Terrorismo sovrano

di Marcello Tarì

Bisogna avere fede ed esplorare ogni spazio siderale.
Abolire l’aldilà. Così ti stringo forte e grido Amore.
Cerco il Bene nell’orrore e l’Eterno nell’età.

                                              Baustelle, Radioattività

  • α

Il più grande merito del saggio di Donatella Di Cesare, Terrore e modernità, è quello di riuscire a far passare all’interno di un ampio pubblico, il libro appare infatti in una collana di Einaudi dedicata alla divulgazione, una verità inconfessabile: “[…] «terrorismo» è un’etichetta governata dallo Stato, un termine di cui lo Stato ha il monopolio, come ha il monopolio della violenza, è un marchio garantito, una denominazione d’origine controllata. In tal senso «terrorismo» si rivela il nome di una strategia politica e poliziesca” (p.53). Se tutti coloro che si trovassero a leggere questo enunciato ne tirassero le conseguenze pratiche, il governatore dell’etichetta avrebbe le ore contate. Un’altra conseguenza logica di quel postulato, il quale indubbiamente affina la nostra percezione dell’epoca, è che il nome antiterrorismo nomina l’operazione per cui è lo Stato stesso a far esistere il suo oggetto, il terrorismo cioè; la sua strategia in questo modo si rivela come un’eccezionale strumento di governamentalità perché lo Stato, ci dice Di Cesare, è nella sua essenza esposizione della sovranità e allo stesso tempo amministrazione del terrore verso i cittadini.

Uno degli effetti oggi maggiormente tangibili di questa strategia di governo consiste nella cosiddetta “militarizzazione del vita quotidiana”, la quale non sta nel fare di ogni cittadino un soldato, non consiste nel mettergli un mitra in mano e nemmeno nel farne un informatore consapevole, al limite non è nemmeno l’esercito nelle strade, il quale ne è piuttosto il lato spettacolare – servono a cosa i due soldatini sonnecchianti che incontro scendendo le scale della metropolitana?

 lo Stato, ci dice Di Cesare, è nella sua essenza esposizione della sovranità e allo stesso tempo amministrazione del terrore verso i cittadini.

Ciò a cui mira la strategia è piuttosto l’accettazione molecolare dell’ordine vigente da parte delle popolazioni. Conquistare o almeno occupare i cuori e gli spiriti rimane, nonostante tutto, la bussola di ogni operazione politica e quindi, per lo Stato moderno, immediatamente poliziesca.  Questa operazione si traduce nel fatto che i due attuali attori del «terrorismo» – i fanatici dell’Apocalisse di Al Quaida o Daesh e gli apocalittici che governano l’Occidente – impongono a tutti la loro verità, che funziona come una legge transnazionale, e cioè che il solo conflitto possibile, la sola guerra che vi è da combattere, sia la loro. A prescindere di chi sei e da come vivi, la sola questione sulla quale puoi legittimamente prendere partito e schierarti è quella in cui si guerreggia asimettricamente tra partigiani dello Stato occidentale e partigiani della jihad globalizzata. Insieme formano un dispositivo quasi perfetto.

Un’altra delle conseguenze del suo funzionamento, per noi rivoluzionari quella più problematica evidentemente, è che sono tutti gli altri conflitti ad essere passibili di essere criminalizzati, in quanto fuori-legge per l’appunto. Come sostiene il Comitato Invisibile nella sua ultima fatica: “Bisogna che accettiamo il fatto che la lotta, in questo mondo, è essenzialmente criminale, poiché tutto è divenuto criminalizzabile” (Maintenant, p.120). Lo vedete bene, non solo chi partecipa a una qualche manifestazione determinata ma chi aiuta i migranti ad arrivare o a fuggire, chi si schiera con gli indiani Dakota contro la distruzione delle loro terre sacre, chi vuole curare qualcuno al di fuori della medicina governamentale, chiunque pensi e compia un autentico gesto di secessione dal presente è un criminale.

Stato del terrore e organizzazioni parastatali come l’Isis condividono invece quell’essere fuori e dentro la legge che contraddistingue quel debole stato d’eccezione che permea ormai da tempo la nostra vita quotidiana. I loro illegalismi sono rivendicati pubblicamente come strumento di governo, di messa in riga del mondo, mentre, certo, non fanno che deformarlo.

Come sempre l’obiettivo dei dispositivi di governo è quello di neutralizzare ogni altra possibile presa di partito, qualsiasi cosa si presenti come anomalia nel suo funzionamento operativo.

Ogni cittadino, confrontato a questo scenario, così diviene inconsapevolmente a volte un soldato, a volte un terrorista, a volte un informatore e più spesso una vittima,  ma sempre all’interno della strategia consapevole del dispositivo Stato-terrorismo. Cosa significa, ad un livello medio dell’esistenza sociale, che la popolazione possa accettare questa militarizzazione della vita quotidiana?

