è una creatura che assume su di sé il rischio di sbagliare, di fallire, poiché sa che in quella possibilità, contenuta nella duplice significazione dell’errare, consiste la vera libertà: la sua e quella del suo mondo. La libertà dell’esperienza è possibile solamente a questo prezzo, anche se di questi tempi è più facile ci si faccia una polizza assicurativa che ci si arrischi nel labirinto, cioè in quel mondo «diffratto», per usare un termine caro a Rafanell i Orra, nel quale ci si avventura al solo scopo di perdersi.

È uno dei motivi del perché i rivoluzionari sono sempre una minoranza della minoranza, come si intende bene nelle parole della prefazione a Fragmenter le monde, quando il buon Moses ci dice che ogni divenire rivoluzionario comincia con lo sputare sulla totalità esteriore, sull’universalità, sul Tutto, che è sempre quello del comando, assumendo fino in fondo la propria parzialità, facendo il possibile perché questa si diffonda, ma non aspettando mai che tutti condividano la medesima percezione, lo stesso punto di vista, o «punto di vita» come viene detto nel libro. Fu già l’urlo dell’operaismo degli anni ‘60, cioè di quella prima corrente italiana del pensiero negativo che intraprese un conflitto politico sostenendo che solo assumendo radicalmente il punto di vista di parte, della mia parte, posso distruggere la totalità nemica: Marx + Nietzsche = dieci anni di insurrezione.

Ma l’errare, l’essere in itinere, ci ricorda Rafanell i Orra, è importante anche perché: «Al contrario dei tragitti in uno spazio che ci lasciano intatti, le deambulazioni tra dei luoghi trasformano coloro che vi si avventurano». Senza trasformazione di sé, senza porre a rischio la propria esistenza a contatto col mondo, non solo non esiste alcuna esperienza rivoluzionaria, ma non esiste alcuna esperienza in assoluto.

Questa inclinazione a trasformarsi, la capacità di metamorfosi del rivoluzionario, viene proprio dal fatto che egli, per essere tale e non solo un avventuriero, impara dalle sconfitte, le pone in una dimensione strategica e il suo più grande talento, infatti, è quello di fare in modo che nel suo errare non vi siano due sconfitte uguali, ognuna viene resa singolare e finita. Ma è proprio in questo che si rivela la sua forza: la coscienza della potenza dimora esattamente lì dove non è questione di volontà, di onore e di gloria ma dove sperimentiamo la nostra debolezza, la nostra finitezza, la nostra comicità persino. Solamente chi è disposto a questo, riesce a passare attraverso gli ostacoli senza che la potenza ne risulti indebolita: al contrario, ogni volta ne viene accresciuta. La virtù del rivoluzionario riposa nella sua perseveranza.

L’errare nello spazio e nel tempo, nel corpo e nello spirito, è ciò che ci consegna alla prima esperienza della frammentazione: poiché al mondo non esistono e non esisteranno mai né due corpi né due luoghi né due tempi né due anime che siano uguali. Lo splendore del mondo è nelle sue discontinuità.

Difatti, nonostante la forsennata finzione alla quale il capitalismo cerca di costringerci – collettivi di uguali ovunque, un tempo nella fabbrica e oggi nei Mac Do, negli aeroporti, nei palazzi, nelle start-up, negli ospedali, nelle aule scolastiche e, ovviamente, in Internet – basta poco per infrangerla: una bella martellata su di un vetro, una ragazza che inizia inopinatamente a cantare, un bambino che con le dita disegna nell’aria i segni della ribellione, un attacco hacker di precisione, sono gesti sufficienti a far andare in frammenti ogni somiglianza. D’altra parte, lo diceva già il vecchio Lévi-Strauss che sono solo le differenze a somigliarsi. Ma non di differenze che rimandino ad una identità si tratta, ma di frammenti, ciascuno perfetto esattamente nella sua non-identità a sé. Proprio come perfetta è ogni forma-di-vita. Poiché ogni frammento ha potenza di apparire come forma.

Dio non è morto: è andato anche lui in frantumi. Il cosiddetto fondamentalismo non è che la rabbiosa reazione a questa verità, mentre il presunto politeismo dei postmoderni si deve a una ingannevole percezione dello stato del mondo. Dove vi sono frammenti, vedono solo confusione.

