PROCESSO G20 – SI PUÒ CONSIDERARE UNA MANIFESTAZIONE «BANDA CRIMINALE ORGANIZZATA»?

Il processo è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare.

Articolo apparso su lundimatin#173, il 7 gennaio 2019

Il 18 dicembre scorso si apriva l’incredibile processo a cinque persone arrestate nel corso del G20 di Amburgo nel luglio 2017 (avevamo diffuso in quell’occasione un appello). Perché incredibile?
1) Perché fa seguito a una delle più grandi sconfitte dell’ordine pubblico tedesco, durante il contro-vertice di Amburgo del luglio 2017

2) Per il carattere esemplare : 5 le persone giudicate, ma il processo si è aperto con il resoconto di tutte le devastazioni commesse nella mattina del 7 luglio, come se gli imputati dovessero rispondere anche di queste
3) Per i mezzi impiegati dallo stato per vendicarsi: una propaganda mediatica senza precedenti, appelli alla delazione, perquisizioni, mandati d’arresto europei, 180 inquirenti a tempo pieno per 15 mesi
4) Per le innovazioni, come l’enorme schedatura automatizzata dei manifestanti attraverso un software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione, o la creazione di un portale di ricerca che permette agli «onesti cittadini» di inviare video personali per aiutare gli inquirenti: una delazione a malapena mascherata. 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, il tutto senza alcun inquadramento legale.
5) Malgrado tutto, per qualche imprevisto: il dossier è pieno, ma ben vuoto al momento di fornire prove affidabili circa i 5 detenuti, a cui viene contestato soprattutto di essere stati… presenti al contro-vertice; la giudice non sembra disposta ad avallare i nuovi metodi della polizia tedesca e il loro fondamento politico senza esaminare attentamente il dossier; il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione del database utilizzato dalla polizia.

«Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare».
Tutti sanno che la giustizia non è altro che un volgare teatro in cui i ricchi e i loro ausiliari se la prendono con i poveri e con i ribelli. Ma questo teatro non sarà valido per sempre. È spesso un espediente raffazzonato. A volte sembra persino troppo ben oliato per il suo gioco d’anticipo, povero di recitazione. La pièce che si è aperta nella mattinata di martedì 18 dicembre al tribunale di Amburgo si annuncia al contempo allettante (29 udienze fissate nei prossimi 6 mesi) e più sorprendente del previsto. In atto un copione mal scritto, imbarazzanti errori di casting e un intervento del tutto inatteso.
Cerchiamo di decriptare.
La sinossi è ben nota. Da un lato, la città di Amburgo, i suoi sbirri e la sua giustizia in cerca di rivalsa dopo l’umiliazione subita in seguito alle rivolte che hanno rovinato il loro G20 nel 2017, che si è giocata il tutto e per tutto per costruirsi un successo strepitoso. La promozione del processo è stata in gran parte affidata ai media. Gli appelli alla delazione, le perquisizioni, i mandati di arresto europei e gli altri arresti avvenuti all’estero danno l’illusione di un efficace lavoro da parte degli inquirenti (180 agenti a tempo pieno per 15 mesi, ad ogni buon conto).
Dall’altro lato, cinque co-imputati, smascherati, braccati, arrestati e (tre di loro) detenuti, che devono pagare per alcuni fatti che gli sono contestati: in particolare, la loro partecipazione al veloce saccheggio dell’Elbchaussee, una via altolocata di un quartiere borghese della città, nella mattinata di venerdì 7 luglio 2017. Nel giro di pochi minuti, questa passeggiata contro l’incontro dei potenti del pianeta avrebbe causato più di un milione di euro di danni, attaccando sistematicamente i simboli del denaro e del potere: banche, consolati, veicoli e attività commerciali, tra cui un famoso negozio scandinavo di mobilio scadente.

Da un lato, dunque, cinque giovani sotto i 25 anni, quattro tedeschi e un francese, dall’altra, un’armata di poliziotti, giudici, politici e giornalisti convinti della loro colpa. Ma di che colpa si tratta, esattamente? Ecco l’enigmatica questione apparsa evidente agli occhi di tutti durante la prima giornata d’udienza.
Dopo aver alzato in ritardo il suo sinistro sipario — a causa delle decine di persone assembrate a sostegno degli imputanti davanti agli altoparlanti e nella sala — il tribunale ha proceduto con la lunga lettura degli atti di accusa, e a quella ancora più soporifera delle degradazioni causate dalla manifestazione mattutina. Un lunga litania di targhe di veicoli incendiati, di stime dei danni di ogni vetrina rotta. Perché è di questo che si sta parlando. Quando le auto bruciano e le vetrine saltano, lo Stato chiede che venga condannato chi brucia le auto e fa saltare le vetrine.
Ciò che non poteva non stupire i commentatori di ogni sponda è l’assenza di qualsivoglia legame tra le persone incolpate e i fatti incriminati. In altri termini: questo processo, annunciato ovunque come «quello contro gli appicciafuoco dell’Elbchaussee», fa comparire come imputate cinque persone a cui non è assolutamente contestato l’incendio di veicoli o la distruzione di vetrine.
Ciò che viene loro contestata, essenzialmente, è la loro supposta presenza a questa manifestazione — e a qualche gesto supplementare nel caso del nostro amico Loïc. E ciò che il procuratore, ovverosia lo Stato, intende provare nel corso dei prossimi mesi, che può benissimo portare a una condanna a svariati anni di carcere duro delle persone colpevoli di essere presenti a una manifestazione nel corso della quale hanno avuto luogo devastazioni, senza dover per forza dimostrare che queste persone abbiano preso parte attiva in queste azioni.
Per riuscire in questo gioco di prestigio, bisogna riuscire a trasformare una manifestazione politica in una banda criminale organizzata. È questa la prodezza che si appresta a compiere Tim Pashowski, procuratore di Amburgo.

Ma ecco che questo dramma costruito dal ministero può trasformarsi in una sarcastica satira! Sì, perché — anche se la difesa ha constatato da mesi il vuoto del dossier (malgrado le sue migliaia di pagine) — sembra che questo vuoto non sia sfuggito nemmeno alla presidente della 17a camera penale. Durante le negoziazioni orali preliminari, Anne Meyer-Goring ha stimato delle pene massime nettamente inferiori a quelle auspicate dal procuratore, e ha richiesta, invano, la liberazione sotto condizionale di due dei detenuti. Questa giudice della corte di giustizia giovanile (due degli imputati erano minorenni all’epoca dei fatti) si è già resa illustre per aver inflitto in passato severe umiliazioni al lavoro degli inquirenti (accusandoli in particolar modo di aver gonfiato dei dossier sotto pressioni politiche e mediatiche). Di fronte a un tale rischio di rifiuto, il procuratore ha ben pensato di richiedere la sua estromissione dal processo a inizio dicembre! La sua richiesta è stata respinta, e sarà dunque lei a presiedere questo processo fiume in cui la giustizia avrà per compito quello di convalidare o rigettare i nuovi metodi repressivi della polizia tedesca e i loro fondamenti politici (la criminalizzazione dell’insieme delle persone presenti a una manifestazione).

[Lungi da noi comunque la volontà di fare l’elogio di un magistrato che se da una parte si erge in difesa del “buon diritto” contro certe derive politico-poliziesche, dall’altra abbraccia in pieno le logiche dell’accusa proponendo pene che vanno fino ai tre anni di prigione]

Tra le più gioiose innovazioni troviamo l’enorme schedatura automatizzata di abitanti e manifestanti grazie a un potente software di riconoscimento facciale acquistato per l’occasione. Decine di migliaia di volti sono stati registrati, selezionati, classificati e archiviati secondo dei «profili di identità facciale biometrica» che permette di riconoscerli in altre immagini, di seguire i loro movimenti in una folla, eccetera. Tutto questo non dispone di alcun inquadramento legale, e non sono solo gli attivisti e i loro avvocati a rendersene conto. Martedì, nel preciso istante in cui si apriva il processo dell’Elbchaussee, il commissario alla protezione dei dati di Amburgo ha ordinato la soppressione di questo database. Parliamo di 100 terabyte di informazioni, 32mila file tra immagini e video, di un numero incalcolabile di persone coinvolte.
La polizia ha utilizzato le immagini in suo possesso, ma anche quelle delle telecamere poste a bordo dei mezzi pubblici, nelle stazioni, dei media e di tutte le foto amabilmente inviate da alcuni «onesti cittadini» su un portale di ricerca (ovverosia di delazione).

Il commissario alla protezione dei dati stima che questa procedura «usurpa in maniera significativa i diritti e le libertà di un grande numero di persone», reclama la soppressione del database e l’interdizione del software Videmo360. Gli sbirri, dal canto loro, vorrebbero continuare a giochicchiare con questo ninnolo da svariati milioni di euro, per quanto non sia servito a identificare granché fino oggi (tre persone nell’ambito del G20). Prova ne è la nuova serie di 54 volti pubblicata questa settimana sul sito della Hamburg Polizei. Con la speranza di suscitare nuove vocazioni all’infamata.

Questa è dunque l’atmosfera nella quale si è aperto questo processo-spettacolo, su cui ogni attivista, giurista o politicante è d’accordo: è destinato a scrivere un capitolo della storia giuridica tedesca e potrebbe compromettere irreversibilmente il diritto a manifestare. E, dato che nessuno spettacolo sarebbe tale senza pubblico, l’ipotesi di un processo a porte chiuse è stata abbandonato. Le prossime udienze, l’8 e il 10 gennaio, saranno aperte al pubblico. Questi atti e quelli che seguiranno porteranno la loro infornata di rivelazioni sulla debolezza del dossier e, forse, risposte ad alcune domande.
Per esempio: la sbirraglia tedesca può permettersi quel che le pare quando si autoinvita all’estero?
O ancora: il black bloc è il risultato di una «cooperazione deliberata e fondata sulla divisione del lavoro», come afferma il procuratore?
E che cos’è esattamente il «supporto mentale» che i manifestanti «pacifici» sono accusati di aver fornito a chi commetteva delle devastazioni?
Si può essere riconosciuti colpevoli di eventi sopravvenuti nel corso di una manifestazione anche se non si era più presenti?
Si può seriamente credere che l’andatura di una persona sia unica e identificabile come le sue impronte digitali?
Il dramma che lo Stato si ostina a scrivere probabilmente non virerà verso toni da commedia. Per il momento, ognuna delle future udienze deve essere un’occasione per sottolineare quanto siano ridicole le accuse e la pertinenza degli atti di resistenza impiegati. È l’occasione, soprattutto, di portare agli imputati il proprio sostegno — siano essi nostri compagni o nostri amici, attori loro malgrado di questa farsa grottesca. I primi presidi si sono tenuti a Parigi, Nancy, Friburgo, Francoforte e Berlino la settimana scorsa, insieme a una grande manifestazione per le strade di Amburgo alla vigilia dell’apertura del processo.
Fuochi d’artificio sono stati lanciati dai tetti degli squat vicini, e canti si sono levati davanti alle mura della galera in cui tre degli accusati sono ancora detenuti. L’indomani, gli imputati sono entrati in aula accompagnati dagli applausi, e sono usciti a pugno chiuso. Il processo sarà lungo, ed è a loro che va il nostro pensiero in questi giorni!

Libertà per Loïc!
Libertà per tutte e tutti i prigionieri del G20!
Comité de soutien transfrontalier

DATE DEI PROSSIMI PROCESSI
Gennaio: 8, 10, 15, 17, 22, 24, 29, 31 Febbraio: 7, 8, 14, 15, 20, 21
Marzo: 18, 22, 28, 29
Aprile: 4, 5, 25, 26
Maggio: 2, 3, 9, 10

PER CONTRIBUIRE ALLE SPESE LEGALI E DI SOSTEGNO
La difesa di Loïc, la sua vita in prigione e gli spostamenti per andare a portargli sostegno costano molto. Se volete e potete partecipare, vi preghiamo di inviare le vostre donazioni all’associazione CACENDR precisando «Don pour Loïc» sulla causale del bonifico. Grazie!
Via assegno: Cacendr, 5 rue du 15 septembre 1944, 54320 Maxeville Via bonifico : Link all’IBAN

LA SPINOSA QUESTIONE DEI LIBRI
Loïc vuole libri, molti libri, un sacco di libri per — come dice — «sfamare l’arma intellettuale». Divora circa due libri al giorno in una piccola cella, tra le ore di sonno e le manciate di minuti d’aria.
Le regole dell’amministrazione penitenziaria per farglieli pervenire sono chiaramente molto rigide: in particolare, devono essere nuovi, già dichiarati all’amministrazione, eccetera. I primi libri inviatigli gli sono arrivati dopo un mese e mezzo.
Se volete partecipare a questo atto di solidarietà, e per evitare doppioni negli invii, il meglio che si possa fare è fare una donazione affinché glieli si possa procurare.

Se siete librai, editori o editrici, autori o autrici e volete esprimere il vostro sostegno con dei libri (copia saggio, nuovi o in ottimo stato eccetera) non esitate a contattarci all’indirizzo: soutienloic@riseup.net, gli farà molto piacere. Grazie!

Mattatoio #3

Di Vultlarp

Un mattatoio per accettare il presente e mutarlo di senso.

  1. Corrispondenze

Il 7 gennaio su Lundi Matin è apparso un articolo dedicato agli strascichi giudiziari del G20 di Amburgo (la traduzione è disponibile su questo numero di Qui e Ora). Si parla dell’apertura, il 18 dicembre scorso, dello spettacolare processo ordito dalla città tedesca contro cinque imputati — di cui tre ancora detenuti — per i fatti occorsi nella mattinata del 7 luglio 2017 sull’Elbchaussee. Certe cose ce le si scrolla di dosso a fatica.

Ci sarebbe inoltre tutto un discorso da fare sulla pratica dell’autoinvito in giro per l’Europa da parte della Polizei per finalizzare i suoi mandati di cattura (peraltro sempre ben accolta). Così come si potrebbe parlare a lungo del simpatico software di riconoscimento biometrico in dotazione alle forze dell’ordine tedesche, Videmo360. Insieme al ritorno smagliante della grandiosa pratica della delazione in versione 4.0: basta qualche upload sulla piattaforma predisposta et voilà, l’infamata è fatta!

Cambio scena. Qualche giorno fa, oltrereno, Luc Ferry (ex ministro dell’istruzione francese) chiede pacatamente, durante una pacata diretta a Radio Classique, di «dare alla polizia francese (la quarta armata al mondo!) i mezzi per difendersi da quei bastardi di estrema destra, di estrema sinistra, dei quartieri popolari».

