Mostruosità del riot

Brevi note sul negativo e i danni della sua rimozione

di Donmeh

Una strana sensazione di scetticismo ti coglie leggendo molte cronache e commentari italiani sulla “battaglia di Amburgo” e li metti a confronto con quelli che in questi giorni corrono sulle reti tedesche, sia in quelle di movimento che nelle spire dei media mainstream.

Sembra come se alle migliaia di cittadini amburghesi scesi nelle strade per pulire e riparare i “danni” commessi dai rivoltosi – sono lì come in trance mentre cercano di cancellare l’esperienza notturna, alla quale non mi meraviglierei se qualcuno tra loro avesse partecipato – corrispondano quelle cronache movimentiste dove tutto appare troppo pulito, liscio, senza spigoli. La negatività, le distruzioni “senza senso”, la scissione tra rivolta e società che si moltiplica per mille durante il riot e che ora si riflettono frammento per frammento fin dentro il “movimento”, frammentandolo a sua volta, è come se non fossero mai esistiti, cancellati con un colpo di spugna attivista.

La rimozione del negativo non porta mai buoni frutti. Vi è un lato oscuro della rivolta che se non viene pensato, da noi rivoluzionari, può facilmente ritorcerci contro, andando a costituire un ennesimo limite piuttosto che una possibilità. D’altronde questa è spesso stata la storia di tante rivolte e rivoluzioni del passato.

l’atteggiamento socialdemocratico è funesto perché vuole evitare ad ogni costo i conflitti. Questa paura del tragico evoca la catastrofe.

Heiner Müller

Una rete di locali e negozi “alternativi” del quartiere dove sono avvenuti i maggiori scontri notturni ha scritto una lettera aperta – www.facebook.com/BistroCarmagnole/posts/1451018668300206 – nella quale, tra molta confusione dovuta evidentemente al loro essere infine dei commercianti, difendono il Black Bloc, raccontando che a un certo momento gente ubriaca, machista e fastidiosa ha preso quasi il controllo della rivolta, non solo distruggendo cose “senza senso”, ma mettendo in pericolo la vita delle persone. I “neri”, nella loro narrazione, sono quei guerrieri gentili che sanno cosa colpire e che in certe situazioni hanno affrontato spranghe alla mano la gentaglia che commetteva a ripetizione atti insulsi ma che, alla fine, hanno sovente dovuto gettare la spugna e andarsene da qualche altra parte. Ora i commercianti si sentono depressi perché non solo il g20 nel suo complesso ha danneggiato i loro affari, ma sentono in pericolo la ragione sociale del loro commercio, che è quella di trovarsi appunto in un rinomato quartiere alternativo che adesso rischia di essere ripulito dagli “alternativi”, per cui finiscono la loro lettera dicendo che vogliono che il centro sociale Rote Flora resti lì dov’è, ovviamente con i suoi frequentatori: bourgeoisie oblige.

Il timore del tragico non risparmia la lucidità di uno degli storici portavoce del Rote Flora che in una orribile intervista alla TAZ (http://www.taz.de/!5425733/) parla di “danno di immagine” prodotto da una rivolta fuori controllo. L’intervista è stata da lui stesso richiesta per riparare a un’altra infelice dichiarazione precedente del tipo: “perché non sono andati a fare il riot in un altro quartiere?”, cosa che evidentemente non è stata giudicata politicamente corretta da chiunque. Ma non riesce il nostro, addirittura meno dei commercianti, a fare distinzioni e infine pateticamente dice di prendere le distanze da tutto ciò che è avvenuto di spiacevolmente violento. Il comunicato stampa del Rote Flora è fortunatamente molto più equilibrato.

Vi è allora qualcosa nel riot di Amburgo che merita di essere compreso, invece di metterla sotto il tappeto in quanto “spiacevole”, come fosse uno di quegli effetti collaterali delle operazioni di guerra del nemico. Ma il nemico non era la polizia? Oppure…?

Mi-en-leh indicava molte condizioni necessarie per il rivolgimento. Ma non conosceva momenti in cui non vi fosse da lavorare per essi.

Bertolt Brecht

Il riot è una mostruosità. Per il mondo dominante è un mostro non solo giuridico ma politico, antropologico e infine morale. Mai dimenticarlo. Appena rimuovi questa evidenza, rischi di non capire più nulla e di doverti ricoprire di parole autoconsolatorie o di stupida autoesaltazione.

