Finirà male


Sioux cuori neri o sugli attacchi in Catalogna

di Vicente Barbaroja

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I ragazzi che hanno desiderato, preparato ed eseguito gli attacchi a Barcellona e Cambrils hanno sempre vissuto qui o vi sono arrivati molto giovani. Sono nostri figli. Sono vicini, fratelli, amici. Sono bambini perduti, come tutti gli occidentali, stranieri nella propria casa. Anche se essere una seconda generazione di migranti significa essere doppiamente stranieri. Europei in Marocco e musulmani qui.
Essere a casa significa contare su chi hai al tuo fianco, nel bene e nel male. Abitare, nel significato più forte, significa creare insieme, costruire, occuparsi di crescere, pensare, combattere. L’Occidente ha impresso una tale velocità e fugacità su tutto ciò che esiste che ha reso veramente difficile, per tutti noi, sentirci a casa. A causa della crisi, la guerra ed il caos che ci governa, oggi Barcellona è meno che mai la nostra casa, mentre ci espellono a migliaia dalle abitazioni e ci rendono la vita impossibile.
Paradossalmente, siamo a casa solo quando tutto si interrompe. Nel mezzo della catastrofe, una volta terminato il panico. È nei momenti d’eccezione che veniamo accolti in un luogo qualsiasi, quando ci troviamo a condividere un mondo nello sguardo dell’altro. La normalità soffocante ci sottrae questo sostegno reciproco, che però ritorna sempre. Lo abbiamo visto in tutti i luoghi dove il presente si interrompe e nulla funziona, negli attentati di Parigi o di Barcellona, ​​dopo gli uragani Sandy o Katrina, durante i terremoti in Italia, ma anche nelle storie di vita e di lotta della valle di Susa, Tahrir, Taksim o Charlottesville.


È come se tutta la disumana impersonalità dell’ordine debba cadere per permettere, momentaneamente, il ritorno ad una vita comune; e cancellare l’oblio del tessuto invisibile che intreccia l’abitare della plurale esistenza terrestre. L’ostilità ambientale consuma la nostra vita. Quando il governo, per il caos e la crisi, si volatilizza nella catastrofe, torna questa capacità propria dell’umanità di organizzarsi.
Posseduti dalla sfiducia, educati all’interesse e al desiderio di trionfare che si oppone schizofrenicamente alla morale umanitaria e neocristiana che occupa la televisione e la scuola – salvare i poveri, le vittime -, in questo contesto, dire che non abbiamo paura è una falsità che dura giusto il tempo di essere pronunziata. La paura è l’affetto dominante su cui si basa la protesi mondiale chiamata metropoli securitaria. Un timore legittimo ma malamente orientato, perché è l’economia stessa che crea un caos globale dal quale poi pretende di proteggere la Terra come fosse l’ultimo freno. Freno, katechon, apocalittico, che giustifica, come un Grande Inquisitore, tutte le violenze.

L’intera era Moderna è un tentativo di ricreare un ordine del mondo basato sull’interesse e la discordia. Per contenere questa ostilità si richiede un governo forte, un Leviatano, sotto il quale possa crearsi un disordine economico, un’equivalenza contabile della molteplicità di tutto ciò che esiste; un mondo in cui del fatto che ciascuno cerchi il proprio interesse dovrebbe beneficiare, teoricamente, l’intera umanità. Considerando le mille confutazioni pratiche di questa teoria, la sua sopravvivenza può essere paragonata solo a quella delle credenze religiose. Il Capitalismo, una religione sacrificale. Il nostro mondo, un vivere tra nemici. Un famoso gesuita aragonese del XVII secolo, riciclato negli anni ottanta come una guida per i manager, sviluppò una morale della cautela. Più tardi, i due secoli rivoluzionari furono sussunti nel dogma dello sviluppo economico. Mentre le periferie di ogni centro di accumulazione hanno attraversavano il loro labirinto infernale, sono rimaste energie per delle creazioni incredibili, affette dalla dismisura, e un eredità di solide macchine. Per alcuni decenni il futuro si è estinto. E poi vi sono alcune voci e luoghi che lottano per dare una forma positiva, rivoluzionaria, al sentimento universale del rifiuto del mondo così com’è e al desiderio di uscire da questo orrore. Un’uscita, un freno al treno della storia, una exit, che non sia il voler tornare a rinchiudersi in Stati forti a vocazione fascista.
Se il fascismo guidava il furgone nella Ramblas, non è un fascismo straniero, è una perfetta espressione di alcuni affetti dominanti propri di un mondo irrespirabile.