In quello stesso lasso di tempo, l’attuale ministro dell’interno francese Edouard Philippe informa in una delle ormai consuete «comunicazioni urgenti» che sabato 12 gennaio 2019, oltre alle 80mila unità poliziesche dispiegate per garantire l’ordine pubblico (e più armate del solito), chiunque parteciperà o verrà trovato all’interno di manifestazioni non autorizzate sarà immediatamente schedato e arrestato. Ciliegina sulla torta: riformerà il diritto a manifestare già da febbraio.

Meme o realtà? Nel momento in cui scrivo, non ho altra certezza che il meme, immagine non dialettica di un potere sempre pronto a serpeggiare nei discorsi.

Al di là di ogni malfatto sberleffo memetico, l’atto IX della mobilitazione dei GJ si è tenuto «“‘ad armi pari’”» (se non bastassero le virgolette) — 80mila guardie contro gli 84mila manifestanti in tutta Francia. Metto per prime le guardie perché, beh, semplicemente sono loro a riversare il loro arsenale offensivo-repressivo contro la presenza irriducibile del popolo nelle strade. Un tour de France è come sempre disponibile qui.

Ma non deprimiamoci. Queste cose le sappiamo. No alle filippiche contro i mala tempora che sappiamo bene dove corrono, né panegirici al primo Traiano dei «diritti». Anche perché è ormai evidente che il «diritto» — garante dell’ordine sociale — semplicemente non esiste più. Ecco perché il processo G20-Hamburg, le promesse di Philippe, le minacce di Nancy, le nutellate di Salvini calzano così bene insieme — su sfondo Orban, con tappezzeria ISIS e altri oggetti di arredamento a piacere. Per questo è così importante e allettante la prospettiva di rovinare questa festa.

Per quanto non abbia che qualche domanda, e nessuna risposta.

  1. Oggi il G20 di Amburgo è un processo. Tutta la mia complicità e il mio sostegno va alle arrestate, ai perseguiti, alle incriminate, ai processati; ma allo stato delle cose un processo è nel migliore dei casi un sospiro di sollievo, e un «arrivederci al prossimo tentativo di farvi un culo quadro». Cosa invece può essere ancora in potenza quel magma di pratiche saperi azioni critiche converso ad Amburgo nel 2017? Perché vederlo sempre come report e mai come officina?

  2. La confusione che in Italia impedisce una comprensione di ciò che i Gilet Gialli significano (e non sono) è fitta almeno quanto l’insulsaggine di molti tentativi di esegesi di movimento. È una volontà di sapere puramente speculativa o ha un qualche sottobosco fertile? E che dire dell’attaccamento morboso di certe singolarità militanti a quegli involucri che, a ben vedere, sembrano considerare più dei paramenti o dei feticci? Non avevamo detto «niente soggetto sociale» questa volta?

Del resto, le immagini di Mainte-la-Jolie dello scorso dicembre parlano da sole. Un rastrellamento, ci voleva, per costringere i ciechi a vedere. Un rastrellamento che non fosse in un qualche altrove abbastanza lontano da scorrerci addosso. Che fosse mediatizzato, rimpallato su ogni piattaforma e (come ogni fatto social) presto dimenticato. Eppure, quelle immagini ci consegnano all’esperienza-limite in cui la nostra messa a nudo virtuale si afferma a sua volta come modalità-limite del governo, all’ombra del quale il potere acquista legittimità attraverso un annientamento in potenza promesso a tutti. Tutti.

È tutto (quasi spudoratamente) da manuale: un concerto repressivo a più voci che si rimpalla dalle grigie sale dei palazzi di governo ai tribunali fino a colpire il mondo della vita. Eccola, la vostra Europa. Un’Europa partecipe di un processo di decomposizione:

Non è difficile scorgere, dietro i tentativi di restaurazione autoritaria in così tanti paesi del mondo, una forma di guerra civile permanente. Che sia in nome della guerra contro «il terrorismo», «la droga» o «la povertà», le cuciture degli Stati cedono un po’ da tutte le parti. Le loro facciate restano in piedi, ma servono ormai solo a nascondere un mucchio di macerie. Il disordine mondiale eccede ormai ogni capacità di riordino.
(
50 nuances de bris, Comitato Invisibile, Maintenant)

II. L’hangover della ragione genera troll

Ma è veramente un crollo? Dovremmo piuttosto vederci una trappola per topi che cerca di erigere i propri atti fondativi nel terrore infuso e diffuso. Nella sicurezza somministrata come purga. Nella narrazione di un’emergenza permanente — o di una crisi umanitaria, come sussurrava stamattina Trump alla radio parlando del suo muro al confine col Messico (vi ricorda qualcosa?). Non solo nella criminalizzazione di ogni scarto (che possiamo accettare), ma nel suo riutilizzo strategico come atto distruttivo del «diritto» — e dell’istituzione di un altro diritto, totalmente positivo nella sua negatività: un diritto penale del nemico. Anche solo a volerla vedere da una prospettiva «democratica» e «civile», assistiamo inermi all’evoluzione mostruosa del meglio (del peggio) della tradizione dell common law e di quella a civil law. Un sistema legislativo tentacolare che sia in grado al contempo di costituirsi come codice ed espandersi all’infinito per similitudine, per analogia, per casistiche esemplari. Bruciare per rinascere dalle proprie ceneri. D’altronde, l’Europa del Capitale che si sogna finalmente confusa necessita ancora di tenere viva la confusione derivante dalla contemporanea presenza e assenza di ciò che per due secoli e mezzo è stato il suo necessario supporto: lo Stato.

Ogni potere genera e alimenta e reitera i propri atti fondativi. Manifest Destiny, allegoria della fede cieca e dello spirito di redenzione generato dall’espansione territoriale americana raffigurata da Leutzle in Westward the course of Empire takes its way (e detournato da David Foster Wallace negli anni ’80). L’idea di patria, che ha coinvolto retrospettivamente 700 anni di letteratura italiana, e giunta alla sua apoteosi (o metastasi) nel Risorgimento: Una d’arme di lingua d’altare/di memorie di sangue e di cor (bleah!). I culti rivoluzionari francesi, e la mitologia tedesca che Schelling ne deriva. La dialettica resistenziale, quella repubblichina, la Perestrojka, l’Europa libera dai totalitarismi — la pace repubblicana mentre gli sbirri massacrano Genova, l’ordine repubblicano mentre le banlieue bruciano… Atti fondativi. Sempre. Anche quando sono atti di dissoluzione.

In questo senso, la condizione postmoderna per come ne parla Lyotard è bella e terminata. «Semplificando al massimo, possiamo considerare “postmoderna” l’incredulità nei confronti delle metanarrazioni», ossia nelle legittimazioni onnicomprensive e totalizzanti. Ma il problema della legittimazione non ci riguarda più. La metanarrazione è di fatto già ripristinata. È in ogni discorso che porti lo stigma della «democrazia», dell’«istituzione», del «bene comune». Dei «diritti». Nuovi paradigmi assolutizzati. Un vero colpo da maestro: l’attuale metanarrazione si nutre della sua morte apparente.

È in questo senso che andrebbe letta la radicale transizione sulla faccenda tra la Teoria del Bloom di Tiqqun:

In realtà, il nostro «senso del reale» non si limita mai a una modalità del «senso del possibile che è la facoltà di pensare tutto ciò che potrebbe benissimo essere altrimenti […] Sotto l’occupazione mercantile, la più grande verità su ogni cosa è quella della sua infinità sostituibilità.

(TIQQUN, Teoria del Bloom, p. 29)

e l’ultima pubblicazione del Comitato Invisibile, Maintenant, a distanza di una quindicina d’anni:

La vera menzogna è in ogni schermo, in ogni immagine, in ogni spiegazione che frapponiamo tra noi stessi e il mondo. È la maniera in cui calpestiamo quotidianamente le nostre percezioni. Per cui, fino a che non si tratterà della verità, non si tratterà di nulla. Non ci sarà nient’altro che questo manicomio planetario. La verità non è un qualcosa verso cui tendere, ma un rapporto ineludibile con ciò che c’è.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Non è uno scarto banale. All’ambiguità che fonda il senso della realtà del Bloom subentra nuovamente la necessità di un rapporto con la verità — quella verità che sembrava dovessimo espungere per sempre dal dizionario.

È triste ma inevitabile vedere questa metanarrazione che nega se stessa legittimarsi anche nella percezione di chi è di parte — la nostra parte. Un sentimento straniante di ambiguità e di incredulità in ogni gesto. Eredità taciute del postmoderno. Certe cose, dicevamo, ce le si scrolla di dosso a fatica. La verità sembra non contemplabile: di qui, la percezione del doppio fondo di ogni situazione, l’orrore debordiano dello spettacolo integrato. Poi, solo la memetica (spasmodica forma d’arte popolare) come extrema ratio nei confronti di un mondo che, al suo massimo, va bucato falsificazione dopo falsificazione, layer dopo layer, fino a riveder le stelle; e al minimo — purtroppo — reitera ed estende infinitamente la propria miseria. Anche questa è una questione spinosissima, e meriterebbe un approfondimento: the left can’t meme è stato uno dei cavalli di battaglia dell’alt right statunitense. Come porsi di fronte a questo?

Non posso che fare domande. Ma la questione va posta. Anche perché da questa modalità percettiva si genera l’assoluta certezza (la metanarrazione legittimata) che «per ogni su, c’è sempre un giù», e che ogni tesi contiene già in sé la propria antitesi. Argomento paradossale, la certezza dell’indecidibilità, buono più per chi vuole dissuadere che per chi vuole affermare. Arriva il momento in cui, come indica Marcello Tarì nel suo Non esiste la rivoluzione infelice, occorre «congiungere una realtà con una verità». Perché è ciò che comunque viene fatto: nello stato di cose presente, una realtà frammentata è congiunta a una verità impossibile. Chi non decide, dunque, ha già deciso.

È il caso, tra gli altri, di Raffaele Alberto Ventura in arte Eschaton, che ha recentemente firmato su Esprit un articolo a tema Gilet Gialli in cui dimostra di aver studiato la teoria destituente nelle sue direttrici genealogiche — una linea che dalle riflessioni di Vinale in Potere Destituente arriva ad Agamben, e da Agamben agli agambeniani… Capace di scorgere il rovescio potenziale di ogni posizione — e incapace di assumerne una come atto politico — fa del cortocircuito che si genera da questo contrasto il fulcro del proprio pensiero. Un esempio:

Quando un popolo si rivolta contro la troppa corruzione in realtà si rivolta perché ce n’è troppo poca per soddisfare tutte le clientele che sarebbero necessarie per garantire la pace.

(Eschaton, 6 gennaio 2019)

Questo significa propriamente essersi persi nella casa stregata, nel gioco infinito, eccetera. Questo significa aver accettato il meme come promessa e come minaccia, come unica realtà e unico idolo. Un idolo che generalizza e non può che generalizzare, indeterminatamente, per nascondere il cuore fragile delle proprie tesi. (Scrivo queste riflessioni conscio che ogni singola parola può diventare parodia).

Torniamo alla teoria destituente, liquidata dall’articolista come «romanticismo politico irresponsabile, dunque inaccettabile». A questa deduzione tutto sommato opinabile fa eco un’argomentazione disillusa e cinica:

Sembrerebbe quasi di rivivere l’irresistibile ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia a partire dal 2007 […] Per i 5 Stelle come per i Gilet Gialli, l’unità del movimento attorno a un significante vuoto — la lotta del popolo contro il potere — serve prima di tutto a mascherare interessi profondamente divergenti […] Molti hanno ironizzato su questa Insurrezione che viene annunciata nel 2007 dal Comitato Invisibile, e che non veniva mai; invocazione rinnovata in alcune opere successive, e che sembrava quasi la geremiade di un gruppetto di nostalgici. Ora, la storia sembra finalmente aver dato loro ragione: viene, questa insurrezione, e «tiene». […] «Una politica destituente ha un obiettivo limitato ma preciso: creare le condizioni, ovverosia il vuoto, perché un’altra politica, oggi impensabile, si produca». Frase la cui ironia oggi non può che colpire, dato che il vuoto creato dal Movimento 5 Stelle in Italia è stato effettivamente riempito dall’offerta politica della Lega di Matteo Salvini. È questo lo spazio possibile che la potenza destituente dovrebbe aprire?

Certo, è innegabile: dalle nostre parti siamo al nadir dell’agibilità politica. Innegabile e doloroso. E a questo c’è da aggiungere un’altra abbacinante verità: la contraddizione gigantesca che effettivamente il Movimento 5 Stelle ha costituito negli ultimi 10 anni. Un movimento capace di diffondersi tentacolarmente nelle sacche di scontento, di serpeggiare anche in ambienti vicini alla militanza. Un Movimento che, agli albori, è stato votato anche da alcuni compagni come atto più o meno provocatorio e di rottura. Ma qui siamo al paradosso (di nuovo, postmodernissimo) di chi unisce i puntini alla «come cazzo mi pare» perché autorizzato ad avere ragione quanto gli altri. Scritture come questa, in effetti, rifuggono l’attribuzione di un senso come il cane l’acqua. Stanno in perenne bilico tra il serio e il faceto, tra post e shitpost. Qualche amico dice che la sua è una scelta calcolata: tra l’ennesimo libro di critica dell’esistente e il suo riflesso pop nello specchio deformante, il secondo vende meglio. E quindi è assurto agli onori delle cronache con un testo che, constatato lo stato di cose presenti, procede all’abile détournement dell’operaismo/post-operaismo — «è stata colpa nostra», viviamo un «dramma borghese», la nostra è una corsa al «consumo posizionale», la nostra vita è triste perché «abbiamo desiderato troppo». Quasi un’opera di trolling. Che, a giudicare dalla sua attività social, gli riesce pure parecchio bene.

III. Nemmeno due parole sulla «situazione italiana»

La soggettività prodotta (anche quando sedicente intellettuale) partecipa estatica allo spettacolo del proprio annientamento. Ormai non parla più, estraniata com’è da sé stessa e dalla propria condizione. Eppure articola, si dibatte, esprime: per quel gioco di prestigio che fa di tutto «una responsabilità individuale», è parlata dal linguaggio binario di un potere che si è imposto per saturazione oltre ogni possibilità di replica. Ecco l’aperto e il chiuso (i porti), ecco il pro e il contro, ecco la fake news e il fact checking. Ecco Cesare Battisti, ecco Barabba. Ecco la verità e la menzogna insieme. Ecco l’opinione che maschera l’impotenza.