I rivoluzionari sono perciò degli instancabili sperimentatori di forme. Ma, trattandosi di forme prive di un telos esterno, è sempre della disponibilità a un viaggio interiore quello di cui si tratta, per breve o lunga sia la distanza percorsa, o che avvenga nell’immobilità. Un viaggio attraverso i propri frammenti e che si ripete, diacronicamente e sincronicamente, da un’interiorità a un’altra interiorità, e non solo di umane fattezze: oggetti, piante, paesaggi, spiriti che affollano le contrade. E voci senza soggetto, come ci racconta Josep. Scoprendo ogni volta che ciascun frammento è in cerca della sua propria totalità, del suo proprio mondo.

Questi mondi entrano in un divenire rivoluzionario non solo per il fatto di essere eterogenei a quello dominante, ma poiché anch’essi trovano il loro possibile nella non-identità a sé. Che la perfezione sia nel frammento e non nel Tutto, infatti, è una di quelle verità che fanno tremare i polsi ai tenutari della Legge. Non la confusione dei frammenti, ma il loro entrare in risonanza in quanto tali è l’ora della destituzione.

Come fare? Uno dei mezzi avventurosi di cui ci parla questo libro è l’inchiesta, «une politique de l’enquête» attraverso cui costruire amicizie, localmente, da singolarità a singolarità, per abitare ed errare insieme in questo luogo che è nel mezzo, nelle fenditure tra frammento e frammento. Una politica dell’inchiesta è dunque una politica dell’incontro, ci viene detto, ed è strano pensare a quanto fosse stata importante nella genealogia dell’autonomia italiana la presenza di un nuovo modello di inchiesta operaia, la conricerca cioè, una politica dell’inchiesta che il suo “inventore”, tra gli anni ‘50 e ‘60, parliamo di Romano Alquati naturalmente, racconta che fu veramente usata in modo massiccio solo negli anni ‘70. Questo spiega molte cose, a mio avviso.

In una frase come questa: «L’inchiesta è forzatamente un affare collettivo. Il ritorno d’esperienza al quale è condotto colui che fa l’inchiesta, la trasmissione, impegna delle comunità che si trasformano riorientando le situazioni che abitano (…) Essa è l’attualizzazione dei divenire contenuti nelle situazioni del presente», risuona la parola divertita di Alquati quando disse, riferendosi alla violenta rivolta di Piazza Statuto del 1962 che diede avvio all’insurrezione italiana: «noi non ce l’aspettavamo, ma l’abbiamo organizzata». Eccolo il mistero dei rivoluzionari.

Un’altra dichiarazione di metodo – da intendersi sempre nel suo significato etimologico, di riflessione dopo un cammino – di Rafanell i Orra è che «non c’è un mondo comune, ma solamente delle forme di comunizzazione». Non solo non esiste un mondo comune in quanto astratta totalità globale, ma non esiste nemmeno il comune. Non c’è né come volontà di un nuovo arché, come pretendono i nuovi sociologi del vecchio gauchisme, né, come vorrebbero i postoperaisti, è qualcosa di sinteticamente identificabile nel presente modo di produzione, per cui si tratterebbe giusto di cambiare gestore per instaurare il comunismo. Si tratta in entrambi i casi di una cattiva metafisica che non può che produrre una cattiva politica. Se è possibile fare una Rivoluzione tramite un colpo di Stato, il comunismo è davvero su di un altro piano di realtà. Persino Lenin ne era consapevole.

Se ciò che esiste sono solo le forme di comunizzazione, ovvero il movimento che destituisce lo stato di cose presenti, allora invece che ad una Rivoluzione una – la quale è tra i principi da destituire – dobbiamo pensare a una molteplicità selvaggia di mondi-frammento che entrano in un divenire rivoluzionario che condividano la stessa nostra irrequietezza nell’errare senza fine. Come si dice più volte in questo testo, non c’è una guerra sociale o una guerra di classe, ma una guerra tra ambienti che, superata una certa soglia d’intensità, diviene guerra tra mondi – e nei mondi, potremmo aggiungere – e la sola possibilità di spuntarla, per i rivoluzionari, è infatti rifiutare la loro unificazione o, come scrive Rafanell i Orra, rinunciare al Grande Altro. Il grido di battaglia che il Comitato Invisibile lanciò qualche anno fa, «Fare delle comuni, ovunque!», credo andasse in questo senso e che non volesse essere un appello a trovarsi dei “collocatari” tra i disperati della metropoli.

