Con Kafka (2)

A che serve la letteratura.

Su cosa si fonda una comunità? Sulla condivisione? Sulla menzogna?

Una comunità di mascalzoni
«C’era una volta una compagnia di mascalzoni», scrive Kafka in un piccolo racconto del 1917, «ossia non erano mascalzoni, bensì persone normali, nella media. Si sostenevano sempre a vicenda. Se per esempio uno di loro aveva fatto una mascalzonata (…) essi esaminavano il caso, lo giudicavano, impartivano penitenze, perdonavano, e così via (…) «Cosa? Perché ti preoccupi? Hai fatto solamente ciò che è scontato» (…) anche dopo la loro morte non sciolsero la compagnia e salirono al cielo in girotondo…».
Legame tra “l’ordinario”, “lo scontato” e la “mascalzonaggine”. E una buona, molto buona, coscienza. Fa pensare a quello che Hannah Arendt svilupperà poi intorno alla «banalità del male» in Eichmann a Gerusalemme, dove parla di Eichmann come di un «clown». E a un altro breve racconto del 1920 intitolato Vita in comune in cui Kafka fa il ritratto di cinque amici: «Siamo cinque amici, una volta uscimmo da una casa l’uno dopo l’altro… La gente si accorse di noi e indicandoci diceva: i cinque sono usciti poco fa da questa casa. Da allora viviamo insieme, sarebbe una vita pacifica, se non vi si immischiasse continuamente un sesto». Ah, questo sesto! «…perché si intrufola dove non lo si desidera? Non lo conosciamo e non vogliamo accoglierlo fra noi. Vero è che anche noi cinque non ci conoscevamo prima e, se vogliamo, non ci conosciamo nemmeno adesso, ma ciò che per noi è possibile ed è tollerato, per quel sesto non è possibile e non viene tollerato. Inoltre siamo in cinque e non vogliamo essere in sei». «Noi siamo cinque», qualcosa che viene martellata continuamente, tanto più che è successo per caso, con nessun senso all’origine, ci si è giusto trovati insieme, senza nessun legame significativo: «non ci conoscevamo prima e, se vogliamo, non ci conosciamo nemmeno adesso».


E allora perché i cinque fanno comunità? È così e basta. Autorità della realtà. Appiattimento del mondo che si svolge calmo e feroce su di un solo piano, ciò che è. E tuttavia, in compenso, di chi, di che? Dello spirito, ma sì: questa descrizione così precisa, così esatta, non è neutra, agisce, fa ridere il lettore, che vede davanti a lui i cinque ben serrati che si confortano l’un l’altro, respingendo (con i gomiti, dice Kafka) il sesto che cerca continuamente di ritornare. Il gesto è visibile, è una gag, e sotto le affermazioni perentorie, infantili, appare la nullità delle “ragioni”, la semplice dichiarazione: siamo cinque e non vogliamo essere sei. Autorità del vuoto.
«Che senso può avere questo stare continuamente insieme?», aggiunge Kafka; «Non ha senso nemmeno per noi cinque, ma oramai siamo insieme e ci rimaniamo»… La realtà non ha alcun senso in se stessa, siamo noi che gli diamo del senso, che è UN senso, e niente affatto IL senso, il solo senso possibile. E qui il senso di questa comunità così amicale è la volontà di restare tra loro, il rifiuto, il rigetto di chi è altro, punto e basta. Questo punto e basta fa ridere, di un riso particolare, indignato e nervoso. Ben inteso non esiste il punto e basta, la menzogna e l’impotenza del punto e basta, ma ciò che si svela improvvisamente sotto l’affermazione autoritaria e vuota del «è così e non altrimenti» è una cosa affatto divertente e che riconosciamo anche se sorprende sempre: l’odio.

Istruzioni per la destituzione del presente

Pubblichiamo in anteprima alcuni estratti dal Preambolo e dai primi tre capitoli del libro di Marcello Tarì, in uscita il 4 maggio, dal titolo Non esiste la rivoluzione infelice. Il comunismo della destituzione, DeriveApprodi 2017, p.240.

I rivoluzionari sono i militanti del tempo della fine e dentro questa temporalità operano per la realizzazione di una felicità profana, ma bisogna aver ben presente che l’esaurirsi delle possibilità di questo mondo significa anche quello dell’azione politica che andava con lui. Un’identità politica che, come questo mondo, abbia esaurito ogni sua possibilità non può che essere deposta, a meno di non voler continuare a esistere come un non-morto, come uno zombi. Per afferrare l’impossibile sembra non resti quindi che modificare quella speciale forma di vita, quella maschera, che è stata la moderna militanza rivoluzionaria, della quale restano nella memoria solo brandelli, frammenti, rovine. Una vicenda della quale un’ontologia storica resta tutta da fare. Anche per questo, l’attuale relazione con essa è quella di un lutto irrisolto. I K-way neri, divenuti una presenza costante in ogni manifestazione in cui accade qualcosa, pare siano lì giusto per ricordarlo a tutto il resto del corteo.
(p. 7-8)

E se fare esperienza – che vuol dire anche possedere, conservare, trattenere, abitare una potenza – è possibile solo insieme ad altri, è pur vero che solo una forza composta da individui che sanno cosa vuol dire la solitudine, cioè l’essere solamente ciò che si è, che hanno un rapporto alla vita e alla morte e conoscono sia la felicità che la tristezza, sia la resistenza collettiva che quella individuale, può compiere una vera esperienza. Il problema dei «collettivi» è che appena si istituzionalizzano rimuovono le esperienze che hanno fatto, la loro rigida informalità è incapace di trattenerle, per questo la loro elaborazione ha bisogno della libera espressione delle singolarità e del comunismo come sua disciplina. Brecht ha una bella maniera per indicare come la libertà individuale può incontrarsi con la disciplina collettiva: «improvvisazione con uno scopo determinato». Nessuna collettivizzazione, in ogni caso, potrà mai imporre artificialmente il comunismo né sostituire o annullare il lavoro del sé su di sé e sono proprio quelli che cominciano a compiere, una per uno, questo lavoro a poter dare vita a una comune, la quale, a sua volta, costituisce la forza di gravità collettiva che corregge l’egoismo individuale. Questa è una delle differenze, e non tra le meno importanti, tra un collettivo qualsiasi e una forma di vita comunista.
(p. 12)

L’interruzione non è il tempo dell’attesa, quanto quello che porta con sé la possibilità di prendere posizione contro il presente, sempre, a ogni momento, poiché ciascun istante può essere quello decisivo. La fine dell’apatia. L’impossibile che fa presa sul mondo. È il tempo di un eroismo minore, una forza anonima che non sopporta il calcolo, l’omogeneo, il costante. La si può ascoltare, possiede un ritmo: dapprima impercettibile, comincia a pulsare lentamente, accelera vertiginosamente, si interrompe. La sua improvvisa presa di velocità paradossalmente provoca il rallentamento della Storia, fino a porla in stato d’arresto. Quando tutto si ferma, immobile, «nel presente assurdo – incondizionatamente vero – dunque anche assurdo – dell’avvento messianico», scriveva Furio Jesi. È in quell’attimo di sospensione, nel quale il passato sopraggiunge dentro l’attualità con la violenza di una tempesta stellare, che compare l’immagine di una forma sensibile del divenire, un noi che è allo stesso tempo disperso e insieme, una sorta di solitudine affollata – dai morti e dai viventi –, che è ciò che resta di quel turbinio del tempo, dell’origine sempre a venire di ogni insurrezione. Ed è questa forma – che contorna una vita che eccede tutto ciò che è – a dover apprendere come far andare in mille pezzi il presente.
(p. 16)

È bene aver chiaro da subito il carattere nonostante tutto giuridico del potere costituente che viene oggi teorizzato nella sinistra dei movimenti sociali, poiché spesso viene posta una domanda, che esprime una critica in buona fede espressa con una certa ingenuità, sul perché opporre la destituzione al potere costituente, argomentando ad esempio «come se in ogni autentica insurrezione non ci fosse sempre un doppio movimento di destituzione del vecchio e costituzione del nuovo» . Un appunto più raffinato invece ha sottolineato il pericolo di irrigidirsi in una dialettica senza uscita. Ecco, la questione che pone la potenza destituente non sta affatto in un suo supposto antagonismo dialettico col potere costituente in quanto tale – potere costituente e potenza destituente stanno in un rapporto simile a quello che vi è tra la geometria euclidea e quella di Riemann, ovvero un non-rapporto poiché partono da premesse diverse e non sono in competizione per ottenere una medesima cosa – ma è proprio quella di far sì che non vi sia più quel double bind che ha strozzato le rivoluzioni del passato e che il gesto destituente contenga in sé tanto il momento distruttivo che quello costruttivo, i quali divengono così indistinguibili, non più separabili. Un solo piano di consistenza che interrompe il presente e taglia trasversalmente il reale. Soprattutto, bisogna sottolineare che quello che viene destituito non è propriamente il «vecchio», il passato, bensì il «presente». Un presente che è come un cubetto di ghiaccio nel quale è contenuto il passato che non passa e il futuro che non viene; un presente che vieta innanzitutto di uscirne, in qualsiasi direzione si voglia farlo.
(p.24)

La democrazia appare indubbiamente come il dispositivo politico più difficile da destituire, bisognerebbe allora pensare a una democrazia destituente, composta cioè da istituzioni che siano capaci di destituire se stesse? Sarebbe già un buon inizio, ma è lecito dubitare sia qualcosa di possibile. Il socialismo reale a un certo momento ha avuto quantomeno il coraggio di finire davanti al suo fallimento, a fronte della mediocrità dei risultati del suo tentativo; della democrazia si possono dire tante cose tranne che sia coraggiosa e che contempli qualcosa come la sua fine, nonostante la mediocrità sia da sempre la sua ragione sociale. La questione è comunque chiara: se lo stato d’eccezione si fa permanente, se è la regola di questo mondo, il potere costituente, come ogni azione politica classica, moderna cioè, non ha alcuna possibilità in senso rivoluzionario, poiché è del tutto assorbito nel potere sovrano che già c’è. Da questo punto di vista quello che resta da fare in una simile situazione lo diceva già Walter Benjamin settantasei anni fa: «la creazione del vero stato d’emergenza».
(p. 28)

