FALENE

di Bianca Bonavita

A partire da questo numero di ottobre di Qui e Ora cominciamo a pubblicare a puntate un piccolo romanzo, Falene, di Bianca Bonavita. E’ una storia nella quale i lettori più avvertiti riconosceranno la risonanza, voluta, di grandi autori, tanto viventi quanto scomparsi, e attraverso la quale, come in una allegoria, sapranno anche riconoscere la tonalità di un’esistenza qualunque dei nostri giorni.

 

FALENE

In girum imus nocte et consumimur igni”

G. Debord

Cara Hedwig,

ho trovato questo manoscritto in una stufa del carcere.

Se credi, usalo per accendere il fuoco.

Tuo Simon

0.

E sono pochi centimetri di terra, di foglie, polvere, carbonio. Qui sarò la mia notte appena iniziata. Vivrò di penombra e di fili di seta, sospesa.

Tra due universi.

Sarò spoglia del regno intermedio, sudario di resurrezione. Andrò in cerca di forma al riparo da inverno, avvoltolata nel mio lenzuolo sotto una leggera coperta di terra. Sono l’essere che muta, sono l’aurora e il crepuscolo, sono la mummia in fondo al cuore delle piramidi eterne. Sono il fiume e la barca, sono la pagina bianca chiusa sull’aperto, sono ancora tutto e ancora niente. Sono il feto e la placenta, il fiore e il bocciolo, il parto e l’attesa. Vivo il tempo dell’amenorrea, del letargo, del buio gravido di colori. Ma non dormo. Vivo da clandestina nei giorni grigi e smorti, nel tempo necessario e noioso che precede ogni primavera, che prepara ogni bellezza. A tessere in segreto l’abito delle mie nozze.

Le stanze dormono oscure le loro infinite possibilità, le onde si abbattono nere sugli scogli. Inganno il freddo e la morte. Mi preparo. Immobile di una morte apparente, di una temporanea sepoltura. Sono il sogno di ogni salma, salma sognante, regina delle metamorfosi. Sono segreto che sfugge e latente mistero. Sono un bruco in latitanza.

Sono crisalide.

In me vive l’uovo e la larva, in me la farfalla e la morte.

Ho ricordi lontani di verde a velarmi la luce, a pararmi la pioggia. Globuli di perfezione a custodire il segreto. Una tribù di fratelli e sorelle a schiudersi al cielo. Si stava assieme in quelle prime ore di luce, aggrovigliati come serpi al nido. A giocare senza lingua.

Fu poi per capriccio la solitudine, o per ingordigia, le scorribande sulle nervature.

Che abbuffate di foglie! Quei primi giorni confusi di bruco in cui tutto era grande. E nuovo. E scoperta. E tutto era albero attorno a me e non era mondo al di là di lui e io ero sola, ero lui, ero mondo. E crescevo e mi spogliavo e fuggivo grandi e piccoli cacciatori del cielo, dal becco veloce o dal facile veleno. E mi spogliavo ancora. Nell’ombra. Trasformista del mio tempo.

E grandi spazi di rami potevo attraversare, ma era fatica e me ne stavo sempre nei paraggi a dondolarmi su una foglia. Del mio nido presto nessuna traccia, nessuna traccia di fratelli e sorelle. Si sta soli su certe foglie a contemplare. E la memoria un ingombro. Trafitti da un raggio di sole, ma solo per chi conosce mattino arriva subito sera. Io non conosco mattino né sera, non conosco subito o domani. Il mio tempo non si spiega a parole, non si impiega. Il mio tempo è albero, terra, radici. Se scorre è soltanto affar suo. Una malattia vostra. I miei secondi sono fatti di linfa, di aria e di linfa. I miei giorni di humus, di foglie, di luce.

E mentre le vostre stagioni annunciano grandi rivoluzioni, io, avvolta nel mio sudario, ordisco in esilio la mia rivolta crepuscolare.

I. Origini

F era nato e cresciuto in una nebbiosa cittadina del nord Italia.

Così nebbiosa che gli Unni passando da quelle parti non l’avevano vista.

A volte, da ragazzo, quando la noia di crescere in quella nebbiosa cittadina del nord Italia prendeva il sopravvento, s’immaginava quanto sarebbe stato più divertente se gli Unni fossero riusciti a trovarla, la città. Viveva in quegli anni in uno stato di perenne attesa: un’attesa indolente, languida, disperata. Sembrava, quel piccolo mondo senza finestre, essere l’unico mondo a disposizione. Tutto pareva esaurirsi tra le quattro pareti di cartone di una scatola da scarpe.

A volte, sulla parete un po’ in ombra di quella sua personale scatola da scarpe, riusciva a fare un buco, un piccolo foro circolare per guardare fuori. Ma c’era soltanto altra nebbia.

Non aveva mai amato le scatole da scarpe. E non aveva mai amato andare a comprare le scarpe insieme a sua madre, in quei negozi dall’odore acre e penetrante di conceria stipati fino al soffitto di grattacieli di scatole di scarpe sempre sul punto di crollare. Tutto quel girare a vuoto per il negozio con i piedi che navigavano dentro scarpe troppo lunghe o con l’alluce che cercava di sfondare scarpe troppo corte. L’unica cosa che gli piaceva dei negozi di scarpe era la liscia, rigida e fredda sensazione del calzatoio sul tallone.

Intanto, senza potervi nulla, senza nemmeno saperlo, come corpo estraneo grondava in lui la realtà. E goccia a goccia si insediava al centro scavando un’enorme buca. Una realtà post-indicibile, una realtà di chewingum e surrogati sorti sulle macerie come fiori maligni.

Un nuovo formato di realtà, più attraente, più comoda, più conveniente di quella realtà di pane nero e di latrina nel cortile in cui erano cresciuti i suoi genitori.

Una nuova formula di realtà, più efficace, più efficiente, più soddisfacente di quella lisciva antica con cui si lavava la canapa delle lenzuola. Un nuovo format di realtà, più fruibile, più godibile, più vincente del più ricco albero della Cuccagna mai visto nelle fiere di paese. Una realtà che dall’incubo della guerra non si era mai veramente risvegliata; qualcuno nell’attimo più buio del sogno aveva soltanto acceso la luce e modificato le bombe.

Una realtà che travolgeva gioiosa ogni cosa come una piena, e come un uragano sradicava piante, case, persone, parole, e le scagliava in cielo nel suo occhio di quiete e di luci colorate e in una notte sempre più buia e disperata le faceva esplodere come fuochi d’artificio nel tripudio solitario e silenzioso delle platee.

E pensare che quella cortina fumogena era soltanto l’inizio, che era uno stadio ancora infantile di terrore. F avrebbe acquisito, crescendo, livelli ben più avanzati di realtà, programmi all’avanguardia di realtà, li avrebbe vissuti in streaming insieme ad altri milioni di utenti-viventi. Vite open source, libere di essere estese e modificate nel loro codice sorgente, istantaneamente, da ogni nodo della rete.

Ma è sempre uno stadio infantile di terrore. Intanto quella post-indicibile realtà primordiale grondava come latte artificiale da una tettarella di plastica, come petrolio da una pompa di benzina, grondava come ormoni nella sua carne, immagine nei suoi occhi, grondava come parola esangue, sfinita, svuotata nelle sue orecchie. Grondava dagli emissari sempre attivi, dalle emittenti sempre accese, a piccole gocce o a fiotti, a torrenti di bibite colorate, di conservanti e di emulsionanti, andava a impregnare le sponde della sua mente, andava a impastare le sue ossa, la malta dei suoi pensieri, andava a parlare le sue parole, a muovere i suoi gesti, a irrorare le sue arterie, andava a corrodere ogni desiderio, a soffocare ogni alito di vita, andava a inquinare la sua sorgente antica.

Iniezioni catodiche di realtà a scandire le giornate: programmi ministeriali la mattina, programmi televisivi il pomeriggio, programmi cibernetici la sera. Separazioni programmate, rubriche specializzate, stagioni catalogate, obsolescenze programmate di desideri dispositivi, obbiettivi differenziati, trasgressioni irregimentate, divisioni pianificate ed esausti riti di passaggio e condanne ai divertimenti forzati e grandi mascherate e vuoti e nulla. Programmi profezie a prescrivere destini come malattie, a dosare sogni da posologie. A quell’epoca F aveva ancora degli amici con cui cercava di dare un senso ai pomeriggi, con cui, senza avvedersene, affogava lentamente in quella spettacolare forma di realtà.

Nessuno di loro si può dire che avesse la chiara cognizione del proprio affogare, ma è innegabile che in fondo a certe sere senza scopo si affacciasse in qualcuno un presentimento, magari suggerito dalla pioggia incessante di stagione che non di rado si abbatteva sulla nebbiosa cittadina del nord Italia.

Ma il più delle volte il presentimento svaniva quasi subito. Come un rigolo d’acqua sul vetro dell’automobile, tracciava nei pensieri il suo piccolo insignificante percorso. Bastava un colpo di tergicristalli a cacciarlo via.

Non se li era proprio scelti i suoi amici, gli erano capitati in dote alla nascita, come i genitori, come la casa, il quartiere, gli alberi nel cortile e tutte quelle cose su cui non si può fare niente, sono lì e ci si deve fare i conti, che piaccia o no. Sì, aveva delle preferenze, delle simpatie, delle antipatie, quelle inclinazioni che fanno credere di fare delle scelte e di avere delle idee. Ma era come estrarre un biglietto alla pesca della parrocchia. Si finiva sempre per estrarre una serie.

Per parecchi anni la parrocchia era stata il centro del suo mondo. I suoi poveri genitori ci tenevano alla sua educazione cristiana. Erano di quelle persone per cui essere cristiano era ancora sinonimo di essere umano e avere un figlio non cristiano significava avere un figlio disumano. E nessun genitore sano di mente vorrebbe avere un figlio disumano. Era stata dura per F far capire ai suoi genitori che sarebbe rimasto un essere umano anche se non fosse andato in chiesa.

Perché aveva smesso? Ai suoi genitori non era stato in grado di spiegarlo chiaramente. Ci sono certe cose che non si possono spiegare a certi genitori. Comunque Dio non c’entrava. E nemmeno quel nazista manipolatore del prete in fondo. C’entrava piuttosto quella faccenda degli atti impuri e soprattutto quella voglia di dire no a tutto ciò che gli era capitato in dote: la casa, i genitori, gli alberi nel cortile, il quartiere, il prete, la parrocchia, Dio e anche gli amici. Anche se alla fine non erano cattivi i suoi amici. No, tutto sommato erano stati dei bravi amici. Con loro aveva fatto tutte quelle cose che si fanno con gli amici. Perché a questo servono gli amici. A fare certe cose che si fanno con gli amici.

