Spigoli

Diario sincopato del NoG20

di Nicoletta Meier

Preso con l’ultimo invito di un progetto

Che si presenta nel nome della verità

You know falling in illusion

Catturati nel sonno della nostra età”

Meno Uno (Berlin)

Domani partiamo per Amburgo. Cose da fare, cose da pensare, organizzarsi, essere previdenti. Non è vero. Non lo sto facendo. Il tempo scorre vischioso e intorpidisce le ore. Continuo a ripetermi “allora, le cose rimaste da fare sono…”, ma il flusso che porterebbe all’azione viene interrotto da un ronzio che ipnotizza. É l’ansia. Ma non esattamente ansia. La verità è che non sto pensando a come andrà il G20. Non sto nemmeno pensando alle banalità del pre-partenza. La coscienza si è infilata esattamente nell’interstizio tra l’elaborazione di immagini future e la ricognizione del presente. Esattamente là, si rotola su se stessa sporcandosi da ogni lato e formando immagini ibride di un manganello che si alza sorpa la mia testa affiancato dal materassino da campeggio da chiedere in prestito alla coinquilina. Esco e vado al supermercato perchè non è troppo impegnativo e sicuramente servirà a qualcosa.

Esco per ritrovare presenza tra i rumori della città.

La Karl Marx Strasse è accarezzata da un lato da una luce calda e dorata, pomeridiana. Camminare al sole mi dà una strana pace, una pace introversa. Can you feel a little love? Cazzo è tardi.

Zero

Non amo la violenza. Soprattutto non amo la violenza degli altri su di me. Per quanto riguarda la mia ho fatto per tanti anni finta che non esistesse, finché non si è presentata sulla scena con un fiotto di sangue che pulsava sotto la tempia, mi ha trasfigurato il volto, specchiandosi rovesciata e implacabile nello sguardo atterrito della vittima.

In generale, ho paura del dolore fisico, ho paura della violenza che potrei subire, se posso evitare situazioni in cui potrebbe accadere le evito.

Eppure da 15 anni scendo in piazza, vado alle manifestazioni pacifiche o meno, autorizzate o meno, attaccate o meno che siano. All’inizio ci andavo con spensieratezza, mi sentivo ancora immortale e pensavo fosse un gioco, poi col passare del tempo è aumentato il nervosismo. L’esperienza accumulata invece di tranquillizzarmi mi ha reso più ansiosa, la paura che mi venga spezzato un braccio durante un arresto, di rimanere schiacciata in un budello durante la fuga da una carica, di ricevere una manganellata in faccia, la paura di rimanere sola in mezzo al caos o di infilarmi nella strada sbagliata.

La paura mi ha suscitato anche rabbia nei confronti di me stessa, mi sono sentita spesso sbagliata in mezzo ad altri che mostravano gioia ed esaltazione prima di una situazione di piazza potenzialmente violenta. L’ho vissuta come una personale debolezza che dovevo gestirmi da sola, come una macchia rispetto alla forza e alla grandezza delle mie convinzioni politiche, un’anomalia da correggere, rispetto alla persona che dovevo essere. Cosi spesso sono scesa in piazza col cuore incartato in gola, alla disperata ricerca di una anestesia emozionale che mi tenesse dritta.

Ingoiavo la paura e con essa tutte le altre sensazioni, e lasciavo il mio corpo procedere passo passo, con la tristezza e il fatalismo di un soldato di cartapesta.

Poi mano mano che gli eventi accadevano l’Io cominciava a riaffiorare, ricominciavo a sentire, sentivo l’anima degli altri intorno a me, e riuscivo di nuovo a sorridere.

Uno (Hamburg)

Appena scesi dal bus è un po’ tutto come in gita con la scuola. Il nostro umore è allegro, non vediamo subito polizia e la città sembra muoversi ignara e rilassata in una giornata come tante. Mangiamo, beviamo, fumiamo, ci passiamo tende e sacchi a pelo attraversando la stazione ingombranti e disorganizzati e distratti, ci dirigiamo verso la casa che ci ospiterà.

Anzi, ci dirigiamo verso il giardino che ci ospiterà, giardino messo a disposizione da adorabili sconosciuti del posto, per compensare la condotta ignobile della Polizei che nei giorni precendenti aveva attaccato e sgomberato i campeggi autorizzati.