Se la rivolta è un evento – sulla consistenza del quale in molti scuotono la testa, liquidandolo come fosse una reliquia di antiche credenze – questo non è mai tale se non è lo zampillare di una verità. E se la realtà non sempre è piacevole, non lo è nemmeno la verità. Se si vive in un mondo in cui il reale è costituito dalla menzogna, dallo sfruttamento e dal cinismo, la verità apparirà facilmente nelle vesti iperrealiste di un angelo vendicatore.
(p. 35-36)

Qui, è bene dirlo subito, il nome Walter Benjamin non si accorda con la miserabile definizione di «è stato un grande autore del Novecento», bensì con una forza messianica che percorre il tempo in ogni direzione, con una potenza rivoluzionaria che pulsa violentemente sotto la crosta della Storia, con uno stendardo in fiamme piantato nel mezzo dell’oscurità del presente. Solo per questo possiamo dirci benjaminiani.
(p.42)

La violenza della polizia è l’espressione massima, istituzionale, del confondersi di potere costituente, nella sua creativa arbitrarietà, e potere costituito, nella sua ovvia tendenza conservatrice. È proprio la polizia, allora, che rende visibile nel suo stesso agire quella «cattura dell’anarchia» da parte del Governo recentemente messa in luce da Giorgio Agamben. La polizia è l’ebrezza del potere. Come stupirsi allora se oggi la polizia pare essere la sola istituzione dello Stato moderno sopravvivente al lungo e continuo naufragio della sua sovranità? Come meravigliarsi se lo slogan più urlato nelle strade di Francia, durante un movimento che apparentemente lotta contro una legge sul lavoro, sia «Tout le monde déteste la police» ?
(p.43-44)

Il treno blindato della rivoluzione è sempre in marcia per ogni dove, ma è lento: non assomiglia a un TGV, ma a quei treni di provincia che fermano in ogni minuscola e sconosciuta stazione. L’accelerazionismo di sinistra, in senso morale, è una forma di impazienza la quale, diceva Kafka, è uno dei peccati capitali: a causa dell’impazienza l’umanità venne cacciata dal paradiso e sempre a causa sua non riesce a farvi ritorno.
(p. 50)

L’apparizione della giustizia è sempre l’apparizione di un mondo di verità che inizia a crescere dentro e contro questo mondo di menzogna per poi, quando nel suo procedere incontra una realtà storica che coincide con esso, divenirgli eterogeneo: il dentro e contro si muta in fuori e contro, un passaggio che con Benjamin potremmo definire come quello del «risveglio». Restare indeterminata-mente nel «dentro e contro» significa rimanere indefinitamente nell’ambito del sogno; poiché, certo, «bisogna sognare» ma non svegliarsi mai può divenire a un certo momento una posizione tutto sommato confortevole. In definitiva è una posizione monca, insufficiente.
(p. 62)

La regola delle forme di vita rivoluzionarie è dunque questa: individuare e annientare la menzogna, essere capaci di determinazione materiale dentro il movimento degli spiriti che agita i mondi, saper riconoscere e ricomporre instancabilmente i frammenti di salvezza che compongono un mondo e «farlo durare, e dargli spazio». Il mondo profano non può che essere composto da frammenti, «un mondo di molti mondi», ma la prassi rivoluzionaria restituisce questi alla loro singolarità, cioè alla loro giusta, profana, transeunte, realtà.
(p. 63)

Per il Governo l’apocalisse-crisi è una tecnologia politica esemplare, un modo normale di gestire la catastrofe che si riproduce a ogni suo singolo movimento e attraverso la quale mira a modellare la percezione di massa del reale, in maniera da suggerire che egli è qui per permettere il continuo differimento della fine, facendone uno spot di sicura presa: «grazie alla sicurezza, alla tecnologia, alla polizia, avete ancora un po’ di tempo per spassarvela». È il tempo degli happy hours, delle apericene, delle serate passate strafatti di Mdma nei locali più cool della metropoli per celebrare il lutto di una comunità inesistente, o quelle piene di rimpianti e solo apparentemente più sobrie, trascorse con la propria famiglia piccolo-borghese-ma-un-po’-alternativa dopo una giornata passata a vendere i propri sorrisi ai clienti, al padrone, al manager, alla cooperativa del villaggio, al centro sociale nel quartiere gentrificato. Tutto, pur di non pensare alla catastrofe, al volto di ferro e carbonio della libertà offerta dal presente.
(p. 70-71)

La verità infatti è che questo mondo è già finito, nel senso che, come fu notato una volta per la Legge, esso vige ma non significa più niente. Un mondo che funziona ma è privo di senso non è più un mondo, è un inferno. Pasolini ci aveva avvertito, la sera prima di essere assassinato all’idroscalo di Ostia, nella banlieue romana: «L’inferno sta salendo da voi».
(p. 74)

Nel divenire rivoluzionario Io non sono il centro di nulla, il centro è sempre fuori e si sposta, si muove col muoversi del mondo, tramite gli incontri, le esperienze, le rivolte. Ma a ogni spostamento orizzontale fuori di me corrisponde un movimento verticale che è interno, uno sprofondamento dentro se stessi. Nel coincidere di queste due dimensioni troviamo la verticale della rivoluzione, quella che assalta il cielo, cioè il noi, il partito storico a cui apparteniamo.
(p. 77)

Joe R. Lansdale – Il Texas è uno stato mentale

il Duka

 Joe R. Lansdale (Gladewater – Texas – 28 ottobre 1951) è il mio scrittore preferito. Neanche il grande Elmore Leonard  scrive dialoghi potenti come Lansdale. Nessuno mette a disagio i lettori come lui. Forse è la violenza esplicita – percepibile nelle debolezze dei personaggi – o la sua entusiastica passione per il pessimo gusto o semplicemente il suo particolare senso dell’umorismo. Di sicuro – è innegabile – è uno dei più divertenti scrittori contemporanei.

Con Joe percorrerei a bordo di una Impala del ’64 strade polverose – che tagliano pianure desertiche e praterie – popolate da saguari, serpenti a sonagli, Wile E. Coyote e Beep beep. Nostra meta l’Orbit drive-in per rivedere – ingurgitando popcorn – Non Aprite Quella Porta.

Con Lansdale non litigherei mai. Non farei mai a botte. È un esperto di arti marziali. Pratica e conosce: Ju-jitsu, Judo, Tae Kwon Do, Karate, Muay Thai e Kung Fu.

Insieme a lui passerei ore a parlare, bevendo birra ghiacciata, di scrittori che amiamo come Philip K. Dick, Raymond Chandler e James Cain.

Quando uscì Roma KO – mio primo romanzo scritto con Marco Philopat – una storia piena di droghe, i lettori mi dicevano – conoscendo la mia militanza nella generazione chimica alla vaccinara – “Duka sei l’Irvine Welsh di San Lorenzo”. Io rispondevo: “No. Sono il Lansdale della Tiburtina”. Affermazione spiazzante se detta da un fan riconosciuto – ho letto tutti i libri di Welsh – del bardo di Edimburgo. Il cantore delle gesta dei figli – disoccupati – della working class annichilita dalle politiche economiche della signora Thatcher.

Affermo di più: Lansdale è il “genere” letterario che amo. Ha uno stile proprio. La sua produzione che include romanzi, racconti e sceneggiature di fumetti – che spaziano dallo splatterpunk all’horror, noir, western, fantascienza, pulp e black comedy – è tutta pervasa, attraversata e accomunata dagli stessi elementi: humor nero, frattaglie, sangue, merda, cadaveri in decomposizione, freak, pluriomicidi, morti che ritornano, stupri e razzismo.

Nelle sue opere è sviscerata la faccia dell’America profonda. Quella – della bibbia, il fucile e delle metanfetamine fatte in casa – occultata o volutamente non vista. Quella dei bianchi cappucci pronta al linciaggio dell’afroamericano e che ha scorto in  Donald Trump un suo cavaliere.

Per onestà intellettuale non scriverò del ciclo – che lo ha reso famoso nel mondo – di Hap & Leonard (composto, per ora, da nove romanzi. Pubblicati in Italia da Einaudi e Fanucci). Le avventure a tinte noir, ambientate nel Texas orientale, di una strampalata coppia di improvvisati detective. Hap bianco, liberal, esperto di arti marziali (il personaggio dei suoi libri, mi disse Joe quando lo intervistai a Roma nel 2008, che più gli assomiglia) & Leonard negro, frocio, pluridecorato in Vietnam, repubblicano.

Non parlerò del suo capolavoro – il romanzo fantascientifico – The Drive-in: A “B” Movie with Blood and Popcorn, Made in Texas (La Notte del Drive-in Einaudi stile libero). Sono sicuro – spero – che avete letto questa pietra miliare della narrativa.

Voglio invece soffermarmi su La Sera che non Andarono all’Horror Show. (Aa.Vv. Splatterpunk a cura di Paul M. Sammon edito Mondadori)

Anche se Lansdale rifiuta l’etichetta, questo racconto è uno dei pochi altari di fronte cui tutti i veri splatterpunk si inchinano.

La storia, che narra di due giovani campagnoli, balordi e nullafacenti, è ambientata in Texas, a Mud Creek, cittadina che sarà il set di altre sue opere. Una notte, i due, stufi della solita routine decidono di disertare il drive-in per l’appuntamento fisso del sabato sera: il film horror. Leonard  e Billy – per gli amici Scoreggia – trovano un cane morto sulla strada.  Decidono di legarlo al paraurti posteriore e di trascinarselo dietro in una folle corsa sulla provinciale. La trama, partendo da un banale episodio di demenza e crudeltà sugli animali, raggiunge – sfociandovi inaspettatamente – alti livelli di razzismo e sessismo.

I due cerebrolesi si ritrovano presto alle prese con un gruppo di fanatici dello snuff-movie. La banda di sadici si sta gustando il filmino del giorno: una ragazza seviziata “live”. Non appagati dalla visione uccidono un giovane afroamericano la cui unica colpa è quella di esistere. I due cazzoni finiscono a loro volta brutalizzati dall’orrida gang, per avere avuto l’infelice idea di portarsi dietro le misere spoglie del cane morto.

Per capire il milieu culturale dove si svolge questo racconto godetevi l’incipit del racconto.

“Se fossero andati al drive-in come avevano deciso, niente di tutto questo sarebbe accaduto. Ma a Leonard non piaceva andare al drive-in senza una ragazza e poi aveva sentito parlare di La Notte dei Morti Viventi e sapeva che il protagonista era negro. Non voleva vedere film con protagonisti negri. I negri raccolgono il cotone, riparano i guasti e fanno i ruffiani per le ragazze negre, non aveva mai saputo di nessun negro che uccidesse zombie. E aveva sentito anche che nel film c’era una ragazza bianca che si lasciava toccare dal negro; questo gli dava fastidio. Una ragazza bianca che si fa toccare da un negro non può essere che un cesso. Forse una di Hollywood, New York o Chissadove, o qualche altro luogo sperduto.