E nemmeno i suoi genitori erano cattivi, anche se erano cristiani. Anzi, benché di quella realtà spettacolare di luminarie da cui erano stati travolti sul campo di battaglia del dopoguerra, in cui erano immersi e in cui avevano immerso F, non avessero capito il nulla, entusiasticamente adeguandovisi, si può proprio affermare, senza ombra di dubbio, che siano stati per F proprio dei bravi genitori. Che siano stati per lui tutto ciò che ci si aspetta da due genitori come si deve. E non è poco. Comunque, nonostante i bravi amici e i bravi genitori, o forse proprio a causa dei bravi amici e dei bravi genitori, un giorno F decise di ascoltare quel presentimento in fondo a certe sere senza scopo, si fece piccolo piccolo e si infilò in quel foro sulla parete della scatola da scarpe per andare incontro alla nebbia.

Camminò per giorni alla cieca in una sterminata pianura lattiginosa. Come gli Unni andò a tentoni in cerca di una città promessa, di un altrove che non fosse in dote, di un mondo senza pesche della parrocchia. E dopo lunghe ricerche trovò finalmente un’altra scatola da scarpe, un po’ più grande, un po’ diversa, ma che presto si rivelò pur sempre una scatola da scarpe. E per giunta di quelle scarpe che dopo un mese si scolla già la suola.

Fu in quella nuova scatola da scarpe che terminò i suoi studi e che trovò il suo lavoro alla TRANSALP LOGISTIC.

Chissà se quegli amici che aveva avuto in dote alla nascita avevano continuato a vivere nella stessa scatola da scarpe di allora, di cui peraltro non ricordava più nemmeno la marca, o se come lui avevano scelto, dopo lunghe ricerche, un’altra scatola da scarpe su misura della loro disperazione, del loro personale sfacelo.

In quanto alla realtà, quella avrebbe continuato a grondare estranea come sempre, unica dea, anche nella sua nuova scatola da scarpe, ogni giorno più sfavillante, ogni giorno più gloriosa e terrificante.

Promemoria per una nuova forma di vita contadina

di Bianca Bonavita

Quando il contadino supera la sua misura, autorizza la propria schiavitù
e concede allo Stato il diritto di vita e di morte.
Jean Giono, Lettera ai contadini sulla povertà e la pace, 1938
Prima di tutto la terra.
Sorella ancor più che madre, compagna. Di semine e di sepolture.
Il cielo batte il tempo che la terra danza. Spetta a noi saperlo ascoltare, imparare dalla terra i suoi passi. Aderire.
E di terra ce n’è tanta, dappertutto, anche dove il cemento sembra aver trionfato, di terra ce n’è anche lì, sotto qualche centimetro di cemento, e a volte basta un piccone per liberarla.
Verrà presto il giorno in cui si scrollerà di dosso con un colpo di reni la triste coperta grigia che le abbiamo messo addosso. Vista dagli anni della terra, la civiltà è soltanto una breve notte di mal di pancia.
Di terra ce n’è di piatta, e di questa molta è in mano ai nemici, ce n’è in discesa e a dirupo.
Ce n’è per tutti.
La terra di tutti, la terra di nessuno, la terra che non si può possedere, la terra che abbiamo comunque sempre in prestito, in uso, anche quando un pezzo di carta dice che è nostra.
La terra che è bassa, dicono, che è solo fatica. Quando i frutti non sono per te è solo fatica, quando vendi il tuo tempo è solo fatica, quando il Mercato decide il prezzo del tuo lavoro è solo fatica, quando c’è qualcuno diverso dal cielo che ti dice cosa devi fare è solo fatica.
Altrimenti la terra è anche alta ed è gioia e dono e grazia. E privilegio.
Tutto sta nel non farsi prendere dalla dismisura. Tutto sta nel capire qual è la propria misura, la misura del proprio amore con la terra. Basta sempre poco a diventare schiavi del proprio lavoro, a diventare imprenditori di se stessi.
Il campo è come un’orchestra, bisogna saper dosare archi e ottoni, patate e cipolle.
Si semini di ogni cosa la quantità che ci sarà possibile curare senza affanni. Senza strafare.
Quando ci si trova nella situazione di dover pagare qualcuno per aiutarci nel campo allora è la fine, si è nella dismisura. Bisogna sapersi fermare prima, e se in certi momenti si ha bisogno di un aiuto si pensi allora a nuove forme di comune.
Perché se non si vuole avvelenare la terra e il proprio cibo e non si vuole diventare schiavi delle macchine ci sono momenti, anche dentro la misura, che richiedono tante braccia.


Ci sono le vecchie comuni concentrate ma c’è anche una comune diffusa di vite contadine che si scambiano aiuto nei vari momenti della stagione, e ci sono anche comuni tra campagna e città, un po’ di aiuto in cambio dei frutti del raccolto. Il campo può essere una comune, uno spazio aperto in cui chiunque voglia metterci le mani ne raccoglierà. L’importante è sfuggire alla dismisura.
E mai, mai, cedere alla tentazione dei contributi statali. L’unico modo in campagna per non dovere nulla allo Stato è di non chiedere mai nulla. Niente è mai regalato, anche quando si chiama fondo perduto. Se si hanno pochi mezzi, meglio partire a piccoli passi appoggiandosi alle reti contadine clandestine diffuse sui territori.
La cosa più importante per la nostra nuova forma di vita contadina è cercare di farsi invisibili. Si diffidi delle “mappature” fatte per “valorizzare il nostro lavoro e farlo conoscere”. La clandestinità e la latitanza sono le uniche condizioni in grado di porre un freno alle vessazioni del fisco, della burocrazia e dello Spettacolo. Meno si appare nei documenti più probabilità di vivere liberamente.
Nella clandestinità tutto è ancora possibile.
E non facciamoci fregare dai disegni di legge per l’agricoltura contadina, l’unico bel disegno per chi vive e lavora la terra è quello fuorilegge.
Anche se animati da buoni intenti finiranno con nuove vessazioni e schedature.
Di nemici ce ne sono tanti. Siamo circondati. La grande distribuzione organizzata primo fra tutti, la logistica del massacro di vite contadine su mandato del Mercato. Poi lo Stato, le banche e le politiche comunitarie, i nuovi latifondi, le grandi macchine, le corporation dell’agro-chimica e dei semi. Sessant’anni di distruzione, di scomparsa materiale e culturale delle vecchie forme di vita contadine consegnate all’oblio, alla vergogna, al disprezzo e alla commiserazione. E le sirene della Green Economy, il Buono Giusto Pulito, la Terra Madre marchio registrato, la Fabbrica Italiana Contadina, il Vaticano e i suoi forum mondiali dei movimenti popolari, lo Spettacolo che tutto assimila e assorbe nella sua grande Esposizione.
Di nemici ce ne sono tanti.

Ma sarchiando agli e cipolle all’imbrunire della storia in una calda sera di marzo tutta pervasa dal dolce profumo di fiori di pruno che pare miele di olio di cocco in un anfiteatro di canti d’amore d’uccelli ho l’impressione che la nostra primavera sia proprio qui ed ora in questo frammento di cielo in questo frammento di terra l’aurora.

Il Lunatico

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

di Bianca Bonavita

La vita contadina è una regola, una forma di vita, ognuno può costruirsi la propria, noi vi racconteremo la nostra, a frammenti, con l’intento di condividere quel poco di esperienza e di sapere che questi anni sulla terra ci hanno dato.

Ma l’errore più grande di chi sta sulla terra è credere di aver capito come stanno le cose.

Chi si organizza deve sapere cosa mettere sotto i denti.
Quando seminarlo, come farlo crescere e anche come cucinarlo.

(il diario si riferisce alla bassa collina dell’Appennino romagnolo, i lavori stagionali vanno anticipati o posticipati in relazione a variazioni di latitudine e altitudine)

mAggio

Oggi sì, la terra inizia a restituire.
Si raccolgono i legumi seminati d’autunno: piselli, taccole e fave. Si raccolgono le lattughe trapiantate a novembre e si raccolgono spinaci, ravanelli, bietole, cicorie e cipollotti. Si raccolgono fragole e ciliegie.
Ma è bene ricordarsi che non tutto può essere raccolto e che una parte spetta al selvatico, un altra al cielo. La terra, se non è deserto o acquitrino, sta con noi.
I caprioli si scamosciano le corna sui giovani alberi da frutto scortecciandoli, le lepri pasteggiano nel fragolaio, i tassi vanno a caccia di patate, gli storni, le gazze e le ghiandaie svuotano gli alberi di ciliegie, i cinghiali devastano il grano, a volte non piove per mesi e tutto sembra prosciugarsi poi grandina per dieci minuti e il raccolto è distrutto, e infine arriva una gelata fuori stagione che uccide i pomodori, compromette la vite o le patate.
Occorre farsi erba per aderire, per poter dire sì a tutto questo, per riconoscerlo come parte integrante di questa forma di vita. Per poter dire sì anche alla grandine. E il capo chino sulla terra rialzarsi un po’ ammaccati al richiamo del sole brillanti di un verde nuovo. A riguardare il cielo negli occhi per rendere grazie con aria di sfida.
A maggio è un corpo a corpo con il bosco che avanza e che stringe il campo in una morsa.
In questo mese è chiaro a tutti che il fitto bosco dell’incolto è soltanto in attesa sotto pochi centimetri di terra racchiuso in migliaia di piccole esplosioni di vita. È chiaro che è il bosco a prestarci la terra per i nostri giochi contadini. Riconosciuto questo si tratta di tracciare i confini e di firmare un accordo.
È ancora tempo di trapianti.
Di solito qui da noi si aspetta maggio, fuori pericolo per freddi tardivi, per melanzane, peperoni, zucche, meloni e angurie. Le melanzane e i peperoni a sessanta centimetri sulla fila, settanta/ottanta tra le file, mentre le cucurbitacee hanno bisogno di più spazio, almeno un metro sulla fila e anche un metro e mezzo tra le file. Per loro è bene, come si è fatto per le zucchine, fare una buchetta e riempirla di letame o, in mancanza, di stallatico.
È anche tempo di rincalzare le patate per garantire ai giovani tuberi che si stanno formando di avere tutto lo spazio necessario per crescere al buio e non inverdire.
Continuano i lavori di sarchiatura. Un secondo passaggio nelle cipolle e negli agli (seminati in bulbi d’autunno) è necessario per dar loro un vantaggio vitale sulle selvatiche. In certi casi può servire anche un terzo passaggio ma in generale, ovvero anche per gli altri ortaggi, accanirsi oltre è più un’ossessione estetica che un’esigenza delle colture.
Verso fine mese, qui da noi, è anche tempo di incannare i cosiddetti pomodori da mensa, di legarli e di scacchiarli, ovvero di asportare i germogli che nascono nelle ascelle tra il fusto e le foglie, germogli che toglierebbero energie utili per portare a frutto la pianta.
Stesso lavoro, ad averne voglia, andrebbe fatto nella vite per impedire che la pianta sottragga sostanza ai frutti per dedicarsi alla chioma. Per la vite è periodo delicato poiché si appresta alla fioritura, prima di piogge abbondanti sarebbe bene passare con rame e zolfo.
Intorno a fine mese trapiantiamo anche i cardi, ultimo trapianto primaverile, ottanta/novanta centimetri sulla fila e tra le file. Come i loro fratelli carciofi, se curati bene sono una coltura poliennale.
Sul versante parassiti è ancora alto il rischio afidi su ortaggi e alberi da frutto. Per contrastarli può andar bene anche il macerato d’ortica. Per farlo noi mettiamo 1kg di ortica dentro un sacco di juta a mollo in 10 litri d’acqua per qualche giorno, fino a quando il liquido non produce la sua puzza caratteristica. È anche un toccasana per le foglie.
Attenzione anche alla carpocapsa per meli, peri e noci. Maggio è tempo di voli e di deposizione delle uova. Noi, se vogliamo raccogliere qualche mela, siamo costretti a passare con due o tre trattamenti utilizzati in biologico di cidya pomonella granulosis virus.
Per la mosca del ciliegio a rischio qui da noi sono le varietà più tardive, ci sono modi di contrastarla a base di spinosina, ma anche anticipando un po’ la raccolta si può evitare che il verme comprometta del tutto il frutto.
Maggio è soprattutto tempo di falciare il maggese.
Perché quell’odore che si spande in andane per tutta la campagna, quell’odore che si lascia alle spalle le acacie e i sambuchi, inoculi un primo straziante presagio di morte in mezzo alla vita tutta trionfante.