Ad esempio che si impegni nella difesa della forma di vita che uniformemente gli è data da vivere nelle nostre metropoli. È successo già molte volte, anche in Italia, seppur in termini più astratti, vista l’assenza di una vera minaccia, che in molti, un arco di soggettività metropolitane molto ampio che può andare dall’anarchico all’hipster passando per l’ultras e l’impiegato modello, si siano sentiti in dovere di difendere il proprio diritto a godersi l’aperitivo nel quartiere gentrificato, a partecipare agli eventi consumistici più tipici della nostra civiltà o la semplice esposizione di sé nel teatro della valorizzazione. L’urlo del cittadino metropolitano “Voglio continuare la vita come era prima, continuare a fare le stesse cose che facevo! Questa è la mia libertà!”, riassume molto bene sia cosa si intenda per libertà nell’Occidente liberale che l’effetto di soggettivazione del dispositivo Stato-terrorismo.

La lotta per difendere la forma di vita del mondo-così-come-è – ovvero il liberismo esistenziale –  allora prende quasi impercettibilmente il sopravvento su quella per crearne di nuove. Lo jihadista non è altro che l’altro polo del dispositivo che, reagendo chimicamente, crea lo spazio di soggettivazione perché quello venga alla presenza.  Il conflitto di civiltà in questo modo si riduce a ciò che effettivamente è: uno scontro tra due interpretazioni del nichilismo che impregna i cieli deserti della nostra epoca.

Il dispositivo vince, nel momento in cui i soli conflitti presenti nel mondo sono di questo genere, oppure perde, quando un gesto interrompe il suo funzionamento e dentro questa sospensione compaiono i veri conflitti, le vere divisioni. Non perché gli effetti degli altri siano falsi, ma perché lo sono di una falsa contrapposizione, generati da una menzogna planetaria.

In questo senso la vera guerra emerge solo nell’interruzione della temporalità del terrore che è la stessa di quella del Governo. E questa interruzione non ha nulla a che fare con la “sicurezza”, di Stato o autogestita, ma con la possibilità di rompere quell’interdizione a fare un’autentica esperienza del mondo e di sé che il paradigma securitario prevede e impone come regola della convivenza sociale e ciò si fa rischiando, insieme ad altri, il contatto sensibile, esistenziale, singolare con ciò che di vivente resta in questo mondo e in noi stessi. Mi dispiace, ma non saranno delle ronde col braccialetto rosso a poterci salvare dalla catastrofe che comunque un qualsiasi evento bloomesco di massa già di per sé testimonia e approfondisce.

Potrà essere un caso o meno ma, mesi fa, con degli amici francesi si notava come il solo periodo in cui non ci sono stati “attacchi terroristici” nel loro paese sia stato quello dei mesi di rivolta contro la Loi Travail nel 2016. Sembra quasi una regola, quando il popolo è nelle strade e la gioventù si ribella a partire dalle vere questioni, quando si rovescia lo stato d’emergenza e i dispositivi di sicurezza girano a vuoto, il Governo non governa e il terrore si ritrae: il dispositivo è sospeso.

la vera guerra emerge solo nell’interruzione della temporalità del terrore che è la stessa di quella del Governo

  • β

Altre due questioni interessanti che Donatella Di Cesare tratta nel libro sono quella del “disordine plurale” e della progressiva indistinzione tra dentro e fuori, interno ed esterno.

Di Cesare scrive, molto opportunamente, che l’analisi di Zygmunt Bauman sulla modernità liquida è insufficiente se non proprio fuorviante, poiché mettendo l’accento solamente sulla fluidificazione del reale, trascura altri suoi aspetti che invece presentano “rigidità, resistenze, attriti” (p.13). Ed è a questo punto che lei parla di caos globale, del disordine plurale che ha sfigurato il vecchio mondo. Ciò che disordina il mondo non sono i cambi di governo, evidentemente, ma queste resistenze e rigidità le quali però possono essere di segno diverso e niente assicura, anzi, che non siano i fascismi o gli egoismi ad esserne i maggiori protagonisti.

Trovo però che il concetto di frammentazione sia più utile di quello di disordine per comprendere e agire in questa realtà senza più un centro, un significato e un ordine unificanti. È come se questo ordine globale, del quale tanto si è parlato negli scorsi anni, una volta calato sui mondi abbia provocato, con la pesantezza della sua presa su di essi, un innumerevole messe di crepe, di incrinature, di fratture che infine danno a vedere un mondo entrato in un processo interminabile di frammentazione. Ma, attenzione, è un processo iniziato oramai da un secolo a questa parte: “Non viviamo in un mondo in distruzione, ma in un mondo stravolto. Tutto tintinna e cigola come l’attrezzatura di un veliero cadente”, diceva Kafka a un suo giovane amico al principio degli anni ‘20. L’Ottobre rosso del ‘17 provò a opporsi a questo stravolgimento e a riparare  il veliero: non vi riuscì.