Steve McQueen sarebbe stato perfetto come ammazzazombi, e, come palpatore di ragazze, il meglio. Ma un negro… nossignore.”

Paradise Sky – ultimo libro dello scrittore texano – consacra in maniera definitiva il genere western – considerato banalmente narrativa da edicola – tra la letteratura.

“Dunque, nella vita ho ucciso assassini e animali feroci, ho fatto l’amore nella stessa notte e nello stesso carro con quattro donne cinesi, tra cui una che aveva una gamba di legno, il che rende le cose un tantino difficili, in certi casi. Una volta, mentre attraversavo le pianure, ho pure mangiato un tizio morto, non intero, ovviamente, ma sia chiaro che non lo conoscevo tanto bene, mica eravamo parenti, insomma si è trattato solo di un malinteso.”

Romanzo di formazione e di avventura che narra le vicende di un ragazzo nero in fuga dal linciaggio per avere guardato di striscio il culo di un donna bianca mentre lavava i panni, nel Texas post guerra di secessione. Nat Love – personaggio realmente esistito – fu un afroamericano, tra i tanti, che contribuì alla conquista del West. Ma, come tutti gli uomini e le donne nere, fu escluso dal mito di fondazione – nazionale – della frontiera. Un’epica da cui gli afroamericani sono stati omessi. Basta guardare i classici film western di John Ford per averne la conferma.

Nel romanzo sono presenti gli elementi classici del genere: indiani, giacche azzurre, buffalo soldiers, sceriffi, bisonti, pistoleri, prostitute, gioco d’azzardo, cinesi, oppio, cow boy,  vacche, saloon e pianisti.

“Il fumo di pipe, sigari e sigarette aveva saturato l’aria e attraversava la sala in piccole nuvole grigie. Il pianista picchiava duro sul pianoforte, non più intonato o consapevole dell’intonazione rispetto altre volte. C’era una nuova cantante ma anche lei, come la moglie del pianista, non avrebbe beccato una nota neppure se avesse avuto un remo in mano…”

La lettura di Paradise Sky riporta alla mente altri grandi scrittori del genere come Mark Twain e Cormac McCarthy. Immancabili anche i riferimenti cinematografici da C’era una Volta il West di Sergio Leone al più attuale Django di Quentin Tarantino – omaggio allo spaghetti western che mutua il titolo da un precedente film di Corbucci.

Consiglio a tutti – anche a chi alla narrativa preferisce la saggistica – di affrontare un viaggio nel mondo – il Texas orientale – raccontato da Joe R. Lansdale.

Con Kafka (1)

A che serve la letteratura.

di Leslie Kaplan

Un personaggio grottesco, ignorante ed eruttante, si pavoneggia sulla scena del mondo, un bugiardo impenitente con la mano sul cuore, come tutti coloro per cui il potere vuol dire «io sono io e tu sei tu»… che fare di tutto questo?  Uscire dallo stupore, dalla prostrazione, distaccarsi, distanziarsi, aprire il pensiero. La letteratura può essere uno dei mezzi per farlo.

 Dialogo

Che cos’è un dialogo? Come facciamo a far capire all’altro che si vuole veramente parlargli, che gli si parla veramente, che non si fa finta, che non gli si porgono delle parole a caso, delle parole cave, delle parole vuote, delle parole per farla finita, per finire di parlargli, per passare a qualcos’altro, di più importante, di più urgente, ma che ci si vuole prendere il tempo, tutto il tempo, il tempo che ci vuole, che si cerca insieme a lui, si cerca di che si tratta, di che si tratta quando si parla con lui, perché, come, se veramente, si parla con lui, com’è quello che si vuol dire, sotto tutto ciò che si dice, sotto tutte le parole, tutte le frasi, qui e ora, mentre si sta parlando, c’è ancora qualcos’altro, un’altra cosa,  tutt’altra cosa, che infatti dà a queste parole, a queste frasi, la loro efficacia, senza la quale le parole, le frasi, non hanno semplicemente alcuna efficacia e che è il desiderio, il desiderio di parlargli, a lui, qui, precisamente, in questo preciso momento, come facciamo a far sentire questo, e che cos’è quello che si fa sentire con questo, che cosa si rifiuta anche con questo, che cosa si spera, che cosa si mette in gioco per questo, come si fa, senza pensarci, pensandoci, come si fa quando si parla, quando si dialoga.

Breve dialogo di Kafka:

«Non arriverai mai a tirar su l’acqua dalle profondità di questo pozzo»
«Quale acqua? Quale pozzo?»
«Chi è che m’interroga?»
Silenzio.
«Quale silenzio?»

Parlare è sempre essere di fronte all’altro con una domanda, disponibile a una domanda, aperto, interessato, attendendo una risposta. Parlare con qualcuno, essere disponibile all’altro, desiderare incontrare qualcuno che non si conosce. Parlare comporta sempre una domanda vitale per colui che parla: «Tu, mi ascolti?»

All’opposto, in Alice attraverso lo specchio:

“When I use a word,” Humpty Dumpty said, in rather a scornful tone, “it means just what I choose it to mean—neither more nor less.”
“The question is,” said Alice, “whether you can make words mean so many different things.”
“The question is,” said Humpty Dumpty, “which is to be master—that’s all.”

“Quando io uso una parola”, Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, “essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno”.
“La domanda è”, rispose Alice, “se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi”,
“La domanda è” replicò Humpty Dumpty, “chi è che comanda – tutto qui”.

That’s all, un punto ed è tutto, fine del dialogo…

Ma che succede? Humpy Dumpty cade dal suo muro e si rompe in mille pezzi. And all the King’s horses and all the King’s men couldn’t put Humpty Dumpty together again. E tutti i cavalli e gli uomini del Re non poterono mettere Humpty Dumpty di nuovo insieme.

Destino di questo grosso uovo autoritario, perentorio e stupido, che pensa di potersi appropriare del linguaggio e che le parole gli appartengano: non ha compreso che le parole appartengono a ciascuno perché non sono di nessuno, ma di tutti.

Leslie Kaplan è una scrittrice, nata a New York nel 1943 e poi cresciuta in Francia.  Dopo gli studi universitari lavora per qualche tempo come operaia e dalla fabbrica partecipa al Maggio ‘68. Nel 1982 pubblica il suo primo romanzo, L’excés-usine, al quale Maurice Blanchot dedicò un intenso scritto (“L’eccesso-fabbrica” o l’infinito in frantumi in M. Blanchot, Nostra compagna clandestina. Scritti politici (1958-1993), Cronopio, Napoli 2004).  Il suo ultimo e “profetico” romanzo, Mathias et la revolution, è uscito per le edizioni P.O.L. nel 2016, giusto poco prima dello scoppio della rivolta contro la legge “Lavora!”. Molti dei suoi romanzi e racconti sono stati adattati per il teatro. Il suo solo romanzo tradotto in italiano è Il ponte di Brooklyn, edito da Sugarco nel 1987. Da alcuni mesi cura un blog nel sito di informazione indipendente francese Mediapart, ed è da questo, con il suo accordo, che riprendiamo e  pubblichiamo a partire  da oggi e per le settimane seguenti la traduzione di tre suoi brevi e folgoranti scritti, i quali ci mostrano ancora una volta che cosa può voler dire qui e ora la benjaminiana politicizzazione dell’arte di contro all’estetizzazione della politica.

Gli anni Trenta dentro di noi

Alcune note a partire dal libro di Fabrizio Denunzio, “La morte nera. La teoria del fascismo di Walter Benjamin“, Ombre Corte, Verona 2016.