Arriviamo in un sobborgo vicino alla zona del porto. Tutto è calmo. If I could have it back, All the time that we wasted, I’d only waste it again. Ragazzini turchi ci passano vicino ridendo. Qualcuno torna da lavoro. Delle donne col velo chiaccherano sedute su un muretto fuori alla stazione della metro. Tutto è chiaro. Case col giardino.

Noi cominciamo a notarci reciprocamente le felpe col cappuccio, gli impermeabili Quechua, le scarpe prese da Decathlon. Ci osservano, ma non troppo. Per non vacillare sotto la spinta dei dubbi e per scacciare l’imbarazzo ci autoconvinciamo silenziosamente di essere degli ordinari eroi del giorno e procediamo verso quello che sarà il nostro luogo della cura, il nostro rifugio sentimentale, la laguna blu. Entriamo a casa degli sconosciuti che ci ospitano e si ci apre davanti quello che chiamerò il Giardino dell’Amicizia.

Zero

Spesso mi sono interrogata sulla violenza. Su quella agita dai compagni e su quella subita ogni giorno. A volte ho pensato che il nostro fosse un vizio borghese. Immagini di quindicenni scandinavi che spaccano furiosi le vetrine di una banca. Mi chiedevo se fosse giusto, se avesse senso. Pensavo a quando ero stata in Palestina e avevo visto i bambini a cui avevano rubato lo sguardo, nelle fessure dei loro occhi di bambini di sei anni era stato trapiantato uno sguardo da uomini, che scrutava beffardo il mio corpo e cercava odio per scacciare la curiosità. Quello sguardo mi aveva ferito, e pensavo a quanta violenza ci vuole per strappare via l’infanzia a qualcuno.

Poi pensavo alle nostre vite, il motorino, la cameretta, l’università, i saldi di fine stagione, il concerto dei radiohead, le cartine lunghe, le cartine corte, le nostre vite anonime e tutte uguali nelle quali ci avevano concesso di sopravvivere tutto sommato in pace. E allora sentivo durante le manifestazioni l’estraneità a delle pratiche avanguardistiche e simboliche. I cappucci neri e i fazzoletti sul volto, l’estetica del conflitto, la separazione tra la propria materialità quotidiana e il proprio agire politico. Senza dare troppo nell’occhio, disprezzavo il blocco nero. Li ritenevo dei pessimi attori nel teatro politico. Degli arroganti privilegiati, espressione di quel settarismo e quell’identitarismo che impediva l’allargamento sociale del conflitto. Pensavo tante cose e mi davo quasi sempre ragione.

Ci sono voluti anni prima che mi accorgessi che nell’armadio avevo solo felpe nere.

Due (Hamburg)

Ore diciassette e trenta, arriviamo in affanno con un’ora di ritardo rispetto all’inizio ufficiale del corteo. Uscendo dalla metro la polizia è già ovunque, mezzi, camionette, blindati, idranti costeggiano ogni strada disegnando linee minacciose di cui non si vede la fine. Camminiamo a passo svelto leggermente distanziati per non dare nell’occhio ma anche vicini per non perderci e capire insieme come muoversi.

C’è tensione, io ho già perso due terzi di lucidità, aspirata da un baratro semi-onirico di memorie traumi e visioni.

Arriviamo in coda a corteo ancora fermo. Saliamo su una balaustra per vedere e capire meglio la situazione. Una decina di migliaia di persone sono ammassate in un via a due livelli che costeggia il lungofiume, nei pressi del Fischmarkt. La Polizia è schierata con uomini e mezzi pesanti sia davanti che dietro, che ai lati, e sembra comprimere non solo i corpi ma anche l’aria. Noi alterniamo proposte agitate sul punto più sicuro dove mettersi per vedere cosa succede, saliamo e scendiamo da scalette e rialzi, tutti spazi in ogni caso affollati e tutti a tiro della celere.

So cosa sta per succedere ma è troppo tardi per andarsene. In mezzo al corteo una macchia nera, diffusa, compatta e poi spruzzate di nero ovunque intorno.

Il corteo si chiama Welcome to Hell, slogan storico della squadra di calcio del Santi Pauli, è convocato dalla scena antifa di Amburgo, gente rude, resistenze politico-culturali vere, gente organizzata nei quartieri che gestisce vite, case, bar, squat, perfino il bellissimo e scintillante Milentor Stadium. Roccaforti di radicalità che accolgono e galvanizzano tutti coloro venuti da tutta Europa a manifestare.