Non c’è da stupirsi se Salvini appare anche nei meme. È la conseguenza inevitabile della sua superimposizione come pura presenza. Non si può dire che non abbia ben interpretato l’espressione «fare i conti con ciò che c’è». Non riusciamo ad alzare lo sguardo quando le procure comminano le loro misure repressive com’è successo recentemente a Torino, per fare solo un esempio quando le città vengono militarizzate, quando gli sgomberi si estendono nei quartieri sempre più lindi e più pinti… e nei nostri volti sempre più smarriti.

Lasciamo stare la tristezza desolante negli occhi dei pupazzi umanoidi a molla, con le loro frasi preregistrate. Parlo — con la mia totale complicità e sostegno a tutte le situazioni e le singolarità in lotta — delle desolate torri d’avorio. Delle coscienze infelici. Di compagne e compagni che presentono o esperiscono altre forme di vita, ma che nella quotidianità si trovano:

1) In una lotta all’ultimo sangue contro la repressione, l’indifferenza, la sempre più desolante distanza che (per quanto si possa argomentare) separa la provincia, la percezione sfigante di sé, dei propri spazi e dei propri tempi. Contro il ripiego verso forme di amicizia su basi politiche, ma non politiche;

2) Catapultati in una molteplicità di situazioni che dà modo di percepire ciò che c’è, guardare davvero, riconoscere immediatamente l’amicizia politica, ma non riuscire a darle corpo in una dimensione duratura — non avere la radicalità di operare una rottura puramente positiva con questo mondo;

Senza contare chi non si degna nemmeno di guardare e guardarsi.

Ecco quindi cosa direi se dovessi esprimermi sulla «situazione italiana» — ma già dirlo, situazione italiana, mi dà i brividi. È che non posso pensare consapevolmente a cosa è «la situazione italiana» se non ponendomi due problemi: uno categoriale quali elementi assegnerò al suo insieme e uno focalechi definisce questo insieme? Io? Altri per tramite di me? Questa combinazione di problemi può reiterarsi all’infinito, estendersi a dismisura in altri problemucci come «cosa vuol dire Io?», eccetera. Per venire poi sbalzata al di là ogni possibilità di guardare.

E lo fa. Si chiama metafisica. Il si passivante. Nascere in un mondo che ci assegna un’individualità accecante e insegna pure a negarla ogni qual volta si possa non poteva che condurci al paradosso. È un pattern molto semplice, un errore di programmazione che dà luogo a vere e proprie cacce al tesoro: un procedimento che glitcha la realtà (dove glitch, in questo caso, è un’anomalia o un errore imprevisto che altera il funzionamento di un videogioco). Quando si scopre un glitch, il gioco cambia per sempre la percezione che ne abbiamo. Da quel momento in poi, il suo spettro alberga sempre in potenza come scorciatoia o banalizzazione.

Così è la realtà che attraversiamo. E così è l’atteggiamento di tante compagne e compagni che cominciano tentando di attraversare l’estremo détournement e bucare lo spettacolo, per finire poi nel gorgo dello scherzo infinito. Lo spettro di Raffaele Alberto in arte Eschaton è riuscire a tenere l’altezza della situazione solo per tramutarla in gioco estetico o morale, in una scacchiera su cui si riserva di essere alfiere o cavallo. Alla costante ricerca di nuovi glitch.

E ora, come in uno Shyamalan twist, cosa scopriremo alla fine? Che lo stato di cose presente, nel suo paiolo di discorsi contraddittori, ha in realtà tentato di modellare anche noi a loro immagine e somiglianza? Che alla fine eravamo anche noi morti, frammentati, desolati, muti e parlati tutto questo tempo, come Bruce Willis nel Sesto senso? Siamo anche noi fatti della stessa sostanza dei meme?
Bisogna camminare sulla fune.

In un mondo in cui tutti recitano, in cui tutti si mettono in scena, in cui tanto più si comunica quanto meno ci si dice, la sola parola — «verità» — raggela, infastidisce e suscita ilarità. Tutto ciò che quest’epoca ha di social ha preso il vizio di zoppicare sulle stampelle della menzogna, tanto da non poterle più lasciare.
Non bisogna «annunciare la verità». Annunciarla a chi non ne sopporterebbe la più infima dose vuol dire solo esporsi alla loro vendetta. […] non pretendiamo in alcun caso di dire «la verità», ma la percezione che abbiamo del mondo, ciò in cui crediamo, ciò che ci tiene vivi e in piedi. Tirando il collo al luogo comune, diciamo che le verità sono molteplici, ma la menzogna è una sola, perché universalmente coalizzata contro la più piccola verità che emerga.
(
Demain est annulé, Comitato Invisibile, Maintenant)

Ritorno ad Amburgo ad un anno dal G20

Ciò che resta della battaglia di Amburgo è senz’altro una battaglia per l’affermazione di una verità su quelle giornate. Se durante il summit dello scorso luglio le immagini del gran galà dei potenti del mondo sono state offuscate da quelle delle centinaia di migliaia di persone scese in piazza contro il G20 ed il suo mondo, o da quelle che raffiguravano dapprima la brutalità della polizia tedesca contro i manifestanti e poi la sua apparente impotenza nel sedare la rivolta, nei giorni immediatamente successivi è iniziata una violenta controffensiva contro-insurrezionale che, ad un anno dai fatti, sembra tutt’altro che volgere al termine.

Infatti, dopo tre interminabili giornate, in cui una molteplicità di accadimenti si sono succeduti in una sequenza e con una diffusione tale da renderli tuttora quasi impossibili da cartografare nella loro totalità e nella loro eterogeneità di forme e modalità, una strategia contro-insurrezionale di portata europea si è subito messa all’opera per compiere una rivisitazione di quei segmenti spazio-temporali di conflitto che hanno composto l’ essenza di quelle giornate, nel tentativo di riscrivere e sovrascrivere in maniera definitiva una parte di quella storia scritta ad Amburgo dal movimento.

Questa strategia però sembra potersi leggere a differenti livelli. Sono differenti, infatti, gli obbiettivi che sembrano volersi perseguire mediante un’applicazione rigorosa e scientifica delle diverse tecniche di cui essa si compone. Ad una prima lettura ciò che appare evidente è la chiara volontà dello Stato tedesco, tramite lo zelante operato di polizia e media mainstream, di imporre una narrazione ufficiale dei fatti inerenti il contro-vertice del G20, annichilendo le altre possibili verità su quelle giornate. L’unica storia possibile deve essere quella per cui migliaia di facinorosi provenienti da tutta Europa siano arrivati ad Amburgo con il preciso intento di metterla a ferro e fuoco durante i giorni in cui in città si svolgeva il festival mondiale della democrazia. Che tra i primi protagonisti del galà della democrazia ci fossero Donald Trump, che in questi giorni sta rinchiudendo i bambini messicani nelle gabbie perché rei di essere figli di immigrati clandestini, o Erdogan responsabile del massacro curdo o della devastazione dei territori e delle relative forme di vita interessati dalla costruzione del nuovo progetto di gasdotto della Tap, sono verità che devono rimanere nascoste. Così come sono state subito riportate nel dimenticatoio le immagini dei brutali pestaggi della polizia tedesca nei campeggi allestiti per i manifestanti nelle giornate immediatamente precedenti il summit. Indubbiamente un altro obbiettivo è quello di ovviare alla perdita di fiducia nei confronti della polizia tedesca da parte dell’opinione pubblica, assicurando alla giustizia tedesca tutti i maggiori responsabili dei disordini contro il G20. Questo obiettivo, del resto, è stato esplicitato proprio in questi termini dallo stesso capo della speciale unità di polizia SOKO, Jan Hieber, nell’ammettere il fatto che la polizia tedesca ha perso il controllo nella gestione dell’ordine pubblico in quelle giornate, e pertanto dovrà pur farsi perdonare in qualche modo.

Ma la strategia contro-insurrezionale del G20 di Amburgo cela anche un piu’ sottile profilo di natura preventiva. Secondo l’opinione di alcuni, infatti, la scelta di organizzare il G20 dello scorso luglio in una città come Amburgo, per di più in una zona della città a ridosso dello storico quartiere antagonista ed autonomo di St. Pauli, non sarebbe stata una scelta ingenua, provocatoria o semplicemente poco lungimirante, ma piuttosto ben calibrata e funzionale a giustificare la ristrutturazione dell’apparato giudiziario e poliziesco tedesco e a sperimentare quello neo-costituito a livello europeo dell’Eurojust e dell’Europol.

La strategia contro-insurrezionale preventiva e repressiva del G20 viene applicata cosi’ mediante una molteplicità di tecniche.

Finito il summit, cominciano i primi processi contro coloro che sono stati arrestati durante le giornate di protesta. Infatti, durante le giornate del controvertice la polizia tedesca ha proceduto a più di 186 arresti, di cui 51 sono stati confermati con misure di detenzione preventiva. Tra i destinatari 23 stranieri provenienti da Italia, Francia, Olanda, Russia, Svizzera, Austria, Venezuela, Spagna, Polonia, Serbia, Senegal e Repubblica Ceca. Come commentano molti avvocati, che hanno assunto la difesa dei ragazzi arrestati, l’atteggiamento vendicativo di procura e magistratura e’ stato immediatamente evidente. Nel sistema giudiziario tedesco del pre-G20, notoriamente democratico e garantista, si insinuano immediatamente prassi inedite quali la conferma di misure preventive in totale assenza e carenza di prove sufficienti, l’erogazione di pene esemplari assolutamente sproporzionate rispetto alle condotte imputate, e perfino costruzioni inquisitorie basate sul concorso morale o sul reato di associazione a delinquere, per noi già molto familiari, ma volte a incidere definitivamente il sistema penalistico tedesco. Il primo processo è’ terminato, in primo grado, con una condanna a 2 anni e 7 mesi senza condizionale per il lancio di 1 bottiglia e 1 sasso, gesti paragonati ad un atto terroristico. Altri tre processi sono terminati con condanne, che vanno dai 16 ai 39 mesi per fatti analoghi, già eseguite con la pena detentiva. Ad oggi si contano 40 condanne, altri 136 processi pendenti, mentre è salito a 1619 il numero complessivo dei procedimenti compresi quelli ancora in stato di indagine, e quelli contro gli abusi della polizia che ammontano a 124 casi di cui ovviamente già 54 sono stati archiviati.

Nei giorni immediatamente successivi al G20 è iniziata la gogna mediatica, una vera e propria caccia all’uomo alla ricerca dei criminali che hanno danneggiato la ricca cittadina portuale del Nord Europa. La polizia tedesca ha invitato i cittadini alla delazione, a mandare foto, video, a rilasciare testimonianze, a collaborare attivamente alle indagini. Oltre al materiale già in possesso della polizia si sono così raccolti oltre 7 thera byte di materiale fotografico, oltre 10 thera byte di materiale video e oltre 10.000 testimonianze. La polizia di Amburgo ha chiesto poi alle maggiori testate giornalistiche tedesche di pubblicare foto segnaletiche alla ricerca dei RIOTERS.

Presto la richiesta, si è estesa anche ai mass-media di altri stati europei, venendo perlopiu’ disattesa. Del resto, un’altra verità che si vuole promuovere è che siano stati italiani, greci, spagnoli, francesi, ecc., ovvero i poveracci delle terre del sud i maggiori responsabili di quanto accaduto, perché loro odiano la Germania, la ricca città di Amburgo in particolare. Così, ad un anno dal G20 i giornali continuano a fare da cassa di risonanza all’operato della polizia tedesca, sempre alla ricerca di riscatto. La verità sulle giornate di Amburgo viene così continuamente distorta e mantenuta costantemente all’ attenzione dell’opinione pubblica, fatta rivivere in dibattiti televisivi e nelle prime pagine di giornale ancora ad un anno dai fatti. Per un anno intero si è alimentato costantemente quel sentimento di indignazione cittadinista che aveva portato alla spontanea costituzione di piccole milizie con maglietta bianca e scopa in mano, pronte a ripulire le scritte dai muri e a spazzar via i sanpietrini dalla strada, a cancellare immediatamente i segni della rivolta già il giorno immediatamente successivo al summit, esattamente come nel post NOEXPO di Milano nel 2015.

E ancora. Viene costituita una speciale unità di indagine dal nome “Commissione speciale di investigazione sul Blocco Nero” il cui acronimo in tedesco e’ “SOKO” composta da ben 180 agenti che per 8 ore al giorno indagano alla ricerca dei responsabili nei riot dello scorso luglio. I loro uffici sono tappezzati di foto segnaletiche, post-it e frecce volte a ricostruire e collegare tra loro i principali eventi. Indagano su 3200 casi, che vedono coinvolte ben 729 persone di cui 140 stranieri. Da Marzo 2018 questa unità ha a propria disposizione un software d’avanguardia tecnologica per il riconoscimento biometrico. Una volta inseriti i dati, il programma scandaglia automaticamente tutti i video e le foto in esso inseriti allo scopo di ricostruire chi è stato dove e a fare cosa in quelle giornate. Interi laboratori invece sono stati allestiti per prelevare il DNA da tutti gli indumenti ed oggetti ritrovati dalla scientifica “sui luoghi del delitto”.

A dicembre 2017 con un’operazione di polizia si è proceduto ad alcune perquisizioni soprattutto ad Amburgo ma anche in altre città della Germania alla ricerca di ulteriori prove. Sempre nel mese di dicembre sono state pubblicate sul sito della polizia di Amburgo 107 foto di presunti ricercati responsabili dei disordini anti-G20. Questo allo scopo di ottenere nuove informazioni e testimonianze da parte degli zelanti cittadini perbene o anche allo scopo di tracciare gli indirizzi IP da cui le foto vengono aperte e visualizzate. Inutile dire che la polizia finora ha potuto contare più di 4 milioni di click.