Ricette inevitabili: il pane con la “madre di tutti i lieviti”

Il pane, base della nostra alimentazione, un cibo che può essere immenso o miserrimo, vivo o morto.
Il sistema-non-mondo in cui viviamo l’ha reso miserrimo, un non-cibo morto fatto di grani e farine impoverite che non solo non danno nutrimento ai nostri corpi ma glielo tolgono.
Farsi il pane in casa è un atto, oltre che di profonda bellezza e senso, anche di resistenza fisica alla morte che circonda i nostri giorni.
Il tempo per fare il pane è un tempo restituito che restituisce umanità e lega agli elementi.
Farlo con la pasta madre e farina semi o del tutto integrale (cioè dove ci sia il germe del grano) significa prepararsi un alimento che quasi da solo potrebbe farci vivere.
La “madre” infatti è un miracoloso equilibrio di lieviti e batteri (a differenza del lievito di birra in commercio che ha solo un tipo di lievito), sempre diversa a seconda di dove vive e con chi vive ma sempre uguale nella sua capacità di creare nel pane le sue magiche bolle. E questa molteplicità di microorganismi che trasformano farina e acqua in pane, non solo rendono il pane buono e con un sapore sinfonico (irrevocabilmente perso nei pani industriali) ma grazie a invisibili e magici procedimenti chimici riescono a rendere non solo la farina più digeribile ma anche i nutrienti della farina più assimilabili dal corpo. Questi piccoli esseri che vivono all’interno del pane non muoiono tutti con la cottura ma vivono nel suo centro e una volta che il pane esce dal forno, nel giro di una giornata, ripopolano tutto e rendono il pane vivo e brulicante.
Farsi il pane non ha controindicazioni.
E non è difficile, è solo uno dei tanti saperi sottrattici e che bisogna riacquisire e, tra questi, uno dei più semplici.
Si sente dire spesso che sia una cosa difficile e che richieda molto tempo e impegno.
Ci permettiamo di dire che non è vero, si tratta solo di un’abitudine da riacquistare e che, come tutte le differenti abitudini che contraddistinguono ognuno di noi, una volta riacquisita diventa parte integrante della nostra vita. Un tempo di vita e non semplicemente una “cosa da fare”.

La cosa più immediata è farsi regalare un pezzettino di “madre” da una persona che ce l’ha (in un mercato contadino sicuramente troverete persone che saranno felici di portarvene un pezzetto).
Se questo non è possibile, il procedimento per farsi il lievito madre in casa è un po’ più lungo ma ugualmente semplice.
Unire 200gr di farina a 100ml d’acqua, impastare fino a ottenere un panetto non appiccicoso.
Metterlo in un contenitore e lasciarlo 24-48 ore a riposare e comunque fino a quando non sarà lievitato (dipende dalla temperatura dell’ambiente).
A questo punto, riprenderlo e aggiungere farina pari al suo peso e metà dell’acqua rispetto alla farina. Andare avanti così per 7-8 giorni. Ogni volta che lo riprendete, eliminatene la metà altrimenti alla fine c’è il rischio di avere chili di lievito mentre ne bastano 100-200gr circa.
Trascorsi i giorni, avrete la “madre di tutti i vostri pani futuri”.
Si conserva fino a 24-48 ore a temperatura ambiente o in frigo anche 7-10 giorni.
Quando la riprendete in mano per “rinfrescarla”, eliminate la crosta esterna brunita e molto inacidita e usate solo il centro.
“Rinfrescare la madre” è espressione per dire la prima fase della preparazione del pane.
Prendete la vostra madre, aggiungete acqua fino a renderla liquida, poi aggiungete farina fino a raggiungere una consistenza cremosa. Lasciate lavorare i microorganismi tutta una notte. Alla mattina vedrete che la “crema” si è riempita di bollicine e increspata. Aggiungete acqua e mescolate fino ad ottenere di nuovo una consistenza liquida. Poi aggiungete farina e sale fino a raggiungere una consistenza impastabile con le mani. Le dosi di acqua e farina dipendono da quanto pane volete fare, per farne ca. un chilo, contate 700gr. farina e 300gr acqua circa.
Prendere un pezzetto di questa pasta e riporlo, sarà la madre del prossimo pane (da non dimenticare mai).
Lasciate lievitare questo impasto fino a quando non sarà aumentato di dimensione: potrebbero volerci tra le 4 e le 8 ore a seconda della temperatura esterna e delle caratteristiche della madre (molto attiva perché panificate spesso, poco attiva perché passano lunghi periodi tra un panificazione l’altra).
Cuocete in forno per 1 ora iniziando a 250° per i primi 20 minuti, poi 200° e 180° per l’ultima mezz’ora.

Il tempo del pane

Qualcosa di vivo.
Qualcosa che mi piace sempre vedere come va a finire.
Qualcosa con cui è necessario confrontarsi, non un oggetto ma un soggetto.
Ma di quelli con un bel carattere e con la consapevolezza del proprio essere eterni, nonostante tutto. Qualcosa che si ricrea sempre dalle proprie origini.
Qualcosa che fa bene. Che è buono e di cui non si può fare a meno.
E ha bisogno di tempo, di un tempo suo che tutte le volte cambia ma che segna il mio tempo.
Il tempo del pane.
L’attesa di ciò che sarà.
Come sarà? Morbido, duro? Bello? Armonico? Crescerà bene? Non si spaccherà?
Gira il cucchiaio nella ciotola intrecciando acqua e farina, farina e acqua.
Più acqua, meno acqua. Più farina, meno farina.
Girano le mani girano, l’aria entra nelle tue fessure. Piano, piano. Lentamente.
Hai tutto il tempo del mondo, non c’è fretta.
E il fuoco infine, come magia incandescente ti solleva nella piroetta finale.
Sei pronto! Sei mio? Sei di coloro che amano il tuo sapore antico, la tua aria da signora d’altri tempi.
Il tuo aroma impregna le stanze.
Sei pronto!

Terra ti ha nutrito, aria e acqua per trasformarti, fuoco per definirti.
Metafora della vita, eppure nasci da una falce. Un atto di morte che ti consegna alla vita.
E’ un ritorno a se stesse mangiarti, è un ritorno a se stesse crearti.
Chi ti crea si ricrea.

Ti ho guardato da ottobre a giugno, prima embrione stretto nella tua placenta di terra, poi feto coraggioso che sbuca all’aria aperta, gelida di dicembre.
Crescere bimbo che gioca col vento e con le coccinelle a primavera, poi piano piano vedere la tua spiga sbucare dal ventre di ragazzo, e poi bionda, bellissima e rigogliosa, sempre più bionda giocare a specchiarsi con il sole nel giugno luminoso di raccolti multicolori.
Tu, chicco frantumato dalla pietra, tu farina meravigliosa, fecola divina, quanto tempo ti ho aspettato guardandoti crescere e trasformarti ogni giorno.
Il tempo del pane. Il mio tempo.
Nulla ci separa. Tutto ci unisce. Nel prepararti mi preparo.
E vorrei avere il tuo bel carattere e la consapevolezza di essere eterni, in una eterna creazione, nonostante tutto.
Quando ti impasto, impasto i miei pensieri. L’aria è intorno a noi.
Io respiro l’aria che tu respiri. Tu respiri l’aria del mio respiro.
Respiriamo insieme nella stessa stanza, beviamo la stessa acqua, ci scaldiamo allo stesso fuoco. Siamo nate sulla stessa terra.
Siamo nate sulla stessa terra.
Ecco cosa sei: terra da impastare, terra da cuocere, terra da mangiare, terra da far ritornare terra.

Il Lunatico

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

Di Bianca Bonavita

La vita contadina è una regola, una forma di vita, ognuno può costruirsi la propria, noi vi racconteremo la nostra, a frammenti, con l’intento di condividere quel poco di esperienza e di sapere che questi anni sulla terra ci hanno dato.

Ma l’errore più grande di chi sta sulla terra è credere di aver capito come stanno le cose.

Chi si organizza deve sapere cosa mettere sotto i denti.
Quando seminarlo, come farlo crescere e anche come cucinarlo.