a cura di PensareAttaccareCostruire 00176

Percepire le “nuove” forme di fascismo, usando gli anni trenta del XX secolo come una lente d’ingrandimento: questa l’esortazione che abbiamo colto leggendo questo libro.
La ricerca si divide in due parti. Nella prima, che possiamo definire storico-filologica, vengono reperiti i singoli frammenti dell’opera benjaminiana dedicati al tema del fascismo. Questi vengono a loro volta disposti in ordine progressivo e periodizzati, mentre per ogni scansione temporale viene proposto un modello. I tre modelli teorici di fascismo individuati sono, secondo Denunzio, pensati e definiti da Benjamin in periodi diversi della sua vita: 1924-1927, 1934-1936 e 1940. A ciascuno di essi l’autore fa corrispondere uno stile politico-intellettuale ben preciso: «giornalistico-informativo, eroico-combattivo e tragico».
Se la prima parte è storico-filologica, la seconda è socio-psicologica, nel senso che si propone di indagare il fascismo intrapsichico di Benjamin. La tesi enunciata su questo tema è di forte impatto: «la coerenza sistemica della teoria del fascismo benjaminiana può essere assicurata solo postulando che il suo autore si sia profondamente identificato con esso. Dal momento che non si può dare fascismo senza l’uomo fascista, allora, la validità di questa teoria di Benjamin sta nel fatto che ad averla pensata è il fascista che lo abitava, ma che, per fortuna, non lo possedeva».
Non solo, quindi, Benjamin studia il fascismo in quanto oggetto teorico nemico ma, secondo Denunzio, ha anche un fascista dentro di sé. Per sostanziare questa tesi l’autore cita alcuni ricordi infantili di Benjamin contenuti in Cronaca Berlinese, il rapporto con Gustav Wyneken, suo docente di letteratura tedesca nel collegio di Haubinda in Turingia e futuro “capo autoritario” della Libera Gioventù tedesca, il ruolo del tiranno nello studio sul barocco tedesco, ed infine la lettura del grigio e anonimo funzionario kafkiano.
Ora, questa precisa sequenza di figure autoritarie, a cui corrisponde una altrettanto precisa topologia, viene letta in chiave sostanzialmente psicanalitica.
Come si evince dai ricordi d’infanzia consegnati alla Cronaca berlinese, lo spazio domestico è quello in cui si manifesta agli occhi del piccolo Benjamin la crisi d’autorità della figura paterna. A partire da questo evento traumatico, il filosofo tedesco sarà portato nel corso della sua esistenza a dislocare questo spazio archetipico su altri spazi, trovando in ciascuno di essi quella figura autoritaria compensativa della crisi d’autorità paterna. «Così negli anni Dieci del Novecento, la casa del padre diventa la scuola con il suo Wyneken; negli anni Venti, la corte barocca col suo tiranno; negli anni Trenta, l’ufficio kafkiano con il suo burocrate». A partire da questa rassegna di figure autoritarie, è possibile comprendere meglio «quanto il sentimento della forza intensa del fascismo non aggredisca da fuori il filosofo tedesco», ma sia un’affezione intrinsecamente legata all’originario rapporto irrisolto padre-figlio. Questo sarebbe il motivo per cui Benjamin si sarebbe trovato ad aver interiorizzato la figura del Capo fascista.
Al di là del rischio di chiusura che comporta il discorso psicanalitico, ciò che questa tesi fa ben emergere è che nel fascismo la componente “soggettiva” riveste un ruolo determinante. Il fascismo è sempre riconducibile a gruppi, organizzazioni, partiti, sindacati, forme di governo, ma è anche sempre una forma di socialità, di comunità, di eticità, cioè: una forma di vita. Nella tesi l’elemento suscettibile di sviluppo è, per così dire, di carattere metodologico: per comprendere il fascismo in tutta la sua portata è sempre necessario raddoppiare la prospettiva “molare” (inerente alle grandi strutture come gli stati, i partiti e le forme di governo) con una prospettiva “molecolare” (specifica invece della postura etica e della sfera esistenziale). «Il fascismo è inseparabile dai nuclei molecolari che pullulano e saltano da un punto all’altro, in interazione, prima di risuonare tutti insieme nello Stato fascista». Ciò che è importante non lasciarsi sfuggire è l’invariante della dimensione molecolare del fascismo: essa permane a prescindere dalla centralizzazione in una forma-Stato.
La dimensione molecolare del fascismo, Benjamin la intuisce verso il 1935-1936, quando, insieme a Brecht, conia l’espressione “estetizzazione della politica”. A suo avviso tra le caratteristiche principali del fascismo vi è infatti quella di presentarsi come una mobilitazione “estetica” nel senso forte, cioè “metafisico”, del termine. L’estetica non è solamente la scienza del bello o del gusto, ma l’organizzazione di un regime di verità che è in primo luogo un regime di sensibilità e percezione. Impadronendosi con estrema facilità di cinema e radio, ovvero le grandi innovazioni tecnologiche dell’epoca, il fascismo è riuscito a creare un’organizzazione concertata del “sentire” di massa, vale a dire che è riuscito a far vedere e a far parlare in una certa forma grandi masse di popolazione.
Le tesi e i materiali che Benjamin usa per combattere il fascismo sul terreno della teoria estetica, così come vengono a strutturarsi dal 1934 al 1936 in L’autore come produttore, L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica e la Prima Lettera da Parigi, sono passati in rassegna da Denunzio con stile battente e chiosa cristallina. A nostro avviso, è questa parte della ricerca che fornisce alcune chiavi per comprendere oggi la rinnovata presenza del fascismo negli ambienti popolari. Proviamo a capire meglio.
Nella Postilla all’Opera d’arte, Benjamin scrive che il colpo di genio del fascismo è consentito nella capacità di: «organizzare le masse proletarizzate senza però intaccare i rapporti di proprietà di cui esse perseguono l’eliminazione. Il fascismo vede la propria salvezza nel consentire alle masse di esprimersi (non di veder riconosciuti i propri diritti). Le masse hanno diritto a un cambiamento dei rapporti di proprietà; il fascismo cerca di fornire loro una espressione nella conservazione delle stesse».
Il fascismo, dunque, riconosce il desiderio delle masse proletarie a un legittimo miglioramento delle condizioni di vita, ma lo fa riuscendo a deviare tale desiderio dal suo obbiettivo rivoluzionario, vale a dire dalla distruzione del regime della proprietà privata.
Ai tempi della seconda guerra mondiale Karl Korsch scriveva a Brecht che «la guerra lampo è energia di sinistra incatenata». Con ciò intendendo dire che il fascismo, tramite la guerra, catturò e incanalò esattamente quella forza e quella violenza accumulata dal proletariato tedesco che non era riuscita a divenire rivoluzione.
La guerra mondiale fu infatti una guerra tra lavoratori, cosa molto ben espressa dal rapporto uomo-macchina che in essa si mostrò in tutta la sua capacità distruttiva. Il campo di battaglia divenne libera espressione delle forze produttive e distruttive della classe operaia mondiale, la guerra divenne un enorme sistema di produzione di merci e di nemici, la guerra infine riuscì persino a configurarsi come illusorio riscatto della classe operaia che da preda diventava cacciatrice. Il capitalismo nella modernità è finora sempre riuscito a deviare in extremis la violenza che il proletariato gli stava scagliando contro. Se la guerra mondiale negli anni ‘30-‘40 divenne ersatz della rivoluzione, magari adesso è la caccia allo straniero a poter divenire ersatz della rivolta contro la “crisi”.
Oggi che la crisi è permanente e che i “bisogni” delle periferie sono ormai fuori dalle agende politiche della sinistra, perché mai un proletario non dovrebbe dare ascolto al demagogo di turno che gli addita la “vera” causa della sua miseria? Un nemico nel suo significato concreto, e non come metafora o simbolo, può ricostruire il senso di una vita amputata. La verità infatti, seguendo il ragionamento di Korsch, è che ogni volta che ci troviamo di fronte ad avvenimenti quale può essere la violenza che in un quartiere “popolare” viene diretta contro chi è ancora più in basso nella scala sociale, una violenza che a sua volta viene ricodificata e utilizzata dai fascisti, dobbiamo pensare che è il sintomo di una rivolta mancata.
Non solo.
Quello che il mondo intero ci presenta oggi nelle maschere di Trump, Le Pen, Erdogan o chi per lui, è il conto di una rivoluzione fallita, quella che avrebbe dovuto seguire le insurrezioni e le rivolte del 2010-2011. La sconfitta delle “primavere arabe”, di Occupy, degli Indignados, del movimento contro la riforma delle pensioni in Francia, dei moti romani e londinesi e delle banlieue, eventi che non sono mai riusciti a oltrepassare lo stadio della rivolta, ha avuto come risultato politico il fatto che la reazione – si presenti essa nelle vesti laico-pagane dei fascisti nostrani o in quelli esotico-religiose di Daesh – sia riuscita a infiltrarsi e impadronirsi di buona parte dell’energia rivoluzionaria che in quegli anni si era espressa un po’ ovunque.
Se è pur vero che da sempre l’antidoto al fascismo è la presenza dei rivoluzionari nelle strade, bisognerà fare in modo che il prossimo incendio non si spenga fino a che non avrà incenerito ogni postazione nemica.

Terminal Showdown

di Joshua Clover / traduzione dall’inglese dell’articolo blog di Versobooks del 29 Gennaio 2017

Un aeroporto è una cosa curiosa, una sorta di non-luogo che però dà accesso ad altri luoghi. Ma, negli ultimi decenni, la sua natura originaria è terribilmente mutata. Infatti se da un lato il fascino e la speranza del prendere il volo per un viaggio o una vita nuova restano immagini legate ai terminal, dall’altro l’aeroporto è diventato un hub per la circolazione quotidiana di beni a livello globale.
Questo è diventato ancor più vero sin dagli anni ’70 con il regresso, a livello globale, dell’industria manifatturiera. Nell’Aprile del 1973, la Federal Express consegnava il suo primo pacco; quattro decenni dopo la FedEx dispone della quarta maggiore flotta aerea esistente. Per quanto riguarda il trasporto merci, si tratta della maggiore compagnia aerea del mondo. All’Oakland International, il mio aeroporto, l’hangar e l’hub logistico della FedEx, separati dai due più modesti terminal dei passeggeri, si dispiegano come un colosso dalla gravità di un pianeta. È il loro mondo; noi lo stiamo solo abitando.
Questa trasformazione è avvenuta nella totale incoscienza e molto aldilà della nostra lettura della situazione politica. Sarebbe difficile sostenere che questa abbia avuto un ruolo nelle manifestazioni di sabato sera. La tipica rappresentazione narrativa sugli aeroporti – da Tom Hanks in The Terminal alla fuga di Edward Snowden – si basa su chi non riesce a partire o ad arrivare e finisce per rimanere intrappolato in questo metaluogo, separato dalla realtà. È buffo o strano o emozionante. Se non fosse che, al di là di queste storie, è sicuramente orrendo essere afferrati da criminali in divisa, buttati in una stanza in balia non del fato ma di leggi e poteri statuali arbitrari.

È il loro mondo; noi lo stiamo solo abitando.

È stato proprio il fatto che alcune persone fossero trattenute in queste stanze a far esplodere grandi manifestazioni negli aeroporti degli Stati Uniti: 10,000 le persone stimate all’aeroporto di Seattle e quasi altrettante negli aeroporti di San Francisco e Chicago. In ogni caso l’epicentro è stato il John F. Kennedy International di New York, dove è iniziata la protesta. Ciò avveniva in seguito al fermo di almeno due rifugiati iracheni che, nel tentativo di entrare nel paese, sono stati bloccati in base al “travel ban” dei giorni precedenti: un provvedimento legislativo del Presidente che impedisce l’immigrazione da sette stati e che, stando alle fervide fantasie del più potente imbecille del mondo, si giustificherebbe in base alla minaccia musulmana. Questo provvedimento legislativo, inoltre, impedisce ai possessori del permesso di soggiorno di quei paesi di rientrare negli Stati Uniti una volta abbandonato il territorio nazionale. Le frontiere si stavano improvvisamente chiudendo. I manifestanti, con una prontezza notevole, si sono riversati prima sul Terminal 4, poi sul viale esterno, nei parcheggi, al varco dell’ AirTran. I tassisti hanno indetto uno sciopero all’aeroporto. La polizia, con scarso successo, ha tentato di impedire ai manifestanti l’accesso al Terminal, al varco AirTran e anche di raggiungere l’aeroporto in metropolitana da Howard Beach. Alla fine, un giudice di Brooklyn e uno di Chicago hanno emesso delle ordinanze di sospensione parziale del provvedimento legislativo: le persone già in viaggio non potevano essere espulse. Alcuni detenuti sono stati liberati ma al momento non si sa chi è ancora prigioniero. Tuttavia c’è stata una vera e propria esultanza per l’accoglimento delle richieste di soggiorno, per ogni scarcerazione, per la presa d’atto delle proprie capacità da parte di una folla in qualche misura sorpresa da se stessa. Un amico mi ha scritto per dirmi che erano sull’orlo del pianto. È evidente come il relativo successo della grande e in gran parte spontanea risposta degli attivisti sia una presa d’atto della inaspettata velocità a cui viaggiano le ambizioni nativiste di Trump. Se il mese di Gennaio si presentava saturo di paura, questo sabato sera ha restituito la speranza di una possibile risposta politica.
Vale la pena dire, però, che le politiche delle precedenti amministrazioni sull’immigrazione e sui musulmani erano tutt’altro che ammirevoli. A scandire il tempo erano le espulsioni di massa e i crimini impuniti. Perciò è di difficile comprensione il fatto che le proteste si siano orientate in favore di un rinnovato potere del Partito Democratico. Contro ogni evidenza, molti cartelli di protesta negli aeroporti definivano antiamericano il provvedimento presidenziale. È inverosimile volere delle nuove elezioni e al tempo stesso volere che i musulmani e molti altri siano liberi dalla minaccia di espulsioni, arresti arbitrari e morti ordite dall’alto. Inoltre, vi è una tendenza nazionalista che si manifesta nella distinzione tra musulmani buoni, che ambiscono a fare propri gli usi e costumi americani, e musulmani cattivi che invece non hanno quest’ambizione. Questa è una concezione infelice che porterà questi ultimi ad essere presi come bersaglio mentre gli altri saranno lasciati passare alla dogana. Il patriottismo e la libera circolazione, del resto, sono una coppia infelice. Una contraddizione che è destinata ad approfondirsi nel fronte delle forze anti-Trump.