Ma di questi primi 107 presunti ricercati finora la polizia è riuscita ad identificarne 35 di cui solo 2 al momento sono stati effettivamente denunciati. Un’altra serie di 101 foto è stata pubblicata sempre sul sito della polizia di Amburgo, con lo stesso metodo e scopo, nel maggio 2018. Di questi presunti ricercati ne vengono finora identificati 13. Quindi 48 in tutto, di cui 35 le identificazioni rese possibili dalle testimonianze di comuni cittadini. I protagonisti di quest’ultima selezione di foto segnalazioni, sarebbero provenienti da altri paesi. La polizia stima che 91 sarebbero stranieri e mediante i sistemi di Eurojust ed Europol indaga in altri 15 paesi membri dell’Unione Europea, contando su nuovi ed agevoli istituti giuridici quali il mandato di arresto europeo ed il mandato di indagine europeo. Il 29 maggio scorso infatti, si è svolta una delle prime operazioni di carattere europeo condotta dalla polizia tedesca con la collaborazione dell’Eurojust. I destinatari di questa operazione sono stati 9 ragazzi. L’operazione si è svolta la mattina del 29 maggio all’alba contemporaneamente a carico di un ragazzo in Svizzera, di tre ragazzi in Francia, di tre a Madrid in Spagna e di due ragazzi italiani, uno di Genova e l’altro di Roma. L’operazione finalizzata per lo più alla perquisizione degli appartamenti e alla sottoposizione dei ragazzi ad un interrogatorio, si e’ svolta in base ad un mandato di indagine europeo (ad eccezione del caso svizzero evidentemente) emesso dal Tribunale di Amburgo. La polizia ha inoltre dichiarato di avere prove sufficienti per trasformare il mandato di indagine in mandato di arresto europeo a carico di uno dei ragazzi francesi, dichiarato però irreperibile dalla autorità francesi. Fallimentare pare sia stata anche la richiesta di arrestare il ragazzo indagato in Svizzera, rigettatagli dalle autorità locali per insufficienza di prove. Alcune irruzioni negli appartamenti sono state filmate e seguite in diretta dal centro di coordinamento di Amburgo. Le perquisizioni sono finalizzate al sequestro di indumenti, rigorosamente neri, materiale informatico (cellulari, computer, macchinette fotografiche, schede sd, pennette usb), effetti personali da cui effettuare il prelievo del DNA. Lo scopo, oltre a quello più evidente della ricerca di prove schiaccianti di una partecipazione a determinati eventi di protesta contro il G20, è quello più generale di profilazione e di ricerca informazioni, di ricerca di legami e contatti tra individui e gruppi a livello internazionale. In altre parole laddove non è possibile procedere ad arresti e denunce tanto vale rimpinguare le nuove banche dati europee di individui potenzialmente pericolosi, dei legami tra loro, del loro materiale genetico e biometrico.

Questa operazione di polizia di portata europea ha avuto un’enorme eco a livello mediatico in Germania. Le foto dell’operazione ed i nomi degli indagati sono comparsi su tutti i giornali e al termine dell’operazione stessa si è svolta una grande e trionfalista conferenza stampa.

A spiegare i fatti per i quali si procede, le modalità e le tecniche di indagine che si stanno seguendo e che hanno condotto a questa prima brillante operazione, è lo stesso capo dell’unità SOKO, Jan Hieber, in un documentario andato in onda sul primo canale della tv nazionale tedesca la sera stessa dell’operazione europea.

Nel documentario è proprio questo giovane rampante trentaduenne, con fede al dito, l’orologio e il completo elegante a spiegare come si sta lavorando per assicurare alla giustizia i maggiori responsabili del NO-G20. Gli episodi su cui ci si concentra e su cui verte anche l’operazione europea sono le manifestazioni dei due black bloc che il 7 luglio 2017, all’alba, hanno attraversato diversi punti della città, con danni stimati per oltre 2 milioni di euro, dando il via a 24 ore di rivolta ed ingovernabilità dell’intera città. Nel documentario scorrono le immagini di una mappatura di tutti i paesi di provenienza dei manifestanti anti-G20; della modalità di funzionamento del software di riconoscimento biometrico; degli agenti della scientifica con tanto di guanti, camice e mascherina che tamponano guanti, magliette e altri oggetti per prelevarne DNA; degli agenti della SOKO che lavorano nella loro centrale operativa visionando i filmati o che fanno passeggiate nei parchi e nelle strade percorse dalle manifestazioni provando a ricostruirne percorsi, tecniche, ragionamenti e modalità di comunicazione.

Si raccolgono le testimonianze degli abitanti dei quartieri attraversati dal blocco nero quella mattina, che “si svegliarono in una coltre di fumo”. Si fanno varie ipotesi nel tentativo di immedesimarsi in quelle persone, per capire da dove sono apparse, da dove scomparse ma soprattutto come abbiano potuto mettere in capo un piano a loro avviso così studiato e scientifico da risultare ideato da “una vera e propria organizzazione paramilitare di professionisti”. Infine, dopo aver raccolto il parere e le opinioni degli esperti di turno, Jan Hieber promette ai cittadini di Amburgo che si sta facendo tutto il possibile per riconquistare la loro fiducia.

Il 28 giugno scorso, poi, si è svolta una nuova operazione di polizia in Germania. Sono stati perquisiti tredici appartamenti a Francoforte sul Meno, Offenbach, Rossbach, Colonia, Amburgo, Oldenburg, Dudenbüttel e sono state arrestate sei persone. Quattro delle sei persone sono state arrestate per aver partecipato presuntamente alla manifestazione dell’Elbchaussee della mattina del 7 luglio. Il tentativo è quello di sostanziare a loro carico un’accusa di associazione a delinquere e di concorso morale nei reati commessi durante la manifestazione. Questi ragazzi hanno un’età compresa tra i 17 e i 24 anni e provengono da Francoforte sul Meno e Offenbach. I due ragazzi minorenni sono stati rilasciati con una denuncia e piede libero, mentre i maggiorenni sarebbero stati immediatamente trasferiti in carcere ad Amburgo, in attesa che inizi il processo. Gli altri due arresti sono stati eseguiti a Colonia, nei confronti di una donna di 19 anni ed un uomo di 32, accusati del “saccheggio” di un supermercato. Inoltre, altre nove persone sono state sottoposte a perquisizione e accusate di “incendio, disordine, resistenza e lesioni a poliziotti”.
Ma contro tutto questo, che sembra un trend appena iniziato e di certo non destinato ad esaurirsi nel breve tempo, ma piuttosto ad imporsi come nuovo paradigma controinsurrezionale preventivo e repressivo di carattere europeo ed internazionale, non si può rimanere in silenzio. Occorre comprendere fino in fondo il cambio di passo che il nemico sta compiendo per essere sempre più pronto ad affrontare le rivolte urbane che segnano un approfondimento della guerra civile in corso. Occorre vincere il clima di paura, terrorismo ed immobilismo che attraverso queste operazioni e queste tecniche si mira ad instaurare. Occorre sostenere anche qui lo sforzo dei compagni tedeschi che da circa un anno stanno affrontando tutto questo molto più da vicino, dimostrando la capacità e la volontà politica di difendere legalmente, materialmente e politicamente tutti coloro che l’estate scorsa, in qualunque modo, si sono opposti al G20 ed al suo mondo.

Un tentativo di autoriflessione critica – Un viaggio all’inferno.

 

Premessa: in luglio abbiamo pubblicato uno “speciale Amburgo”  dedicato alle mobilitazioni contro il g20 e nei vari articoli trasparivano le tensioni che gli eventi avevano prodotto anche all’interno dei movimenti tedeschi. In particolare un grande e duro dibattito aveva messo in questione il comportamento di due “portavoce” vicini al centro sociale Rote Flora. Pubblichiamo oggi la lettera aperta di Andreas Beuth, avvocato e portavoce della campagna “Welcome to hell”, nella quale egli si scusa per il suo comportamento a dir poco avventato e attraverso la quale possiamo comprendere bene i termini del dibattito tedesco. Inoltre ci sembra un buon esempio per noi in Italia, abituati a che nessuno faccia mai autocritica e che va sempre tutto bene madama la marchesa.

[In basso anche la versione della lettera in inglese]

Cari amici e compagni,

Sono Andreas Beuth, un avvocato in pensione seppure ancora eserciti la professione, un attivista della campagna “Welcome to Hell”, organizzatore della manifestazione Welcome to Hell del 6 luglio scorso ( ad Amburgo), nonché uno dei portavoce ufficiali della campagna in questione.

Prima di tutto vorrei prendere le distanze dalle dichiarazioni che io stesso ho rilasciato, in cui mi dissociavo dalle azioni militanti contro il G20, con particolare riferimento a quanto avvenuto il venerdì (7 Luglio) nel quartiere dello Schanzenviertel. Le mie affermazioni sono state politicamente sbagliate e dannose per il movimento della sinistra radicale. Per queste vorrei esprimere le mie più sincere scuse.

Mi piacerebbe anche provare a spiegare come, in 30 anni di relazioni con la stampa più o meno ben tenute su temi politici e giuridici, un errore così grave possa essere stato commesso, senza tuttavia relativizzare la portata di dichiarazioni politicamente sbagliate o dannose.

Prima del corteo del sabato (8 Luglio), ho rilasciato un’intervista all’ARD (Consorzio delle emittenti di radiodiffusione pubblica della Repubblica Federale Tedesca o Federazione delle Radiotelevisioni tedesche) e al NDR (Radio del Nord della Germania con sede ad Amburgo) “sui riot nello Schanzenviertel”, senza che ce ne fosse alcun bisogno e per il solo fatto che mi si puntavano i microfoni in faccia. Non avrei dovuto farlo. Ero emotivamente provato e sotto pressione per quanto accaduto la notte di venerdì, durante la quale avevo pensato che fossero avvenute molte cose buone ma altrettante completamente sbagliate. Ero stato a discutere degli eventi per metà nottata, avevo dormito solo 4 ore, ed ero psicologicamente esausto. In assoluto, ma anche per questi particolari motivi, anziché essere esposte alla stampa, certe valutazioni sarebbero dovute rimanere interne ad una discussione di movimento, discussione che, con qualche esitazione, è appena iniziata tra coloro che hanno partecipato alla campagna (Welcome to Hell). Solo allora si poteva decidere collettivamente se fare o meno un comunicato. Non avrei mai dovuto rilasciare dichiarazioni così fatali e sicuramente non avrei mai dovuto farlo di testa mia, senza consultare altri!

Ora sulle singole affermazioni:

Tutto è iniziato con la citazione su “Poeseldorf” (una zona chic di Amburgo), sulla quale la stampa, con mia enorme sorpresa, si è principalmente concentrata. In realtà avevo detto molto di più di ciò che è stato riportato, ma l’intervista completa non è mai stata mandata in onda e ancora oggi non ne ho completa cognizione. La citazione pubblicata è quella che segue:

Noi, come attivisti della sinistra ed autonomi, ed io, come portavoce di questo gruppo, sicuramente abbiamo una simpatia per certe azioni, ma sicuramente non se accadono nel nostro quartiere, quello in cui viviamo. Perché non fare certe azioni a Poeseldorf o Blankenese (zone chic di Amburgo)? Infatti c’è molta incomprensione per la distruzione dei nostri stessi negozi nello Schanzenviertel, posti in cui noi stessi e gli altri abitanti facciamo compere”.

Rispetto a questa dichiarazione, innanzitutto io non sono il portavoce degli autonomi, in quanto questi chiaramente non hanno portavoce, e ciò corrisponde evidentemente anche alla mia idea di politica autonoma. Non ho davvero cognizione di come ho potuto dire una cosa simile. Ciò che veramente avrei voluto dire è che io ero il portavoce della campagna autonoma “G20-Welcome to Hell”. Ma detto ciò non avrei dovuto rilasciare dichiarazioni senza prima essermi consultato con altri componenti di questo gruppo. Trovo ancora più complicato valutare il contenuto di questa affermazione e, senza rivelare completamente la mia posizione sul tema (vedi infra), per ora, su questo, basti pensare che sono molte e diverse le posizioni e le valutazioni politiche. Per alcuni lo Schanzenviertel è ancora un quartiere resistente, in cui molti appartenenti alla sinistra antagonista vivono insieme ai molti simpatizzanti e in cui ci sono ancora molti posti appartenenti alla comunità di movimento. Per altri invece è un quartiere gentrificato e radical chic come molti altri. Inoltre ci sono anche prospettive differenti sulla “distruzione dei nostri stessi negozi”. Alcuni sottolineano il fatto che negozi come Rewe e Budney (appartenenti a grandi catene) facciano del bene allo Schanzenviertel, donando prodotti agli asili ed ai senzatetto e dimostrando tolleranza verso spazi come il Rote Flora. Per altri, sono semplicemente negozi appartenenti a grandi catene indipendentemente da dove nella città si trovino. Invece, c’è un accordo di fondo sul fatto che siano stati coinvolti anche i negozi più piccoli che simpatizzano con il Rote Flora. Inoltre tutti concordano sul fatto che sia del tutto privo di legittime ragioni militanti l’aver messo in pericolo delle persone incendiando edifici, compresi gli uffici in cui potevano ancora esserci persone a lavorare o pulire.

Trovo che, tra tutte, la dichiarazione su “Poeseldorf”, ad eccezione della parte relativa al “portavoce del movimento autonomo”, sia quella politicamente meno grave rispetto alle prese di distanza contenute nelle successive interviste all’ Abendblatt, al MoPo e al TAZ (quotidiani tedeschi).

Nel frattempo però, si era messo in atto un coordinato attacco contro la mia persona che ha senz’altro contribuito alle mie prese di distanza, senza perciò che io possa o voglia in ogni caso giustificarle.

La stessa sera, dopo la trasmissione dell’intervista tv, è iniziata una sempre più aggressiva e odiosa invettiva contro di me. Per strada, sono stato anche ferocemente insultato e minacciato al punto da aver avuto bisogno di una scorta (ringrazio tutti quelli che hanno contribuito alla mia protezione). Contemporaneamente contro di me è stata messa in campo dalla stampa, poi costantemente alimentata dai politici, un’incredibile campagna diffamatoria. Lunedì 10 luglio 2017 ho ricevuto tantissime telefonate e richieste per e-mail, soprattutto da parte di giornalisti di Amburgo, che mi ponevano di fronte alla scelta tra rilasciare subito una dichiarazione chiarendo la mia posizione o passare grossi guai.

È stato in queste condizioni che ho commesso l’errore più grande. Non sono riuscito a sostenere tutta quella pressione e sono andato nel panico. Ho pensato di dover reagire immediatamente e, invece di prendermi qualche ora di tempo per ragionare insieme a qualche compagno immediatamente disponibile, ho agito da solo senza pensare.

Nei giorni e nelle settimane successive le minacce sono anche peggiorate. Sono stati pubblicati numerosi testi contenenti minacce esplicite. Alcuni li hanno interpretati come satira di movimento mentre altri, tra cui me in quanto obiettivo, li hanno letti come minacce dirette. Contemporaneamente la campagna diffamatoria della stampa non sembrava affatto cessare e la dichiarazione su Poeseldorf veniva continuamente ripresa e commentata. Inoltre ho ricevuto una condanna pubblica da parte dell’Ordine degli avvocati con conseguente inizio di un procedimento disciplinare. E in più, a peggiorare la situazione, a seguito di ben 25 diverse denunce, è iniziato anche a mio carico un procedimento penale preliminare per apologia di comportamenti criminali. Proprio a causa della pendenza di questi procedimenti, al di là di questo scritto, voglio fare attenzione alle dichiarazioni pubbliche che faccio.

