L’Estate, l’Amore e la Violenza

Nel Baustelle del contemporaneo.

di Marcello Tarì

«La Jeune-Fille vuole essere desiderata senza amore o amata senza desiderio. In ogni caso la sua infelicità è salva».
Tiqqun, Elementi per una teoria della Jeune-Fille

«due opzioni dominanti, per la musica giovane e la violenza giovane, musica e violenza, due modi d’essere di quella che è stata detta la generazione della crisi».
Mario Tronti, Il tempo della politica

«Bruciate, bruciate d’amore, cazzo!».
Francesco Bianconi

A Jeanne Moreau, in memoriam

Mentre il chitarrista colpiva le corde della Gibson come avesse tra le dita un rasoio affilato, lui, abbigliato alla maniera di un cospiratore romantico nella Parigi del 1848, cantava con un sorriso spiritato di una certa Betty, incarnazione 2.0 di una Jeune-Fille che sogna «di morire/sulla circonvallazione/prima ancora di soffrire/era già in putrefazione/un bellissimo mattino/senza alcun dolore/senza più dolore». Lei, sguardo di cobalto e pantaloni che ricordano vagamente quelli di Jimmy Page ai tempi in cui officiava Stairway to Heaven, roteava allegramente il microfono sulla testa e dopo aver rammentato che «la guerra avanza», ed elencato soavemente la catastrofica confusione regnante a livello geopolitico-spirituale-soggettivo-sessuale-culturale, ha sibilato un sadiano «Vieni Justine/ in questo mondo/d’amore e di violenza». Il tutto avvolto in una tempesta di sintetizzatori. Welcome in the summer 2017.

La parte del concerto dedicata all’ultimo album termina con un altro «vieni», ma al re del cielo questa volta; sì, che ci provi a venire in questa grotta fredda e gelata anche d’estate, un «vieni» che arrivati in fondo ci svela il significato del “Vangelo di Giovanni”, la canzone che apre il disco: maranatha. Sempre qualcosa o qualcuno che viene contro questo mondo ad ogni attimo, ad ogni nota, ad ogni lettera, ad ogni orgasmo e ad ogni dolore. Insurrezione, comunità, filosofia, regno, amore che viene, che viene, che viene. Il suo tempo è uno: adesso.

Loro sono i Baustelle, durante uno dei concerti del tour estivo “L’Estate, l’Amore e la Violenza”. Le luci, la musica, le parole, i gesti, l’atmosfera: non ci si faccia ingannare dal diorama di citazioni, esse raccontano la nostra epoca come può esserlo in un colorato montaggio distruttivista. Il cantiere dell’epoca, e l’estate come suo frammento patologico.

Il loro ultimo disco, “L’amore e la violenza”, fa da contrappunto lirico e musicale a tutto ciò che andava srotolandosi durante questa estate che sembrava non dovesse mai finire, avendo riassunto tragicamente tutto il peggio delle altre stagioni solo con più caldo, più confusione, più violenza, ma non hanno tralasciato di indagare come questa situazione si rifletta nella vita di ciascuno, «nel male e nel bene», devastando le soggettività per le quali, a volte, però, vi è una via d’uscita, un soffio di salvezza.

Se è vero ciò che ha scritto un amico musicista e cioè che «Attraverso la sua virtù di rinnovamento, la musica dispone l’orecchio e lo spirito ad ascoltare la musica del mondo. Essa ha il potere di rendere gli uomini più presenti al mondo e a loro stessi e, fatalmente, quello di spettralizzarli», bene, se questo è vero, allora che di meglio per afferrare l’adesso se non un concerto?

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Ma che modo di tempo è l’estate? È giusto un’annotazione meteorologica? È una stagione metafisica? È un tempo quando tutto si interrompe e fugge via o uno durante il quale tutto resta e continua, continua fino a non poterne più? Esiste veramente una dimensione della vita estiva (una che non si riduca al fatto, curioso, di poter andare in giro in mutande senza essere preso per un maniaco o una esibizionista)?

L’estate, per noi moderni, è una moda, quindi una misura e una maniera di essere, un modo di essere vuoti, vacanti giustamente, ed è per questo che la cronaca, cioè gli eventi esteriori, appaiono colmare tutto lo spazio respirabile. Ma è una moda anche perché, come disse Benjamin, «la moda ha il senso dell’attuale, dovunque essa viva nella selva del passato». Però quella vuota evanescenza e insieme l’impregnarsi di passato è anche il motivo per il quale in estate siamo più ricettivi verso certe emozioni, quelle più materiali, carnali si direbbe. È questa esibita contemporanea inattualità, per altro, il trasparente segreto della musica dei Baustelle – «Chi siamo noi? Chissà quest’anno cosa andrà di moda».

Infine l’estate è moderna non solo perché negli antichi tempi l’estate era tutt’altra cosa – le “vacanze estive” sono una crudele e recente invenzione liberale – ma perché moderno significa un tempo che seppure sta nei limiti, nella maniera di un presente, è anche fuori di lui, sempre leggermente non coincidente con l’oggi. Si è moderni e si è alla moda solo se l’ombra del passato ci sfiora da qualche parte, così da non essere mai del tutto attuali e men che meno “nuovi”. Perciò l’estate per noi moderni è, prima di ogni altra cosa, il tempo di un ricordo che buca il presente. O lo brucia.