«Infine bisogna osare alterare l’umanità del militante politico», ci viene ancora detto. È stato tentato già altre volte, ma se questa alterazione viene intesa in senso piattamente umanistico o anche antiumanistico il risultato sarà sempre lo stesso, ovvero la Rivoluzione come ineguagliabile macchina di produzione di nemici, di nemici interni soprattutto. L’amicizia, la fraternità, la sorellanza, l’amore come potente dinamica non umana – o superumana se vogliamo dirla con Nietzsche, ma è la stessa cosa – della loro organizzazione, è il rimosso di tutte le Rivoluzioni. La vera alterazione procede solamente da questo affetto, ed è per questo che a Marx e Nietzsche dovremmo aggiungere qualche altro personaggio, come ad esempio: il Giordano Bruno del De vinculis in genere, lo spietato amore di Joe Bousquet o l’erotica insurrezionale di Giorgio Cesarano, giusto per restare in Occidente. La cura dei legami, ci dice Rafanell i Orra, di quelle intensità attraverso le quali i frammenti si legano e comunicano tra loro e divengono così sempre più potenti, è la chiave di ogni divenire rivoluzionario. Ma è una chiave inoperosa: non esiste alcuna porta da aprire, nessuna cassaforte da scassinare, nessuna Legge da rispettare o da tradire. Finire di credere nel loro essere, mandare in frantumi la credenza nell’architettura metafisica di questo mondo, è il primo esercizio spirituale dell’Introduzione ad una vita rivoluzionaria. La sua scrittura, discontinua ed errante, è la chiave. Questo di Josep Rafanell i Orra ne è un frammento.

Riflessioni per squarciare un vuoto (seconda parte)

di postaZ (Feltre)

A fine settembre, scrivevamo la prima parte delle Riflessioni per squarciare un vuoto. Ora che Fabio è stato scarcerato, ritorniamo su quelle parole.

Quando dalle casse parte per la quinta volta Stalingrado, le urla stonate di Fabio sembrano quasi chiudere il cerchio. Affacciandosi sulla stanza illuminata dalle luci strobo, tra gli altri che cantano e ballano nella penombra, sembrano pronti a partire i titoli di coda, come a dire «spegnete tutto, va bene così».
È stato scarcerato il 27 novembre dal carcere minorile di Hahnöfersand. È arrivato come sempre, stasera, col suo «Ciao compagn*» che dice sempre senza la e, coi capelli un po’ più corti ma di nuovo al vento e le tasche piene del tabacco che sparge sempre sul bancone. Sopra il frigo c’è ancora la sua scarpa da ginnastica, quella che ha dimenticato chissà quando, chissà come, e che fino all’altro ieri guardavamo con nostalgica perplessità. C’è chi lo solleva da terra, chi gli versa un altro bicchiere, chi lo abbraccia e basta. In realtà, sembra tutto come sempre, come se ci fossimo sempre abbracciati, scordando per lo spazio di una sera tutto il vuoto di un’assenza. Un vuoto che abbiamo vissuto, attraversato e cercato di squarciare in ogni modo, e che ora ritroviamo come qualcosa di nostro nella certezza istintiva di non essere mai stati veramente lontani. Qualcuno ha scritto che «se fare esperienza – che vuol dire anche possedere, conservare, trattenere, abitare una potenza – è possibile solo insieme ad altri, è pur vero che solo una forza composta da individui che sanno cosa vuol dire la solitudine, cioè l’essere solamente ciò che si è, che hanno un rapporto alla vita e alla morte e conoscono sia la felicità che la tristezza, sia la resistenza collettiva che quella individuale, può compiere una vera esperienza». Guardandoci, sentiamo tutti di aver compiuto, di compiere tuttora un’esperienza singolare e collettiva. Quel continuum che va dall’Io al Noi, quella singolare utopia plurale è stata nostra, l’avesse anche solo sfiorata uno di noi.


Mentre beviamo un’altra birra, un compagno dice che di quest’estate non ricorda che assemblee, presidi, manifestazioni, comunicati. Le attese, soprattutto. È vero. Abbiamo condiviso senza riserve il tempo della vita e lo spazio del possibile. L’8 luglio, sotto il cielo infame dell’estate, ci troviamo come una prima volta, non riuscendo a entrare al PostaZ e soffrendo come pazzi il caldo fuori. Quasi non ci salutiamo. Ci basta prendere una sedia. L’afa che immobilizza ognuno sulla soglia e che ci porta lì, come «affollate solitudini», è l’immagine concreta del transito che abitiamo.
Il 6, quando ci era arrivato un messaggio da Maria, ci avevamo riso sopra per sdrammatizzare. Ci rideva su anche lei. Avrebbero dormito in campeggio quella notte, ci stavano andando. Non sapevamo, allora, ciò che poteva succedere. Sapevamo solo ciò che era successo all’Antikap Protestcamp il 2 luglio. Ci dava già un’idea di quella che sarebbe potuta essere — e non è stata — la strategia repressiva della polizia. Fabio, in sottofondo, continuava a salutare.