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L’odio ritorna. La sua versione dispotica, nel fascismo islamico e nel suo doppio, che non è l’estrema destra, ma il dispotismo dei mercati capitalisti e la fascistizzazione del suo mondo, fa in modo che qualcuno preferisca parlare di Pace. «Barcellona città della pace». Anche se la pace non si vede da nessuna parte. Il nostro mondo non è in pace. E quando uno non è in pace, è in guerra. Per quanto possa essere intenso l’uso della neo-lingua da parte di una civiltà che collassa. E tutti gli appelli alla pace e alla risoluzione dei conflitti attraverso canali legali e “democratici” sono un tentativo di neutralizzare un conflitto storico che, quando la porta viene chiusa, entra nuovamente dalla finestra. L’odio fu la prima vittima della socialdemocrazia, essendo stato, nelle parole di Walter Benjamin, “il nerbo migliore” della forza del proletariato rivoluzionario.
I ragazzi che hanno desiderato, preparato ed eseguito l’orribile massacro una settimana fa, sembravano integrati. Alcuni di loro avevano, all’età di 22 anni, un contratto a tempo indeterminato come saldatore in una fabbrica. Ipocritamente, ci sorprende la loro volontà di voler distruggere tutto. Hanno odiato la vita che ci si fa vivere. Ci sorprendiamo? La capacità di mentire a noi stessi a volte sembra infinita. Viviamo un tempo di follia senza futuro, sotto i cataclismi assurdi di un’economia che si comporta come una divinità metereologica. Puntare sui rapporti del governo e dei monarchi con l’Arabia Saudita, la cui simbiosi con il jihadismo salafita o neo-islam è stata dimostrata, e che partecipa alla guerra in corso come potere coloniale regionale, va bene, però torna ad essere un problema del fuori, dell’esterno, quando invece il problema è qui, in noi e nella vita che ci lasciamo scorrere addosso. È come guardare il dito che punta alla luna attraverso un cristallo che riflette la nostra miseria esistenziale, rinchiusi in gabbie d’oro, consumati dall’esaurimento, agganciati a schermi di luce blu. Viviamo in una ondata di suicidi e di depressione, assassinii di massa, di stanchezza e risentimento, come dei ratti bloccati in una gabbia a cielo aperto che divorano se stessi fino a morire. Ieri è uscita sul giornale la notizia che nel 2016 ci sono stati 60.000 morti di droga solo negli Stati Uniti. Non è questo un segno di odio e di noia verso la vita che ci fanno vivere?