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Nei ricordi di ognuno di noi l’estate si lega a lampi di sensazioni tattili e olfattive, di suoni e luci piuttosto che a parole e discorsi compiuti, che paiono sempre di una banalità sconcertante. Quel magnifico tramonto, quel tuffo memorabile, quei sassi percorsi su per la montagna, quel din-don-dan di risate, quel concerto di ferragosto, quel singhiozzare disperato, quello strusciarsi erotico dei corpi sulla sabbia, il sapore di sale e tutte le cazzate che vanno insieme. Quel dormire fino a che non si è sazi e anche di più, quel far niente che ti tedia dolcemente, l’allegria scema, quella sete di incontri, e di sesso, quegli addii per sempre ma per sempre ti ricorderò. Oppure quel «Io ti amo/e non ti penso mai».

Questi sono i ricordi delle percezioni d’estate, quelle di tutte le altre stagione sono diverse – «so il dolore che si indossa d’inverno», recita un verso di Veronica N.2, l’inedito che i Baustelle hanno presentato durante il tour. Forse non sono nemmeno mai stati vissuti, essi esistono giusto in quanto tali: ricordi, che stanno lì nel cielo, come delle lacrime che, quando i ricordi ci troveranno, inizieranno a piovere sulle nostre guance. Sono come una promessa, già da sempre esaudita e tuttavia sempre a venire. Per questo, anche per questo, la musica & la violenza: perché la musica esige l’attenzione dei corpi, e i corpi sono violenti quando esigono che venga ciò che è stato promesso. E questo vale all’ennesima potenza per le nostre generazioni, che da quarant’anni non hanno conosciuto altro tempo che non sia quello di una crisi orizzontale che non ha più dove andare, visto che è già ovunque. E che perciò adesso scende, dentro di noi, trascinandoci violentemente al fondo dell’epoca. È lì che si combatte: «La vita è bella/gli studenti hanno distrutto la città/e le statue degli dei». O se stessi.

Ma ciò che viene non lo manda a dire, viene nella vita così, come un ladro, come un fantasma. Per questo non è affatto facile né riconoscerlo né serbarne ricordo. Siamo scarsi per le cose più importanti. Eppure in noi resta il sospetto di essere stati felici. È vero, oltre che bello, ciò che scrive Ginevra Bompiani «Quando ci si volta indietro e ci si chiede che si è vissuti a fare, si saltano quei momenti in cui non c’era bisogno di chiederselo perché non si poteva fare altro» (Mela zeta).

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La parola estate deriva da una radice sanscrita che sta per “ardere”, “accendere”, “infiammare”; come i boschi puntualmente vengono incendiati ad ogni estate, così ci si innamora sempre in questa stagione, non è vero? Si crede d’ardere d’amore per qualcuno, difatti ha sempre quel sapore sintetico dell’inautentico, oppure lo si vorrebbe, lo si sogna, lo si invoca. Credo sia proprio qui, nei paraggi del desiderio, che comincia la violenza, o almeno una certa qualità della violenza. E quello che arde infine diventa cenere, qualcosa che fu e non è più. Un’altra urna si aggiunge alle altre, ognuna per ciascuna estate che ricordi. L’altarino delle estati defunte affolla la nostra esistenza come quasi nessun altro ricordo. E le altre? Nulla, se non ne hai ricordo, sono nulla.

Quindi: primo, non iniziare mai un vero amore in estate, se non vuoi che ne resti solo polvere; secondo, il desiderio senza amore è infelice, l’amore senza desiderio anche.

Eppure il liberal-nichilismo sentimentale viaggia alto nei titoli azionari: «I wanna be Amanda Lear/Il tempo di un LP/ Il lato A. Il lato B/Non siamo mica immortali/Bruciamo ed è meglio così/Amanda Lear/soltanto per un LP/ Il lato A. Il lato B/che niente dura per sempre ed è meglio così». Fuck!

E allora? Fuoco cammina con me.

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La parola e-s-t-a-t-e ha nel suono qualcosa a che vedere con è-s-t-a-t-o, ciò che è passato, un qualcosa che possiamo vivere solo così, ricordandolo. E ci sono ricordi individuali e ricordi collettivi. Quell’estate che andai in spiaggia ogni giorno vestito di tutto punto come silente protesta contro l’ipocrisia regnante, mentre Yuri decideva di sparare a un aereo sudcoreano. Quell’anno che fui bocciato e l’Italia vinceva i mondiali. Quello che per la prima volta andavo in vacanza senza famiglia, che era lo stesso della strage di Bologna. Quella estate passata come un Charlie, tutta droga per tutti e basta. Quella della fine di tante cose che per un po’ avevo pensato potessero essere per sempre. Gone, gone with the wind…

Di questo tempo estivo appena passato, cosa ricorderemo? Lo Schanzenviertel travolto da una santa distruzione durante il G20 di Amburgo? La giovane donna investita e ammazzata da un nazista a Charlottesville? I cento e uno episodi di razzismo ovunque in Italia? L’empio macello psicotico di Barcellona? I rifugiati cacciati e pestati per via di uno scontro tra fazioni di governo a Roma? Di nuovo «Berlino distrutta dalla svastica»?