Era stato poi solo un freddo messaggio alle 20:56 del 7 luglio. «Hanno arrestato Fabio, hanno perso Maria».
E così ci troviamo il giorno dopo, né fuori né dentro ma lì. Il primo sentimento è quello dell’impotenza. Ora più che mai vale la pena riflettere sul significato della parola sapere. Nessuno di noi sa cosa succede, nessuno sa veramente come affrontare la situazione. Lo diciamo senza vergogne: come ogni prima volta, annaspiamo. Ma ognuno, in fondo a quell’immobilità, sa perché è lì dov’è — anche Fabio lo sa, e ce lo dirà poi. Tanto basta.
Ce l’hanno raccontato nelle lettere, più avanti, e quando poi è uscito il primo reportage sul «caso Fabio V.» l’abbiamo visto tutti, l’assalto all’alba. La registrazione della telecamera installata sopra il camioncino della Polizei di Amburgo parte alle 06:27:49. Tra l’arresto e la notizia sono passate dunque più di 14 ore. 14 ore di vuoto insondabile e segreto che qualcuno di noi, nei giorni seguenti, ha avvertito come lo spessore illusorio delle nostre certezze.
Sembra chiudersi il cerchio quando, nell’istante in cui parte Stalingrado, ogni cosa sembra come prima. Come una brutta storia giunta quasi al termine, a cui poi segue nuovamente la normalità. È senza dubbio un respiro, un peso che ci si leva dal cuore, sapere che Fabio è in giro, vederlo qui tra noi come in mille altre sere, a offrirci sigarette in pacchi da 30 e a vaneggiare su qualsiasi cosa. Eppure, nelle parole di chi ha salutato la sua uscita dalla galera e il suo ritorno a casa come la fine della storia c’è tutta l’incapacità di gettare lo sguardo oltre il muro delle proprie convinzioni. È il meccanismo automatico di difesa che fa rientrare situazioni come questa in categorie tranquillizzanti, quasi ad allontanare quegli spettri che potrebbero aprire squarci sulle nostre certezze. Quegli stessi squarci che hanno tormentato alcuni di noi, quelle crepe già aperte e pericolanti dalle quali però, nei mesi seguenti, è forse filtrato un sole mai visto. Da lì in poi, infatti, è stata solo confusione. Manifestazioni, ritrovi, striscioni, lettere, scritture, incontri, la solidarietà e tutto quell’organizzarsi che alla fine «non è mai stato altro che amarsi».
Cerchi così si chiudono solo come figure, come simulacri — e più precisamente, simulacri di un ripristino o di un ritorno a questa sedicente normalità.
Ripristino di che? Ritorno a cosa?
Non c’è dove ritornare. Non è per questo che Fabio, Maria, e tutte e tutti i nostri amici e amiche sono partiti per Amburgo. Non è per questo che hanno affrontato la prigionia, i fermi, le perquisizioni. Non è per questo che migliaia di persone erano lì, in quel preciso istante. Riconoscerlo è l’unico modo per evitare che i mesi trascorsi nella morsa — anche fisica — della repressione siano stati vani. Al di là delle immancabili soggettività prodotte in serie dalla grande macchina del Capitale (leggi: le merdacce) che hanno intasato la fogna di internet del loro odio un tanto al chilo (e vabbè, si tira lo sciacquone), abbiamo sofferto molto la retorica dell’emergenza a senso unico che questo evento ha assunto per una certa ortopedia democratica nella nostra città — per chi, cioè, pur mostrando la propria vicinanza alla vicenda, ha metabolizzato il panico provato nello scorgere a pochi passi da sé il vero volto del potere cedendo alla tentazione di dare ai fatti spiegazioni che non lo mettessero in alcun modo in discussione. In primo luogo per proteggere se stessi. Questo, ovviamente, dopo essersi cautamente accertati che fossero veramente «innocenti», che non avessero cioè valicato il limite del politicamente consentito tracciato dalle democrazie liberali. A senso unico, perché personalizzato nelle figure di Fabio, di Maria, riducendo così tutta la lotta sviluppatasi attorno al controvertice G20 a un fatto particolare, a un’ingiustizia nei confronti di singolarità determinate. A senso unico, perché ostinato a credere ciecamente nell’ipotesi di una sfortuna capitata a due ragazzi sprovveduti, buoni, inermi, vittime sacrificali designate «a espiare le colpe di un gruppo di incivili che ha distrutto una città» (sic). Come si mettono a tacere queste voci? Forse non si può. Ma proprio quando ciò che è lecito smette di essere necessariamente ciò che è giusto, la stessa distinzione operata tra «manifestante buono» e «manifestante cattivo» si dissolve, e con essa tutta la retorica che soggiace all’intera operazione repressiva in atto da parte della polizia tedesca. Che se ne accorgano o meno.


