Sul riot nel Schanzenviertel. Nessuna dissociazione!

di Karl-Heinz Dellwo*
(dichiarazione rilasciata sul profilo Facebook della casa editrice Laika Verlag il 10.07.2017)

Intanto le immagini hanno fatto il giro nel mondo: in Germania, il nuovo stato centrale economicamente stabile come nessun altro paese dell’emisfero occidentale, durante la grande protesta contro il vertice del G20 è esploso un riot di una dimensione mai vista finora qui e che si pensava possibile solo in altri paesi, quelli con i più grandi problemi di povertà e di migrazioni.
Lo Schanzenviertel di Amburgo bruciava. Negozi e banche sono stati distrutti e saccheggiati. Nella via centrale del quartiere, in presenza di migliaia di persone, è stato acceso un enorme falò alimentato dagli oggetti frutto dei saccheggi. Mentre alcuni davano libero sfogo alla loro rabbia distruttiva, altri si godevano lo spettacolo o almeno lo seguivano, chiaramente in preda alla loro brama di azioni eccitanti.
Mentre gli uni si bardavano per tentare di evitare la loro identificazione, gli altri fotografavano le barricate in fiamme, le finestre e le porte distrutte, quelli che agivano mascherati di nero e anche se stessi. I più stupidi si mettevano anche in posa. Il tutto bastevole per la campagna diffamatoria del giornale Bild e per la caccia poliziesca. Altri si portavano a casa il bottino.
Altri ancora erano nelle strade laterali, non molto lontano da dove c’erano le fiamme e le esplosioni, seduti al bar mentre bevevano o mangiavano qualcosa. Gli stranieri sono stati avvicinati e gli si è offerto cibo e bevande saccheggiate. Mentre lo spettacolo continuava, alcuni partecipanti, a prima vista affaticati ed esausti, facevano insieme un picnic. Nessuno sembrava avere paura degli altri.
Nessuno, almeno nessuno degli attori descritti, pensava alla probabile paura di chi era rimasto in casa. Amici stranieri della rivolta evocavano entusiasti la “grande Comune” che si sarebbe creata per un paio di ore. A chi gli ha ricordato i tre morti dell’incendio durante il riot ad Atene nel maggio del 2010, rispondevano sicuri di sé che qui non sarebbe accaduto per poi dichiarare più tardi, quando altri ancora tentavano di incendiare dei negozi ignorando il fatto che sopra di essi vivessero delle persone: “Non sono più storie nostre. Adesso ce ne andiamo”.
Anche durante il giorno erano stati sferrati attacchi da piccoli gruppi che in diversi quartieri hanno frantumato vetrine e bruciato delle auto. Altri hanno tentato di bloccare le strade a volte in una sproporzione bizzarra: al Jungfernstieg membri di un piccolo gruppo femminista sedevano sulla strada per bloccare dei possibili convogli delle delegazioni dei G20. Erano forse sei o sette ragazze. Come risposta il potere statale ha inviato sul posto due dei suoi idranti high-tech accompagnati da un carro armato e una squadra antisommossa. In una lingua che nel suo ductus e con una voce monotona sembrava ripresa dal film 1984 di Michael Redford, questi strumenti di potere hanno annunciato e chiesto alle manifestanti: “Sgomberate la strada!”, “Eseguite gli ordini della polizia”. Quando la celere si è messa i caschi le ragazze hanno abbandonato il loro piccolo sit- in. In seguito il carroarmato e gli idranti sono tornati indietro alle loro posizioni originarie, come risucchiati per induzione sotterranea.

La strada e la città come territorio statale, non come spazio pubblico: l’espropriazione del pubblico da parte dello Stato sembra quasi totale.

Questi stessi spostamenti degli idranti e delle unità operative avvenivano come guidati da un mano invisibile e si potevano osservare per tutto il pomeriggio intorno allo Schanzenviertel. Solo nella zona della Stresemannstraße e del Neuer Pferdemarkt sono stati spostati da una parte all’altra almeno 8 idranti. In tutta Amburgo ne sarebbero stati posizionati 42. Ogni tanto invadevano la Schulterblatt o la Lerchenstraße nel Schanzenviertel e poi si ritiravano. Soprattutto ciò si libravano gli elicotteri della polizia. Parallelamente alle unità di polizia che si muovevano in formazione chiusa, si aggirava una massa di spettatori , spesso gruppi per lo più composti in maniera del tutto spontanea continuamente alla ricerca dal posto migliore per guardare, che vuol dire anche quello migliore per consumare. Per parecchie ore si potevano vedere i movimenti della polizia che sembrava organizzarsi per circondare il Schanzenviertel e la relativa occupazione. Dall’interno del quartiere continuavano lanci di bottiglie, pietre e qualche razzo in direzione della polizia. Da quel momento hanno deciso ovviamente di lasciare il quartiere a se stesso.

