La sicurezza di un mondo che sta crollando

Alcuni amici di Qui e Ora erano presenti lo scorso sabato a Piazza San Carlo a Torino, durante la proiezione della partita di Champions, quando si sono trovati improvvisamente coinvolti nella delirante situazione di psicosi collettiva che ha prodotto circa 1500 feriti. È un contributo “a caldo” che, più che fare un’analisi approfondita dell’accaduto, cerca di raccontarlo dall’interno, ma lo fa segnalando dei problemi, delle questioni che sono quelle che toccano ormai l’Occidente nel suo complesso. Per Qui e Ora è un ottimo viatico all’introduzione di una discussione più ampia e profonda su “terrorismo, antiterrorismo, sicurezza e solidarietà”, alla quale nei prossimi mesi dedicheremo parte del nostro spazio

Cosa è successo a Piazza San Carlo?

Mentre a Cardiff le squadre scendono in campo per giocare la finale di Champions League, a Torino trentamila persone si radunano in piazza per guardare la partita su un maxischermo. Queste le due possibilità di vivere in modo collettivo l’evento, di fare un’esperienza di tifo condiviso, ma con una sostanziale differenza tra loro: se andare in Galles significava spendere migliaia di euro, essere in piazza a Torino invece era gratis. E infatti Piazza San Carlo è gremita di gente proveniente da tutta Italia: famiglie, giovani, ultras, immigrati e persino anziani. Tutti insieme, in un mare di contraddizioni.

Sino al gol del tre a uno tutto si sta svolgendo in modo normale: bandiere, cori, qualche fumogeno. Poi, d’improvviso, il caos. Senza nessun apparente motivo, un’ondata di persone inizia a muoversi in modo scomposto. Nello sconcerto generale, mentre tutti ancora si domandano cosa stia succedendo, il panico inizia a diffondersi ingovernabile. Giusto il tempo di figurarsi la possibilità di un attentato ed ecco una seconda, ancor più travolgente ondata. Dalle ricostruzioni seguenti sembrerebbe provocata dal cedimento del parapetto di un parcheggio sotterraneo. In ogni caso, è il tracollo definitivo. La piazza si svuota in fretta e furia e, nella fuga, a causa della calca e dei vetri di bottiglia a terra, moltissime persone restano schiacciate o ferite. La polizia è nel pallone: gli agenti vagano sgomenti e confusi, privi di una qualsiasi strategia di intervento, contribuendo a loro volta ad alimentare il panico. Dall’altoparlante arriva l’annuncio di evacuare la piazza.

“Qui chi non terrorizza si ammala di terrore”

Noi pensiamo che quanto successo sia l’esito di una “società” sempre più ammalata di terrore. Andando a Torino, infatti, probabilmente tutti sono stati sfiorati dal timore di un possibile attentato terroristico. Del resto ogni situazione di massa, che sia un viaggio in metropolitana o un concerto, è arrivata oggi ad essere percepita come potenzialmente pericolosa. E questa volta un falso allarme è stato sufficiente a trasformare la psicosi in realtà. 1527 feriti è un numero incredibile, spaventoso. Ancor più incredibile e spaventoso alla luce del fatto che, concretamente, non era successo nulla. Un bilancio a tutti gli effetti degno di un vero attentato. Questa è, a nostro avviso, la vera questione, quella più importante, quella che, al di là dei particolari, dovrebbe realmente interessarci. E con urgenza. L’ansia, la paura, il terrore sono emozioni – umane, troppo umane – che stanno scavando sempre più in profondità l’immaginario della popolazione. Stanno prendendo il sopravvento sull’immaginazione della possibilità di vivere bene insieme? Forse. Inutile ignorarlo, o ancor peggio negarlo. Se ci poniamo nella posizione di chi vuole trasformare l’esistente, dobbiamo innanzitutto assumere questa difficile realtà.

Caccia al mostro

Uno dei problemi più evidenti di questa piazza è stata l’incapacità di individuare un nemico e, di conseguenza, quella di trovare alleati. In un corteo, quando la polizia carica, ci si riesce a opporre al panico poiché è evidente da chi bisogna difendersi collettivamente. Negli attentati di Londra, quando il commando dell’ISIS è entrato in azione, nonostante la paura, alcune persone hanno comunque saputo reagire. Invece, se il tuo nemico è il fantasma di un terrorista generato dalla psicosi, una grande allucinazione collettiva, difficilmente lo si riesce a personificare. Quindi le alternative diventano due: o si fa uno sforzo e ci si aiuta a tornare alla lucidità, o ci si abbandona all’irrazionalità. Questa irrazionalità può assumere forme differenti: a Torino è stata quella di una fuga tragica e scomposta, ma riusciamo a immaginare quale sarebbe potuto essere l’epilogo se in piazza ci fosse stato un arabo con turbante e zainetto? Probabilmente oggi staremo raccontando una storia diversa.

La forsennata ricerca di un capro espiatorio a cui stiamo assistendo in questi giorni va in questo senso: per non sentirsi colpevoli si punta il dito contro qualcun altro, autoassolvendosi dalle proprie responsabilità. Se per le persone questo meccanismo serve a trovare una scusa per la propria irrazionalità, per il potere serve invece a giustificare la propria inefficacia, deresponsabilizzandosi dal fallimento nella gestione dell’ordine pubblico. Per non mettere in discussione la presunta infallibilità del dispositivo di sicurezza, millantata in pompa magna dalle autorità, è necessario individuare a tutti i costi un colpevole interno alla piazza stessa. Prima il mostro è un ragazzo “nella tipica posa del kamikaze”, la cui unica effettiva responsabilità è stata quella di non scappare, poi sono gli “ultrà diffidati” (non solo ultrà, ma pure diffidati: doppia gogna!). Come se fossero stati loro a rendere inefficace il dispositivo. Tutto ciò è ovviamente assurdo, e se i tutori dell’ordine e i giornalisti vogliono proprio trovare un colpevole, allora forse dovrebbero cominciare a guardarsi allo specchio.