Se il mese di Gennaio si presentava saturo di paura, questo sabato sera ha restituito la speranza di una possibile risposta politica.

Vale anche la pena di soffermarsi sulle banalità: la questione della chiusura delle frontiere, come emblema trumpista, è solo parzialmente una sua innovazione. Questa, infatti, sembra essere sempre più la questione politica cruciale del XXI secolo. È il pilastro della Brexit, nonché l’oggetto di complessi provvedimenti in tutta Europa, come il significativo accordo in base al quale i rifugiati sopraggiunti in Grecia e in Italia sarebbero stati rimandati in Turchia, a fronte di un maggiore controllo sulle frontiere da parte di Bruxelles. L’Unione Europea, il Regno Unito e gli Stati Uniti stanno restringendo le loro quote relative all’immigrazione. Il terrorismo e il panico, quasi maltusiano, sono degli alibi preferiti. Lo sfinimento provocato dalle politiche globali, solo apparentemente provenienti dall’esterno, è tangibile e la xenofobia, come un crepitio costante, sembrerebbe essere incoraggiata ad ogni tornata elettorale e riforma politica. È impossibile sfuggire all’Economia. Stretta tra alta produttività e bassa redditività, la capacità di impiegare il lavoro nei settori economici non è più quella di una volta. Ciò ci riporta al tema FedEx e rifugiati e alla loro relazione.
L’ascesa della FedEx è legata al declino della produzione e dell’industria nei settori economici trainanti; l’indebolimento (economico) crescente degli anni sessanta precipita definitivamente nel 1973. Il Capitale sposta il proprio obiettivo di profitto sempre più nel settore della circolazione, della finanza e dei trasporti. I lavoratori si spostano laddove riescano a trovare un qualche appiglio nella nuova economia. Si assiste ad una crescente produzione di non-produzione, un surplus di capacità e di persone, incapaci di comporsi e di essere impiegate produttivamente. Se, da una parte, il rendimento del capitale dipende sempre più da un ambito globale e dalla velocità di circolazione, dall’altra sempre più persone sono dipendenti dal mercato senza la benché misera possibilità di poter contare su di uno stipendio. Così anche queste persone vengono scaraventate nella circolazione.
Questo è più o meno ciò su cui si basa lo schema di “Riot.Strike.Riot” (Clover, Versobooks 2016): i riot, ma più propriamente l’ascesa delle lotte nella circolazione e nella logistica. Sono queste le diverse forme di conflitto sociale che si manifestano nel momento in cui le lotte di fabbrica, predominanti nell’epoca del movimento operaio, tramontano. La potenza dello sciopero tradizionale che nega al padrone i suoi profitti è stata, in linea di massima, un prodotto del capitalismo espansivo. Quando l’economia è a crescita-zero o inizia a contrarsi, la pressione si sposta altrove ed è altrove che si manifesta il conflitto sociale.
I lavoratori non hanno smesso di lottare per sé stessi né di unirsi ad altre lotte, ma le riconfigurazioni del mercato del lavoro hanno modificato il loro aspetto. Le lotte dei lavoratori assumono sempre più l’aspetto di lotte nella circolazione, riversandosi nel settore dei trasporti, dispiegandosi nelle strade anziché nella fabbrica, spesso in collaborazione con i disoccupati. La partecipazione alle proteste dell’altra sera del Taxi Workers Alliance a New York ne è la riprova. Quest’ultimo è un sindacato significativo e rilevante, ma al tempo stesso fa parte del settore della circolazione, concettualmente e letteralmente. I taxi sono gestiti in maniera indipendente dagli autisti che sostengono costi e imposte e percepiscono una parte delle entrate come stipendio anziché ricevere un salario da un proprietario, la loro produttività dipende dunque dal numero delle loro corse. Se hanno scioperato l’altra sera, ebbene, era uno sciopero contro se stessi. O piuttosto era mirato ai consumatori e non ai produttori. Al mercato, per essere tecnici. Se era contro una grande macchina, era contro quella della città, contro le banali operazioni di spostare le cose da un posto all’altro. A dire il vero, è stato qualcosa di più di un riot. E ha coinciso con una serie di blocchi degli aeroporti, non solo in linea teorica, ma anche praticamente.

Le lotte dei lavoratori assumono sempre più l'aspetto di lotte nella circolazione

Ciò non significa che tutti si sveglino la mattina pensando: “oggi è il giorno giusto per una lotta sulla circolazione!”. Vuol dire, invece, che la ristrutturazione dei corpi, delle economie e delle strutture politiche spinge necessariamente il conflitto verso determinati luoghi e situazioni e non altri. È quasi superfluo raccontare di coloro che nel 2014 da un lato all’altro degli Stati Uniti hanno bloccato le autostrade contro una politica di stato basata su arresti e omicidi degli afroamericani; una modalità di gestione di una popolazione già discriminata e resa eccedente dalla deindustrializzazione. È evidente l’assonanza con il Messico il mese scorso, quando la privatizzazione del petrolio nazionale e il conseguente aumento dei prezzi ha scatenato el Gasolinazo, un movimento basato su blocchi diffusi delle strade. Ma l’invenzione di questa tattica non si deve a nessuno di questi episodi, essendo già molto diffusa nel medioevo e nella prima fase dell’epoca moderna con il divenire globale del mercato. È un revenant, senza dubbio. Non è un caso che in Indiana, la scorsa settimana, lo State Bill 285 (un provvedimento legislativo) proponeva che fosse richiesto ai pubblici ufficiali di “inviare tutti i funzionari di polizia disponibili… con il mandato di usare qualunque mezzo necessario per sgomberare le strade dalle persone che illegalmente ostruiscono il traffico”.
Tutto questo è inscindibile dalle condizioni dei rifugiati, dei migranti, dei profughi; e, al di là del suo valore etico, è soprattutto una questione di eccedenza. Le lotte iscrivibili nell’indefinita categoria dei “diritti umani” e quelle contro l’economia, infatti oggi si assomigliano molto. La fuga dei rifugiati dalla Siria, per esempio, è il prodotto della guerra civile, della distruzione delle case, della siccità e del collasso sociale; un’economia europea incapace di impiegare i lavoratori comporta che i rifugiati rimarranno arenati in uno stato di transito e in luoghi pubblici, accampati nelle piazze delle città o fuori dalle stesse, cercando di andare altrove. La circolazione globale dei beni va di pari passo con il flusso dei corpi. La questione delle frontiere appare sempre più come una contraddizione tra il libero flusso di capitali e le brutali restrizioni sulle persone. I punti di rottura sono i luoghi di transito: il campo di Calais e la costa mediterranea ad esempio. Così come le frontiere, le stazioni degli autobus e dei treni, i porti, gli aeroporti. Il provvedimento legislativo di Trump assume particolare rilievo sia in relazione sia al crescente odio razziale dei nativisti, sia in relazione a questa tendenza politico-economica. Sono come un pugno, che fa colare sangue.

I punti di rottura sono i luoghi di transito: il campo di Calais e la costa mediterranea

Indubbiamente continueranno a essere queste le ragioni del crescente antagonismo. L’evento più sensazionale di Occupy negli Stati Uniti è stato il blocco del porto di Oakland, che contò più di 25000 partecipanti. Due mesi più tardi, nell’organizzare un’altra manifestazione, si propose di bloccare l’aeroporto di Oakland. Il polo della FedEx era al centro delle discussioni. La maggioranza, sia all’interno che all’esterno del movimento, ha ritenuto questa proposta un suicidio. Infatti si pensava che nessuno sarebbe stato solidale e che i poliziotti del Dipartimento di Sicurezza Interna avrebbero sparato per uccidere se si fosse presa come obiettivo l’infrastruttura fondamentale della circolazione. Come mi ricordava un amico, proprio ieri è stato il quinto anniversario di quel corteo. E invece proprio gli aeroporti sono adesso luoghi di scontro aperto, uno sviluppo peraltro annunciato per altro da una manifestazione di Black Lives Matter dell’anno scorso all’aeroporto di Londra. Gli orizzonti delle lotte stanno mutando. Del resto, le idee per sferrare un contrattacco si sviluppano di pari passo con le trasformazioni del mondo.
In ogni caso, la questione politica non si può ridurre alla tattica. In un certo senso si tratta di trovare un’unità. È indiscutibile che coloro che ieri sera erano in viaggio, che sono stati fermati e poi trascinati in un qualche sgabuzzino, squallido e terrificante, in base ad un grottesco ordine del capo bianco di turno, sono dei prigionieri politici. La presa di coscienza dovrebbe consistere nel fatto che negli Stati Uniti l’iper-carcerazione su base razziale ha portato ad avere milioni di prigionieri politici. Le prigioni, al contrario degli aeroporti, sono il non-luogo che impedisce l’accesso a tutti i luoghi. Le manifestazioni di ieri sera dovrebbero perciò mirare anche a questa lotta piuttosto che ad una restaurazione patriottica del regime liberale che ha contribuito a progettare quelle prigioni.
Infatti, l’elemento politico messo in evidenza dagli eventi dell’altra sera questo è proprio il disfacimento della capacità interpretativa basata sul paradigma sinistra-destra. Il voto della Brexit o l’allineamento forzato di Syriza alle banche europee, hanno dimostrato la debolezza di questo schema politico. Sinistra e destra oggi significano per lo più approcci diversi al management della crisi, nessuno dei due funziona, di qui il caos. Al suo posto la dinamica evidente è quella tra inclusi ed esclusi: quelli che possono essere sussunti contemporaneamente nella logica di stato e del capitale e quelli che invece non possono esserlo. La frontiera, il muro, sono al contempo la realtà e il simbolo di questo sistema, anche quando si presentano in forme meno visibili, Lione e nelle baraccopoli di San Paolo. Non è una questione di scelta, ma di necessità. Se una lotta di liberazione ci sarà, queste zone di esclusione saranno le sue fondamenta.

