Della diserzione

Estratto da “Humus. Diario di terra” di Bianca Bonavita, Pentagora, Savona 2015

E non bastano le montagne a frenare l’avanzata
delle armate. Non bastano a contenere la loro furia
devastatrice. Non esistono armi o strumenti
in grado di arginare la piena dei loro rigurgiti: le
armate sono da sempre molto più e molto meglio
equipaggiate di qualunque impossibile noi che
cerchi di contrastarle. Non c’è trofallassi nei nostri
alveari.
La loro forza non sta solamente nella potenza di
fuoco ma soprattutto nella capillarità del loro dominio.
Non sta solamente nelle armi che restano
nelle loro mani, le armi che uccidono, ma sta soprattutto
in quelle che a buon prezzo finiscono
nelle nostre, le armi della gloria e dell’illusione.
Le strategie sono cambiate, ordini e divieti si godono
la pensione in qualche paese tropicale ancora
fermo a un grado primordiale di terrore. Ora sono
le nostre armi giocattolo, protesi delle nostre dita
antiquate, a tenderci imboscate e a ucciderci ogni
giorno di più.
Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di
un ordine o di un divieto: si riscopre in noi la sopravvivenza
di una possibile disobbedienza.
Allora improvvisamente il mare di palloncini colorati
in cui eravamo immersi, il morbido, il soffice
terrore di ovatta su cui fluttuavamo, sembra
regredire al suo stadio precedente. I palloncini
esplodono infilzati dalle baionette, nascoste da
sempre sotto un mucchio di parole civili. Prima
degli spari c’è giusto il tempo di fare chiarezza.

Si è quasi felici quando ci si imbatte nel muro di un ordine o di un divieto

La cortina di fumo dell’avanspettacolo si dirada e
i teatranti rivestono le loro maschere più sincere:
i predicatori del compromesso tornano a percepire
il loro stipendio da funzionari della delazione;
i servitori diligenti tornano a dirigere la logistica
del massacro; gli zelanti esecutori a comandare i
plotoni d’esecuzione.
Non c’è soluzione di continuità tra crimini di
guerra e crimini di pace. Era sempre rimasto lì,
sotto pochi centimetri di parole, il vecchio onesto
terrore dei tempi passati. Come una pustola sempre
pronta a scoppiare. E una volta scoppiata, a
scomparire nuovamente sotto un’identica coltre di
ovatta, sparata come neve artificiale dai cannoni
della democrazia.
Non saranno le baionette a decimare le nostre fila.
È una guerriglia sporca quella che ci fa ammalare,
per contagio virtuale, di terroristica vanagloria.
Soli ne usciremo, se ne usciremo, attraverso le maglie
più strette che sfuggono anche ai guardiani
più accorti; soli troveremo un guado o un valico
per attraversare il confine. Oltre ci saranno altre
montagne e solo allora, liberi dal resto, potremo
ripensare a un noi, lontani dalle nostre armi giocattolo
e dalle luci della battaglia, lontani dalla
gloria e dalle illusioni, dall’ignara obbedienza e
dal terrore democratico.

Non saranno le baionette a decimare le nostre fila.

Nella vana attesa, non posso che restare avvinghiata,
sull’orlo del precipizio, al trespolo della
mia collina e continuare a dedicarmi a semine
e sepolture con la stessa fiducia di sempre, nella
speranza che il ribollire dei detriti a valle non mi
trascini a sé.
E quando posso, diserto.
Diserto questa guerra chiamata pace diserto il disarmo
del pensiero diserto gli uffici e le elezioni
diserto gli schermi diserto le loro emozioni, i loro
emoticon, le loro eiezioni diserto il palcoscenico e
le platee diserto tutte le funzioni e tutte le gestioni
l’efficacia e l’efficienza diserto l’essere donna e l’essere
uomo diserto il posto fisso e quello flessibile
diserto il posto fesso diserto i loro osceni titoli di
studio e diserto tutte le scuole diserto il loro divertimento
e i loro desideri diserto. Perché da sempre
sono arruolata. Diserto i valori e il loro maledetto
lavoro diserto i diritti e i doveri diserto le benedette
costituzioni diserto tutte le vaccinazioni, i marchi
e le certificazioni diserto gli aeroplani e tutte
le loro reti diserto il fare rete diserto il servizio
civile e ogni servizio diserto l’essere civile diserto
le città, le cittadinanze e tutti gli accampamenti
diserto ‘la storia che insegna’ e ‘l’importanza della
memoria’ diserto il loro rumore e il loro guardare
diserto le banche e le vetrine diserto tutte
le macchine diserto ogni identità diserto il loro
realismo-cinismo-buonismo diserto l’impegno e
ogni forma di partecipazione diserto ogni rivendicazione
diserto la transizione e la transazione la
resilienza e la resistenza la crescita e la decrescita
diserto i prestiti e i debiti diserto i finanziamenti
a fondo perduto diserto i contributi diserto le rateizzazioni,
le autorizzazioni, le organizzazioni, le
amministrazioni, le registrazioni, gli organismi e
le associazioni diserto le opinioni e l’informazione
diserto le comunicazioni diserto tutte le loro parole
diserto lo spettacolo diserto la loro autoironia
e la loro autocritica diserto l’oikonomia e la gloria
diserto il loro buon senso e i loro progetti diserto
il loro cibo diserto le truppe mandate al macello
nelle trincee della normalità diserto gli ospedali e
i manicomi diserto i treni e le strade diserto i loro
allenamenti dementi e i loro passatempi diserto il
loro tempo libero diserto ogni stile di vita, ogni
modello, ogni esempio, ogni testimonianza diserto
i loro corsi e i loro concorsi i premi e i ricorsi
diserto le cause e le sentenze diserto le assemblee
generali e i gruppi di lavoro diserto l’unanimità e
la maggioranza diserto ogni bisogno di prendere
una decisione diserto il loro noi e diserto il nostro
voi diserto le loro proiezioni-installazioni-presentazioni-
dibattiti-tavole rotonde diserto le loro partite,
i loro campionati, le loro classifiche diserto le
loro olimpiadi di imbecillità diserto tutte le connessioni
diserto i loro social e i loro anti-social i
loro book le loro app e i loro push-up diserto i loro
pensieri green e i loro pensieri dark diserto il pin
il pil il puk e la pac diserto i fast pay e le città slow
diserto i post e i low cost diserto i loro maledetti
cofanetti diserto i touch pad e gli I-pod il tre per
due e il Tutto a 99 cent.
Vorrei disertare.
Ma il più delle volte non posso.
E se un giorno vi riuscissi, a disertare il Tutto,
non potrei fare altro che disertare anche questa
mia diserzione. Perché in fondo non è che un capriccio
del Grande Pescatore, anch’essa un frivolo
elemento d’arredo nell’impalcatura del suo potere,
una decorazione a buon mercato sulle corazze dei
suoi cavalieri.

Vorrei disertare.
Ma il più delle volte non posso.