Governo della paura e illusione securitaria

Da un lato, i media, con il loro ossessivo parlare di terrorismo, hanno alimentato e continuano ad alimentare la psicosi. Del resto, non è certo una novità che la società dello spettacolo, attraverso il perpetuo bombardamento di stimoli, agisca sulla formazione del pensiero comune. A forza di parlarne, è come se il terrorismo fosse già qui. Il paradosso è che in Italia, perlomeno sino ad ora, in realtà non si sono mai verificati attentati di questo tipo.

Dall’altro lato, è pur vero che il terrorismo è una minaccia reale. La contemporaneità fra i fatti di Torino e gli attacchi di Londra deve far riflettere. Il moltiplicarsi delle varie stragi succedutesi negli ultimi due-tre anni in Europa ha sortito effetti maledettamente concreti: migliaia di feriti e centinaia di morti. Dunque sì, in qualche modo siamo sotto attacco, e non possiamo non sentirci coinvolti. I bersagli non sono i politici o i padroni, ma siamo noi. Che ci piaccia o meno, dobbiamo assumere questa scomoda realtà. Nell’immaginario comune la sicurezza è diventata un bisogno concreto, che necessita di risposte altrettanto concrete.

Dal canto loro i governi, con le proprie modalità, queste risposte le provano a dare. Militari nelle strade, retate nei quartieri, controlli a tappeto sono ormai accettate come uniche risposte possibili. Quando la paura regna, quando ci si sente impotenti di fronte al pericolo, si è disposti a sacrificare tutto o quasi in nome dell’ordine, e lo stato di polizia viene addirittura invocato. In questo senso, la paura stessa è divenuta una strategia di governo. Ma questa strategia nasce monca. A Torino, per esempio, il dispositivo schierato in piazza, voleva precisamente essere una risposta a questo tipo di ansia. Nessuno poteva mettere in discussione la necessità dei controlli all’entrata della piazza, le perquisizioni erano più che comprensibili, il divieto del vetro aveva ragion d’essere. E’ altrettanto evidente, però, che tutto questo dispositivo, checché ne dicano il questore, il prefetto e il sindaco, non ha  assolutamente funzionato. Anzi, in alcuni casi, per via della sua inefficienza, ha, se possibile, persino peggiorato la situazione. I controlli agli ingressi si sono rivelati essere degli ostacoli nel momento della fuga, gli altoparlanti anziché riportare la calma hanno sortito l’effetto contrario, non si poteva entrare in piazza col vetro per poi ritrovarsi bar e ambulanti a venderlo dentro la piazza.

Il punto della questione è però un altro. Il rischio non è mai eliminabile del tutto.  Se pur il dispositivo messo in campo so fosse rivelato perfetto, la lista delle eventualità sarebbe comunque risultata infinita. Non si può nemmeno immaginare una messa in sicurezza assoluta di un evento, o più in generale di una metropoli.

E noi?

L’abitudine a delegare, tipica della società occidentale e della democrazia rappresentativa, ha finito per deresponsabilizzare completamente le persone. Se in piazza ci fosse stato un senso comune di potenza, anche solo in un gruppo compatto di 30 persone, forse le cose sarebbero potute andare diversamente. Fra le prime ipotesi circolate in piazza c’era quella di un attentato con coltelli. Se quest’ipotesi si fosse rivelata vera, probabilmente sarebbe bastata un po’ di responsabilità collettiva e un po’ di coraggio per far rientrare il problema. Invece, nella passività della delega, in assenza di legami di fiducia, nella società dell’individuo atomizzato, purtroppo la fuga risulta essere la scelta più comprensibile.

Dopo una serata di questo tipo moltissime persone hanno detto “mai più tutti assieme in piazza”. L’idea di non poter più vivere un grande evento collettivamente è una sconfitta per tutti, e forse il nostro compito dovrebbe essere proprio quello di non cedere alla rassegnazione. Non stiamo dicendo che noi possiamo dare coraggio al mondo intero, ma che forse dovremmo assumerci di farlo quanto meno dentro gli spazi di autonomia che siamo in grado di ritagliarci.

Anche noi ci siamo sentiti sconfortati nell’assistere al fuggi fuggi generale dove ognuno pensava esclusivamente a salvare la propria pelle senza curarsi troppo degli altri. Tuttavia, a ben vedere, la solidarietà non è stata del tutto assente. Bisogna contrastare la narrazione secondo cui il fallimento di questa “società” coincida con la fine di ogni possibile relazione umana. Qualcuno si è fermato ad aiutare gli altri: se il bambino ferito gravemente non è morto è perché un ragazzo si è preoccupato di tirarlo su, alcuni ristoranti hanno aperto le loro porte, alcune famiglie si sono ricompattate grazie all’aiuto reciproco. È questo il dato più importante, quello su cui ora bisogna provare a costruire.

La sicurezza è una necessità, la solidarietà dovrebbe essere la sua forma. Smettiamo di pensare che si tratti di un falso bisogno, o  di un qualcosa per natura reazionario, perché il problema oggi è più reale che mai. E se non vogliamo restare schiacciati dalle rovine di questo Mondo, dobbiamo prenderne atto. Iniziamo a parlarne.

Alcuni compagni presenti in Piazza San Carlo