Le minacce, la campagna diffamatoria della stampa e la repressione sono anche i motivi per i quali solo molto lentamente sono riuscito a tornare in carreggiata e a schiarirmi le idee. Solo allora sono riuscito a condividere un percorso di critica e autocritica con coloro che fanno parte del mio contesto più prossimo, sia a livello personale che politico. Ciò ha portato ad una discussione che ha a sua volta prodotto questo testo. Sono consapevole che questo testo sarebbe dovuto uscire prima, ma allora non mi è stato soggettivamente possibile.

Ora tornando alle interviste rilasciate lunedì 10 Agosto 2017 e pubblicate contemporaneamente l’11 agosto 2017 su Abendblatt, su MoPo e su TAZ.

Abendblatt:

Certe azioni erano solo insensate violenze ed hanno superato il limite. Mi dissocio completamente da quanto avvenuto venerdì sera. Anche noi siamo scioccati dagli eventi”.

Mi dà i brividi ogni volta che la leggo. Come posso aver fatto un commento così superficiale e banalizzante. Non riesco a riconoscermi in questa affermazione e ancora non mi spiego come possa mai averla sostenuta. È anche strano che io abbia sempre parlato di un “noi” senza spiegare cosa fosse questo “noi” e senza che avessi ricevuto alcun mandato né dagli organizzatori della campagna (Welcome to Hell) né tanto meno dagli autonomi.

Noi rappresentiamo gli attivisti autonomi moderati di sinistra in Europa e non abbiamo invitato queste altre persone. I gruppi che abbiamo contattato sono venuti senza alcuna intenzione di incendiare, saccheggiare e commettere gravi atti di violenza. Di solito rifiutiamo tutto ciò”.

Questa differenza tra autonomi moderati e altri autonomi è certamente un assoluto nonsense e sono pienamente caduto nella trappola mediatica. “Welcome to Hell” si era mobilitata e aveva mandato inviti a livello internazionale ed io ho partecipato anche in questo aspetto. “Benvenuti a tutti voi”! Per lo più abbiamo cercato di fare del nostro meglio nello spiegare il senso della manifestazione “Welcome to Hell”, ma allo stesso tempo non abbiamo dato alcuna linea guida. Non possiamo e non vogliamo farlo. Per questo motivo severamente ed esplicitamente condanno la mia affermazione sul fatto che non avremmo dovuto per qualunque motivo invitare certe persone.

Abbiamo visto, specialmente il venerdì, una nuova e ripugnante dimensione di violenza commessa da queste persone. Mi assumo parte della responsabilità di tutto ciò”.

Ripugnante dimensione di violenza” non è stata una mia scelta terminologica. Non posso neanche immaginare di averlo detto. Ma poiché ho apparentemente prestato il mio consenso (avendo a disposizione appena un’ora di tempo per farlo), me ne assumo la responsabilità politica. Trovo questa affermazione particolarmente brutta. Sono stati la regia del summit e la brutale repressione della polizia, fatta una stima delle vittime, ad essere “ripugnanti”.

MoPo ( Laddove differisce dall’ Abendblatt):

Incendi dolosi e saccheggi non hanno nulla a che fare con proteste legittime, ed io sicuramente troverei sbagliate certe azioni anche se fatte a Blankenese o Poeseldorf”.

Mi sono già espresso su questo e non farò ulteriori commenti qui.

Sono stato citato anche per aver detto che la frenesia del riot del venerdì sera era dovuta al fatto che molti militanti non erano riusciti ad arrivare prima di venerdì stesso (questa non è una citazione diretta e non ne ho parlato in questo modo). “Ho anche sentito parlare in italiano, spagnolo e francese. Non abbiamo invitato noi queste persone con cui non abbiamo neanche mai parlato”.

Si questo l’ho detto. Trovo sia un errore davvero madornale, è mai possibile cadere così in basso? Questo non è accettabile. Noi/Io avevo esplicitamente invitato compagni da fuori ed ero stato in contatto con molti di loro durante il summit.

Vedrò di fare in modo che questo testo venga tradotto in altre lingue, come l’inglese, e spedito come corrispondenza, nonostante il ritardo. Tutti i prigionieri politici che sono stati reclusi per il summit del G20 hanno la mia solidarietà incondizionata, specialmente quelli venuti da fuori che sono stati sottoposti a ulteriori soprusi e che hanno dovuto passare più tempo in carcere rispetto ai prigionieri tedeschi.

TAZ ( Laddove differisce dall’ Abendblatt e dal MoPo):

Posso chiaramente dire che condanno del tutto cose come i saccheggi e le macchine bruciate, e ancor di più gli incendi ai negozi in cui le fiamme avrebbero potuto raggiungere i piani abitati”.

Mi sono già espresso sull’incendio di edifici. Ho fatto diverse considerazioni sui saccheggi. La stessa cosa vale per le macchine. C’è una bella differenza tra uno show room Porsche a Eidelstedt e una piccola utilitaria di una mamma single che la usa per andare avanti ed indietro dall’asilo tutti i giorni. Per alcuni questa differenza è evidente. Altri vedono le macchine come macchine, come status symbol della società capitalista. Non dirò altro su questo argomento.

Mi assumo parte della responsabilità politica, ma non sono responsabile per quello che hanno fatto spagnoli, italiani e francesi, che neanche conosco. (…) Non sono riuscito a parlare per tempo con queste persone”.

È indegno l’aver addossato la responsabilità di azioni militanti ai compagni arrivati da fuori. E ancora, è molto arrogante da parte mia l’aver detto che avrei voluto parlare con loro prima che certe cose accadessero. Con che diritto avrei potuto farlo? Sono sinceramente mortificato.

Ci sarebbero ancora alcune dichiarazioni da commentare criticamente, ma sarebbero solo considerazioni ripetitive.

Per riassumere ancora: ho fatto un grave ed imperdonabile errore. Me ne pento profondamente e per questo chiedo scusa. Spero che almeno alcuni possano accettare queste mie sentite scuse. Altrimenti dovrò semplicemente conviverci per sempre.

Alcuni commenti finali:

Questo testo è stato scritto dopo alcune discussioni con quei compagni che mi hanno dimostrato solidarietà nonostante fossero critici nei miei confronti. Tuttavia questo testo rimane il mio. Sono sia preparato che interessato a continuare la discussione, che comunque preferirei avvenisse in incontri a tu per tu e che non fosse lasciata alla corrispondenza scritta. Chiunque mi voglia cercare mi troverà lungo la strada da lui/lei scelta.

23.8.17

Andreas Beuth

g20_statement

Un canto di solidarietà e libertà

Una conversazione tra Qui e Ora e degli Autonomen tedeschi all’ indomani del G20 di Amburgo

Dal nostro paese è complicato seguire il dibattito che è ora in corso nel movimento tedesco all’indomani del G20 di Amburgo. L’impressione è quella che non vi sia una valutazione unanime dei fatti. Alcuni prendono le distanze e altri no, con diverse motivazioni. Potreste raccontarci qualcosa di questo dibattito e indicare quali sono le principali tendenze nella discussione del movimento autonomo?

Jesse:

Per prima cosa vorrei chiarire che noi non abbiamo semplicemente un dibattito all’interno del movimento tedesco, poiché i movimenti sono diversi, internazionali e includono anche gente proveniente da molti luoghi del mondo che adesso vivono in “Germania” da poco o molto tempo. Ciò vuol dire includere ovviamente i movimenti delle comunità immigrate come i kurdi che solidarizzano con le lotte in Rojava o Bakur (la parte kurda in Turchia) e che hanno partecipato con un enorme blocco alla grande manifestazione di sabato con 100.000 persone.

Ovviamente non c’è un’univoca valutazione, i gruppi politici e le organizzazioni sono molto diverse tra loro. Parlando in generale della discussione all’interno degli ambienti autonomi e anarchici, da ciò che posso capire dai comunicati e dalle dichiarazioni che hanno pubblicato recentemente, ad esempio su linkusten indymedia, nessuno si dissocia da qualsiasi cosa e si giustificano le barricate incendiate, gli espropri, i diversi attacchi contro la polizia e molti altri interventi militanti (come le azioni decentralizzate) in quanto mezzi legittimi di resistenza verso il sistema globale di potere neoliberale, rappresentato dal g20 e responsabile per il capitalismo, le guerre, la fame, la miseria e lo sfruttamento, la tortura e la morte.

Allo stesso tempo molti dei gruppi autonomi/anarchici che hanno pubblicato qualcosa, mostrano anche un certo grado di (auto)critica rispetto a qualcuna delle cose accadute durante il riot e gli scontri, ovvero: fuoco appiccato a negozi sopra i quali vive della gente, la distruzione di automobili di piccola cilindrata, una certa riproduzione di maschilismo ed esibizionismo (machismo) etc. Penso che sia importante discutere di queste cose dentro il movimento. Azioni e resistenza devono sempre essere comunicabili e comprensibili – il che significa: per quale ragione fai qualcosa e cosa c’è al di là di essa.

Ma, abbastanza sorprendentemente, questa volta anche noi abbiamo fatto esperienza della dissociazione, ad esempio da parte di uno dei portavoce del Rote Flora e da uno degli organizzatori della manifestazione Welcome to hell. Riguardo al riot di sabato notte nello Schanzviertel, il primo ha dichiarato: “quello che è accaduto è politicamente sbagliato”. Ma nonostante le criticità di cui dicevamo prima, in molti vedono il riot, la difesa delle barricate, l’esproprio del grande supermercato REWE o le fiamme come qualcosa di altamente politico in quanto contestualizzato nella resistenza contro il vertice del G20. E, per essere franchi, quelle immagini erano esattamente ciò che molta gente voleva creare.

Il secondo è andato anche più lontano parlando di “violenza senza senso”, “oltraggiosa dimensione della violenza”, “incendi ed espropri non hanno nulla a che fare con la protesta legittima” e, su di un quotidiano, circa i fatti di venerdì notte allo Schanze ha detto: “Ho sentito gente che parlava italiano, francese e spagnolo – ma non siamo noi ad averli invitati e non hanno mai parlato con noi prima”. Incolpare gli internazionali per le “violenze senza senso” è l’ultima cosa che mi sarei potuto aspettare da uno degli organizzatori di Welcome to hell. Sì, credo proprio vi saranno molte cose da discutere in futuro.

Un’ultima cosa sui riot in generale. Quando tanta gente differente, con un diverso background, vi partecipa, come è accaduto anche ad Amburgo, e crea una zona police-free per diverse ore, ci saranno sempre anche degli aspetti negativi in quanto è uno specchio delle nostre società, il riflesso e la riproduzione della violenza strutturale interna alle società e che in quel momento diviene visibile. Questo ovviamente non significa che dobbiamo accettare qualsiasi cosa succeda e anzi dovremmo non solo criticare ma intervenire in determinate situazioni e assumercene la responsabilità – come è successo ad Amburgo quando degli autonomi hanno bloccato l’incendio di un negozio, ad esempio. Ma credere che tutto possa accadere senza contraddizioni e che tu o piccoli gruppi organizzati possano avere tutto sotto controllo è non solo un’ingenuità ma del tutto irrealistico.

Andrea:

E’ importante capire su cosa si sta discutendo. Secondo me il dibattito si è focalizzato sui fatti accaduti nello Schanzenviertel nella notte di venerdì.

Come prima abbiamo la posizione che accentua il momento dell’insurrezione, l’assenza della polizia nella zona per molto tempo e la possibilità di muoversi all’interno di una grande massa di gente. La gente dice che è stato un atto politico compiuto con ogni mezzo; non un atto specifico degli autonomi ma la reazione di un bel po’ di gente che ne ha abbastanza e quindi si ribella, combatte e crea disordini, va nei negozi e prende ciò che vuole. L’insorgenza è comprensibile anche come reazione alla repressione da parte dei politici e della violenza poliziesca nei giorni precedenti *.

Questa posizione pone l’insurrezione nel contesto della repressione quotidiana e della violenza nel mondo. Un canto di solidarietà e libertà.

Dall’altro lato vi sono persone che pensano che parte dei disordini sono stati sbagliati e che sono stati dominati da maschi che non avevano la minima idea di ciò che facevano. Questa posizione spesso si presta a malintesi e infatti per lo più è presentata dalla stampa conservatrice come una forma di dissociazione.

Spero che saremo abbastanza forti da respingere gli sforzi che la loro propaganda sta facendo per dividerci e per dare la caccia agli “autonomi”, al Rote Flora e ai compagni di altri paesi che sono venuti per partecipare alle proteste contro il G20. Dobbiamo ricordare sempre che la potenza della nostra protesta è nella solidarietà.

 

 

E qual è invece la posizione della sinistra istituzionale al proposito?

Jesse:

La IL (Interventionsche Linke) ha fatto uscire un comunicato, “La speranza ribelle di Amburgo”, nel quale dicono che “il concetto politico di insurrezionalismo” – che loro credono sia dietro il riot – placa la fame di ribellione ma non trasmette speranza o solidarietà”. Bene, io dubito che interferire o cercare di sfasciare cose come il G8 a Genova o adesso il G20 di Amburgo sia necessariamente da incorporare nel concetto di insurrezionalismo. Ma credo che una violenta resistenza può trasmettere speranza mostrando, appunto, la nostra resistenza e il dissenso – superando la nostra impotenza – e così il fatto che non possono proseguire tranquillamente il loro show e il loro programma politico. È questo momento di superamento quello che abbiamo ora vissuto ad Amburgo.

Dopo le proteste di Genova nel 2001 nessun altro G8 fu fatto in una grande città, questo fu sicuramente un risultato e può essere visto come un successo delle proteste. E quando oggi il Ministro della Giustizia, Heiko Maas (SPD), dice che “mai più un summit sarà ospitato in una grande città tedesca” – wow! – allora questo è e dovrebbe essere considerato sicuramente come un successo. Ma siamo aperti a discutere sui diversi concetti politici, perché no. Con la sinistra istituzionale in generale non vi sono molti rapporti e ovviamente molti di loro si sono dissociati da qualsiasi cosa fosse segno di una resistenza un po’ più militante, oltre che dal riot. Sara Wagenkneckt, una delle dirigenti della Linke in “Germania”, ha chiamato i rivoltosi “criminali violenti” e Jan van Aken, della Linke di Amburgo, che è stato uno degli organizzatori della grande manifestazione di sabato con 100.000 persone, ha detto che “certamente vi erano gruppi anarchici e io stesso ho sentito che parlavano italiano, ma questo non ha niente a che fare con la protesta politica, sono solo creatori di disordine” (Deutschlandfunk, 10.7). Questo è un esempio delle loro povere spiegazioni: di nuovo si parla di stranieri che vengono da altri paesi, si depoliticizzano i conflitti politici e i riot. Ma in realtà da loro non mi aspettavo niente di diverso.