Ogni cerchio va squarciato, attraversato e oltrepassato.
Il nostro amico adesso è a casa, ma è una tregua di Natale gentilmente concessa dal cosiddetto Stato di diritto. Lo stesso che, tra le altre cose, ha arrestato, umiliato e imprigionato decine di nostri amici venuti da ogni dove per urlare in faccia ai padroni tutto lo schifo e lo sdegno per come il mondo è stato ridotto. Lo stesso che produce il razzismo, lo sfruttamento, i muri e i confini, le nocività, la gentrificazione, la guerra ai poveri e all’umanità e che difende esplicitamente tutto questo ogni volta che colpisce con i suoi sbirri sempre più giudici e i suoi tribunali sempre più sbirreschi chi afferma l’amore e il rispetto per la dignità umana nel gesto di piazza.
A capodanno Fabio torna in Germania con obbligo di firma, per proseguire la stanca e insulsa cantilena dei processi che presto toccherà seguire anche a Maria, ad altri duecento compagne e compagni. Ma ora è il 22 dicembre. Ora siamo qui, insieme, dentro uno spazio che, dopo i cinque mesi in cui Fabio è stato dentro, dopo il mese che si è fatta Maria, è diventato qualcos’altro. Come lei, come lui, come del resto tutti. Lo chiamavamo ridendo «più che un’area, un sottoscala». Ora, cos’è lui e cosa siamo noi lo può dire solo l’orsa bruna dipinta sullo striscione rosso sotto il quale stiamo, quello che abbiamo portato più volte a Billwerder, affisso lungo la grata che ingabbia la boscaglia, che nei presidi sotto il carcere ci separava da quel muro infame sotto il quale abbiamo urlato tutta la nostra vicinanza a chi stava dall’altra parte. Quell’orsa il cui ruggito echeggia insieme ai mille altri striscioni solidali e complici portati lì dai nostri amici, delimitando uno spazio concreto dell’altrove in quel non–luogo della repressione che è il Dweerlandweg.
Per ora va bene così.

Quando il cittadino si sente insicuro…

Riflessioni sulle misure di prevenzione

di Adsagsona e Skip Frye

«Bisogna accettare che la lotta, in questo mondo, è essenzialmente criminale,

poiché tutto è divenuto criminalizzabile»

Comité Invisible, Maintenant

Avviso orale, fogli di via obbligatori, divieto di soggiorno, obbligo di soggiorno, sorveglianza speciale. Chiunque negli ultimi anni abbia militato attivamente in un’organizzazione o collettivo politico o anche solo preso parte, con una certa continuità, a manifestazioni di piazza, picchetti antisfratto, antisgombero o di sciopero, a presidii solidali ecc., indipendentemente dalla natura più o meno conflittuale di questi momenti e soprattutto indipendentemente dalla sua condotta individuale, è stato destinatario di una o più misure di questa natura. Chiunque, negli ultimi anni, si sia avvicinato al territorio della Val di Susa o chiunque si sia recato in una qualunque città italiana in cui si svolgesse un corteo o il contro-summit di turno, anche a prescindere dal suo reale motivo di soggiorno, è stato, almeno una volta, rispedito a casa propria con un foglio di via con obbligo di rimpatrio. Tutti i militanti che potevano annoverare più di qualche precedente di polizia sono stati destinatari di un avviso orale del questore della loro provincia di dimora, che li ha invitati a tenere una condotta conforme alla legge. Chiunque ha piantato grane nella propria città ha rischiato il divieto di dimora mentre chi ha pensato di farlo altrove ha rischiato l’obbligo di soggiorno. Infine, i militanti che si sono meglio contraddistinti, o che sono semplicemente meglio conosciuti e riconosciuti dalla D.I.G.O.S. locale, sono destinati a diventare sorvegliati speciali. Sono questi i cd. strumenti amministrativi di controllo sociale e più specificamente le misure di prevenzione. Negli ultimi anni queste misure sono state dispensate con una frequenza ed in una quantità tale da poterci giocare a “ce l’ho, ce l’ho, mi manca”, come da piccoli facevamo con le figurine degli album Panini. Non che averne collezionata più d’una costituisca necessariamente un motivo di vanto… ma non è questa la sede per esprimere valutazioni di merito sulla validità e sull’efficacia delle pratiche del movimento.