Vi è da dire che la sommossa, il riot, la rivolta metropolitana, al contrario di quello che la doxa tende a far credere, rende la situazione più limpida, la società nel suo complesso è più chiaramente leggibile. È una delle sue virtù. Per questo, anche per questo, è una sonora stupidaggine quella di chi dice che non è questione di “asticella” della violenza. Lo è, eccome se lo è.

Non è detto che la lettura che il riot ci consegna sia sempre confortevole, ovviamente.

Ad esempio fa comparire in piena luce il fatto che qualsiasi buon cittadino, sotto lo strato di paura e di indifferenza che lo contraddistingue esteriormente nella sua vita quotidiana, cova una rabbia, una negatività, una distruttività che è tanto profonda quanto è superficiale la vita che è portato a condurre nella “normalità” della sua esistenza metropolitana. Certo, solo uno scemo può credere che magicamente il riot trasforma questa creatura metropolitana in un “compagno”. Non appena ne ha facoltà, nel giro di pochi attimi, da vittima può divenire carnefice o da suddito trasformarsi in rivoltoso. Può diventare, senza che ci rifletta su più di un minuto, protagonista di un pogrom razzista così come di una sassaiola nera contro la polizia. Il piacere della distruzione è senza partito.

La rivolta metropolitana, quando coinvolge intere parti di popolazione, disegna direttamente sul selciato non una ma una molteplicità di linee di divisione, ciò che arriva infine a produrre la percezione che per molti dei partecipanti, presunti casuali, non è giusto il regno dei politici dominanti o il capitalismo ad essere individuato come nemico, anzi per loro non è affatto questo il principale bersaglio, semplicemente perché non lo vedono, ma è l’intera configurazione sociale a divenire oggetto di un odio incontrollato. E in questa configurazione non sorprende che sia compresa anche la propria stessa soggettività. Il fronte della guerra civile corre sempre dentro ogni individuo: da I am what I am a I am against what I am.

Alla massa nuda tutto appare come la Bastiglia.

Elias Canetti

Vi è una differenza sensibile tra il riot organizzato e quello metropolitano che eccede qualsiasi forma di organizzazione. Non è poi così difficile distinguerli. Si faccia una veloce comparazione tra le sommosse organizzate che hanno contraddistinto il movimento contro la Legge Lavoro in Francia l’anno scorso e riot come quello che improvvisamente ha preso luogo ad Ambugo oppure quello del 2011 a Tottenham in Inghilterra e se ne avrà un facile saggio. Sono due diverse forme di eccedenza e se la prima lo è in relazione alle forme classiche della politica, anche di quelle di “movimento”, la seconda si contraddistingue proprio per il fatto che, oltrepassata una soglia, eccede il regno della politica per investire quello antropologico. Perciò è del tutto inutile e sterile la discussione ex-post tra militanti e organizzazioni politiche sul prendere le distanze o meno da ciò che è accaduto. Poiché è la sommossa che, scassando ogni argine, ha preso le distanze da qualsiasi cosa. Il che non significa che non contenga qualcosa di “politico” ma che questo è sottoposto a un largo spettro di interpretazioni pratiche, in situazione, che spesso confliggono tra di loro.

L’invisibile polizia della sommossa vegliava dappertutto e manteneva l’ordine, vale a dire l’oscurità. Diluire il piccolo numero in una grande tenebra, moltiplicare ogni combattente per le possibilità contenute in questa tenebra è la necessaria tattica dell’insurrezione.

Victor Hugo

In un caso come quello di Amburgo, non certo unico, possiamo notare che la modificazione nell’atmosfera generale che prelude allo scatenamento della violenza è venuta instaurandosi sia per mezzo del clima di terrorismo imposto dalla polizia, le cui azioni sono sempre odiosamente costituenti, ma poi anche grazie alle azioni eseguite da gruppi di militanti e in particolare del gesto compiuto dal Blocco Nero, i quali hanno impregnato l’aria di una controviolenza che ha fatto sì da far cadere quelle inibizioni che sono tipiche del cittadino qualunque. Una volta che la linea nera abbia traversato la città bruciando e tirando giù vetrine, le cataratte sono aperte. Respirare il fumo nero della rivolta eccita gli spiriti. Tutti i presenti hanno scorto così una possibilità. Perché un altro elemento del riot è quello di permettere una presenza che normalmente è interdetta. L’opacità dei rivoltosi è solamente il segno che non c’è alcun “soggetto” in campo – spiacenti, niente “soggetto rivoluzionario” – ma è la dissoluzione di ogni soggettività a permettere la presenza sensibile dei corpi. Cosa potranno divenire questi corpi è indecidibile durante la rivolta generalizzata. Ciò che è certo è che questi corpi per una notte sono evasi, evasi dall’Io.