Andrea:

Non sono sicura se definireste la IL (più o meno corrispondente ai disobbedienti in Italia) come sinistra istituzionale… Comunque finora non abbiamo sentito nessuna dissociazione da parte loro. Piuttosto hanno indicato la quantità di differenti azioni e blocchi e sostenuto che la rabbia dei manifestanti è cominciata a partire dall’intervento della polizia contro il camping.

Tempo fa i “Grunen” (Verdi) sono stati un partito di sinistra; oggi sono parte del governo di Amburgo, di quel governo cioè che sta mettendo sotto accusa il Rote Flora e che parla del “duro lavoro” della polizia… Abbiamo solo un rilevante partito di sinistra, che è la Linke. Io penso che loro vorrebbero dissociarsi perché alla fine sono un partito, ma nei fatti non l’ho ancora sentito o letto nelle loro dichiarazioni. Fino ad ora mi pare si siano focalizzati piuttosto sulla violenza della polizia, specialmente quella contro la manifestazione di venerdì Welcome to hell.

I quartieri di Amburgo che sono stati il teatro degli scontri sono raccontati spesso come omogeneamente di sinistra, amici degli autonomi e potenzialmente anche della rivolta. Allo stesso tempo però abbiamo visto che molti loro abitanti hanno consegnato alla polizia delle foto e dei video per incriminare i rivoltosi oppure siano scesi in strada all’indomani della rivolta per ripulire il quartiere dai segni dell’antagonismo. Qual è la verità?

Andrea:

Come in altre parti d’Europa la situazione nei quartieri alternativi è molto cambiata, non sono per niente omogeneamente di sinistra, in compenso sono in gran parte gentrificati. Comunque molti abitanti simpatizzano ancora per la sinistra radicale. Per noi non è ancora chiaro quante delle foto e dei video arrivati alla polizia vengono da gente che vive nello Schanzenviertel. C’era molta gente proveniente da altre parti della città e molti si sono filmati e fatti dei selfies (spero che non abbiano mandato anche questo materiale ai poliziotti…). Molti video vengono dalle telecamere dei negozi. Ma sì, qualche foto è stata fatta dalle finestre, ciò significa che qualche abitante le ha mandate alla polizia.

Dall’altro lato abbiamo avuto la dichiarazione di alcuni proprietari di negozi, 10 circa, che testimoniano della presenza di “party-people” nelle strade e che fanno una differenziazione tra l’agitazione dei gruppi organizzati autonomi e i turisti del riot o i ragazzini che hanno preso parte ai saccheggi. Suona un po’ come una presa di distanza anche questa, ma tutto sommato si sono rifiutati di accusare il Rote Flora per tutto quello che è successo. È stato orribile vedere le immagini di gente, cinque o forse più tra uomini e donne, che volevano cancellare una tag che forse era lì da anni – che cosa degradante. Ma la cosa più interessante per noi è che la maggior parte di loro sembra non venisse dal quartiere. Conosco un fotografo che ha parlato con qualcuno di questi e ha avuto l’impressione che non erano particolarmente “anti-sinistra” ma che questa gente fosse stata un po’ scioccata da ciò che era accaduto durante la settimana e non sapeva cosa fare: infine hanno pensato che potevano “ripulire” il quartiere.

 

Maria:

Un quartiere non è mai un’entità omogenea, ma nello Shanze la solidarietà degli abitanti per il Rote Flora e per le giornate di Amburgo è davvero un sentimento diffuso. Sicuramente c’è anche chi, in questi giorni, inoltra materiale informativo sui riot alla polizia, ma non credo che siano in tanti del quartiere a prestarsi ad una cosa simile. I quartieri, per quanto  alternativi, non sono necessariamente entità omogenee né tanto meno si possono definire santuari per gli autonomi, sicuramente c’è un maggiore livello di integrazione. Ma succede anche che gli “alternativi” possano sentirsi disturbati dalle politiche degli autonomi.


Jesse:

Sembra che adesso le persone nello Shanze almeno discutono e parlano molto di ciò che è accaduto e questa potrebbe essere per noi un’occasione preziosa per prendere parte alle discussioni, per spiegare perché siano successe alcune cose ma anche per ascoltare le perplessità e le critiche.

 

I quartieri alternativi tedeschi sono davvero ancora un santuario per gli autonomi? Oppure le dinamiche di gentrificazione hanno stravolto la loro composizione?

 

Andrea:

Di questo argomento non ho ancora discusso con altri compagni, quindi mi limiterò ad esprimere la mia opinione personale. Se un tempo i quartieri alternativi fossero stati un santuario per gli autonomi credo che lo sarebbero ancora, ma ho i miei dubbi sul fatto che lo siano mai stati.  Credo sia più una questione di interazione tra ribellione e cultura. Lo Schanzenviertel sarebbe ancora definito un quartiere alternativo senza il Rote Flora? Quello che vedo è che molti abitanti del quartiere non si lasciano influenzare dalla propaganda mediatica dei quotidiani locali che ci propinano di continuo la storia dei poveri poliziotti e dei black bloc cattivi. La scorsa settimana il Rote Flora ha proposto un incontro per parlare insieme tra vicini. Si è discusso di fin dove può arrivare il consenso, delle aspettative e della paura della polizia o del fuoco nelle strade. Credo che questo sia un buon modo per elaborare quanto accaduto.

Jesse:

Non so se vi riferiate all’incontro  che c’è stato nella sala da ballo del football club del St.Pauli , ma c’erano almeno 1000 persone, incredibile! Questo dimostra che anche la squadra e tante altre persone sono a sostegno del Rote Flora. Ma è pur vero che i territori e quartieri alternativi sono soggetti ai rapidi mutamenti della gentrificazione, in base ai quali negli ultimi decenni gli affitti sono sempre più alti e i nuovi abitanti dei quartieri più benestanti e meno legati alla storia della resistenza. Tutto ciò ne modifica naturalmente la composizione. Si prenda Kreuzberg ad esempio, un quartiere alternativo di Berlino, in cui il partito della Merkel (CDU) prende solo l’8% dei voti. Qui si svolge l’annuale MYFEST che esiste dal 2003 come chiara strategia di depoliticizzazione del 1 maggio. Molti abitanti del quartiere sfruttano a livello commerciale questo MYFEST per trarne i loro profitti accettando completamente questa logica di pacificazione. Inoltre a Kreuzberg, all’interno della comunità turca, vivono anche molti elettori di Erdogan (il 50%) o del partito fascista dei Lupi Grigi (MHP 10-20%). Tutto questo rende bene l’idea di quanto possa essere complesso e contraddittorio un c.d. quartiere alternativo.

 

 

In questo momento immaginiamo che in Germania la repressione post-G20 sia al lavoro. Qual è la situazione degli arrestati?

 

Andrea:

I politici e la polizia stanno usando le persone arrestate come avvertimento. I detenuti hanno passato brutti momenti e sono stati trattati male. Forse lo avrete già saputo dagli italiani che sono stati nella prigione di “GeSa”. Le difficoltà sono ancora molte, non è semplice per esempio contattare le persone in arresto e gli impediscono anche di ricevere lettere e vestiti. Ci sono ancora circa 40 persone detenute ora in diversi istituti penitenziari**.

 

Maria:

Sono ancora 36 le persone in stato di arresto. La polizia ha creato una squadra speciale di 170 poliziotti, creativamente chiamata BlackBloc, incaricata di visionare tutto il materiale foto e video che le persone gli hanno mandato. C’è un assemblea settimanale contro la repressione che  si svolge ad Amburgo e che si occupa di tutte le persone arrestate, che conosce i nomi di tutti e che ha provveduto al fatto che ciascuno avesse un avvocato. Inoltre a sostegno di ciascun detenuto si sono formati piccoli gruppi di supporto dislocati in città diverse.

 

 

 

E quali sono le strategie di criminalizzazione in corso? Vi è una discussione pubblica in merito?

Andrea:

Sicuramente continuano a cercare di dividere il fronte delle organizzazioni di sinistra e impiegheranno molte energie nell’analisi del materiale fotografico e videoregistrato. Per questo hanno già composto una speciale commissione di polizia. Il governo della città di Amburgo e i diversi partiti sostengono che la responsabilità di quanto accaduto sia del Rote Flora e che per questo vada sgomberato. Come se non bastasse fantasticano di chiudere anche tutti gli spazi ad esso collegati in tutta la Repubblica Federale tedesca. Discutono di implementare il sistema di “Gefährderdateien”, uno speciale sistema di raccolta dati degli spostamenti dei potenziali militanti della sinistra antagonista . Il Ministro degli Interni ha proposto di istituire l’uso degli hobbles  (delle cavigliere elettroniche) per i militanti di sinistra. Ma nel frattempo, come dicevo prima, tra le persone sono comuni i discorsi sulla violenza della polizia e sulle loro bugie. Inoltre sono stati troppi i testimoni degli avvenimenti o le vittime della violenza della polizia perché possano essere credibili i cerimoniosi discorsi del sindaco o del senatore degli Interni che pretendono non vi sia stata violenza da parte della polizia.

 

Jesse:

Il ministro degli Interni ha anche proposto di sparare per marchiare ed etichettare i manifestanti con uno speciale tipo di DNA Artificiale per poi poterli arrestare dopo le manifestazioni. Inoltre anche il discorso politico condotto a livello mainstream è parte di una delegittimazione della nostra resistenza e della nostra lotta. I politici, come il Ministro degli Interni De Maiziere,  equiparano il riot del venerdì sera o le azioni degli anarchici e degli autonomi ai fascisti o ai terroristi islamici.

Ora dobbiamo rimanere uniti, sostenere le persone in stato di arresto e cercare di smascherare la scontata campagna politica contro la sinistra radicale. Altrimenti ho la sensazione che possano trovare qualche capro espiatorio da chiudere in galera per qualche tempo. Diventa anche evidente che ora vogliano intensificare la collaborazione tra le forze di polizia di tutta Europa, perché vengano identificate a livello internazionale, attraverso l’Interpol o le banche dati delle polizie nazionali, le facce e le fotografie di coloro che non sono stati in grado di identificare finora.

 

 

 Ci piacerebbe infine avere un vostro singolare giudizio su quello che è accaduto ad Amburgo in relazione alle aspettative e alla preparazione del controvertice.

Jesse:

 Alla fine forse si è potuto fare anche più di quanto non ci si aspettasse. La guerra psicologica dello stato e della polizia era anche nelle nostre teste. Per esempio avevano detto che sarebbero riusciti ad arrivare nell’arco temporale di un minuto in qualunque parte della città di Amburgo. Dopo tutto erano solo sciocchezze, ma anche io mi ero un po’ spaventato. Tutto considerato, sono stato molto colpito dalla varietà e la diversità della resistenza di massa di tutte quelle giornate. E devo ammettere che la varietà, la diversità ed il pluralismo della nostra resistenza e della lotta di cui abbiamo fatto esperienza in quei giorni, dalle azioni militanti ai blocchi, dal rave al cornering, dalle performance teatrali (1000 Zombie) alla critical mass contro il G20, dalla manifestazione di massa di migliaia di persone ai riot, ebbene anche questa eterogeneità di pratiche è stata la nostra forza. Quindi, non lasciamoci dividere e separare per indebolirci. Continuiamo a discutere e dibattere.


Andrea:

Ad essere onesti le nostre aspettative sono spesso differenti dai nostri desideri, perché non siamo abbastanza forti da farli divenire realtà. Ma, per esempio, penso che per la manifestazione di giovedì la maggior parte di noi si aspettasse una grande partecipazione, cosa che è avvenuta, e che sia il concentramento che la manifestazione in sé siano stati ben organizzati. A pochi giorni dal corteo è stato sempre più evidente che non avrebbero tollerato quella manifestazione. Ma sicuramente non ci aspettavamo un attacco così violento in quel punto, ancora prima che tutto avesse inizio. Come ha sostenuto anche il coordinamento WELCOME2HELL l’obiettivo della protesta contro il G20 era di interrompere o impedire l’evento o almeno quello di disturbarlo. In questo senso si può dire che abbiamo raggiunto l’obbiettivo. Ma nessuno poteva immaginarsi il riot del venerdì notte allo Shanzenviertel. Non è sorprendente che sia iniziato un dibattito generale sulla violenza e neanche che vi sia un dibattito sulla violenza nella sinistra. Ma di certo non mi aspettavo che vi fosse tra gli autonomi.

*  sulle violenze poliziesche cfr.: https://g20-doku.org/

** 35 persone sono ancora in prigione: 6 Italiani, 3 Francesi, 2 Russi, 2 Olandesi, 1 Austriaco, 1 Svizzero, 1 Ungherese, 1 Polacco, 1 Ceco, 1 Senegalese, 1 Basco, 1 Rumeno, 1 Serbo, più 13 tedeschi, tra cui 8 di Amburgo, 51 sono stati arrestati e imprigionati all’inizio dei quali 16 sono stati già rilasciati. Tra questi 16 vi erano 1 greco, 1 venezuelano, 1 turco, 1 ungherese e 12 tedeschi. Tutti vivono in Germania e hanno qui il loro domicilio, che è uno dei motivi per cui sono stati rilasciati in anticipo.