Le misure di prevenzione, sono strumenti di natura amministrativa, pensati per prevenire la commissione di reati da parte di soggetti considerati socialmente pericolosi, attraverso la possibilità di porre in essere limitazioni più o meno profonde della libertà personale, nei confronti di soggetti formalmente non imputati né tantomeno condannati quali autori di reati. Il diritto della prevenzione, sorto a metà del XIX secolo quale sistema parallelo al diritto penale in senso stretto, è stato infatti correttamente definito quale vera e propria giustizia penale preventiva, fondata sul quanto mai vago concetto di pericolosità sociale del soggetto destinatario della misura. Da un punto di vista storico, tali misure vennero introdotte per la prima volta nell’ordinamento giuridico non appena si fu perfezionato il processo di instaurazione dello Stato moderno. Infatti l’introduzione delle misure di prevenzione corrisponde alla nascita del diritto penale moderno in cui, dai codici penali della metà dell’Ottocento, erano state espunte tutte le cd. “pene del sospetto”. La nuova concezione del diritto penale, arricchita dei suoi elementi di garantismo illuminato, restringeva le ipotesi di limitazione della libertà personale a quelle realizzabili solamente in seguito all’accertamento processuale di fatti precisamente inquadrabili in condotte di reato espressamente previste e definite dal legislatore. Ma ciò che fu dismesso dal diritto penale moderno fu riciclato dal diritto amministrativo. Infatti, con le misure di prevenzione, la compressione della libertà dell’individuo si verificava – e si verifica tutt’oggi – non a fronte di condotte contrarie alla legge, bensì in presenza di meri indicatori di pericolosità sociale del destinatario della misura: si è quindi in presenza di un giudizio non di responsabilità, ma di mera probabilità. Si venne quindi ad istituire un sistema di cd. doppio binario mediante il quale, accanto ad un diritto penale almeno formalmente impregnato dei principi e delle garanzie tipiche dell’illuminismo giuridico, veniva ad affiancarsi un diritto di polizia flessibile ed incisivo, idoneo a fronteggiare le diverse emergenze sociali consentendo inoltre allo Stato di mantenere sotto controllo le varie forme di pericolosità soggettiva prima etichettate come reato. Come conciliare quindi gli evidenti contrasti tra questa disciplina e le più basilari esigenze di garantismo, di cui gli attuali ordinamenti giuridici dovrebbero essere permeati?

Non sembra evidentemente possibile.

Infatti, il sistema punitivo-repressivo che caratterizza l’intera materia delle misure di prevenzione – in maniera specifica quella delle misure personali – continua a vedere, dalle sue prime forme di disciplina della metà Ottocento sino a quella attuale cristallizzata nel 2011 nel nuovo codice antimafia, quale suo fine ultimo il controllo di tutti quegli individui posti ai margini della società ufficiale, o che possano in qualche modo costituire una minaccia per il mantenimento della pace e dell’ordine sociale. D’altra parte, è la stessa formulazione della norma relativa ai soggetti nei cui confronti possono essere applicate le misure personali a far emergere un’evidente violazione del principio di legalità. Ad oggi, destinatari della misura, in quanto socialmente pericolosi, possono infatti essere:

a) coloro che debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, abitualmente dediti a traffici delittuosi;
b) coloro che per la condotta ed il tenore di vita debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, che vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose;
c) coloro che per il loro comportamento debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, comprese le reiterate violazioni del foglio di via obbligatorio nonché dei divieti di frequentazione di determinati luoghi previsti dalla normativa antimafia, che sono dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l’integrità fisica o morale dei minorenni, la sanità, la sicurezza o la tranquillità pubblica.