All’interno del quartiere il riot seguiva la sua propria dinamica. Respingere il potere statale ai confini esteriori significava la sua abolizione e la creazione di uno spazio sociale anarchico nel quale ognuno sembrava capace di poter impostare le proprie regole. Alla fine, le azioni venivano influenzate da coloro che hanno avuto più rabbia, più coraggio e, ogni tanto, anche la più grande stupidità. Tuttavia questo spazio di libertà anarchica non può essere detto veramente “libero dalla legge”. In confronto all’ordine dominante della società, la rottura con la proprietà e con l’obbligo di vendita di se stessi è certamente una situazione irregolare, ma trascende anche queste condizioni. Quando l’autorganizzazione è instabile, la situazione contiene in sé la tendenza alla dissoluzione di ogni limite.
Tuttavia i partecipanti, nonostante fossero del tutto inesperti e per questo anche incapaci di rovesciare le strutture sociali, hanno agito insieme alla ricerca di un principio di consenso.
Già a mezzogiorno, un giovane rivoltoso che voleva aprire un negozio Vodafone con un palo di metallo venne preso a male parole da una abitante arrabbiata, quindi mise per terra lentamente il palo come se non volesse fare rumore e trottò via levandosi la maschera. Il riot è la occupazione di un vuoto. Tuttavia, questo vuoto è solo apparentemente dovuto alla mancanza dell’autorità poliziesca o del potere statale; in primo luogo è espressione dell’assenza di convenzioni sociali o meglio di una rottura dell’accordo sociale avvenuta già molto tempo prima ma che diviene visibile come atto reale nel momento in cui il potere statale è assente o combattuto e ricacciato indietro.
Davanti ai supermercati Budnikowski e Rewe, all’esplosione nel grande incendio delle bombolette di lacca e di altre merci di consumo che, sotto la pressione del gas, si infiammano, corrisponde quella dei soggetti folli e danzanti. Per loro era il saccheggio dell’eccedenza nell’apparizione improvvisa dello stato di emergenza della società di controllo che per ore è stato battuto. L’emergere di una libertà perduta, che tutti sapevano essere a breve termine, doveva essere goduto nel suo eccesso.
Non ci sono riot “buoni” o “cattivi” o “brutti”. Il riot è la somma di tutto. Ma soprattutto: il riot è il risultato di un mondo unidimensionale prodotto con la violenza. Tramite la globalizzazione del capitalismo e l’occupazione totale della vita attraverso la società della merce, l’opposizione è apparentemente scomparsa dal mondo. Il potere del sistema – dato cioè dalla combinazione del
“mercato libero”, come unico principio di vita sul quale si devono sostenere reciprocamente le persone, con una tecnologia di potere e controllo nelle mani degli stati e dei gruppi industriali – sembra essere totale, come un buco nero che assorbe e distrugge tutto. In questa totalità basata sulla morte del soggetto si sono incagliate finora le resistenze, decomponendosi e risultando prive di ogni funzione.
Con la vittoria sul suo contromondo, quello del socialismo reale, il capitalismo ha rubato a se stesso il suo ultimo senso, il senso della concorrenza con un’altra forma di organizzare l’economia. Ha stabilito un mondo che gira senza senso intorno alla produzione di merce, che produce enormi masse di merci delle quali nessuno ha realmente bisogno mentre, al contrario, le cose di cui miliardi di persone hanno urgentemente bisogno – per la loro sopravvivenza, per la formazione o la costruzione di strutture sociali, o per poter organizzare liberamente la loro vita – non vengono messe a disposizione o sono bloccate dal sistema stesso. Considerata la sconfitta delle vecchie forme di protesta, come gli scioperi o le manifestazioni – perché ormai prive di efficacia – il riot è ora evidentemente la forma che può ancora sconvolgere le cose e nel quale quantomeno si registra il fatto che l’ordine della proprietà può essere rotto. Per le vecchie forme di protesta c‘è solo il riferimento laconico ai “vincoli” di sistema e l’affermazione che il “libero mercato” è la migliore cura per tutto. Il riot è la rabbia militante impotente contro una condizione di totale dominio del mondo perpetrata attraverso l’espropriazione della vita e la sottomissione strumentale della natura alla macchina del capitale.