(il diario si riferisce alla bassa collina dell’Appennino romagnolo, i lavori stagionali vanno anticipati o posticipati in relazione a variazioni di latitudine e altitudine)

Aprile

Aprile è mese bizzarro, mese di semine, di trapianti e di sarchiature.
Nel campo sono già in stadio avanzato di vegetazione le colture seminate o trapiantate in autunno senza irrigazione: piselli, taccole, fave, fragole, cipolle, aglio, scalogno, lattughe, cicorie, bietole. Non appena il primo sole vero fa la crosta alla terra è bene passare con la zappa tra le file per impedire alle erbe selvatiche di soffocare anzitempo le colture. Verrà il giorno in cui potranno convivere senza pericolo.
Per lo stesso motivo per chi ha un’asparagia è bene a inizio mese passare con una fresa superficiale.

Mese delicato per le fioriture degli alberi da frutto. Un clima asciutto favorisce l’allegagione. Se piove molto si deve decidere se passare col rame o se lasciare semplicemente che le cose facciano il loro corso. Anche le larve dei lepidotteri possono essere insidiose, anche qui si deve scegliere se intervenire con prodotti biologici (a base di bacillus turigensis) o lasciare andare alla fortuna. Per evitare che gli afidi attacchino le foglie degli alberi in primavera non abbiamo fretta di tagliare l’erba nel frutteto. Una volta tagliata è più facile che salgano sugli alberi. Per contrastarli c’è anche chi usa l’olio di neem.

In pieno campo seminiamo fagioli e fagiolini in luna crescente, quattro o cinque semi per buchetta a venti centimetri sulla fila, quaranta tra le file.

Si dice che la luna crescente sia buona laddove si deve raccogliere il seme, quella calante dove si deve raccogliere le foglie o la radice. Non sempre è possibile seguire questa regola, a volte sono la terra e il cielo a decidere il momento buono, in tal caso chiediamo alla luna di essere comprensiva.
Se a marzo la pioggia ha battuto forte e la terra è stata fradicia si è ancora in tempo per seminare le patate (meglio in luna calante). Noi le stendiamo dentro delle cassette larghe e le facciamo germogliare per un mese buono in ambiente tiepido e luminoso. Alla luce gettano dei germogli corti, robusti e verdi, buoni per la semina (quelli lunghi, bianchi e sottili che sviluppano al buio non vanno bene). Fare pregermogliare le patate serve a selezionare i tuberi (le patate che non germogliano non vengono seminate) e a favorire e anticipare la loro crescita in terra. Si possono comunque seminare anche senza pregermogliamento.

I solchi in cui seminare le patate noi li prepariamo in autunno, prima delle piogge, così se a marzo la terra è troppo bagnata per essere lavorata, i solchi sono già pronti per accogliere le patate. Venti/trenta centimetri sulla fila, settanta/novanta tra le file. C’è chi prima di seminare le patate le taglia in più parti a seconda della quantità di occhi o germogli del tubero. In tal caso meglio lasciarle cicatrizzare una settimana prima di metterle in terra.
La coltura delle patate può essere fatta anche senza irrigazione, certo è che se si ha la possibilità di irrigarle si raccoglierà di più.

A inizio mese si possono anche seminare le ultime colture che da noi, piogge permettendo, possono crescere senza irrigazione: ravanelli, rucola, radicchi, spinaci, senape, carote. Radicchi, rucola e senape a spaglio, avendo cura di coprire i semi con un rastrello, ravanelli, spinaci e carote con una piccola seminatrice, cinque/dieci centimetri sulla fila, venti/trenta centimetri tra le file.
E’ ancora tempo di trapiantare le piantine di lattuga, di bietola e di cicoria, trenta sulla fila e tra le file.

Intorno a metà mese seminiamo in pieno campo le zucchine. Si possono anche trapiantare le piantine fatte crescere in un semenzaio ma in una terra sabbiosa come la nostra la semina in campo è facilitata e preferibile in termine di costi e di adattamento. Circa un metro tra le file e sulla fila. Prepariamo a vanga o a zappa delle buche profonde una trentina di centimetri, stendiamo un po’ di letame sul fondo, poi copriamo con un po’ di terra, mettiamo quattro/cinque semi per buca, poi ancora un po’ di terra e innaffiamo. Quando i semi germinano diradiamo lasciando soltanto due piante per buca (le più vigorose).
A fine mese trapiantiamo le piantine di pomodoro, sia quelle da terra che quelle da incannare, sessanta centimetri sulla fila, settanta tra le file.

Nella vite, ormai legata, tenere d’occhio la lunghezza dei germogli. C’è chi parla della regola dei tre dieci: dieci centimetri di lunghezza dei germogli, dieci millemetri di pioggia caduti, dieci gradi fissi come minima. Allora si dice sia ora di passare con il primo trattamento di rame.
La quantità di rame che viene dato nelle vigne, anche in quelle biologiche, è spropositata. Noi passiamo circa quattro volte, una volta al mese da aprile a luglio, mescolando rame (contro la peronospera) e zolfo bagnabile (contro l’oidio). In anni piovosi raccogliamo poco, ma non siamo mai rimasti senza vino per noi.

Un capitolo a parte meriterebbero le erbe selvatiche. Aprile è forse qui da noi il loro mese, ma tutta la primavera ne è colma, dai primi accenni di febbraio fino a maggio inoltrato.
Si parte con il sonco, la valeriana e il crescione, poi il tarassaco, la cicoria selvatica, il papavero (o rosolaccio o roselle), il lamio, la piantaggine, la parietaria, l’asparagina, l’ortica e il crespino, la pimpinella, il farinaccio e l’amaranto. A volte si raccoglie più nelle strisce di incolto che in certe parti coltivate dell’orto. In primavera e in autunno si potrebbe vivere di sole erbe selvatiche.
Ode a chi raccoglie ciò che non ha seminato!

Ricetta selvatica del mese: Pastasciutta al papavero

Papavero (Papaver rhoeas – Papaveracee)
Pianta comunissima e da tutti conosciuta, presente un po’ ovunque, dalla pianura fino alla bassa montagna. Predilige terreni sabbiosi.
Si utilizzano le rosette basali raccolte prima della fioritura e i giovani germogli.
Le foglie delle rosette vanno lessate e condite come gli spinaci, hanno un ottimo sapore.
Si prestano bene anche come ripieno per ravioli o per torte salate e possono anche essere mescolate con altre verdure.
I giovani e teneri germogli si possono consumare crudi, conditi con olio e limone, cucinati nei risotti o impannati e fritti.

Raccogliere le giovani piantine prima che fioriscano, va bene fra metà marzo e metà maggio circa (e ovviamente a seconda dell’altitudine). Togliere la radicetta. Poi lavarle molto bene dai residui di terra. Dopo averle scolate tagliatele a striscioline piccole. Mettere le striscioline direttamente in padella con olio e la loro acqua di scolatura. Farle appassire nella padella a fuoco basso e col coperchio. A fine cottura aggiungere aglio e/o cipolla. Sempre a fine cottura aggiungere olio (quasi a crudo). Far bollire la pasta (meglio una pasta corta), tirarla su dalla pentola dove ha bollito con un forchettone e aggiungerla nella padella con parte della sua acqua di cottura. Tirarla in padella a fuoco più sostenuto. Aggiungere un nonnulla di peperoncino o pepe, se piace.
Ovviamente il papavero si può mangiare anche senza pasta, col pane o col riso bollito.
Se piace, aggiungere salsa di pomodoro cuocendolo per una decina di minuti e farne un sugo rosso.

Andrea Staid, Abitare Illegale – Etnografia del vivere ai margini dell’Occidente, Le Milieu Edizioni 2017

Intervista a cura di Vittorio Sergi

Hai descritto alcune importanti occupazioni abitative italiane ed europee a partire dal punto di vista quotidiano di militanti di base. Che differenze hai trovato a livello soggettivo nei diversi contesti che hai conosciuto?

Le differenze soggettive che ho incontrato sono molte, ci sono militanti estremamente consapevoli della loro scelta di lotta e illegalità e quelli che invece occupano perché non hanno altre possibilità. Per quest’ultimi i timori sono molti e la consapevolezza cresce con il passare del tempo, ma all’inizio non sono del tutto consapevoli di cosa significhi vivere in una casa occupata illegalmente. Altra grande differenza riguarda quelle donne e quegli uomini che arrivano in Italia da altri paesi, da guerre o da carestie, in cerca di un lavoro e di una vita migliore e quando si rendono conto di quanto costi affittare una casa o quando capiscono che in quanto irregolari non possono affittare regolarmente una casa, se non si piegano alla “mafia” degli affitti in nero iniziano un percorso di occupazione. Per queste persone le difficoltà sono ancora più elevate che per gli occupanti in possesso dei documenti. Oltre a questo ci sono differenze tra paesi diversi. In Spagna il movimento di occupazione soprattutto nel centro nord del paese è molto più strutturato di quello inglese, quello tedesco al momento è ai suoi minimi storici e quello italiano credo invece che sia degno di nota in quanto a organizzazione e quantità di spazi liberati dalla speculazione e degrado.

Qual è a tuo parere il rapporto di forze attuale rispetto ai fenomeni di gentrificazione in atto? Le occupazioni fino a che punto sono un alternativa o una semplice reazione difensiva a questi processi?

Credo che le varie pratiche dell’abitare illegale e informale attuate in Occidente siano delle risposte pratiche alla gentrificazione in atto. Risposte non definitive , perennemente in transito e in mutamento continuo ma che nel loro carattere indeterminato producono un conflitto creativo contro l’omologazione della città vetrina e dell’abitante come mero consumatore. Grazie a questo lavoro etnografico ho toccato con mano tante esperienze che si stanno muovendo in senso ostinato e contrario -direbbe Faber -all’omologazione imperante e se sicuramente le forze di chi progetta e governa sono ampie e spesso “vincenti” sono convinto che tutte queste pratiche di resistenza oltre a produrre conflitto stanno generando risposte concrete, una specie di welfare autogestito dal basso. Dei veri e propri rituali di resistenza. Quindi non solo difesa ma attacco e costruzione di corpi politici istituenti.

Quale tipo di relazioni hai trovato tra aree metropolitane e le aree rurali in Europa dal punto di vista dell’abitare in comunità intenzionali, comuni, etc.?