Si tratta palesemente di categorie amplissime, che tra l’altro vengono “accertate” (laddove si tratti di misure la cui applicazione ha carattere giurisdizionale, quali ad esempio la sorveglianza speciale con o senza obbligo di soggiorno) mediante un rito sommario davanti all’autorità giudiziaria in cui i margini di difesa sono notevolmente ridotti. Inoltre, tali nebulose fattispecie di pericolosità rendono palese un altro fine intrinseco del sistema prevenzionale, ulteriore ed accessorio rispetto al mero controllo preventivo di potenziali forme di devianza: vale a dire la repressione di reati non dimostrabili, e quindi soltanto sospetti. La legislazione in materia è formulata in maniera tale da risultare priva di qualunque contenuto prescrittivo allo scopo di potersi riempire di qualunque contenuto utile al compimento della strategia contro-insurrezionale in corso. Negli ultimi anni si è prepotentemente affermata (soprattutto ad opera di certi settori della magistratura) l’imprescindibilità di tale strumento preventivo-repressivo, spesso preferito ai dispositivi più propriamente penali, in quanto più veloce, certo ed efficace di quest’ultimi. Questo uso massivo delle misure di prevenzione avviene indiscriminatamente tanto per prevenire i crimini comuni quanto i comportamenti sovversivi, con l’evidente obiettivo di spoliticizzare e ridurre anche questi a fatti puramente delinquenziali. Il ricorso indiscriminato alle misure di prevenzione è tale che perfino l’attore della serie tv Suburra Adamo Dionisi è stato, in questi giorni, destinatario del foglio di via obbligatorio emesso dal Questore di Viterbo con divieto di far ritorno nel comune per un periodo di tre anni, a fronte di condotte di reato ancora tutte da dimostrare. Ma viene spontaneo chiedersi il perché di tanta prevenzione in un periodo in cui le stesse statistiche ministeriali registrano un progressivo e deciso calo dei reati comuni (perfino quelli più violenti quali omicidi e rapine) ed in una fase in cui i movimenti politici e le cd lotte sono perlopiù inesistenti e le organizzazioni ed i collettivi sono ridotti ai minimi termini. Per quanto attiene a quest’ultimo aspetto, ovvero all’uso delle misure preventive nei confronti di fatti politici contenuti in determinati comportamenti, la volontà sembra essere quella di bastonare il can che affoga approfittando dell’evidente stato di debolezza in cui versano soprattutto i compagni negli ultimi tempi. Ma quest’obiettivo sembra essere perseguito in maniera sottile e poco immediata. Anziché agire una strategia repressiva mediante le ordinarie misure penali con le quali ottenere condanne esemplari per far prendere le distanze della popolazione dai sovversivi, si opta per questa strategia preventiva che incide e progressivamente logora con tante piccole restrizioni tutti gli aspetti della vita quotidiana del militante socialmente pericoloso, allo scopo di costringerlo all’immobilismo, o peggio, a prendere le distanze del sé dal proprio sé e quindi dal sovversivo che cova dentro di lui. In questo senso, le misure preventive più che essere norme precettive sembrano essere norme performative, che creano ciò che nominano adempiendo alla loro missione di re-identificare, riclassificare, individualizzare ed infine neutralizzare tutto ciò che di politico resiste nella vita di ciascuno.

Ma in un’ottica più generale l’abuso delle misure di prevenzione si può giustificare in quanto risposta che un po’ marzullianamente i governi offrono al generalizzato e dilagante bisogno di sicurezza indotto da loro stessi nei cittadini. Infatti, paventando continuamente a livello politico e mediatico emergenze a cui far fronte, pericoli da prevenire, attentati da sventare e territori da difendere, si alimentano nei cittadini paure ed insicurezze che inducono a domandare maggiore sicurezza. Ed è proprio in nome di questo inedito bisogno di sicurezza che, a nostro parere, si giustifica questo sfrenato ricorso alle misure preventive. Come si diceva prima infatti, le misure di prevenzione sono dispositivi veloci, certi ed efficaci ed il loro utilizzo consente di rendere apparentemente più solerte e proficuo l’operato di forze di polizia e magistratura, e dunque di fornire anche una risposta della Politica al bisogno di sicurezza indotto. Infatti, questo continuo ricorrere alle misure di prevenzione è del tutto funzionale alla compilazione delle relazioni e delle statistiche ministeriali sulla prevenzione e sulla riduzione dei crimini, che poi possono essere esibite orgogliosamente come trofei ai cittadini, a scopo di propaganda elettorale o di rafforzare il consenso nel governo di turno. Ma l’abuso di queste misure non è solo quantitativo ma anche qualitativo, nel senso che si registra un’assoluta trasversalità dei destinatari delle misure di prevenzione. Ad essere raggiunti da questi provvedimenti, come si diceva, non sono solo i militanti delle strutture politiche ma anche chiunque, eccedendo in qualsiasi modo dal consentito, sia riducibile a forma di vita criminale, e quindi qualificabile come socialmente pericoloso. Sulla base di questa trasversalità dei destinatari si potrebbe fondare un’illusione frontista di lotta contro le misure di prevenzione dal titolo all criminals are united, che faccia uscire noi militanti dalla condizione di minoranza minoritaria. Ma ci sembra che oggi, per uscire dal minoritarismo e divenire minoranza rivoluzionaria, perché come scriveva qualcuno un rivoluzionario è sempre minoranza, quando cessa di essere minoranza cessa di essere rivoluzionario, ci voglia ben altro. Per iniziare dovremmo liberarci, noi, di tutti questi orpelli giudiziari che logorano il nostro quotidiano costringendoci all’ immobilismo, perché mirano a spezzare quei legami che ci rendono una forza, rendendo impossibile gli spostamenti e le comunicazioni tra i focolai di cospirazione. Un foglio di via, un obbligo di dimora, un divieto di dimora e peggio ancora la sorveglianza speciale, infatti, impediscono, o meglio rendono assai complicato, non solo frequentare determinati luoghi o determinati soggetti ma anche andare a trovare dei compagni per farsi raccontare le loro iniziative, conoscere altre esperienze e apprendere nuove tecniche.