Sprazzi di razionalità non mi aiutano a gestire l’ansia ma solo a chiedermi ossessivamente come gli è venuto in mente di fare il G20 ad Amburgo? E proprio a ridosso dei quartieri della sinistra autonoma?

E soprattutto perché circondano e provocano un corteo incazzato ma ancora fermo al concentramento, in cui non è di fatto successo nulla? Perché sono sempre convinti di poter fare qualsiasi cosa? La chiamano sovranità, e a me non piace. Il monopolio della violenza e quello della paura.

Cominciamo a sentire delle vibrazioni. Da quel momento come una tachicardia la scansione del tempo accelera. I corpi accanto a noi cominciano a spingersi in varie direzioni. La polizia ha caricato a freddo il corteo. Da più lati. La massa di manifestanti ma anche passanti, curiosi, giornalisti, personale medico, comincia a sfaldarsi verso le vie di fuga. L’unico problema è che non ci sono vie di fuga.

I rumori si fanno forti e travolgenti, petardi, getti d’acqua degli idranti, urla.

Noi ci prendiamo per mano provando a seguire il flusso di corpi che scende dalla strada e si riversa sul lungofiume. Caricano anche sul lungofiume. Ho paura e penso che mi farò male.

In quell’istante gli uomini e le donne col viso coperto disposte allo scontro sono i miei amici nell’emergenza. Vorrei che fermassero la violenza cieca della polizia, con tutti i mezzi a loro disposizione. Vorrei che avessero più coraggio di me.

Vorrei non sentire questa infinita morbidezza del mio corpo.

Faccio un appello disperato ai miei spigoli. Alla nausea delle mattine grige e delle notizie orrende sui giornali, alle notti senza sonno né speranza in cui ho sputato fumo dalla bocca, alle case in affitto della mia infanzia dove vivevamo stretti e precari, ai debiti, ai ricatti, ai sorrisi malevoli dietro ogni mio fallimento, ai consigli ipocriti di chi non voleva che abortissi a vent’anni. I keep the wolf from the door, but he calls me up, calls me at the phone. Cerco gli spigoli dentro di me per non sentire questa infinita morbidezza. Stringo le mani degli altri.

Zero

A un certo punto ho compreso che la violenza era una falsa questione. Una questione insidiosa, che portava facilmente fuori strada. Quando ho chiesto una volta ad un mio amico cosa pensasse della violenza lui mi ha risposto “niente, che devo pensare, la violenza c’è”.

Ma il momento in cui ho davvero smesso di interrogarmi sulla violenza è stato un altro.

È stato quando ho scoperto il lavoro.

Il lavoro. Quell’orizzonte a cui la vita intera tende. La cosa che ti completa, che ti rappresenta, che ti realizza, che ti misura, che ti trascende. Il tuo ruolo nel mondo.

Quando ho scoperto la brutalità latente del lavoro, ho capito che la violenza era un falso problema.

Quando ho scoperto il cannibalismo del lavoro, che consuma per riprodurre se stesso.

La costrizione ad andare ogni giorno nello stesso luogo, fare ogni giorno la stessa cosa, per sopravvivere, ogni giorno, tutta la vita. È stato come quando capii che i bambini escono dalla vagina, semplicemente non potevo credere che fosse possibile.

Lavori sempre più alienanti e sempre più desiderati come unica e preziosa forma di acquisizione di dignità. Questa roba mi ha mandato in paranoia.

Ho cominciato a vedere le persone intorno a me sotto una luce strana. Le persone in metro al cellulare, le persone sui social network, le persone davanti alla televisione, le loro relazioni sempre più semplificate, le loro emozioni ridotte ad un algoritmo, la sveglia ogni giorno per andare al lavoro, l’uomo e la donna, i debiti con la banca, il non poter scegliere, mai.

Ho cominciato a vedere l’infelicità, e l’automatismo infernale che ci portava a riprodurla. Welcome to hell. L’era degli zombies. La violenza è diventata solo un’atmosfera.

Tre (Hamburg)

La città ha bruciato fin all’alba. Adesso sono le tre del pomeriggio e siamo di nuovo in strada. Terzo giorno ad Amburgo. Un vortice di sensazioni.