Questo è il punto più dolente; le relazioni tra città e campagna sono poche, molto spesso non si crea relazione e molte pratiche di resistenza diventano delle fughe (legittime) dalla città vetrina. Esperienze interessanti esistono ma sono certamente minoritarie come per esempio genuino clandestino in Italia o la rete tra wagenplatz e house project in Germania oppure la rete dei collettivi anarchici spagnoli dei paesi occupati che lottano per non isolarsi dalla città ma per creare un rapporto proficuo con essa.

Nel libro descrivi con attenzione molti eco-villaggi e le strategie di auto-costruzione di spazi marginali nelle metropoli. Penso che esista il rischio di trasformare queste esperienze in spazi di privilegio, di separazione piuttosto che in strategie di trasformazione della vita quotidiana, che ne pensi?

Penso che il rischio ci sia e che in certi casi più che un rischio sia diventato un dato di fatto, ma non è una costante. E’ molto importante non creare ghetti ma luoghi di sperimentazione esportabili e coinvolgenti. Nel mio libro tra le varie esperienze parlo di Urupia che non solo non si è isolata e non ha prodotto “l’anarchismo in una comune sola” ma che al contrario ha fondato quella che le comunarde chiamano una tribù con contatti in tutta Europa e con un grande lavoro politico, ecologista ed educativo nella comunità dove vivono. Non spazi di privilegio ma spazi liberati dal dominio, dove il quotidiano è autogestito dalle comunarde che nel qui e ora rivoluzionano la loro vita stando attenti a non isolarsi. Quindi è possibile stare in un ecovillaggio, in una comune senza perdere di vista il mondo che sta fuori, il mondo che ancora non è liberato.

Autocostruire per autocostruirsi: nel penultimo capitolo del tuo libro affronti questo tema cruciale, spiegando che il rapporto con l’abitazione riflette in modo cruciale il nostro rapporto con l’abitare il mondo e con la possibilità di trasformarlo, ma è possibile su larga scala? E se non è possibile quale ruolo giocano le minoranze che tu descrivi?

Io credo che la megalopoli come oggi la conosciamo in un mondo libero dal dominio e dallo sfruttamento non possano esistere, non sono luoghi riformabili e a misura d’uomo e di animale. Bisogna ripensarsi se volgiamo vivere in un mondo migliore. Sono convinto che ripensando l’abitare in centri più piccoli l’autocostruzione possa diventare una vera risposta, del resto per la maggior parte della nostra esistenza sulla terra le case ce le siamo autocostruite tramandando di generazione in generazione i saperi tecnici e teorici. Sono convinto che l’architettura vernacolare è una possibilità concreta non un’illusione o qualcosa da radical chic. Al momento le autocostruzioni ben fatte, non improvvisate, costruite in modo collettivo sono delle buone risposte, delle scuole per riprendere in mano saperi perduti, anche in difficili momenti di tragedie naturali, come dopo un terremoto o un alluvione. La ricostruzione cosciente e collettiva riattiva la comunità sia da un punto di vista economico che sociale, le possiamo vedere come delle “avantgard” degli esempi dai quali ripartire per costruire delle comunità consapevoli dove gli abitanti tornino ad essere degli homo faber!

Standing Rock: la storia di un’eroica resistenza

Il 23 febbraio 2017, dopo una resistenza durata oltre dieci mesi contro la costruzione dell’oleodotto Dakota Access Pipeline, il campo di Standing Rock è stato infine sgomberato dalla polizia nordamericana con un modus operandi militare. Ad oggi non sappiamo quali sorti avrà questa esperienza, senza dubbio la sua eco continua a riverberare come ispirazione per altre lotte in tutto il mondo. In ogni caso abbiamo ritenuto interessante pubblicare questo articolo del 19 novembre 2016 per due ragioni principali. Da una parte, questo saggio ci racconta di come Standing Rock sia stata una delle maggiori lotte contro lo sviluppo infrastrutturale, l’elemento materiale su cui si basa il potere logistico del capitalismo contemporaneo. Dall’altra parte, esso riesce a illustrare con efficacia la profondità antropologica di ciò che appare a tutti gli effetti una “guerra tra mondi”, come uno scontro epocale tra la forma di vita imposta dal capitalismo e le forme di vita che entrano in secessione, le quali si mostrano in una costante tensione tra tradizioni e sperimentazione.

Da quasi sette mesi i protettori indigeni dell’acqua stanno conducendo un’eroica resistenza per impedire la costruzione del Dakota Access Pipeline.

L’occupazione di Standing Rock è un movimento basato sulla presenza. Sottraendo spazio e tempo all’Energy Transfer Partners, all’Army Corps of Engineers, alla contea di Morton, al Nord Dakota, agli Stati Uniti d’America, Standing Rock è divenuto il più grande episodio di resistenza negli Stati Uniti, almeno dai riot di Ferguson nel 2014.

Come Ferguson, e come in precedenza l’occupazione di Wounded Knee del 1973, il nome stesso del luogo è divenuto evocativo del movimento: “Standing Rock” fa subito venire in mente gli accampamenti, i lockdown, i blocchi, gli scontri con la polizia per impedire la costruzione del Dakota Access Pipeline lungo il fiume Missouri.

Una storia nuova

L’accampamento, il cui sviluppo è stato piuttosto graduale, è ora abitato da migliaia di persone, si estende a macchia d’olio ed ha saputo attirare l’attenzione di milioni di persone in tutto il mondo. Il primo aprile del 2016 è stato allestito dai giovani della riserva indiana di Standing Rock il campo Sacred Stone, come luogo di veglia religiosa per monitorare l’inizio dei lavori del Dakota Access Pipeline. Ma già due anni prima la tribù aveva promosso una causa legale contro la costruzione di questo oleodotto.
Questo primo campo si trova all’interno della riserva, vicino al punto di confluenza dei fiumi Missouri e Cannonball. L’incontro dei due fiumi era solito creare una sorta di vortice che forgiava una pietra dalla forma singolare, da cui proviene il nome del campo: Sacred Stone. Negli anni ’40 l’Army Corps of Engineers ha deviato il corso del fiume inondando una parte della riserva, facendo venire meno il vortice e, con esso, la pietra sacra. Durante la primavera e l’estate il campo Sacred Stone è servito sia come luogo di preghiera che come piattaforma di lancio per una serie di azioni simboliche finalizzate a scongiurare l’inizio dei lavori.
Verso fine luglio, quando i primi segni dei lavori erano divenuti visibili sul territorio, la tribù di Standing Rock ha invitato formalmente gli Oceti Sakowin – i sette council fires dei popoli Lakota, Dakota e Nakota – a unirsi a loro e, in particolare, i guerrieri del gruppo Oglala Lakota della riserva indiana di Pine Ridge. In molti, con le loro famiglie allargate, sono giunti a Standing Rock direttamente dalle annuali cerimonie della Danza del Sole. Prima di arrivare, dunque, erano già accampati da oltre un mese.
A questo punto la tribù di Standing Rock e gli Oceti Sakowin hanno lanciato un appello ad altre nazioni native e ad alleati non nativi a solidarizzare con loro e ad unirsi all’accampamento. Mentre i sostenitori iniziavano a riversarsi a Sacred Stone, lì vicino si è costituito il campo Rosebud, anch’esso all’interno della riserva ma molto vicino all’Highway 1806. Dal momento che continuava ad arrivare gente è stato allestito sull’altra sponda del fiume Cannonball un campo “di straripamento”, che presto sarebbe divenuto la casa di migliaia di persone, nonché il principale campo degli Oceti Sakowin. Quest’ultimo si colloca fuori dalla riserva, ufficialmente sulla terra dell’Army Corps of Engineers ed è quindi un’occupazione illegale e costituisce, di per sé, un’azione diretta. Questo accampamento è diventato una sfida aperta alle numerose violazioni dei trattati che hanno storicamente limitato la sovranità del popolo Lakota esclusivamente alle proprie riserve gestite a livello federale.
A questo punto le azioni dirette sono diventate un qualcosa di quotidiano: con lo scopo di interromperne i lavori i protettori dell’acqua, infatti, marciavano dal campo degli Oceti Sakowin verso le aree dei cantieri. Utilizzando tattiche ereditate dal movimento ambientalista i protettori dell’acqua hanno iniziato a praticare i cosiddetti lockdown, azioni che consistono nell’incatenarsi ai macchinari per prevenirne l’uso.

La scorsa estate si è connotata per una serie di eventi che passeranno alla storia. I Crows, come altre nazioni indigene tradizionalmente nemiche dei Lakota, sono arrivati in processione per offrire la pace e unirsi alla lotta contro l’oleodotto. Nel giro di poco tempo quasi trecento tribù riconosciute a livello federale avrebbero inviato delle delegazioni e dichiarato la loro solidarietà. Verso l’inizio di settembre la popolazione degli occupanti ha raggiunto il suo apice di circa cinquemila persone.
E’ stato a questo punto che le crescenti tensioni hanno finito per esplodere, imponendo Standing Rock alla ribalta dei media nazionali. Il DAPL ha assunto un’impresa di sicurezza privata per sorvegliare i lavori in corso ed evitarne l’interruzione. Quando la lunga causa legale volgeva finalmente verso la decisione della corte la tribù di Standing Rock ha presentato la documentazione inerente la presenza di siti archeologici, tra cui dei cimiteri ancestrali presenti lungo il percorso predisposto per l’oleodotto. Il giorno seguente, il 3 settembre, gli operai hanno demolito con delle ruspe un antico cimitero descritto in quegli atti processuali.
Quel pomeriggio centinaia di persone, mentre marciavano lungo l’autostrada per piantare simbolicamente le bandiere delle loro nazioni sul percorso dell’oleodotto, si sono improvvisamente imbattute in quel gesto profanatorio. Un gruppo di donne ha immediatamente divelto la recinzione che delimitava il cantiere e centinaia di persone si sono precipitate al suo interno per bloccare le ruspe. Mentre gli operai battevano in ritirata, i protettori dell’acqua si sono imbattuti nella forza di sicurezza privata che li ha attaccati con spray al peperoncino, presi a pugni, placcati e fatti mordere dai cani da guardia. Le immagini che iniziavano a circolare erano stranamente evocative del movimento per i diritti civili degli anni ’60 e delle guerre indiane del XIX secolo. Tutti gli occhi erano ora puntati su Standing Rock.