Le prigioni, al contrario degli aeroporti, sono il non-luogo che impedisce l'accesso a tutti i luoghi.

Ma andate a lavorare…

Di Vittorio Sergi

Le stelle cadendo cercano il tuo volto / cadendo ventimila leghe sotto il mare adriatico / cadendo dopo gli ultimi anni di sciopero senza nessun risultato / Le luci della centrale elettrica – I destini generali

Introduzione

Quando la crisi economica scatenata dalla ondata di speculazione finanziaria nel 2007 è esplosa, i primi ad essere colpiti dalle strategie difensive delle imprese sono stati i giovani in tutti i paesi europei, seppure con notevoli differenze di intensità a seconda dei territori in cui vivevano. Infatti la distribuzione del lavoro e del salario all’interno dei territori della Unione Europea è oggi estremamente diseguale anche all’interno dei paesi più ricchi, basti pensare ad aree storicamente sfruttate e socialmente devastate come il Mezzogiorno d’Italia o alle forti differenze che ancora esistono all’interno della Germania tra regioni dell’Est e dell’Ovest. Tra il 2008 ed il 2012 i dati sulla disoccupazione giovanile hanno iniziato a crescere ovunque con l’eccezione della Germania. Infatti mentre la disoccupazione giovanile (15-24 anni) in Germania continuava a scendere dal 10,6 all’8,1 in Italia era aumentata dal 21,3 al 35,3. Negli anni successivi la situazione occupazionale dei giovani è peggiorata nella gran parte dei paesi europei ad eccezione della Germania e in misura minore di Svezia, Danimarca e Polonia. Inoltre i rapporti di lavoro di molti giovani europei erano già strutturalmente precari in ragione delle riforme che erano state condotte con modalità ed effetti diversi a seconda dei contesti a partire dai primi anni ’90 secondo una strategia di precarizzazione “ai margini” ovvero diretta contro quei segmenti della forza lavoro meno sindacalizzati e meno legati a rapporti di scambio politico e sindacale. Questa strategia era stata descritta all’epoca come una “eccezione controllata” che aveva creato subito un forte dualismo tra inclusi ed esclusi dalle garanzie del welfare specialmente nei paesi mediterranei. L’introduzione della flessibilità a partire dagli anni ’90 aveva infatti riguardato in modo preponderante i giovani, le donne ed i lavoratori migranti che durante l’ultima crisi sono stati i primi a perdere il lavoro alla fine del breve ciclo di relativo benessere dei primi anni 2000. Specialmente in Grecia, Italia e Spagna, a partire dal 2008 si è assistito ad un crollo dei punti percentuali di occupazione giovanile guadagnati negli anni precedenti mentre nel Regno Unito la situazione si è aggravata ma il dato è rimasto più contenuto a causa delle politiche di workfare, ovvero di benefit sociali subordinati all’accettazione di contratti e condizioni di lavoro umilianti come il contestatissimo contratto a zero ore. Il recente film di Ken Loach “Io Daniel Blake” descrive senza sconti i risultati aberranti di questo sistema che colpisce anche i lavoratori over 50. Nei paesi scandinavi, in Germania ed in Polonia l’occupazione giovanile ha continuato a crescere in virtù della tenuta del prodotto interno lordo e della capacità di inclusione dei giovani nel lavoro salariato da parte del sistema duale di apprendistato tra scuola e lavoro ma soprattutto grazie alla crescita del prodotto interno lordo nazionale. Di fronte a questa situazione che viene descritta continuamente con toni drammatici e costernati dalla stampa e da parte del mondo accademico, la principale strategia politica europea è stata quella di stanziare soltanto nel 2013 più di sei miliardi di euro con l’obiettivo ideologico di aumentare l’occupabilità dei giovani. L’importanza strategica dei provvedimenti che riguardano i giovani sul mercato del lavoro non si misura però soltanto attraverso i finanziamenti che ricevono. Come infatti ci ha mostrato con chiarezza l’intensità della sollevazione francese contro la riforma del diritto del lavoro nel 2016, queste iniziative hanno l’obiettivo di disciplinare la parte giovane, più dinamica e socialmente simbolica della forza lavoro. Comunque quattro anni dopo la strategia europea sta dimostrandosi dati alla mano inefficace a ridurre la disoccupazione e l’esclusione sociale tra i giovani ed invece funzionale al loro sfruttamento nel mercato del lavoro unito ad una ri-strutturazione delle soggettività dei giovani e della loro relazione con il lavoro. Non si possono infatti capire le cause della disoccupazione ed il suo ruolo solo apparentemente dis-funzionale nel sistema economico di oggi se si dimentica che il lavoro nella società capitalista è una relazione di sfruttamento.

La retorica dell’occupabilità

Accanto alla riforma del quadro legale delle relazioni di lavoro, a partire dalla fine degli anni ’90 è divenuta egemone la retorica dell’occupabilità a cui corrisponde dal lato dei padroni un abbondanza di comportamenti improntati al puro teppismo manageriale. Il concetto di “employability” è nato nel mondo del management di impresa ed attribuito a Sumantra Ghoshal, economista neoliberale della London School of Economics . La strategia europea per l’occupazione (SEO) è stata avviata dal Consiglio Europeo di Lussemburgo nel novembre 1997. I quattro principi cardine di quell’iniziativa politica furono stabiliti in: occupabilità, imprenditorialità, adattabilità e pari opportunità importando dunque pienamente questo vocabolo nel lessico della politica continentale. In tutta Europa la gerarchia sociale che esplicitamente legittima la posizione subordinata dei giovani, descritti come categoria “vulnerabile” non è stata messa in discussione neanche quando l’ampiezza e la persistenza di valori negativi nel campo dell’occupazione giovanile hanno iniziato a preoccupare seriamente i responsabili delle politiche sociali e del mercato del lavoro europeo a partire dal 2010.

Politiche per i giovani: tra valorizzazione e prevenzione dei rischi sociali

Le rivolte di piazza del 2011 che dal Nord Africa che avevano contaminato anche le metropoli europee facendo crescere il movimento degli “indignados” o esplodere riots urbani su scala inedita, uniti alla crescente sfiducia dei giovani nella politica istituzionale hanno rinforzato nelle istituzioni comunitarie l’idea che l’attuale fragilità dell’occupazione giovanile possa essere pericolosa per la coesione e la pace sociale. Tuttavia il legame tra sfruttamento e rivolta non è meccanico. Le rivolte scoppiate in Francia nel 2016 a seguito della approvazione della nuova riforma delle leggi sul lavoro promossa dal governo socialista sono esplose non certo nel paese più debole dal punto di vista della disoccupazione giovanile e del welfare. Controprova ne è la calma pressoché totale che ha accompagnato in Italia l’approvazione nel 2015 del Jobs Act e nel 2016 delle norme che regolano l’alternanza scuola-lavoro, entrambe ben più radicali della riforma francese nella introduzione di flessibilità e disciplina per i giovani lavoratori.

A partire dal 2010, con un attivismo inedito le istituzioni europee hanno affrontato il tema della disoccupazione giovanile, scegliendo alcune pratiche consolidate nei paesi dell’Europa settentrionale ed esportando il modello a tutta l’unione secondo un modello di apprendimento istituzionale sperimentato ampiamente nel campo delle politiche sociali. Parallelamente alla preoccupazione per i livelli di disoccupazione e al consolidarsi della retorica sull’occupabilità si è esteso l’utilizzo della categoria di NEET (not in education, employment and training) acronimo inglese per indicare i giovani che non studiano, non lavorano e non sono inclusi in percorsi di formazione formale o informale . Questa definizione è diventata egemone nel campo delle politiche del lavoro per i giovani, generando nel 2013 la prima iniziativa europea dedicata interamente al mercato del lavoro giovanile, “Garanzia Giovani”. Il termine “NEET” venne coniato nel 1996 dal Home Office britannico come alternativa allo “Status 0”. Il suo primo uso ufficiale fu fatto in un report della Social Exclusion Unit nel 1997. Poi il report Bridging the Gap sottolineò i rischi per i giovani tra i 16 e i 19 che avevano interrotto gli studi e non avevano intrapreso alcuna iniziativa istituzionalizzata. Poi il documento “Learning to Succeed” (imparare il successo) introdusse il primo progetto con l’obiettivo esplicito di ridurre il tasso di NEET. Nel 2006 il termine fu assunto dall’OCSE ed apparve come indicatore statistico su Eurostat, entrando dunque nel lessico e nelle elaborazioni teoriche dei governi della UE. Questo processo di ridefinizione del significato della disoccupazione giovanile fu subito oggetto di critiche da una parte del mondo accademico per essere affine all’etichettamento negativo ed eccessivamente individualizzante.
Tuttavia il termine si è diffuso ulteriormente anche di pari passo con l’aumento dei valori statistici dell’esclusione dei giovani dal lavoro formale fino a diventare un descrittore del panico morale tipico delle classi dominanti nei confronti dei giovani poveri e comunque una categoria troppo generica per essere utile ad orientare politiche sociali efficaci. Il numero di NEET censiti in quasi tutti i 28 paesi della UE è in aumento dal 2007 e l’Italia ha oggi la situazione peggiore insieme a Grecia, Spagna e Bulgaria. All’interno dei NEET vengono conteggiati sia i disoccupati ufficiali sia gli inattivi e le inattive che al loro interno presentano profili biografici molto diversi. Le donne giovani spesso vengono escluse o si auto-escludono dal lavoro per svolgere compiti di cura familiare in assenza di servizi sociali adeguati o a causa di modelli culturali maschilisti, condizioni entrambe presenti in Italia e nell’Europa mediterranea più in generale. E’ molto diversa invece la condizione di NEET dei giovani che hanno abbandonato prematuramente la scuola da quella dei laureati catturati nella giostra del lavoro precario che smettono di cercare lavoro attivamente e si adattano a forme di economia informale spesso sostenute dalle famiglie di origine, unica fonte di welfare sostitutivo. Questo etichettamento infatti non è adeguato a descrivere tutti quei giovani uomini e donne che lottano in un mercato del lavoro asfittico e diseguale ed il cui problema non è l’”occupabilità” bensì la mancanza di senso e dignità attorno all’esperienza del lavoro ed alla necessità di un salario per sopravvivere.