Ieri sera tornati nel Giardino dell’amicizia siamo stati insieme, abbiamo parlato di quello che avevamo vissuto, abbiamo riscaldato l’acqua per fare il thè, ci siamo ripromessi di stare insieme. Sempre insieme. Nessuno lasciato indietro. Ci siamo arrotolati negli abbracci e nei sacchi a pelo. Ho sentito amore, ho sentito che ero dalla parte giusta. Che anzi, la parte, era l’unica cosa davvero giusta di tutta la mia vita.

Oggi di nuovo in strada dalla mattina, blocchi azioni polizia. Senza pensarci troppo. Momenti di sole e di gioia. Alle tre stiamo nei pressi dello stadio. Un agglomerato umano viene costantemente disperso dalla polizia e dopo pochi minuti si riforma.

Come atomi privi di razionalità, che si riaggregano a causa della loro carica elettrica. Le persone non hanno abbastanza paura per tornare a casa. Vengono disperse e si riassemblano come uno sciame ostinato.

Partono gli scontri. Restiamo lì. Come tantissimi altri che non agiscono ma compongono una caotica resistenza passiva.

Alcuni lanciano bottiglie, altri pietre, altri spaccano mattoni per formare blocchi che impediscano ai mezzi della Polizei di avanzare. Tanti altri ancora, la maggior parte, ci mettono il corpo, magari si alzano il cappuccio della felpa per non sentirsi fuori luogo. Altri ancora bevono birra negli angoli di strada. Altri ridono con la faccia dipinta. Caos.

La polizia indietreggia, è completamente disorientata. La folla è ovunque e sono tutti contro di loro. La situazione è liberatoria e la sensazione di pericolo rimane muta sullo sfondo. Now do you believe in rock and roll and, can music save your mortal soul?

Vedo persone normali tirarsi su il cappuccio nero e lanciare con gesto improvvisamente plastico una bottiglia. Mi sorprende. Sono normali. Un secondo prima inoffensivi e vulnerabili. Gente grassottella e con gli occhiali da vista spessi. Ragazze mingherline e bionde. Sbarbatelli, studenti, zoppi, turchi, asmatici, goffi, scoordinati. Mi sorprende. L’élite dello scontro di piazza, la setta degli incappucciati, il blocco nero venuto da lande desolate si rivela luminoso e terribile come una schiera disorganizzata di soggetti inadeguati. Infermi esaltati. Zombies che popolano la realtà quotidiana.

All’improvviso mi rifletto in una vetrina. Ho alzato anche io il cappuccio della felpa. La mia felpa è nera. I miei leggins sono neri. Le mie scarpe da ginnastica sono nere. L’apparizione mi stordisce. Perché sono vestita cosi? Cosa sto facendo?

La risposta è niente, non sto facendo niente, e sono vestita così perché mi vesto sempre cosi. Tutto il mio immaginario politico si infrange in mille piccoli frammenti che riflettono la mia immagine. Cappuccio nero, alle spalle il fumo nero di un incendio, la faccia inespressiva di chi ha perso la memoria.

Zero

Cammino sulla spiaggia sotto un cielo di nuvole rapide. Non vedevo il mare da mesi, forse anni. Ho maturato la convinzione che certe spiagge malandate in giornate di marzo non esistano nella realtà, ma siano invece luoghi della coscienza. Negli ultimi anni ho perso progressivamente fiducia nel concetto di realtà. Ho capito come ogni relazione, ogni rapporto, si dà in modo diverso a seconda del soggetto che la vive. La stessa relazione, lo stesso rapporto. Ho capito che la percezione è una funzione beffarda dell’intelletto. Ricordo ancora il profondo spaesamento provato intorno ai diciassette anni quando a scuola studiammo Kant. Era solo l’inizio. Poi è venuta la tristezza della non corrispondenza. La rincorsa alle qualifiche, le fughe acrobatiche, la militanza complessiva, le aspettative degli altri, le serate mondane, Instagram, la droga. Quanti anni ci vogliono, quanti secoli per comprendere il proprio desiderio di amore e libertà. Quanti millenni per affermarne l’ineluttabile giustizia. Quante ere geologiche per volgere gli occhi alla bellezza. Cammino su una spiaggia mai esistita, la mia faccia è stanca e distesa. Il frammento microscopico di fragile vita che ho addosso è l’unica cosa che ho, e ce ne sono altri miliardi come me intorno. Una scintilla cosmica, un graffio sulla storia.