Occorre dunque liberarsi di queste misure e la domanda è una e una sola: Come fare?

Contro queste misure non si può certo fare affidamento sugli strumenti di tutela che l’ordinamento ci riserva a garanzia dei nostri diritti. Che esiti può dare, infatti, un ricorso al prefetto contro una misura adottata dal questore? Non sono questi organi coordinati ed in fondo uno alle dipendenze dell’altro? Si potrebbe allora ricorrere ad organi indipendenti come il T.A.R. o il Capo dello Stato sperando che venga fatta giustizia, ma questo solo se ciascun destinatario di una misura di prevenzione avesse oltre 600 euro da regalare per l’istruzione di ciascun ricorso… Si dovrebbero allora disertare i comportamenti imposti dalle misure di prevenzione di cui ciascuno è destinatario, ma perché questa diserzione risulti una pratica realmente efficace, e non ulteriormente gravosa per il singolo, ci sarebbe bisogno di un sostegno materiale, politico e affettivo che sicuramente nè i singoli gruppuscoli, ma neanche le strutture politiche più grandi, nella loro solitudine ed isolamento, sono in grado di offrire, così come non si sono dimostrati in grado neppure i ‘grandi movimenti’ in occasione delle campagne per il processo di Genova 2001 o del 15 ottobre 2011. In questa fase più che mai occorre limitare i danni e non immolarsi in nome di una qualche controproducente fede ideologica. Si dovrebbe allora pensare ad una forma di resistenza che si basi su pratiche articolate, diffuse e di lungo periodo in grado di ribaltare a nostro favore il rapporto di forza. Non è un caso, che i soli capaci di resistere e di violare le misure di prevenzione in Italia siano stati i No-Tav in Val di Susa, che pur colpiti individualmente, hanno saputo porre in essere una difesa coordinata e collettiva, articolando la lotta fuori e dentro i tribunali, sostenuti da una ampia mobilitazione politica anche capace di fare breccia nell’opinione pubblica, rendendo così le misure preventive a loro carico del tutto inefficaci. Assumendo ancora una volta la Val di Susa ad esempio, deduciamo che la vittoria contro la polizia e le sue misure preventive non può essere militare ma politica. Infatti, come suggeriva già qualcuno, non si può pretendere di battere una forza armata in un corpo a corpo. Per vincere la polizia ed il suo diritto, come non bastano i nostri corpi per strada contro le cariche dei loro reparti celere, non basteranno nei tribunali i ricorsi contro le misure di prevenzione. Occorre rendere queste misure inefficaci politicamente e dunque privarle di legittimità, al fine di riguadagnare una giusta distanza dalle forme di controllo e recuperare dei più ampi margini di manovra. Per fare questo non possiamo che mettere in campo la nostra unica forza. Noi rivoluzionari non siamo uniti da alcun vincolo di obbedienza ma siamo uniti ad altri compagni, ad amici, ad una forza, ad un ambiente, a dei complici e a degli alleati. E se questa è la nostra forza, è questa che va fatta pesare contro gli interventi, le operazioni e le misure di polizia che mirano a stabilire e mantenere un determinato ordine, provocando per reazione un disordine ingestibile. Contro le misure di prevenzione, che mirano a risolvere un problema di ordine pubblico, l’unica risposta possibile è renderle fonte di un problema di ordine pubblico più grosso. Solo allora le renderemo inefficaci.