È una delle caratteristiche determinanti di una società che esita sulla soglia della guerra totale il fatto che la pratica sia ampiamente convertita da prassi di produzione sempre più in prassi di distruzione (ma anche in prassi di lotta illegale contro i detentori del potere).

Walter Benjamin

E nei presenti c’è di tutto: il ragazzino proletario che sente scorrere oscuramente nel suo sangue la storia dei vinti, scatenando la sua sete di vendetta, oppure il suo professore, investito da una forza selvaggia che aveva fino ad allora creduto fosse qualcosa che esisteva solamente nei libri, oppure il giovane hipster, che finalmente vede l’occasione di fare una vera esperienza a fronte della falsità di cui si nutre nella sua miserabile esistenza, e tuttavia non resiste all’impulso di farsi un selfie in mezzo alle macerie e agli incendi di tutto quello che lui pensa di amare. O persino l’impiegato modello che per una notte perde ogni freno inibitorio e desidera solamente compiere tutto quello che la sua esistenza sociale gli vieta.

È il Bloom, il cittadino qualunque, il quale, una volta che abbia percepito di trovarsi in una zona polizei-free, non concepisce la “libertà” se non come libertà di rubare, di distruggere, di profanare tutto ciò che normalmente rispetta. Per lui distruggere una banca è uguale a devastare qualsiasi cosa che rappresenta la sua vita, quella alla quale sa che tornerà una volta che la rivolta si sia esaurita. Il Bloom, pur se confusamente, durante il riot sa che la vita che conduce è falsa, meschina, priva di senso e merita di essere devastata. Qui però sussiste anche la sua grande possibilità, quella che abbandoni la sua vita di merda e, chissà, la prossima volta lo vedremo nei ranghi del Black Bloc oppure diverrà un franco tiratore nel suo ambiente, un traditore della società della merce autoritaria. E di se stesso in quanto nulla. Oppure no, trasformerà l’evento in esperienza vissuta e tornerà tristemente soddisfatto a ruminare nei pascoli metropolitani.

L’uscita dal Bloom non sarà sociale.

Tiqqun

Da tutto questo ne deriva la considerazione logica che quella zona non è stata incontrollabile solamente per la polizia e il Governo, ma anche per i militanti e per i rivoluzionari. E in questa ingovernabilità tutti, poliziotti e rivoltosi, fanno mostra di un comportamento ambiguamente anarchico. I poliziotti sono ubriachi di potere, quanto i rivoltosi possono esserlo percependo l’assenza di ordine o, più prosaicamente, per via del gin di cattiva qualità che hanno saccheggiato dal supermercato nel quale fanno normalmente la spesa. D’altra parte anche i poliziotti sono dei cittadini qualunque, dei Bloom come gli altri, cosa testimoniata dal festino alcolico-pornografico di cui si sono resi protagonisti ben 300 agenti della bundespolizei in trasferta per il g20.

I soli protagonisti che hanno cercato di mantenere una certa lucidità sono i militanti e chi ha preso la decisione politica di confondersi nel nero. È per questo che l’invito stampato sui manifesti di Amburgo – join the black bloc – ha senso. Forse il solo invito sensato tra i cento altri affissi sui muri. È come dire “sii consapevole”, “agisci pensando”, “cura le amicizie”, “sii presente a te stesso”. E così, in questa tempesta di vetri e di fiamme, avvolti nel nero, dentro una zona di non-diritto, presente tra i presenti, le condizioni sono date perché tu possa persino essere raggiunto dall’infallibile proiettile di uno sguardo incendiario, che amerai.

Il riot mette a nudo la semplice questione dell’intollerabilità della vita metropolitana e fa segno alle possibilità di oltrepassarla. È una forma di verità, dunque, che illumina la nostra vita. Farne buon uso è uno dei compiti epocali dei rivoluzionari.