La leopardizzazione del reale, d’altronde, non la vediamo ogni giorno all’opera nel lavoro, nel diritto, nella guerra, nella vita individuale, e anche nel tempo? Ogni cosa ha perso non solo la sua unità ma il suo fondamento e questo è un dato metafisico, oltre che storico. Reiner Schürmann lo aveva già diagnosticato un paio di decenni or sono: le egemonie sono in pezzi, il soggetto anche e così i fenomeni divengono singolarità selvagge che si muovono a diverse velocità in un mondo an-archico. E i maggiori sforzi di chi governa sono volti a occultare con qualsiasi mezzo questa situazione di fatto, questa verità.

L’iper-violenza dello Stato occidentale quanto quella dei «terroristi» risponde, o meglio corrisponde a questa perdita di fondamenti che è allo stesso tempo una perdita di legittimità. In questo senso ha ragione Di Cesare nel mostrare che il fine che gli jihadisti perseguono non è una lotta contro la sovranità, bensì è una lotta per riaffermarne una di tipo teologico-politico, quella che la modernità avrebbe inteso cancellare, sebbene ne restino tracce e frammenti, ad esempio in una istituzione insospettabile come la polizia o negli arcani dell’economia. Sia lo Stato che i «terroristi» sono atterriti da questa frammentazione, vorrebbero riportare ogni cosa al suo “principio”, al suo ordine, alla sua unità. Gli uni e gli altri sono diverse sfaccettature del vecchio ed esangue potere costituente, cioè della sovranità in movimento,  in corsa verso la sua implosione. E infatti, più cercano di unificare e più il mondo si frammenta. Più potere costituente vogliono e più ogni cosa si dissolve o viene destituita. Volevano costruire l’Impero postmoderno e hanno ottenuto il caos geopolitico, volevano un nuovo ordinamento costituzionale e si è prodotto la fine di ogni ordine giuridico, volevano la pacificazione e ciò che hanno avuto è la rottura di ogni tipo di patto sociale. È per questo che si è tornati a parlare di guerra civile mondiale, non certo per un qualche vezzo schmittiano o arendtiano.

Ogni cosa ha perso non solo la sua unità ma il suo fondamento e questo è un dato metafisico, oltre che storico.

È evidente, almeno così ci pare, che per i rivoluzionari la frammentazione è un’occasione e non qualcosa da respingere inorriditi o da contrastare per mezzo delle moderne, e impotenti, credenze universaliste. Altrimenti chi ne farà uso saranno i nemici di sempre: fascisti, teocrati, razzisti, poliziotti di varia natura.

Intendere la frammentazione per un divenire rivoluzionario significa ripetere il ragionamento che Walter Benjamin fece parlando di Kafka, cioè che la vera grazia sta nell’incompiutezza: nel frammento può risiedere la vera perfezione perché il suo essere così impedisce alla Legge di manifestarsi compiutamente. Il comunismo non è pensabile come una totalità unificante che si imporrebbe a sua volta sui mondi, bensì come l’arte della coesistenza dei frammenti, che è anche dire dei loro conflitti quanto della costruzione paziente dei passaggi, dei cammini, dei ponti per far comunicare un mondo con l’altro, un frammento con l’altro. Infine un divenire forma-di-vita di ciascun frammento che così raggiunge la propria, transeunte, perfezione.

Per ciò che riguarda invece la questione dell’interno e dell’esterno che secondo Di Cesare non tanto si indistinguono ma entrano in un processo nel quale tutto diviene “interno”, tutto è solo “dentro” – “l’esteriorità si è dissolta” (p.13) –  a me sembra invece che sia il contrario che tendenzialmente si avvera. Tutto diviene esteriore, ogni cosa è fuori di sé, non avendo più fondamento e unità appunto, e così si determina un approfondimento di quello che in altri tempi veniva chiamata alienazione. O forse sarebbe meglio dire estraneazione. In un mondo privo di interiorità, il fuori non è più il luogo dell’utopia né dell’alterità, bensì quello della ferrea normalità del dominio, il presente come esteriorità assoluta. Estranei a sé e agli altri, oltre che al proprio lavoro e ai propri luoghi, questa sembra essere la cifra dell’esistenza metropolitana. Il mondo impazzito nel quale viviamo è così perché è un mondo che ha perso se stesso. Il mondo è fuori dal mondo, ed è inabitabile. L’abitazione è divenuta piuttosto un luogo digitale, come la soggettività e come persino l’amore. Eric Schmidt, il signore di Google, in una riunione del World Economic Forum, alla domanda sul futuro di Internet, ha potuto candidamente rispondere che “l’Internet scomparirà”, poiché “diventerà inseparabile dal nostro essere (…) sarà sempre parte della nostra presenza”. È il divenire infrastruttura degli esseri i quali, per diventare canali conduttori della loro merda, devono svuotarsi di qualsiasi interiorità, evidentemente.