La Garanzia Giovani nell’Europa a due (o tre) velocità:

La prima reazione istituzionale importante delle autorità europee di fronte alla percezione di un rischio per la coesione sociale causato dal fenomeno è stata la risoluzione del Consiglio Europeo “An EU strategy for the youth” del 2010 in cui venne assunta l’idea di sviluppare politiche trasversali per i giovani nel processo di stesura delle linee guida per la programmazione 2020. Da quel momento vennero impostate due politiche a livello UE: Garanzia Giovani e Tirocini di Qualità che di fatto hanno incrementato ed esteso a tutta l’Unione delle politiche già esistenti. Nel 2012 con una nota operativa la Commissione Europea richiese ai paesi membri di fornire la Garanzia Giovani “entro quattro mesi dall’inizio della disoccupazione o della fine del percorso di studi formale” In quell’anno infatti fu soprattutto il report di Eurofound “NEETs Young people not in employment,education or training: Characteristics, costs and policy responses in Europe” (NEET. Giovani senza lavoro, educazione o formazione: caratteristiche, costi e politiche di risposta) a suonare un campanello di allarme ineludibile per la comunità scientifica e per i decisori politici. Tuttavia la Garanzia Giovani non era affatto una novità in Europa. Nel 1981 un documento della segreteria del Consiglio dei Ministri dei paesi Nordici menzionava già il concetto di Garanzia Giovani. Il disegno della politica europea si basa sul modello Finlandese sviluppato nel corso degli anni ’90 che aveva dimostrato una efficacia nel riportare una parte di giovani marginalizzati alla disciplina del lavoro nel contesto sociale ed economico specifico del paese scandinavo. Altri paesi in quel contesto presentarono esempi di politiche per i giovani disoccupati o esclusi. La presidenza Danese dell’Unione organizzò un workshop a Hersens nell’aprile del 2012. Ma la maggior parte degli stati membri, osservò la Commissione, non avevano un piano di intervento in questo campo. Così emerse la proposta di stilare delle linee guida su questo argomento. Per giustificare i costi finanziari di un piano straordinario la Commissione argomentò che i costi di un mancato intervento sarebbero stati ben più alti di quelli del piano su questi temi. Infatti le stime di Eurofound indicarono che il costo dei NEET ammontasse a circa l’1% del PIL della UE, ovvero circa 153 miliardi di euro all’anno nel 2011 . Un costo che naturalmente si distribuisce in misura maggiore nei territori che soffrono maggiormente la recessione ovvero l’Italia (32,6 miliardi) seguita da Francia, Regno Unito e Spagna (22, 18 e 15,7 miliardi rispettivamente). In misura percentuale sul PIL gli stati che soffrirebbero di più sono la Grecia e la Bulgaria, rispettivamente con un costo sociale del 3,3 e 3,2 del PIL. I costi e gli impatti di questa situazione sono distribuiti secondo una geografia umana che ricalca divisioni e diseguaglianze storiche tra aree geografiche ed all’interno delle stesse metropoli. Secondo le stime del centro di ricerca Eurofound della UE, ma anche secondo una letteratura scientifica consolidata i costi sociali ed economici di lungo termine sono rilevanti perché la parte di persone disoccupate che vivono in tali condizioni per lungo tempo tendono a perdere fiducia in sé stessi, spirito di iniziativa, conoscenze e abilità. Solo il 23 Aprile 2013 la Raccomandazione 120/01 del Consiglio Europeo ammise che i giovani erano stati “colpiti in modo particolarmente duro dalla crisi”.

'Il Consiglio ha invitato gli Stati Membri a intervenire rapidamente sull'offerta educativa, con misure di attivazione e formazione per i NEET, includendo chi non ha terminato il corso di studi obbligatorio. Questo ha l'obiettivo di riportare queste persone in un percorso educativo, di formazione o nel mercato del lavoro nel più breve tempo possibile riducendo il rischio di povertà ed esclusione'

Il documento menzionava infatti l’esistenza di 7,5 milioni di NEET nella unione a 27 paesi. All’interno di questo dato eterogeneo dobbiamo però distinguere i disoccupati di lungo corso insieme al costo sociale ed economico di un grande numero di giovani che rimangono per lungo tempo senza, lavorare, studiare o senza formarsi in alcun modo. Però come abbiamo visto questo è stato vero per molti paesi ma non per tutti. Inoltre all’interno dei singoli paesi, in particolare nei paesi con un federalismo amministrativo malfunzionante come l’Italia si sono cominciate a notare differenze considerevoli tra aree più ricche ed aree più povere, anche all’interno di ciascuna regione. Garanzia Giovani è stata presentata come uno strumento per raggiungere gli obiettivi del vertice di Lisbona (2005): 75% di occupati in età attiva, riduzione del 10% del tasso di abbandono scolastico e l’uscita di 20 milioni di persone dalla povertà e dall’esclusione sociale. Solo Germania ed Austria hanno avuto dei tassi negativi di crescita dei NEET in Europa. La spiegazione non si colloca secondo diverse ricerche nel solo tasso di crescita dell’economia bensì in forti sistemi di educazione ed apprendistato duale diretti ai giovani: “Il Consiglio ha invitato gli Stati Membri a intervenire rapidamente sull’offerta educativa, con misure di attivazione e formazione per i NEET, includendo chi non ha terminato il corso di studi obbligatorio. Questo ha l’obiettivo di riportare queste persone in un percorso educativo, di formazione o nel mercato del lavoro nel più breve tempo possibile riducendo il rischio di povertà ed esclusione”.

Garanzia Giovani all’italiana

Il piano Garanzia Giovani ha contribuito alla istituzionalizzazione e generalizzazione della categoria NEET tanto presso le agenzie governative come nel lessico giornalistico. Il ministro Poletti ha contributo a renderla odiosa come tutto ciò che tocca con i suoi gesti volgari e sprezzanti. I ritardi nei pagamenti delle borse lavoro, la disorganizzazione di molti centri per l’impiego, la discesa degli avvoltoi delle agenzie private per il lavoro (Manpower e Obiettivo Lavoro per prime) hanno completato il quadro. Gli obiettivi della Garanzia Giovani italiano sono gli stessi stabiliti nei protocolli europei. E’ infatti forte l’enfasi sull’occupabilità: “Il Programma Garanzia per i Giovani non contiene solo provvedimenti dedicati all’emergenza in corso, ma costituisce una riforma che vuole assicurare occupabilità ai giovani italiani di oggi e a quelli di domani” . Nel testo c’è una forte enfasi sulla formazione che dipende però come ben noto dalla qualità molto variabile dell’implementazione delegata dal capitolo quinto della Costituzione alle amministrazioni regionali. Altri due obiettivi sono al centro di questa nuova misura: raggiungere le persone che hanno abbandonato la scuola dell’obbligo e formarle nuovamente per ridurre la differenza di competenze. Tuttavia le condizioni del mercato del lavoro italiano si presentano più accidentate di quanto voglia mostrare il mantra dell’occupabilità. L’Italia è infatti l’unico grande paese UE in cui si assiste ad una riduzione dei posti di lavoro ad alta qualificazione ed in cui tale segmento di lavoratori ha ricominciato ad emigrare. Il capitale sociale individuale spendibile sul mercato del lavoro continua a crescere con l’istruzione poiché i lavoratori più istruiti competono chi non lo è per posti di lavoro che in realtà richiedono poche competenze specialistiche. La flessibilità ha portato ad un declino dei salari ed ha ridotto gli stimoli per le aziende ad incrementare la produttività. Garanzia Giovani sta svolgendo il ruolo di equivalente funzionale per quel reddito di cittadinanza che non esiste in Italia e sta incentivando le imprese a sfruttare una mano d’opera giovane a basso costo sovvenzionata dai fondi europei. Il dibattito sull’efficacia della misura è stato molto ampio ed ha visto un ventaglio di posizioni che vanno da quelle più ottimistiche che vedono in tale iniziativa istituzionale un buon inizio con molte potenzialità o una politica necessaria ma con molti deficit. Il mondo accademico e politico però non ha gli strumenti critici per proporre dei cambiamenti all’altezza della situazione. La maggior parte dei critici continuano a difendere la radice della situazione negativa che i giovani hanno ereditato: il mercato del lavoro neoliberista ha reso ancora più vulnerabili i giovani e non può proporre una soluzione equa per la redistribuzione della ricchezza e delle opportunità. Non a caso Garanzia Giovani ha ricevuto molte critiche motivate ed accanto ad una adesione massiccia da parte dei disoccupati, ha creato delusione e rabbia in molti e molte.