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Il sentimento di rifiuto di questo mondo cerca una linea di potenza. Questo è ciò che offre tanto l’estrema destra che il neo-islam. Un’arma per uscire di qui. Anche se non vanno da nessuna parte, se non nel rinchiudersi in dispotismi ancora più grandi. Tutto ciò mentre il populismo, così come la socialdemocrazia radicale dei militanti di Podemos e del comune, che sembra aver contaminato l’aria di Barcellona arrivando ad estremi impensabili, nonostante le proprie confessioni di impotenza, vuole governare. “Siamo venuti a mettere ordine” hanno detto l’altro giorno contro il sabotaggio del Bus Turistico compiuto dai ragazzi di Arran! (organizzazione indipendentista catalana) Ma, difficilmente qualcuno andrà a mettere ordine sulla mobilitazione infinita di capitali che trabocca da ogni lato e la cui iniziativa strategica all’interno del gioco così come è, in questi 40 anni di controrivoluzione, risulta essere innegabile. Governare richiede la neutralizzazione del conflitto, come abbiamo visto a Barcellona durante gli scioperi della Metro e della Telefónica e come vedremo per la lotta della casa. “Barcellona, ​​città di pace”. Né la democrazia sociale né la democrazia cristiana, neanche nelle loro versioni radicali, in quanto poli del meccanismo di cattura politica occidentale, potranno risolvere il problema degli attentati, né quello del razzismo, né il problema dell’abitazione, tanto meno quello della nostra vita. La loro attività è gestire questi problemi, la cui eternizzazione corrisponde alla fatua eternità di un presente capitalista senza uscita. Sono i burocrati del disastro – Così come quelli che uccidono e muoiono sulle Ramblas o a Cambrils corrono per schiantarsi su di in un muro pieno di esseri perduti come sono loro stessi. Ricorda il gesto di Andreas Lubitz, il pilota di Germanwings.

Che i podemitas (i militanti di Podemos) e i comuni abbiano occupato una tale centralità in così breve tempo è anche a causa della nostra confusione e debolezza. La nostra, quella dei rivoluzionari, che, per quanto realmente esistenti, raramente troviamo la maniera, persino nel mezzo di un’epoca piena di conflitti, di elaborare e condividere quella forza e quella percezione acuta della realtà che permette di perforarla.

Essere una minoranza non è un problema. Ogni esistenza lo è. Il sentimento dell’unità, già fallito nella manifestazione del sabato, non è durato nemmeno una settimana, anche all’interno di un lutto che già porta di suo. Quello di un mondo che affonda esplodendo in frammenti. È come se la globalizzazione unificatrice avesse già toccato il proprio limite espansivo e fosse cominciato un processo inverso di decomposizione. Nella guerra di tutti contro tutti ogni frammento vuole salvarsi a spese degli altri, come se volesse frenare un processo che in realtà accelera. Brexit, Trump, Putin, Erdogan, Arabia Saudita, Rajoy e gli indipendentisti liberali, ognuno vorrebbe recuperare una totalità perduta e invece accelera una frammentazione che si dà tanto livello territoriale che a quello della soggettività – come ha saputo vedere uno psicoterapeuta catalano figlio dell’esilio e rielaborato in Maintenant (Adesso) del Comitato Invisibile. Tutte le forze agenti sono minoritarie, i partiti politici come le diverse mafie. Diventano centrali nel momento in cui riescono a dare forma a sentimenti e percezioni che, fino a quel momento confusi e ambivalenti, circolano ampiamente. Il vantaggio della concentrazione strategica, durante gli anni 70, di mezzi finanziari e industriali, con i partiti d’ordine e una TV veloce e dinamica, che ha dato consistenza a 40 anni di controrivoluzione, è ancora vivo, per quanto segnato dalla morte. Sono più di 15 anni, quasi una generazione, che non vincono guerre, né le terminano, per il grande caos che generano, e sono capaci di generarne ancora di più, ma credere in una stabilità a lungo termine in un simile contesto è una illusione da psicopatici. Esattamente come le motivazioni di chi pianifica attacchi come quelli di Barcellona e Cambrils. Ad ogni sussulto le crepe aumentano. Come il deserto, un mondo Mad Max tende irresistibilmente ad espandersi.