Se il riot è anche questo, qualcosa con cui non ci si può del tutto identificare, è anche sbagliato dissociarsene. Perché contiene in se stesso qualcosa che lo eccede e che è da difendere. Coloro che oggi credono di essere in grado di ottenere forzatamente la dissociazione stanno facendo un gioco sbagliato. Il riot, nella sua irruzione anarchica, è evidentemente l’altro lato della medaglia del “libero mercato autoregolato”, che ha prodotto il mondo barbaro nel quale oggi viviamo, anche se nelle metropoli del nord del mondo, le quali assorbono la quota più grande dello sfruttamento degli esseri umani e della natura, tutto questo viene ancora impacchettato gerarchicamente nel lusso.
Tuttavia, nello stesso momento, il riot contiene un potenziale attraversamento e superamento dei falsi valori normativi, da cui deriva la possibilità di vedere nuovamente le condizioni dall’esterno e così guadagnare nei loro confronti di nuovo un minimo di sovranità. Perché questo appartiene alla distruzione del processo dell’emancipazione dell’essere umano dallo stato di gettatezza impotente dell’essere nel mondo il quale – con l’implementazione del capitalismo di mercato in tutto il mondo che vede declinare le vecchie sovranità, prima quella dello stato-nazione, che non è più attuale, e adesso anche l’impero americano – passa al non-soggetto del libero mercato globale che diventa un stato dell’essere che appare come una legge naturale e che per questo non accetta più nessun fuori come base di sostentamento e ci sottomette nel modo più totale mai esistito.
Nel riot brilla l’antagonismo fra il dovere imposto di essere un oggetto consumatore, quindi un idiota integrato la cui interiorità viene strutturata attraverso la riproduzione quotidiana della vita come merce, e un momento nel quale prende concretamente forma l’uomo libero contro un mondo privatizzato, nel quale poche famiglie possiedono tutto e miliardi di persone poco di più della loro nuda vita.
Per questo in realtà è positivo il fatto che finalmente succeda qualcosa, perché per chi è sottomesso a queste condizioni ciò che uccide costantemente lo stato dell’essere è quando non accade mai nulla.
Le immagini più schifose di tutto il vertice del G20 non sono quelle di violenza dello Schanzenviertel, ma quelle in cui sono concentrati tutto il crimine e tutta la infamia umana – pars pro toto – dai tagliatori di mani e lapidatori sauditi al “quando sei ricco puoi toccare ogni fica senza domandare” Trump con l’élite politica europea, tutti riuniti da reciproche dichiarazioni di rispetto ad ascoltare la nona di Beethoven, “l’Inno alla gioia”, mentre fuori si agita lo stato di polizia e chi si ribella deve essere riportato all‘ordine.
Al grande ricevimento dopo “l’Inno alla gioia” mancava solo il portello nel muro come in quel monastero benedettino del “Nome della rosa” di Umberto Eco attraverso il quale, molto simbolicamente, venivano gettati gli avanzi di cibo per i poveri e gli affamati che una grassa ma ben incavata borghesia non era riuscita ad ingurgitare. Questo avrebbe costruito simbolicamente quella situazione vantaggiosa per tutti, cioè la posizione che la Merkel ha espresso nel confronto con le ONG nel suo discorso prima dell’inizio dell’infame vertice, in difesa di un cambiamento reale del mondo. La esigeranno per loro, per chi ha sempre succhiato tutto, la situazione vantaggiosa, che non è nient’altro che il continuo saccheggio della gran parte della umanità e della natura.

Non ci dovremmo dissociare, in nessun caso! Non perché troviamo bello ciò che è successo nel Schanzenviertel, ma perché l’urlo per la dissociazione è fatto in modo fraudolento, rispetto al quale c’è solo da ricordarsi dei migranti che ogni giorno annegano nel mare mediterraneo, mentre contro di loro nel frattempo – con soldi tedeschi e promosso da Sigmar Gabriel – vengono finanziati i signori della guerra libici con l’obbiettivo di far rinchiudere i rifugiati in lager che corrispondono esattamente alle gabbie inumane dei vecchi commercianti di schiavi. Per questo mi piace di più lo slogan nel Schulterblatt: “Ci rubiamo le nostre vite rubate”.

Questo mondo non lo vogliamo. È da lui che dobbiamo distanziarci. Che quelli che si ribellano contro questo mondo siano spesso rudi e ogni tanto anche stupidi e brutali, neanche questo costituisce un motivo di dissociazione. Il soggetto politico-emancipato esiste difficilmente nella realtà della monade consumatrice come forma di esistenza sociale, esso è completamente rovesciato, isolato e senza storia. Commettere degli sbagli fa parte del movimento, se vogliamo cambiare qualcosa, se vogliamo sviluppare di nuovo un concetto di comunismo, di una vita diversa, di una soggettività collettiva e di una vita ancora una volta derivante dall’umano. L’intera vita nel sistema è sbagliata e non c’è nulla da salvare lì dentro. È questo ciò con il quale dobbiamo rompere.
* Karl Heinz Dellwo è un ex militante delle RAF, oggi codirettore della casa editrice radicale Laika Verlag con sede ad Amburgo.