La settimana successiva il governatore del Nord Dakota ha dichiarato lo stato di emergenza e convocato la Guardia Nazionale che ha esordito facendo posizionare un presidio militare lungo l’autostrada che va dalla capitale Bismarck a Standing Rock. Un giudice si è finalmente pronunciato sulla causa legale che si trascinava da anni con una decisione contraria all’ingiunzione sospensiva della costruzione. Poche ore dopo diversi dipartimenti del governo federale, tra cui l’Army Corps of Engineers, rilasciavano un comunicato contenente una proposta, temporanea e volontaria di ingiunzione sospensiva della costruzione entro le 40 miglia dal fiume. Un più piccolo campo d’avanguardia, il Sacred Ground, è stato allestito per monitorare le squadre di operai e i cimiteri che sarebbero stati intaccati dall’oleodotto nello stesso luogo dove poco prima era avvenuto lo scontro, ovvero lungo entrambi i lati dell’Highway 1806.

Per non perdere slancio il campo ha saputo continuamente innovare le sue tattiche. Con i lavori ora molto più distanti dal campo sono iniziati i lockdown. Queste azioni, tuttavia, per via della loro distanza, organizzazione segreta e specificità delle competenze richieste, erano partecipate solamente da una piccola minoranza specializzata e non da tutti. A seguito di una di queste azioni, risoltasi in un arresto di massa, questo tipo di tattica ha rapidamente perso consensi provocando un momento di stallo durato circa quindici giorni. Per ritrovare una partecipazione di massa si è allora cominciato a organizzare carovane di dozzine di macchine, camion e bus che contavano sulla presenza di centinaia di persone ed il cui scopo era quello di andare a interrompere i lavori in corso situati anche a un’ora di viaggio dagli accampamenti.
Da fine settembre a fine ottobre, i blocchi con le carovane avvenivano quasi quotidianamente. Gli operai del DAPL abbandonavano il lavoro non appena arrivavano i manifestanti, se non addirittura prima. Queste proteste erano basate su cerimonie e preghiere che, ad esempio, contemplavano la semina del grano sacro e dei salici. Si trattava di eventi organizzati con determinazione, guidati formalmente dagli anziani delle tribù ma che contavano sulla piena partecipazione di giovani e vecchi, donne e uomini. Spesso i giovani erano i primi ad arrivare sulla scena, prima ancora che arrivassero gli anziani della tribù a celebrare la cerimonia e a volte hanno danneggiato e taggato i macchinari dei cantieri. Quando la polizia ha iniziato a rispondere in modo più muscolare e sono ricominciati gli arresti di massa le carovane hanno iniziato semplicemente a rallentare in prossimità del cantiere, costringendo comunque gli operai ad andarsene ma senza rischiare arresti.
Nonostante le costanti interruzioni dei lavori verso fine ottobre il cantiere del DAPL si stava nuovamente espandendo verso il fiume Missouri e la costruzione era quasi completa. Appellandosi ai trattati di Fort Laramie, gli Oceti Sakowin hanno dichiarato l’espropriazione per pubblica utilità e l’occupazione di un pezzo del percorso dell’oleodotto. Il campo Frontline, situato su quello che ufficialmente era proprietà del DAPL, si è trasformato da piccolo avamposto in un accampamento di centinaia di persone. Alcune barricate sono state erette sull’Highway 1806 e per almeno una settimana lo sgombero del campo Frontline sembrava imminente. Con il montare delle tensioni i protettori dell’acqua hanno accettato di rimuovere le barricate continuando però a mantenere un presidio lungo l’autostrada.

Il 27 ottobre il Dipartimento dello Sceriffo di Morton County, insieme con la Guardia Nazionale e i dipartimenti di polizia di cinque altri stati, si sono mossi per sgomberare il campo Frontline. Le forze dell’ordine hanno voluto mostrare i muscoli: si sono presentati con mezzi militari, un cannone sonoro LRAD e in equipaggiamento antisommossa. Per impedire l’entrata della polizia nel campo la gente ha abbandonato le proprie automobili in mezzo alla strada, squarciando i copertoni e rimuovendo le targhe. Altri si sono incatenati a un camion. Sull’Highway 1806 e sulla 134 sono state erette e date alle fiamme delle barricate. Infine, con lo sgombero del campo, altre barricate sono state messe all’incrocio tra le due autostrade e su un ponte più a sud. In mezzo a questo caos alcune attrezzature da lavoro e dei mezzi della polizia sono stati incendiati.
Nelle settimane seguenti, man mano che il cantiere si spostava verso il fiume, ci sono stati violenti scontri tra i protettori dell’acqua e la polizia antisommossa, che ha utilizzato sistematicamente lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il movimento

L’occupazione di Standing Rock è un movimento basato sulla presenza, che ha creato una nuova forma di vita comune sulle terre originarie degli Oceti Sakowin, rifiutando e sfidando il progresso storico lineare a cui siamo abituati: l’acquisto della Louisiana del 1803; la violazione dei trattati di Fort Laramie del 1851 e del 1868; l’annessione del territorio Dakota nel 1861; l’ammissione del Nord Dakota nell’unione nel 1889; e la formalizzazione di Standing Rock in quanto riserva separata dal resto della Grande Nazione Sioux.
Grazie all’occupazione e al movimento questa antica storia può finalmente entrare nuovamente nel presente e, cosa ancor più importante, può essere posta in discussione. Le lotte sulla sovranità di questa terra, infatti, rischiano di ridursi sempre a dispute giurisdizionali a cui di solito segue l’intervento dei vari dipartimenti delle contee, della polizia di stato, della guardia nazionale e delle società di sicurezza privata chiamate a difendere le proprietà, pubbliche o private che siano, affinché il DAPL possa essere costruito. Verso fine settembre Dave Archambault II, presidente di Standing Rock, ha portato la questione a Ginevra interpellando il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite circa gli abusi e le violazioni perpetrati sulle terre oggetto del trattato. Quest’insieme di misure e contro-misure è indicativo del complicato nesso tra forze locali, statali, federali, private e internazionali in cui si sono trovati invischiati i popoli indigeni nel corso delle controversie per la difesa della loro sovranità.

Se da una parte il movimento di Standing Rock definisce un suo proprio aggregato ed una sua particolare esperienza di lotta, dall’altra esso condivide anche molte caratteristiche delle recenti rivolte globali. La proliferazione delle infrastrutture è spesso diventata oggetto e al tempo stesso teatro del conflitto; l’accampamento e il blocco sono diventati le pratiche fondamentali nell’arsenale tattico dei movimenti. Gli antagonisti tendono a essere definiti quasi del tutto superflui alle esigenze del capitale, ma rimangono comunque dipendenti dal mercato per la loro riproduzione. L’accampamento e il blocco creano allora una rottura nell’esperienza normalizzata della vita quotidiana e l’esperienza di stare al campo diventa un laboratorio di nuove forme di vita collettiva.
I movimenti sociali del passato, indigeni e non, erano spesso radicati in una particolare comunità e territorio, ovvero in un tessuto sociale coeso, in cui ciascuno trascorreva tutta la sua vita, basato su un insieme di istituzioni culturali, spirituali, politiche e famigliari. Dunque erano in grado di mostrare un mondo coerente, dentro e contro il mondo a cui si opponevano. Questo permetteva di tramandare le tradizioni di lotta attraverso le generazioni creando una sorta di dovere morale alla partecipazione. Ciò ha anche prodotto una visione coerente di un’altra vita e di un mondo possibili oltre il capitalismo. La storia dell’ultimo cinquantennio è la storia della dismissione della possibilità di questi mondi. La forza dell’occupazione di Standing Rock, invece, sta proprio nella sua capacità di creare e ripensare questo potenziale di comunità in lotta.
Mentre le azioni di protesta contro l’oleodotto sono diventate sempre più visibili sui media, quello che appare meno visibile, invece, sono il contesto ed i legami generazionali, spirituali e territoriali che animano questo movimento. Sono la potenza della visione del mondo degli Oceti Sakowin ed i loro persistenti legami a costituire le fondamenta dell’esistenza stessa di Standing Rock ed è questo che permette all’occupazione di resistere da oltre sette mesi in questi termini di consistenza, durata e persistenza.
La politica praticata dentro l’occupazione di Standing Rock non è basata sulle decisioni, piuttosto sugli impegni che vengono assunti. Nella società liberale rappresentativa le decisioni sono prese da pochi ma riguardano molti e si legittimano con la tacita aspettativa che i loro effetti saranno accettati e rispettati. Gli impegni, diversamente, devono essere assunti da tutti. Un movimento come Standing Rock, basato sulla durata, dipende dalla dedizione di tutti i presenti nei giorni, nelle settimane, nei mesi. E’ questo a garantirne la forma collettiva: il movimento esiste se esiste tale dedizione, la quale trae la propria forza dagli intensi legami maturati negli accampamenti.
Diversamente da una mobilitazione politica, dove le persone sono chiamate semplicemente ad agire insieme, a Standing Rock i partecipanti devono anche vivere insieme. E non soltanto per alcuni giorni o settimane ma, ormai, da sette mesi. Nei diversi spazi degli accampamenti – Standing Rock è composta non da uno ma da molti mini-campi separati e autonomi – si sono dovuti trovare collettivamente i modi di vivere e lottare insieme. Inoltre la durata del movimento esige che l’organizzazione quotidiana, come mezzo della conservazione materiale e spirituale degli abitanti, informi il contenuto e la strategia della lotta stessa.