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L’antiterrorismo è il modo per cercare di governare questo processo caotico. Il risentimento aumenta, il controllo diventa capillare, la polizia occupa la centralità governamentale, anche se si comporta come una banda armata, un cartello dominante a cui prudono le mani, come abbiamo potuto vedere in questi giorni, contro molti minorenni. Negli Stati Uniti è 58 volte più facile morire per mano di uno sbirro rispetto ad un attentato. In Francia, in uno stato di emergenza dichiarato a seguito degli attentati, non solo gli eccessi e la brutalità della polizia sono diventati così deliranti che gli hanno persino dedicato un blog su “Le Monde”, ma è stato anche l’anno più ingovernabile che si ricordi negli ultimi decenni. Non dobbiamo ingannare noi stessi. Il tono combattivo del movimento contro la legge “Lavoro!” sarà la tonalità dei prossimi veri “movimenti” che includano una frazione giovanile. Come è già accaduto nel 2005-2006 in Francia e nel 2008 in Grecia. Come si è visto questa estate ad Amburgo, dove 20.000 robocop, muniti di idranti ed elicotteri, non sono stati in grado di mantenere il controllo della seconda città tedesca. I Mossos, alcuni condannati, applauditi ed osannati sabato nella manifestazione, sanno che non possono fidarsi. Poco dopo una scena simile a Parigi, il grido della enorme testa di corteo selvaggio, durante le manifestazioni che sono durate per mesi, in tutta la Francia, è stato: “Tutti odiano la polizia“.

Come sempre la chiave è nei processi di politicizzazione che accompagnano questi arcipelaghi di rivolta. Cioè, nell’entusiasmo, nell’orientamento e nella consistenza dei divenire che sono stati aperti. Cercare di governarli, ideologicamente, tecnicamente o con le lusinghe significa svuotare la loro potenza e soffocare la loro gioia contagiosa. “Preferisco vivere con l’odio che vivere con la paura”, diceva l’altro giorno Arya Stark. La frammentazione non si fermerà, però possiamo accompagnarla. Possiamo cortocircuitare i desideri dispotici che portano i ragazzi dei nostri quartieri a desiderare di fare un massacro sulla Ramblas, anziché partecipare alla gioia distruttiva della rivolta o alla paziente elaborazione dei mondi. I Sioux Lakotas chiamavano i loro guerrieri suicidi “cuori neri”, figura che risuona in questi ragazzi assassini come se il desiderio di essere pellerossa, già espresso da Kafka, fosse diventato in loro un nefasto desiderio di morte. La plebe che c’è in noi ha sempre intuito, nonostante tutta la propaganda, che la vita capitalistica in ipersorvegliate case fortificate è, alla fine, troppo triste, paurosa e solitaria. “Aiuto, mi derubano!” L’informe forma di vita occidentale sotto attacco è un’illusione dei ricchi. Il mondo ordinato sta implodendo. Il futuro cancellato si disegna come Mad Max, o Mad Max. Accompagnare il processo dall’interno, apprendere con esso, vuol dire accompagnare una politicizzazione che allo stesso tempo pensa strategicamente e combatte, ponendoci nella situazione di tornare a creare dei mondi con le nostre mani. Il tatto e l’odore diventano di nuovo decisivi nella percezione dei fili invisibili che legano frammenti di esistenza la cui potenza cresce. Passano al di sotto degli schermi. Qui e ora, si tratta di: il mondo o niente.

Si compiono 100 anni di una rivoluzione bolscevica che fece brillare il periodo della guerra civile mondiale. Tanto loro quanto gli anarco-bolscevichi in Catalogna sapevano che una rivoluzione non si organizza se non viene evocata. Non creando un’organizzazione che controlla pesantemente ciò che sta nascendo, ma che accompagni la sua crescita, come quella di un essere vivente, imparando e godendo di lei, elaborando le armi e la fiamma necessarie per abitare la terra. Come dissero, finché i conflitti non si intensificano e le forme organizzative non emergono al loro interno, il giornale è il partito. E se accompagnare i processi di politicizzazione rivoluzionaria può a volte finire male, che sia il periodo del “glorioso sviluppo sociale” in Occidente, o l’entusiasmo di un’epoca rivoluzionaria, lo dobbiamo all’odio rosso e alla paura che generò.