NOTE PARTIGIANE SULLA COMUNE DI AMBURGO

Ci segnalano e pubblichiamo un altro contributo italiano sul G20 di Amburgo e nei prossimi giorni pubblicheremo ancora alcune riflessioni di compagni e compagne tedeschi, quindi,lettori e lettrici di Qui e Ora, se avete qualcosa da raccontare questo è il momento, fatevi avanti!

di Brigata Yan Valtin in trasferta. Per l’autonomia diffusa mondiale. autonomiadiffusa@inventati.org

fb: autonomia diffusa ovunque

Link al documento: NOTE PARTIGIANE SULLA COMUNE DI AMBURGO

Sul riot nel Schanzenviertel. Nessuna dissociazione!

di Karl-Heinz Dellwo*
(dichiarazione rilasciata sul profilo Facebook della casa editrice Laika Verlag il 10.07.2017)

Intanto le immagini hanno fatto il giro nel mondo: in Germania, il nuovo stato centrale economicamente stabile come nessun altro paese dell’emisfero occidentale, durante la grande protesta contro il vertice del G20 è esploso un riot di una dimensione mai vista finora qui e che si pensava possibile solo in altri paesi, quelli con i più grandi problemi di povertà e di migrazioni.
Lo Schanzenviertel di Amburgo bruciava. Negozi e banche sono stati distrutti e saccheggiati. Nella via centrale del quartiere, in presenza di migliaia di persone, è stato acceso un enorme falò alimentato dagli oggetti frutto dei saccheggi. Mentre alcuni davano libero sfogo alla loro rabbia distruttiva, altri si godevano lo spettacolo o almeno lo seguivano, chiaramente in preda alla loro brama di azioni eccitanti.
Mentre gli uni si bardavano per tentare di evitare la loro identificazione, gli altri fotografavano le barricate in fiamme, le finestre e le porte distrutte, quelli che agivano mascherati di nero e anche se stessi. I più stupidi si mettevano anche in posa. Il tutto bastevole per la campagna diffamatoria del giornale Bild e per la caccia poliziesca. Altri si portavano a casa il bottino.
Altri ancora erano nelle strade laterali, non molto lontano da dove c’erano le fiamme e le esplosioni, seduti al bar mentre bevevano o mangiavano qualcosa. Gli stranieri sono stati avvicinati e gli si è offerto cibo e bevande saccheggiate. Mentre lo spettacolo continuava, alcuni partecipanti, a prima vista affaticati ed esausti, facevano insieme un picnic. Nessuno sembrava avere paura degli altri.
Nessuno, almeno nessuno degli attori descritti, pensava alla probabile paura di chi era rimasto in casa. Amici stranieri della rivolta evocavano entusiasti la “grande Comune” che si sarebbe creata per un paio di ore. A chi gli ha ricordato i tre morti dell’incendio durante il riot ad Atene nel maggio del 2010, rispondevano sicuri di sé che qui non sarebbe accaduto per poi dichiarare più tardi, quando altri ancora tentavano di incendiare dei negozi ignorando il fatto che sopra di essi vivessero delle persone: “Non sono più storie nostre. Adesso ce ne andiamo”.
Anche durante il giorno erano stati sferrati attacchi da piccoli gruppi che in diversi quartieri hanno frantumato vetrine e bruciato delle auto. Altri hanno tentato di bloccare le strade a volte in una sproporzione bizzarra: al Jungfernstieg membri di un piccolo gruppo femminista sedevano sulla strada per bloccare dei possibili convogli delle delegazioni dei G20. Erano forse sei o sette ragazze. Come risposta il potere statale ha inviato sul posto due dei suoi idranti high-tech accompagnati da un carro armato e una squadra antisommossa. In una lingua che nel suo ductus e con una voce monotona sembrava ripresa dal film 1984 di Michael Redford, questi strumenti di potere hanno annunciato e chiesto alle manifestanti: “Sgomberate la strada!”, “Eseguite gli ordini della polizia”. Quando la celere si è messa i caschi le ragazze hanno abbandonato il loro piccolo sit- in. In seguito il carroarmato e gli idranti sono tornati indietro alle loro posizioni originarie, come risucchiati per induzione sotterranea.

La strada e la città come territorio statale, non come spazio pubblico: l’espropriazione del pubblico da parte dello Stato sembra quasi totale.

Questi stessi spostamenti degli idranti e delle unità operative avvenivano come guidati da un mano invisibile e si potevano osservare per tutto il pomeriggio intorno allo Schanzenviertel. Solo nella zona della Stresemannstraße e del Neuer Pferdemarkt sono stati spostati da una parte all’altra almeno 8 idranti. In tutta Amburgo ne sarebbero stati posizionati 42. Ogni tanto invadevano la Schulterblatt o la Lerchenstraße nel Schanzenviertel e poi si ritiravano. Soprattutto ciò si libravano gli elicotteri della polizia. Parallelamente alle unità di polizia che si muovevano in formazione chiusa, si aggirava una massa di spettatori , spesso gruppi per lo più composti in maniera del tutto spontanea continuamente alla ricerca dal posto migliore per guardare, che vuol dire anche quello migliore per consumare. Per parecchie ore si potevano vedere i movimenti della polizia che sembrava organizzarsi per circondare il Schanzenviertel e la relativa occupazione. Dall’interno del quartiere continuavano lanci di bottiglie, pietre e qualche razzo in direzione della polizia. Da quel momento hanno deciso ovviamente di lasciare il quartiere a se stesso.

All’interno del quartiere il riot seguiva la sua propria dinamica. Respingere il potere statale ai confini esteriori significava la sua abolizione e la creazione di uno spazio sociale anarchico nel quale ognuno sembrava capace di poter impostare le proprie regole. Alla fine, le azioni venivano influenzate da coloro che hanno avuto più rabbia, più coraggio e, ogni tanto, anche la più grande stupidità. Tuttavia questo spazio di libertà anarchica non può essere detto veramente “libero dalla legge”. In confronto all’ordine dominante della società, la rottura con la proprietà e con l’obbligo di vendita di se stessi è certamente una situazione irregolare, ma trascende anche queste condizioni. Quando l’autorganizzazione è instabile, la situazione contiene in sé la tendenza alla dissoluzione di ogni limite.
Tuttavia i partecipanti, nonostante fossero del tutto inesperti e per questo anche incapaci di rovesciare le strutture sociali, hanno agito insieme alla ricerca di un principio di consenso.
Già a mezzogiorno, un giovane rivoltoso che voleva aprire un negozio Vodafone con un palo di metallo venne preso a male parole da una abitante arrabbiata, quindi mise per terra lentamente il palo come se non volesse fare rumore e trottò via levandosi la maschera. Il riot è la occupazione di un vuoto. Tuttavia, questo vuoto è solo apparentemente dovuto alla mancanza dell’autorità poliziesca o del potere statale; in primo luogo è espressione dell’assenza di convenzioni sociali o meglio di una rottura dell’accordo sociale avvenuta già molto tempo prima ma che diviene visibile come atto reale nel momento in cui il potere statale è assente o combattuto e ricacciato indietro.
Davanti ai supermercati Budnikowski e Rewe, all’esplosione nel grande incendio delle bombolette di lacca e di altre merci di consumo che, sotto la pressione del gas, si infiammano, corrisponde quella dei soggetti folli e danzanti. Per loro era il saccheggio dell’eccedenza nell’apparizione improvvisa dello stato di emergenza della società di controllo che per ore è stato battuto. L’emergere di una libertà perduta, che tutti sapevano essere a breve termine, doveva essere goduto nel suo eccesso.
Non ci sono riot “buoni” o “cattivi” o “brutti”. Il riot è la somma di tutto. Ma soprattutto: il riot è il risultato di un mondo unidimensionale prodotto con la violenza. Tramite la globalizzazione del capitalismo e l’occupazione totale della vita attraverso la società della merce, l’opposizione è apparentemente scomparsa dal mondo. Il potere del sistema – dato cioè dalla combinazione del
“mercato libero”, come unico principio di vita sul quale si devono sostenere reciprocamente le persone, con una tecnologia di potere e controllo nelle mani degli stati e dei gruppi industriali – sembra essere totale, come un buco nero che assorbe e distrugge tutto. In questa totalità basata sulla morte del soggetto si sono incagliate finora le resistenze, decomponendosi e risultando prive di ogni funzione.
Con la vittoria sul suo contromondo, quello del socialismo reale, il capitalismo ha rubato a se stesso il suo ultimo senso, il senso della concorrenza con un’altra forma di organizzare l’economia. Ha stabilito un mondo che gira senza senso intorno alla produzione di merce, che produce enormi masse di merci delle quali nessuno ha realmente bisogno mentre, al contrario, le cose di cui miliardi di persone hanno urgentemente bisogno – per la loro sopravvivenza, per la formazione o la costruzione di strutture sociali, o per poter organizzare liberamente la loro vita – non vengono messe a disposizione o sono bloccate dal sistema stesso. Considerata la sconfitta delle vecchie forme di protesta, come gli scioperi o le manifestazioni – perché ormai prive di efficacia – il riot è ora evidentemente la forma che può ancora sconvolgere le cose e nel quale quantomeno si registra il fatto che l’ordine della proprietà può essere rotto. Per le vecchie forme di protesta c‘è solo il riferimento laconico ai “vincoli” di sistema e l’affermazione che il “libero mercato” è la migliore cura per tutto. Il riot è la rabbia militante impotente contro una condizione di totale dominio del mondo perpetrata attraverso l’espropriazione della vita e la sottomissione strumentale della natura alla macchina del capitale.

Se il riot è anche questo, qualcosa con cui non ci si può del tutto identificare, è anche sbagliato dissociarsene. Perché contiene in se stesso qualcosa che lo eccede e che è da difendere. Coloro che oggi credono di essere in grado di ottenere forzatamente la dissociazione stanno facendo un gioco sbagliato. Il riot, nella sua irruzione anarchica, è evidentemente l’altro lato della medaglia del “libero mercato autoregolato”, che ha prodotto il mondo barbaro nel quale oggi viviamo, anche se nelle metropoli del nord del mondo, le quali assorbono la quota più grande dello sfruttamento degli esseri umani e della natura, tutto questo viene ancora impacchettato gerarchicamente nel lusso.
Tuttavia, nello stesso momento, il riot contiene un potenziale attraversamento e superamento dei falsi valori normativi, da cui deriva la possibilità di vedere nuovamente le condizioni dall’esterno e così guadagnare nei loro confronti di nuovo un minimo di sovranità. Perché questo appartiene alla distruzione del processo dell’emancipazione dell’essere umano dallo stato di gettatezza impotente dell’essere nel mondo il quale – con l’implementazione del capitalismo di mercato in tutto il mondo che vede declinare le vecchie sovranità, prima quella dello stato-nazione, che non è più attuale, e adesso anche l’impero americano – passa al non-soggetto del libero mercato globale che diventa un stato dell’essere che appare come una legge naturale e che per questo non accetta più nessun fuori come base di sostentamento e ci sottomette nel modo più totale mai esistito.
Nel riot brilla l’antagonismo fra il dovere imposto di essere un oggetto consumatore, quindi un idiota integrato la cui interiorità viene strutturata attraverso la riproduzione quotidiana della vita come merce, e un momento nel quale prende concretamente forma l’uomo libero contro un mondo privatizzato, nel quale poche famiglie possiedono tutto e miliardi di persone poco di più della loro nuda vita.
Per questo in realtà è positivo il fatto che finalmente succeda qualcosa, perché per chi è sottomesso a queste condizioni ciò che uccide costantemente lo stato dell’essere è quando non accade mai nulla.
Le immagini più schifose di tutto il vertice del G20 non sono quelle di violenza dello Schanzenviertel, ma quelle in cui sono concentrati tutto il crimine e tutta la infamia umana – pars pro toto – dai tagliatori di mani e lapidatori sauditi al “quando sei ricco puoi toccare ogni fica senza domandare” Trump con l’élite politica europea, tutti riuniti da reciproche dichiarazioni di rispetto ad ascoltare la nona di Beethoven, “l’Inno alla gioia”, mentre fuori si agita lo stato di polizia e chi si ribella deve essere riportato all‘ordine.
Al grande ricevimento dopo “l’Inno alla gioia” mancava solo il portello nel muro come in quel monastero benedettino del “Nome della rosa” di Umberto Eco attraverso il quale, molto simbolicamente, venivano gettati gli avanzi di cibo per i poveri e gli affamati che una grassa ma ben incavata borghesia non era riuscita ad ingurgitare. Questo avrebbe costruito simbolicamente quella situazione vantaggiosa per tutti, cioè la posizione che la Merkel ha espresso nel confronto con le ONG nel suo discorso prima dell’inizio dell’infame vertice, in difesa di un cambiamento reale del mondo. La esigeranno per loro, per chi ha sempre succhiato tutto, la situazione vantaggiosa, che non è nient’altro che il continuo saccheggio della gran parte della umanità e della natura.

Non ci dovremmo dissociare, in nessun caso! Non perché troviamo bello ciò che è successo nel Schanzenviertel, ma perché l’urlo per la dissociazione è fatto in modo fraudolento, rispetto al quale c’è solo da ricordarsi dei migranti che ogni giorno annegano nel mare mediterraneo, mentre contro di loro nel frattempo – con soldi tedeschi e promosso da Sigmar Gabriel – vengono finanziati i signori della guerra libici con l’obbiettivo di far rinchiudere i rifugiati in lager che corrispondono esattamente alle gabbie inumane dei vecchi commercianti di schiavi. Per questo mi piace di più lo slogan nel Schulterblatt: “Ci rubiamo le nostre vite rubate”.

Questo mondo non lo vogliamo. È da lui che dobbiamo distanziarci. Che quelli che si ribellano contro questo mondo siano spesso rudi e ogni tanto anche stupidi e brutali, neanche questo costituisce un motivo di dissociazione. Il soggetto politico-emancipato esiste difficilmente nella realtà della monade consumatrice come forma di esistenza sociale, esso è completamente rovesciato, isolato e senza storia. Commettere degli sbagli fa parte del movimento, se vogliamo cambiare qualcosa, se vogliamo sviluppare di nuovo un concetto di comunismo, di una vita diversa, di una soggettività collettiva e di una vita ancora una volta derivante dall’umano. L’intera vita nel sistema è sbagliata e non c’è nulla da salvare lì dentro. È questo ciò con il quale dobbiamo rompere.
* Karl Heinz Dellwo è un ex militante delle RAF, oggi codirettore della casa editrice radicale Laika Verlag con sede ad Amburgo.

ATMOSFERA

di Woodpecker

Sono stati in molti a leggere e ricevere gli appelli che chiamavano a raccolta dall’Europa e da tutto il mondo, anticapitalisti, autonomi, popoli in rivolta e curiosi. Erano presenti anche le strutture politiche di movimento e i partiti organizzati della sinistra estrema o radicale, i sindacati e le associazioni di ogni tipo.

Alla base c’era il rifiuto di un summit dei venti Stati più potenti al mondo in una città emblema del capitalismo logistico; c’era la volontà di sfasciare il G20; c’era la volontà chiara di fronteggiare il dispositivo poliziesco più potente che lo stato tedesco potesse mettere in campo; c’era la volontà di alzare il livello del conflitto giorno dopo giorno.

Possiamo tranquillamente mettere la spunta a tutti questi obiettivi.