Quelli che si sono incontrati

Tra i partecipanti all’occupazione di Standing Rock si possono distinguere tre categorie. Il nucleo principale è formato dai membri degli Oceti Sakowin, che comprende sia chi proviene direttamente dall’attuale riserva indiana di Standing Rock, sia chi proviene dalle riserve limitrofe che una volta componevano la Grande Nazione Sioux, formata da Cheyenne River, Pine Ridge, Rosebud, Crow Creek, Lower Brule, ecc. Per tutti loro la singolarità della terra, delle sue colline, caverne, vallate e fiumi è di primaria importanza e ciascuno di questi elementi incarna, storicamente e attualmente, specifici significati e scopi. Si dice che l’occupazione di Standing Rock sia il primo episodio di convergenza di tutte le comunità indigene dai tempi delle Guerre Sioux di oltre cent’anni fa.
Una seconda categoria di partecipanti solidali è costituita dai popoli indigeni di Turtle Island, o Nord America, che hanno inviato da tutto il continente delegazioni e rappresentanti per partecipare alla più grande occasione di incontro di tribù e popoli nativi dai tempi della colonizzazione. Questa concreta dimostrazione di solidarietà e impegno è un elemento essenziale dell’occupazione, rappresentato dal viale principale decorato da centinaia di bandiere delle nazioni tribali che lo hanno attraversato. Le bandiere sono utilizzate negli accampamenti per delimitare gli spazi, per rappresentare e omaggiare gli appartenenti a questa nuova comunità. Dal momento che, a fine settembre, le tattiche del movimento consistevano di azioni in carovana per bloccare i lavori, i partecipanti erano esortati a prendervi parte con le loro preghiere, tamburi e bandiere, alimentando così la solidarietà inter-tribale del movimento #NoDAPL. Ciò, di per sé, ha creato un piano di consistenza ed una forza tali che oggi travalicano l’occupazione e la specifica questione dell’oleodotto.
La terza tipologia di partecipanti si compone di tutti gli attivisti solidali non nativi che hanno viaggiato fino a Standing Rock per dare il proprio sostegno alla lotta. Questi sono soprattutto persone animate dalla volontà di opporsi all’oleodotto in difesa dell’ambiente, dai fricchettoni new age ai mediattivisti indipendenti, dagli hippy agli anarchici. Più in generale, a Standing Rock sono giunte persone dai luoghi più disparati, dall’Amazzonia all’Artico passando per la Palestina. Si dice che Standing Rock rappresenti il più grande incontro di sempre tra popoli indigeni e non, uniti in una causa comune. Il che, del resto, è anche una delle ragioni del successo e della longevità del movimento, che ha saputo fare della predisposizione all’incontro e della solidarietà i suoi capisaldi.
Ciò che è davvero notevole dell’occupazione di Standing Rock è che non si tratta di una tipica mobilitazione politica come quelle a New York, Washington DC o una qualche altra metropoli americana ad alta densità demografica. Tutto ciò sta avendo luogo nel quarto stato americano meno densamente popolato, a un’ora di viaggio dalla capitale, Bismarck, la cui popolazione peraltro conta appena 61.000 abitanti. Standing Rock si trova a 900 miglia da Chicago, 1500 da Los Angeles, e 1.600 miglia da New York City, equivalenti a 30 ore di macchina. Ciò significa che le migliaia di persone passate per l’occupazione in questi ultimi mesi hanno probabilmente fatto dei viaggi molto lunghi e dispendiosi per unirsi al movimento.

Mappare la zona

Lungo l’Highway 1806 ci sono quattro diversi campi che compongono l’occupazione: Sacred Stone, Rosebud, Oceti Sakowin e Sacred Ground. Questi campi hanno accolto dalle mille alle tremila persone, arrivando ad ospitarne fino a cinquemila ad inizio settembre.
Oceti Sakowin, il campo principale e finora anche il più grande, assomiglia ad una piccola città, con il suo reticolato di strade polverose, piccoli quartieri e rudimentali infrastrutture. La strada principale, quella che porta dall’autostrada al campo, è delineata dalle bandiere delle quasi trecento nazioni tribali che sono venute qui ad esprimere la loro solidarietà. Nel cuore del campo c’è il falò sacro, il luogo che ospita un incessante susseguirsi di cerimonie, danze, performance, dibattiti e comizi, nonché l’enorme cucina collettiva che distribuisce i pasti quotidiani.

Ora il campo ospita anche una scuola elementare, una stazione radio pirata, un media center indipendente, una postazione a energia solare per ricaricare telefoni e altre attrezzature, una forza di sicurezza volontaria organizzata dal Movimento degli Indiani Americani, un ospedale da campo, delle tende in cui si offrono massaggi, prodotti officinali e infusi alle erbe, un campo da lacrosse [uno sport di squadra, una sorta di hockey sull’erba n.d.t.] diverse dozzine di tende che distribuiscono cibo, attrezzatura da campeggio, vestiti e dozzine di bagni a secco, cassonetti per l’immondizia e taniche d’acqua. Nel campo ci sono anche una dozzina di saune e una mezza dozzina di stalle per cavalli. Questo perché esiste un sistema di comunicazione che usa i cavalli e, ad un certo punto, è stato perfino costruito un ippodromo. Nel campo c’è anche un gruppo di doula per i parti naturali che sinora ha assistito almeno una nascita. C’è un sistema di camion che distribuisce nei campi più piccoli la legna da ardere, i prodotti agricoli e altre provviste. Infine c’è anche una piccola flotta di motoscafi e canoe.

Il campo Oceti Sakowin è composto, a sua volta, da dozzine di piccoli accampamenti, che possono essere costituiti su base tribale, famigliare o di affinità, ciascuno costruito intorno a un falò e a una cucina. Questi campi-dentro-il-campo sono autonomi e autosufficienti e gli stessi accampamenti sono arrivati a ricreare la nuda essenza dell’insediamento umano. Di fatto potrebbero indistintamente apparire come case o piccoli villaggi interni all’accampamento più grande: si potrebbero interpretare le tende come le singole stanze e il falò come lo spazio comune di un’ipotetica casa; oppure le tende come case e allora il falò diventerebbe la piazza di un piccolo villaggio.
Il campo Red Warrior, famoso per la partecipazione attiva e l’organizzazione di molte delle azioni dirette del movimento, è un campo interno all’Oceti Sakowin, situato in fondo, lungo il fiume Cannonball. E’ delimitato da una recinzione, con la sua propria forza di sicurezza, il suo falò, le sue tende-magazzino, la sua cucina collettiva per i pasti quotidiani, grandi tende di tipo militare adibite a sale comuni dove incontrarsi e mangiare, una biblioteca, un laboratorio di serigrafia, macchine da cucire e una tenda-scout che monitora e mappa i lavori dell’oleodotto. Adiacente al Red Warrior c’è il mini-campo Haudenosaunee, per i popoli della Confederazione delle Sei Nazioni provenienti dai così chiamati stati del Quebec, Ontario e New York, con i propri falò, pasti e provviste, ecc. Vicino c’è anche il campo Two Spirits. Del resto, il proliferare di questi mini-campi in tutta Oceti Sakowin e Standing Rock attesta la pluralità di questo movimento.
In termini spaziali e organizzativi, dentro l’occupazione Standing Rock non c’è quindi un unico campo, un’unica assemblea, un unico falò, un unico rancio, oppure un unico corpo decisionale o amministrativo. E questo dovrebbe essere considerato uno dei suoi punti di forza. L’incontro storico e senza precedenti dei popoli che compongono Standing Rock ha trovato un modo di vivere e lottare insieme, riconoscendo e rispettando le differenze e i bisogni che ciascuno esprime.

Temporalità e DAPL

Uno dei tratti distintivi dell’occupazione di Standing Rock è la sua base famigliare ed i legami intergenerazionali che compongono gli accampamenti e il movimento stesso. Non è per niente strano, per esempio, vedere un piccolo campo basato sulla figura di una matriarca sui sessantanni, spesso con esperienza diretta del Movimento degli Indiani Americani degli anni ’70. Insieme a lei, i suoi figli di quarant’anni, il corrispettivo nativo americano dei “cuccioli” delle Black Panther, cresciuti in un ambiente domestico radicale, abituati ad organizzarsi politicamente per rivendicare le forme di vita e di educazione tradizionali.
Questa generazione, quella dei nati tra la fine degli anni ’60 e gli anni ’70, è quella dei leader più rispettati del movimento, mentre i loro figli e nipoti ventenni, sono gli intraprendenti guerrieri arruolati nelle prime file delle proteste. I loro figli o nipoti più piccoli giocano e corrono nei campi e adesso possono anche frequentare la scuola, istituita per quelli che si sono trasferiti nel campo con i propri figli a tempo pieno. Ciò significa quattro generazioni e, di conseguenza, che dentro ciascuno di questi campi vi sono famiglie allargate con i relativi legami di parentela, tiospaye in lingua Lakota, i quali, con rispetto e intimità, si relazionano tra loro come sorelle, cugini, zii o nonni. Questi legami familiari s’inseriscono in una più complessa percezione che l’individuo ha di sé e del suo rapporto con la società, in particolare in relazione alle strutture sociali dei clan, delle comunità e delle nazioni. Questo per dire che nella cultura dell’occupazione di Standing Rock esistono paradigmi di relazione e dovere estranei alla logica conformante della cittadinanza, diventata sinonimo di una vuota eguaglianza tra individui privi di legami profondi, responsabilità o esperienze condivise.
I Lakota parlano spesso delle “sette generazioni,” intendendo una struttura concettuale in base alla quale ci si concepisce come continuum tra quelli che sono venuti prima e quelli che verranno. Potresti essere tu, le tre generazioni precedenti e le tre generazioni successive alla tua. Oppure tu ed i nipoti dei tuoi nipoti, cioè coloro che per forza di cose non conoscerai mai. Così, ogni decisione o azione intrapresa da te, dal tiospaye o dalla nazione deve essere ponderata non soltanto considerando se stessi ed il presente, come avviene nella società liberale, ma contemplando anche tutte queste generazioni. Quando si pratica, in un territorio, una visione del mondo così profondamente etica e diacronica, la questione non può ridursi unicamente alla difesa attuale della Grande Nazione Sioux o del fiume Missouri, ma occorre pensare a ciò che consentirebbe di mantenerne inalterate le potenzialità per le sette generazioni, per i nipoti dei tuoi nipoti.
I Lakota parlavano spesso della profezia del serpente nero, secondo cui un giorno verrà un grande serpente recando con sé un’inspiegabile distruzione. In anni più recenti la profezia è stata associata alla proposta di costruzione della Keystone Pipeline, il cui progetto interessava anche il territorio di Oceti Sakowin, fino a che, nel novembre 2015, un ampio movimento ha costretto Obama a bocciarne la fase finale di costruzione. Da allora la profezia è stata associata alla proposta o alla realizzazione di diversi oleodotti, e, in agosto, il guerriero Iyuskin, l’American Horse di Standing Rock, ha scritto sul The Guardian:

I nostri avi ci hanno detto che se la zuzeca sape, il serpente nero, giunge nelle nostre terre, il nostro mondo finirà. Zuzeca è venuto – nelle vesti del Dakota Access Pipeline – e così devo combattere… Non siamo manifestanti. Siamo protettori. Stiamo difendendo la nostra terra e le nostre forme di vita in modo pacifico. Preghiamo insieme e lottiamo per ciò che è giusto. Qui stiamo facendo la storia. Vi invitiamo a unirvi a noi contro il serpente nero.

In molti nell’occupazione di Standing Rock, in particolare nel campo del Red Warrior, hanno deciso di darsi come soprannome Black Snake Killas, imprimendo con degli stencil questo slogan sulle loro giacche mimetiche e facendone un ricorrente grido di battaglia del movimento.