Molto lavoro (da fare) per la lotta di classe

Una società gerarchica e corrotta come quella italiana, ha schiacciato verso il basso il potere dei giovani che vengono sfruttati ed usati per produrre valore e per questo sono disoccupati, sotto-occupati e naturalmente disillusi. La sofferenza sociale si diffonde e si esprime in forme auto-lesioniste specialmente tra i giovani maschi bianchi come la storia recente del suicido di Michele da Udine ricorda, che vedono crollare la propria immagine sociale. Per gli altri e le altre con un diverso colore della pelle c’è sempre il lavoro servile e sottopagato a cui sono stati destinati: badanti e donne delle pulizie, operai sui cantieri più duri o facchini a cottimo, la schiavitù nell’agricoltura intensiva ed infine il gradino più infame dello sfruttamento: la prostituzione forzata. Di fronte all’inferno del lavoro operaio salariato che è già distribuito secondo le linee del colore i giovani italiani bianchi vengono rimessi al centro dell’attenzione solo a condizione di giocare la parte della “categoria vulnerabile”, solo se sono disposti a disciplinarsi con lunghi questionari, file ai centri per l’impiego, prove e contro-prove di fedeltà al consumo ed al lavoro. Tutto sembra cospirare per esorcizzare a tutti i costi una necessaria rottura generazionale che viste le condizioni che ho descritto, sarebbe colma di giusta rabbia almeno verso chi ha goduto dell’oppressione fino ad oggi. Inoltre la disoccupazione giovanile dovrebbe accendere un campanello d’allarme sul futuro della società basata sul lavoro in un’epoca di trasformazioni sociali e tecnologiche determinanti. Secondo la posizione riformista l’introduzione di un reddito di cittadinanza, capace di sganciare l’inclusione sociale dal salario da lavoro permetterebbe di sperimentare forme sociali di produzione innovative, di contenere l’emigrazione di massa dei giovani soprattutto dal Sud Italia e interromperebbe il circolo vizioso di esclusione-repressione-costi sociali che vede i giovani in prima fila tra le vittime della criminalità organizzata e del consumismo compulsivo. Tale misura però non sarà la salvezza né la soluzione, perché dati gli attuali rapporti di forza assumerà necessariamente una nuova funzione di controllo e disciplina. Non sarà l’introduzione di un sussidio a rianimare una coscienza di classe nei giovani oggi dispersi in mille attività e schiacciati da bisogni economici sempre più pressanti. E’ chiaro dunque che i NEET non possono essere affrontati come un unico soggetto ma questa categoria deve essere decostruita e ricondotta ai bisogni di soggetti e collettività specifiche. Le politiche per il contrasto della disoccupazione giovanile in Italia sono oggi incastrate tra il rischio di una isteresi prolungata del sistema e la necessità urgente di cambiamento spinta dal potenziale di resilienza sociale delle giovani generazioni. L’occupabilità come orizzonte cognitivo e normativo e Garanzia Giovani come strumento di intervento caratterizzano oggi le politiche per il mercato del lavoro rivolte ai giovani in Europa. Questo avviene con effetti nefasti specialmente a livello territoriale, nelle provincie in cui e divisa l’Italia e per le categorie sociali la cui vulnerabilità è frutto di istituzioni inefficaci e corrotte e di un mercato del lavoro particolarmente gerarchizzato. In questi anni la ricerca sociale ha posto un’enfasi eccessiva sul lato dell’offerta di lavoro trascurando i problemi legati al lato della domanda ovvero alla capacità dell’economia capitalista di costruire posti di lavoro e redistribuire reddito e soprattutto non ha compreso a sufficienza la potenzialità dei giovani di innovare i modelli produttivi e sociali. Inoltre sembra essere scomparsa dall’orizzonte pubblico una idea alternativa rispetto allo sviluppo capitalistico. Il problema della disoccupazione giovanile infatti è posto male. Non si tratta di trovare un rimedio ad un sistema che sfrutta la disoccupazione giovanile portando vantaggio ad una generazione di vecchi padroni e padroncini bensì di immaginare la soluzione a partire dalla radice. L’ approccio a-critico basato sulla fiducia in un accumulazione di capitale illimitata e costante deve essere sconfitto. Tuttavia la debolezza politica ed organizzativa dei giovani precari lascia troppo spesso in ombra la ricchezza delle sperimentazioni, seppur limitate nello spazio e nel tempo, che indicano le possibilità di un superamento della società basata sullo sfruttamento del lavoro e sull’esclusione sociale. Infatti si può intravedere un’uscita dallo sfruttamento soltanto smettendo di giocare con le regole del capitale, ricordandoci che il rifiuto del lavoro significa il rifiuto di arricchire chi ci comanda e ci opprime per aprire possibilità inedite di creazione di nuovi mondi.

Della diserzione

Estratto da “Humus. Diario di terra” di Bianca Bonavita, Pentagora, Savona 2015

E non bastano le montagne a frenare l’avanzata
delle armate. Non bastano a contenere la loro furia
devastatrice. Non esistono armi o strumenti
in grado di arginare la piena dei loro rigurgiti: le
armate sono da sempre molto più e molto meglio
equipaggiate di qualunque impossibile noi che
cerchi di contrastarle. Non c’è trofallassi nei nostri
alveari.
La loro forza non sta solamente nella potenza di
fuoco ma soprattutto nella capillarità del loro dominio.
Non sta solamente nelle armi che restano
nelle loro mani, le armi che uccidono, ma sta soprattutto
in quelle che a buon prezzo finiscono
nelle nostre, le armi della gloria e dell’illusione.
Le strategie sono cambiate, ordini e divieti si godono
la pensione in qualche paese tropicale ancora
fermo a un grado primordiale di terrore. Ora sono
le nostre armi giocattolo, protesi delle nostre dita
antiquate, a tenderci imboscate e a ucciderci ogni
giorno di più.
Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di
un ordine o di un divieto: si riscopre in noi la sopravvivenza
di una possibile disobbedienza.
Allora improvvisamente il mare di palloncini colorati
in cui eravamo immersi, il morbido, il soffice
terrore di ovatta su cui fluttuavamo, sembra
regredire al suo stadio precedente. I palloncini
esplodono infilzati dalle baionette, nascoste da
sempre sotto un mucchio di parole civili. Prima
degli spari c’è giusto il tempo di fare chiarezza.

Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di un ordine o di un divieto

La cortina di fumo dell’avanspettacolo si dirada e
i teatranti rivestono le loro maschere più sincere:
i predicatori del compromesso tornano a percepire
il loro stipendio da funzionari della delazione;
i servitori diligenti tornano a dirigere la logistica
del massacro; gli zelanti esecutori a comandare i
plotoni d’esecuzione.
Non c’è soluzione di continuità tra crimini di
guerra e crimini di pace. Era sempre rimasto lì,
sotto pochi centimetri di parole, il vecchio onesto
terrore dei tempi passati. Come una pustola sempre
pronta a scoppiare. E una volta scoppiata, a
scomparire nuovamente sotto un’identica coltre di
ovatta, sparata come neve artificiale dai cannoni
della democrazia.
Non saranno le baionette a decimare le nostre fila.
È una guerriglia sporca quella che ci fa ammalare,
per contagio virtuale, di terroristica vanagloria.
Soli ne usciremo, se ne usciremo, attraverso le maglie
più strette che sfuggono anche ai guardiani
più accorti; soli troveremo un guado o un valico
per attraversare il confine. Oltre ci saranno altre
montagne e solo allora, liberi dal resto, potremo
ripensare a un noi, lontani dalle nostre armi giocattolo
e dalle luci della battaglia, lontani dalla
gloria e dalle illusioni, dall’ignara obbedienza e
dal terrore democratico.

Non saranno le baionette a decimare le nostre fila.

Nella vana attesa, non posso che restare avvinghiata,
sull’orlo del precipizio, al trespolo della
mia collina e continuare a dedicarmi a semine
e sepolture con la stessa fiducia di sempre, nella
speranza che il ribollire dei detriti a valle non mi
trascini a sé.
E quando posso, diserto.
Diserto questa guerra chiamata pace diserto il disarmo
del pensiero diserto gli uffici e le elezioni
diserto gli schermi diserto le loro emozioni, i loro
emoticon, le loro eiezioni diserto il palcoscenico e
le platee diserto tutte le funzioni e tutte le gestioni
l’efficacia e l’efficienza diserto l’essere donna e l’essere
uomo diserto il posto fisso e quello flessibile
diserto il posto fesso diserto i loro osceni titoli di
studio e diserto tutte le scuole diserto il loro divertimento
e i loro desideri diserto. Perché da sempre
sono arruolata. Diserto i valori e il loro maledetto
lavoro diserto i diritti e i doveri diserto le benedette
costituzioni diserto tutte le vaccinazioni, i marchi
e le certificazioni diserto gli aeroplani e tutte
le loro reti diserto il fare rete diserto il servizio
civile e ogni servizio diserto l’essere civile diserto
le città, le cittadinanze e tutti gli accampamenti
diserto ‘la storia che insegna’ e ‘l’importanza della
memoria’ diserto il loro rumore e il loro guardare
diserto le banche e le vetrine diserto tutte
le macchine diserto ogni identità diserto il loro
realismo-cinismo-buonismo diserto l’impegno e
ogni forma di partecipazione diserto ogni rivendicazione
diserto la transizione e la transazione la
resilienza e la resistenza la crescita e la decrescita
diserto i prestiti e i debiti diserto i finanziamenti
a fondo perduto diserto i contributi diserto le rateizzazioni,
le autorizzazioni, le organizzazioni, le
amministrazioni, le registrazioni, gli organismi e
le associazioni diserto le opinioni e l’informazione
diserto le comunicazioni diserto tutte le loro parole
diserto lo spettacolo diserto la loro autoironia
e la loro autocritica diserto l’oikonomia e la gloria
diserto il loro buon senso e i loro progetti diserto
il loro cibo diserto le truppe mandate al macello
nelle trincee della normalità diserto gli ospedali e
i manicomi diserto i treni e le strade diserto i loro
allenamenti dementi e i loro passatempi diserto il
loro tempo libero diserto ogni stile di vita, ogni
modello, ogni esempio, ogni testimonianza diserto
i loro corsi e i loro concorsi i premi e i ricorsi
diserto le cause e le sentenze diserto le assemblee
generali e i gruppi di lavoro diserto l’unanimità e
la maggioranza diserto ogni bisogno di prendere
una decisione diserto il loro noi e diserto il nostro
voi diserto le loro proiezioni-installazioni-presentazioni-
dibattiti-tavole rotonde diserto le loro partite,
i loro campionati, le loro classifiche diserto le
loro olimpiadi di imbecillità diserto tutte le connessioni
diserto i loro social e i loro anti-social i
loro book le loro app e i loro push-up diserto i loro
pensieri green e i loro pensieri dark diserto il pin
il pil il puk e la pac diserto i fast pay e le città slow
diserto i post e i low cost diserto i loro maledetti
cofanetti diserto i touch pad e gli I-pod il tre per
due e il Tutto a 99 cent.
Vorrei disertare.
Ma il più delle volte non posso.
E se un giorno vi riuscissi, a disertare il Tutto,
non potrei fare altro che disertare anche questa
mia diserzione. Perché in fondo non è che un capriccio
del Grande Pescatore, anch’essa un frivolo
elemento d’arredo nell’impalcatura del suo potere,
una decorazione a buon mercato sulle corazze dei
suoi cavalieri.

Vorrei disertare.
Ma il più delle volte non posso.