Pare, giusto a proposito, che Bifo avrebbe voluto fare una performance a Kassel dal titolo “Auschwitz on the beach”, e si è cercato di montarci su il solito circo fighetto-mediatico di tutte le mostre globali ma, di fatto, nulla di nuovo. Heiner Müller lo disse anni fa che «Il problema centrale del secolo è trovare un’alternativa ad Auschwitz. Siamo ancora privi di alternative ad Auschwitz». Alla faccia di tutti i post-qualcosa, di tutte le fregnacce sulla fine del Novecento. Zakhor!

Ce l’abbiamo ancora qui, dentro. Auschwitz nel cuore. Non so se è possibile strappare via l’una senza l’altro.

E così ciascuno e ciascuna avrà il suo personalissimo ricordo confuso a uno di questi ricordi collettivi. Insieme formeranno quello di questa grande estate del caos.

Certo tutti gli ultimi eventi citati sono, nonostante le grandi, apparenti, differenze tra essi, evidentemente uniti dalla costante di una pubblica violenza. Ma sarebbe ancora troppo semplice. Anche nella mia, nella tua e pure nella tua privatissima vita c’è violenza. C’è anche la violenza dell’essere soli insieme. C’è quella dell’indifferenza di quelli e quelle a cui hai rivolto invano la parola. C’è la violenza di un affetto, che ti ha portato la felicità o che ti ha fatto a brandelli oppure tutte e due le cose insieme. C’è la violenza con la quale ci costringiamo a fare tutto ciò che potenzialmente non augureremmo al peggior nemico. Oh il lavoro, oh le ferie, oh la politica… C’è la violenza pura dentro la quale germoglia la sensibilità più alta e quella in cui l’abiezione più profonda sale a galla durante un aperitivo al bar, infettando tutto ciò che tocca. Dobbiamo liberarci della soggettività, questo lager su misura e autogestito, un airbnb dalle pareti di carne e la porta di silicio.

Il mondo si incendia, mentre si consuma la vita propria e altrui per un capriccio. «Tutto è niente, l’Essere è». E continua così, stagioni senza fine, riconsegnandoci alle «centomilacinquecentoventicinque storie di tormento». Il fatto è che la violenza pubblica pur se non dovessimo incontrarla faccia a faccia, cosa sempre più difficile – un’altra canzone, intitolata a quello che anni fa era un sogno collettivo di pace, “L’Era dell’Acquario”, ma che adesso, una volta entratici, si è rivelata un incubo dal quale uscire al più presto, dice infatti «Per sopravvivere alle stragi/state alla larga dai musei e dalla metropolitana/ripete la tv/mentre faccio i fatti miei» quella violenza ci traverserà, ci modificherà e se non siamo capaci di affrontarla ci renderà peggiori oppure, più semplicemente, dei docili oggetti in balia del caos «sotto il sole colpevole». Farsi i fatti propri oggi richiede la costruzione di forme di comunità. E della forza per difenderle. Altrimenti «Vivo così. Tra il sociale e il vuoto», cioè tra due nulla.

E così tutto si mescola, tutto c’entra con tutto, anche se non ne ho voglia. Io e i fuochi di Amburgo, io e i miei amici, io e i nazisti, lei e me, i rifugiati che occupano l’anima, la solitudine in frammenti e la massa informe e compatta, le canzoni e la paura. Il calore insopportabile. Che finisca, finisca e ciò che è estate è stato e rimanga solo l’amore. Ma l’amore è la violenza. Il brano strumentale che apre il disco dei Baustelle è il più maestosamente violento dei dodici che lo compongono, lo è anche nella sua inaspettata e giusta interruzione, e si chiama “Love”.

Mi dirai “sì, dici bene tu, ma in questo mondo è difficile distinguerla ormai da quell’altra, dalla violenza pubblica, insensata, quella che ci rende dei mostri”. Sì, è vero, eppure, credimi, certe altre è diversa e nel suo attimo di massima intensità oltrepassa una soglia, diviene un’altra guerra, e se ne fotte che «la Jeune-Fille vorrebbe che la semplice parola “amore” non implicasse il progetto di distruzione di questa “società”». È per questo che bisogna, bisogna, bisogna bruciare d’amore.

Adesso, dopo il concerto, dopo l’estate, mentre veniamo fuori storditi, valgano le parole della lettera di Franz a Milena: «Si è fatto un silenzio così vasto, non si ha il coraggio di dire una parola in questa quiete. Be’ domenica staremo insieme, cinque, sei ore, troppo poco per parlare, abbastanza per tacere, per tenerci per mano, per guardarci negli occhi».

Ci sarai? Vieni, ti aspetto.

Perché «la vita è tragica/ la vita è stupida/ però è bellissima».

Amen.