“Porta le tue preghiere”: la preghiera come pratica di lotta

L’idea di preghiera come modo dell’essere è una caratteristica fondamentale dell’occupazione e della comunità che si è venuta a creare. Vic Camp, un nativo Oglala Lakota di Pine Ridge, leader delle proteste, ha spiegato la differenza tra vivere in una tenda tipi o in un’abitazione privata. Quando vivi in una casa privata, in una “lattina”, come l’ha definita, puoi comportarti in modo orribile, egoista e distruttivo, ma se vivi in una comunità, circondato da bambini, anziani e altri, allora sei obbligato a comportarti diversamente, a tenere un comportamento migliore per te stesso e per gli altri. E’ ciò, dunque, che rende Standing Rock al contempo precursore di un nuovo modo dell’essere e capace di preservare la forma di vita tradizionale che i Lakota hanno custodito vivendo da nomadi, in famiglie allargate e con altre famiglie, in estesi insediamenti di tende tipi precedenti alla colonizzazione.
Un’idea simile è stata espressa dal co-fondatore del Movimento degli Indiani Americani, Clyde Bellecourt, il quale, in una notte passata attorno al principale falò dell’Oceti Sakowin, ha detto che il campo non era semplicemente un ritrovo di attivisti e manifestanti ma, al contrario, una modalità di preghiera e la preghiera stessa è a sua volta un modo dell’essere. Nell’ambiente dei nativi americani, che è sfortunatamente divenuto noto per il suo alto tasso di alcolismo, abuso di droghe, suicidi e violenza domestica, il fatto di riunire insieme migliaia di persone per creare una zona di preghiera e resistenza, senza alcool né droghe, sicura, autonoma e auto-organizzata, costituisce uno dei contributi più potenti in termini politici di Standing Rock.
Nell’occupazione la preghiera diventa un modo di scandire il tempo, riflettendo costantemente sulle proprie azioni e sui propri gesti con una certa dose di consapevolezza. Come si è osservato nel campo, “se vuoi fumare una sigaretta, non fumarla semplicemente e non tirare a terra la cicca che qualcun altro dovrà raccogliere, ma immagina ciascuna sigaretta come un’offerta di tabacco, come se fosse un qualcosa di sacro, come una preghiera”. A Standing Rock una delle indicazioni rivolte agli addetti stampa è di non scattare fotografie quando hanno luogo le cerimonie, ma la stessa idea di preghiera che si ha qui mette a dura prova l’immediata identificabilità e riconoscibilità di questi momenti rituali posto che ogni gesto, incontro, conversazione potrebbe essere invocato con questo scopo e intenzione tanto da diventare impercettibile.
Al momento della scrittura di questo testo, la costruzione del Dakota Access Pipeline nel Nord Dakota è pressoché completa, fatta eccezione per la parte da realizzare sotto il fiume Missouri. Gli accampamenti e gli avamposti vengono mantenuti mentre l’Army Corps of Engineers ed il Presidente Obama procrastinano le operazioni e le decisioni in merito.

Dedicato a Clark Fitzgerald [giovane militante di New York, morto in un incidente stradale mentre si recava a Standing Rock]
di #IndianWinter

Matt Peterson e Malek Rasamny sono curatori di The Native and the Refugee, un progetto multimediale che studia gli spazi delle riserve indiane e dei campi-profughi palestinesi. Shyam Khanna è un ricercatore indipendente, scrittore e bike-messenger di Brooklyn, New York. Vanessa Teran è un’artista multimediale dell’Ecuador, attualmente vive a Brooklin, New York. Tramite la fotografia e la scultura, la sua opera indaga i conflitti di frontiera, l’identità e l’appartenenza.

Articolo del 19 novembre 2016, tratto da Roar Magazine.

Della diserzione

Estratto da “Humus. Diario di terra” di Bianca Bonavita, Pentagora, Savona 2015

E non bastano le montagne a frenare l’avanzata
delle armate. Non bastano a contenere la loro furia
devastatrice. Non esistono armi o strumenti
in grado di arginare la piena dei loro rigurgiti: le
armate sono da sempre molto più e molto meglio
equipaggiate di qualunque impossibile noi che
cerchi di contrastarle. Non c’è trofallassi nei nostri
alveari.
La loro forza non sta solamente nella potenza di
fuoco ma soprattutto nella capillarità del loro dominio.
Non sta solamente nelle armi che restano
nelle loro mani, le armi che uccidono, ma sta soprattutto
in quelle che a buon prezzo finiscono
nelle nostre, le armi della gloria e dell’illusione.
Le strategie sono cambiate, ordini e divieti si godono
la pensione in qualche paese tropicale ancora
fermo a un grado primordiale di terrore. Ora sono
le nostre armi giocattolo, protesi delle nostre dita
antiquate, a tenderci imboscate e a ucciderci ogni
giorno di più.
Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di
un ordine o di un divieto: si riscopre in noi la sopravvivenza
di una possibile disobbedienza.
Allora improvvisamente il mare di palloncini colorati
in cui eravamo immersi, il morbido, il soffice
terrore di ovatta su cui fluttuavamo, sembra
regredire al suo stadio precedente. I palloncini
esplodono infilzati dalle baionette, nascoste da
sempre sotto un mucchio di parole civili. Prima
degli spari c’è giusto il tempo di fare chiarezza.

Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di un ordine o di un divieto

La cortina di fumo dell’avanspettacolo si dirada e
i teatranti rivestono le loro maschere più sincere:
i predicatori del compromesso tornano a percepire
il loro stipendio da funzionari della delazione;
i servitori diligenti tornano a dirigere la logistica
del massacro; gli zelanti esecutori a comandare i
plotoni d’esecuzione.
Non c’è soluzione di continuità tra crimini di
guerra e crimini di pace. Era sempre rimasto lì,
sotto pochi centimetri di parole, il vecchio onesto
terrore dei tempi passati. Come una pustola sempre
pronta a scoppiare. E una volta scoppiata, a
scomparire nuovamente sotto un’identica coltre di
ovatta, sparata come neve artificiale dai cannoni
della democrazia.
Non saranno le baionette a decimare le nostre fila.
È una guerriglia sporca quella che ci fa ammalare,
per contagio virtuale, di terroristica vanagloria.
Soli ne usciremo, se ne usciremo, attraverso le maglie
più strette che sfuggono anche ai guardiani
più accorti; soli troveremo un guado o un valico
per attraversare il confine. Oltre ci saranno altre
montagne e solo allora, liberi dal resto, potremo
ripensare a un noi, lontani dalle nostre armi giocattolo
e dalle luci della battaglia, lontani dalla
gloria e dalle illusioni, dall’ignara obbedienza e
dal terrore democratico.

Non saranno le baionette a decimare le nostre fila.

Nella vana attesa, non posso che restare avvinghiata,
sull’orlo del precipizio, al trespolo della
mia collina e continuare a dedicarmi a semine
e sepolture con la stessa fiducia di sempre, nella
speranza che il ribollire dei detriti a valle non mi
trascini a sé.
E quando posso, diserto.
Diserto questa guerra chiamata pace diserto il disarmo
del pensiero diserto gli uffici e le elezioni
diserto gli schermi diserto le loro emozioni, i loro
emoticon, le loro eiezioni diserto il palcoscenico e
le platee diserto tutte le funzioni e tutte le gestioni
l’efficacia e l’efficienza diserto l’essere donna e l’essere
uomo diserto il posto fisso e quello flessibile
diserto il posto fesso diserto i loro osceni titoli di
studio e diserto tutte le scuole diserto il loro divertimento
e i loro desideri diserto. Perché da sempre
sono arruolata. Diserto i valori e il loro maledetto
lavoro diserto i diritti e i doveri diserto le benedette
costituzioni diserto tutte le vaccinazioni, i marchi
e le certificazioni diserto gli aeroplani e tutte
le loro reti diserto il fare rete diserto il servizio
civile e ogni servizio diserto l’essere civile diserto
le città, le cittadinanze e tutti gli accampamenti
diserto ‘la storia che insegna’ e ‘l’importanza della
memoria’ diserto il loro rumore e il loro guardare
diserto le banche e le vetrine diserto tutte
le macchine diserto ogni identità diserto il loro
realismo-cinismo-buonismo diserto l’impegno e
ogni forma di partecipazione diserto ogni rivendicazione
diserto la transizione e la transazione la
resilienza e la resistenza la crescita e la decrescita
diserto i prestiti e i debiti diserto i finanziamenti
a fondo perduto diserto i contributi diserto le rateizzazioni,
le autorizzazioni, le organizzazioni, le
amministrazioni, le registrazioni, gli organismi e
le associazioni diserto le opinioni e l’informazione
diserto le comunicazioni diserto tutte le loro parole
diserto lo spettacolo diserto la loro autoironia
e la loro autocritica diserto l’oikonomia e la gloria
diserto il loro buon senso e i loro progetti diserto
il loro cibo diserto le truppe mandate al macello
nelle trincee della normalità diserto gli ospedali e
i manicomi diserto i treni e le strade diserto i loro
allenamenti dementi e i loro passatempi diserto il
loro tempo libero diserto ogni stile di vita, ogni
modello, ogni esempio, ogni testimonianza diserto
i loro corsi e i loro concorsi i premi e i ricorsi
diserto le cause e le sentenze diserto le assemblee
generali e i gruppi di lavoro diserto l’unanimità e
la maggioranza diserto ogni bisogno di prendere
una decisione diserto il loro noi e diserto il nostro
voi diserto le loro proiezioni-installazioni-presentazioni-
dibattiti-tavole rotonde diserto le loro partite,
i loro campionati, le loro classifiche diserto le
loro olimpiadi di imbecillità diserto tutte le connessioni
diserto i loro social e i loro anti-social i
loro book le loro app e i loro push-up diserto i loro
pensieri green e i loro pensieri dark diserto il pin
il pil il puk e la pac diserto i fast pay e le città slow
diserto i post e i low cost diserto i loro maledetti
cofanetti diserto i touch pad e gli I-pod il tre per
due e il Tutto a 99 cent.
Vorrei disertare.
Ma il più delle volte non posso.
E se un giorno vi riuscissi, a disertare il Tutto,
non potrei fare altro che disertare anche questa
mia diserzione. Perché in fondo non è che un capriccio
del Grande Pescatore, anch’essa un frivolo
elemento d’arredo nell’impalcatura del suo potere,
una decorazione a buon mercato sulle corazze dei
suoi cavalieri.

Vorrei disertare.
Ma il più delle volte non posso.