 

Martedì l’aria che si respira è piacevole: accoglienza, ospitalità, solidarietà. Ad ogni angolo dei quartieri solidali c’è musica, da bere, persone da incontrare. Il cornering a due passi dalla zona rossa la fa impallidire, la polizia non si avvicina, i negozi espongono cartelli che non si prestano ad interpretazioni. Inserite nelle vetrine ci sono composizioni colorate che invitano a contestare il G20. Il trait d’union è un secco Nein! C’è chi si spinge oltre, con scritte come ACABSMASH G20 o con caricature dei presidenti. I meno temerari semplicemente hanno affisso un manifesto che dice “No G20-Risparmia il nostro negozio!” Tutti gli altri negozi e catene di supermercati stanno cominciando a tamponare le vetrine con pannelli di legno o strutture in ferro. Tutto può ancora accadere!

Girando per le strade gli sguardi di complicità ed i saluti solidali cominciano a diventare normali. Tutti quelli che si trovano in giro in questi giorni conoscono gli obiettivi e vogliono portarli a termine. La mutazione comincia a prendere forma. Vestiti di nero per mimetizzarti, scomparire ed essere più di impatto. Passa in un’infoshop e prendi le informazioni sul supporto legale, e una mappa.

Mercoledì sfila la Street Parade per le strade della città, colori, musica a palla e svago. Rito per tranquillizzare gli spiriti, per cominciare a contarci e riempire le strade al posto della polizei. Ci si ferma per un po’ nello snodo che collega i quartieri St. Pauli e Pferdemarkt, vicino al Centro Sociale Rote Flora; quartieri amici dove torneremo ogni sera!

Giovedì è il primo giorno di azione, la manifestazione inzia alle 19. Dalle 16 le persone confluiscono al mercato del pesce lungo gli argini dell’Elbe. La polizia presidia tutta la zona. Mentre il blocco nero si prepara per sfilare la polizia sbarra la strada. Sarà una tonnara. La testa del corteo viene disintegrata e violentemente repressa. Una volta dispersi tutti convergono a St. Pauli e Pferdemarkt. C’è rabbia e voglia di vendetta. L’inferno comincia a prendere forma: benvenuti!

Dalle 7 del mattino la città è bloccata, non è chiaro quante cose stiano accadendo contemporaneamente oltre quelle rese pubbliche in precedenza. Gli elicotteri si muovono in continuazione, sono sei o sette. La giornata è scandita da appuntamenti con piccole pause, la partecipazione è tanta, la motivazione non sempre al massimo, ma la rivolta sta prendendo forma. Col passare delle ore tutte le persone si ritrovano per scelta o per volere dei cordoni di polizia costrette nello snodo tra i due quartieri amici. In migliaia cominciano a difendersi dalle continue aggressioni dei plotoni di polizia e degli idranti. Vengono erette barricate poi date alle fiamme, il tempo passa e nessuno fa un passo indietro.

La polizia ha perso il controllo di una parte della città, non le resta che interrompere l’invio di nuove forze per evitare l’escalation.

A quel punto il riot diventa anche esproprio, festa, dove tutti partecipano più o meno attivamente. Il primo supermercato viene svuotato. E poi ne seguono altri. Tutte catene tedesche della grande distribuzione. Tutto questo per ricaricarsi, trovare materiale e continuare la resistenza. Il tempo è rallentato, i dispositivi non rispondono, le persone si organizzano. Ad un certo punto la situazione si trasforma. Invece di distruggere le bottiglie di alcolici, le persone cominciano a bere. I gruppi organizzati mano a mano si ritirano. Una volta lasciato il campo di battaglia, la situazione degenera e finisce in mano ad ubriachi e addirittura fascisti. Il distretto ormai non oppone alcuna resistenza e la polizia riesce a riprendere in mano il quartiere.

Il giorno seguente l’escalation della polizia ed i pesanti scontri della notte precedente non preoccupano i 76.000 partecipanti alla manifestazione finale NoG20. La polizia prova ad attaccare il blocco dei curdi per tentare di prendere la grande bandiera del YPG (che è illegale in Germania), ma senza successo.

Queste giornate dimostrano che è possibile vincere una battaglia!

Ha vinto il Blocco nero

Abbiamo vinto tutti, di Kolima

Una marea nera, terrificante, che oscilla sul cemento avanti e indietro, per ore… per giorni. Come è successo? Nessuna organizzazione l’aveva pianificato, una terribile bellezza della quale era impossibile non essere parte. Si percepiva realmente una potenza, una possibilità di vittoria che si è affermata sulla strada tramite il RIOT. Dopo il blocco nero di Seattle, dopo quello di Genova, un BLOCCO NERO diffuso composto da migliaia di persone ha di fatto difeso una ZONA AUTONOMA o forse un frammento di COMUNE metropolitana. Quanti ragazzi e ragazze di Shanze e St. Pauli hanno vissuto i giorni più belli della loro vita insieme a tanti altri venuti da tutto il mondo? Perchè però approfondire il discorso sul blocco nero? Non per feticismo, ma perchè crediamo si stia discutendo non di una tattica da incontro internazionale, ma di una maniera di vivere momenti offensivi, di un modo di difendere i nostri corpi e i nostri spazi dalla polizia. Ci sembra opportuno chiamare le cose con il loro vero nome; Alcuni hanno voluto vedere una moltitudine di corpi contro la zona rossa, altri una gioventù ribelle interplanetaria sempre disposta allo scontro… beh diciamo che in entrambi i casi prevaleva il NERO. Come il colore delle felpe dei ragazzi di Amburgo, ma anche dei Kway negli zainetti degli attivisti. Il blocco nero come tattica di strada è efficace, lo ha dimostrato di nuovo. Perchè per molti è così difficile ammettere questa evidenza? Spaventa forse il fatto che il BLACK BLOC costituisca al tempo stesso un’opzione strategica delle forme di conflitto e una tattica vincente negli scontri di piazza? In questi tempi di noiose manifestazioni nazionali in italia, crediamo che non si possa rinunciare ad osservare le nuove forme di conflitto che si danno a livello europeo, e che si debba provare a tradurne gli aspetti più adatti a livello locale…


Il blocco nero con più di 3500 persone al mercato del pesce non è lo stesso che ha combattuto per le strade di St. Pauli e Shanze. La versione estetica , più rappresentativa e politica dello SCHWARZER BLOCK è quella delle immagini che hanno fatto il giro del mondo il 6 luglio. Il blocco è stato demolito a forza dei pugni della polizia berlinese e alla morsa tattica incontenibile di quella di amburgo, e gli striscioni frontali e laterali non sono bastati ad arginare gli attacchi. Prima accerchiato e poi letteralmente disperso il blocco nella sua rappresentazione estetica classica per quanto d’impatto è stato sconfitto.
Massimo rispetto per i molti compagni e compagne che si sono fatte veramente male per permettere la “ritirata” a centinaia di persone prese dal panico, ma a volte il coraggio non basta con un capo della polizia così stronzo.
La scelta di una partenza su un rettilineo con a destra un muro e il porto e a sinistra quasi nessuna via di fuga, si, ci aveva lasciati perplessi, addirittura ricordandoci le testuggini disintegrate sul lungotevere di Roma, (ahi ahi, che corse!)

Ma torniamo al g20: Oltre al più estetico blocco nero del Fischmarkt, ad Amburgo, c’è stato anche un altro modo di intendere, interpretare e  vivere il black bloc da parte di molti, di giorno, di sera e poi  fino a notte fonda. Piccoli attacchi mordi e fuggi sono partiti subito, già a partire dalle zone limitrofe  al corteo disperso. Vari gruppi politici, ma anche vere e proprie bande attaccavano incessatemente la polizia, ritirandosi però verso zone più amiche rispetto a quella portuale. Da qui lo spostamento verso St Pauli e Shanze. Questa marea di persone resta in strada per ore e attacca, attacca di nuovo i furgoni parcheggiati, poi un plotone esausto che si stava ritirando dalla manifestazione,ancora attacchi contro gli idranti ed i mezzi corazzati. Tutto ciò non succedeva in un solo punto, ma contemporaneamente in 8/9 luoghi della città. Ci si sposta di strada in strada fino ad arrivare agli incroci che si conoscono meglio. E’ qui che inizia una vera e propria resistenza offensiva: LE BARRICATE. Ogni barricata serve a operare una chiara distinzione spazio-temporale: se sei dietro di essa ci si organizza per difendersi e per delimitare uno spazio “autonomo”, se si è al di là di essa,invece, si appartiene ad un altro mondo.

“Saper innalzare una barricata non vuol dire molto se allo stesso tempo non si sa come vivere dietro di lei.”
Dietro queste barricate, ad Amburgo, in realtà c’erano veramente tutti. Le persone erano in strada, in una molteplicità di gesti non sempre concordi, come  sempre accade nei riot metropolitani. Il riot non è e non sarà mai una sorta di orchestra che suona all’unisono, in cui tutto accade come piace a noi militanti, sopratutto quando “Noi” siamo una minoranza politica agente in quel contesto. Il riot a Shanze è stato magmatico, perchè partecipato da decine di migliaia di persone, diffuso in ogni piccola strada lastricata del quartiere, ovunque.  Molte cose sono andate bene nel KAOS, sopratutto le azioni “di difesa” dagli attacchi e dai raid della polizia. Quelle sono di facile lettura per tutti. Un apple store e un supermercato espropriati, anche queste crediamo siano azioni leggibili da chiunque e politicamente significative.

Un kebabbaro e un negozio africano invece crediamo di no, nonostante la fame e la sete dei presenti dopo tante ore di combattimento… Lo diciamo  con sincerità perchè se ne discute molto in questi giorni in Germania e sopratutto ad Amburgo. Lo Shanze è il quartiere in cui il Rote flora ha organizzato la sua campagna contro il g20, e dove molti negozi espongono cartelli e slogan contro il summit, questi negozi non sono stati toccati neanche da una scritta, significativo anche questo. Qualche anno fa, quando il Rote Flora era sotto sgombero molti si dimostrarono solidali e aiutarono la resistenza durante i tentativi di sgombero della polizia. Il QUARTIERE però non è un entità monolitica, nemmeno i cosidetti quartieri amici. In essi non esiste una unità univoca che si schiera contro la polizia o li difende. Questo è stato chiaro non tanto durante le giornate del grande scontro/riot di Amburgo in cui ogni strada era percepita come amica e ogni persona complice, ma immediatamente dopo. Di fatto i quartieri amici sono quelli in cui i militanti conoscono le strade, parte degli abitanti, le abitudini, i punti di ritrovo, le contraddizioni. 48 ore, però sono tante e molte cose accadono. Non spetta a noi fare una classifica delle cose che sono andate bene e quelle che sono andate male, ma alcune “indicazioni” e riflessioni sono necessarie soprattutto per chi non ha vissuto i frammenti di quelle giornate.

Il blocco nero, è una pratica riproducibile molto oltre i confini militanti, coinvolge tutti quelli che in quel frangente hanno la possibilità e la voglia di aggregarsi a qualcosa di estremamente pre-politico come una SOMMOSSA. Questo stato delle cose è molto dinamico e chi ha attraversato momenti simili sà che ogni gesto non è sempre in sintonia con il contesto. Più sono i gesti di violenza contro la cosiddetta proprietà privata e più si espongono a critiche e contraddizioni. Quello che è certo, è che per sfortuna nei quartieri abitati dai militanti non ci sono banche, immobiliari, appartamenti e negozi di lusso in un continuum spaziale infinito. Quindi tante ore tra le vie di 2/3 quartieri hanno esposto anche obbiettivi di scarso interesse politico. In ogni caso non crediamo sia minimamente interessante dissociarsene. Spesso vediamo i limiti delle cosiddette giornate di lotta in cui in sostanza poco o nulla accade. Ad Amburgo invece sono state 4o 5 le giornate di lotta intensa, con decine e decine di fatti accaduti in successione brevissima e su cui senz’altro occorre riflettere, per fare meglio, sicuramente la prossima volta.

C’è bisogno di essere organizzati in frammenti di rivolta! Spontaneità organizzata o organizzazione nella spontaneità. La potenza di qualcosa che in piazza si esprime in forma confusa che va molto oltre la determinazione e la volontà militante sta diventando una forma conflittuale con cui per fortuna iniziamo a confrontarci seriamente. Che sia un g20 o l’ omicidio di un ragazzo di periferia, nelle rivolte spontanee ci dobbiamo porre delle questioni di metodo. Come starci dentro con quella sensibilità militante in grado di porre delle sottolineature a dei gesti più significativi? Come produrre, “noi” degli elementi conflittuali in addizione al kaos? Come far sì che nello spazio fisico/temporale attraversato dai gruppi politici i gesti caratterizanti nella rivolta siano più leggibili possibili? Come essere una forza determinate all’interno di una potenza caotica? Abbiamo visto, anche in contesti differenti come la pratica dell’obbiettivo in contesti determinati e preordinati come i cortei sta lasciando spazio sempre più a insorgenze spontanee non “suscitate” da vertenze che si concludono con momenti decisivi di piazza. Abbiamo tutto un campo da scoprire o riscoprire come spesso accade.

Note a margine per i lettori più attenti:
In coda al racconto, alle sensazioni, alle domande che ho posto aggiungo un ultimo elemento che non è separato da quanto successo durante il G20 ad Amburgo, ma che ne delinea delle caratteristiche ulteriormente interessanti:
Le azioni dirette del 6 luglio notte / 7 mattina sono state numerose e di diversa intensità. Sono avvenute ben prima dei cosiddetti blocchi colorati che sono apparsi dopo. Attacchi a macchine di multinazionali, commissariati, agenzie immobiliari, negozi di lusso, poi ancora blocchi stradali  praticati con pneumatici dati alle fiamme in mezzo alla strada e infine un CORTEO (non autorizzato) di un BLOCCO NERO dato dalla complessa sommatoria di tutti questi obiettivi praticati nella metropoli tedesca securizzata.  Di quest’ultimo nessuna rivendicazione, solo qualche video dei cittadini dei quartieri borghesi di Amburgo, svegliatisi di soprassalto come forse non gli è mai successo in vita loro. Questo accadimento è stato omesso dalle cronache ufficiali di movimento e proprio per questo è un elemento di reale interesse. Il blocco nero al tempo stesso parte della mobilitazione ma anche, come in questa circostanza, irraggiungibile, invisibile. In questa occasione il blocco ha mostrato un altra sfaccettatura delle tante che si sono viste dopo, come quella del blocco-bloccato nella manifestazione al mercato e quella del blocco-sommossa per le strade di stanze e sankti pauli.
SORPRESA
VOLONTà
AZZARDO
CORAGGIO
INTELLIGENZA
Queste le indicazioni che cogliamo da questo g20 e ci portiamo a casa sperando di poterle condividere con tutti e tutte quelle persone che disertano le vecchie forme di conflitto.