La guerra stessa, si pensi ai droni, viene concepita dai governi e dai generali come qualcosa di radicalmente esteriore: dopo essersi trastullato con il joystick, bombardando un villaggio a decine di miglia di chilometri di distanza, l’aviere senza aereo torna dalla propria famiglia, cioè a pochi metri da questa caserma che assomiglia in verità ad un centro commerciale. A fronte di questa “realtà” è possibile credere che il vantaggio del jihadista sia nel fatto che questo quantomeno cerchi di ricostruire un’interiorità che è anche una forma di appartenenza, ma è anch’essa vuota ed esteriore come possiamo facilmente ricavare dalle cronache che ci raccontano di cose come la “radicalizzazione su internet” dei militanti jihadisti o nell’appartenere del “terrorista” a una comunità globale composta da estranei. Potremmo dire che è un’interiorità costruita dall’esterno, esattamente come quelle occidentali. Entrambe, alla fine, deludono.

A noi resta dunque il compito di costruire non solo un’interiorità degna di questo nome, ma anche un fuori che sia politicamente abitabile. Uscire da questo mondo, per riaffermare la realtà dei mondi. Distruggere le condizioni di possibilità di questo mondo, il capitalismo, e costruire mondi sono elementi di uno stesso gesto. Elaborare delle forme per vincere sull’apatia e sulla dittatura della paura: liberare i luoghi dagli ostacoli che ne impediscono l’abitabilità significa creare lo spazio e il tempo perché le forme appaiano. Ma per permetterne l’apparizione  bisogna sospendere il presente, mettere fine al suo continuo ronzio, annientare il nulla.

Ciò che forse resta per noi da comprendere è che anche riparare la nostra interiorità non vuol dire ricercare l’unità perduta del sé, ma l’accettazione di essere noi stessi composti da frammenti i quali ci appariranno in un primo momento forzatamente come caotici, come lacerti privi di un qualsivoglia senso e tuttavia, se facciamo attenzione e guardiamo alle nostre vite per quello che sono, continuiamo a chiamare individuo una creatura che si è storicamente costituita attraverso incontri, esperienze, affetti, racconti, preghiere, canzoni, odori, colori. Oppure separandosi da essi. È dunque nella paziente costruzione o scioglimento dei legami tra i frammenti che ci costituiscono e ci disfano e poi facendolo con altri aggregati, umani e non umani, che possiamo dargli una forma, la forma di una vita comune. E il comunismo è da sempre il desiderio e l’arte di dare una forma alle comunità, una forma che risuoni di giustizia.

  • γ

In questo profluvio di analisi, previsioni o storicizzazioni dell’Altro che riempie l’infosfera, in questa chiacchiera continua sui musulmani o su qualsiasi altra cosa di cui non sappiamo quasi nulla, ciò di cui si dimentica chez nous è quanto e come, ancora oggi, le potenze religiose nostrane siano ancora attive – si pensi al legame tra il protestantesimo e il “rigore” economico-politico di paesi come la Germania – e di quanto lo stesso capitalismo sia una religione, un culto molto particolare, come Benjamin scrisse in degli appunti ancora troppo poco considerati in ciò che contengono di strategico. Mario Tronti  ha potuto in questo modo fatto notare maliziosamente che questa distrazione in realtà è una distrazione su noi stessi: “Religione e politica sembra oggi un tema piuttosto extra-occidentale. Ma non è così; credo che dobbiamo trovare una misura, una sobrietà, sul tema, nel senso che dovremmo occuparci di ciò che siamo, di ciò che ci riguarda, più che occuparci di come dovrebbero essere gli altri” (in M.Cacciari, M. Tronti, Teologia e politica al crocevia della storia, corsivi suoi).

Muntzer contro Lutero resta ancora un’indicazione precisa e preziosa in questo senso. Se una guerra, una guerra di religione, deve essere combattuta qui e ora dai rivoluzionari, in questo Occidente, non è quella dei secolarizzati contro gli islamici fondamentalizzati, dei bevitori di aperitivi contro i moralizzatori o dei partecipanti ai rituali massmediatici contro gli asceti provvisti di cinture esplosive,  bensì quella degli eretici contro i legislatori dell’anima e del corpo, quella dei senza nulla contro i padroni e i signori del mondo, quella della forma-di-vita contro l’informe spettralità dell’ordine del terrore. La sovranità, di qualunque colore sia, deve essere destituita. È così che si apre la strada del Bene nell’orrore.

il comunismo è da sempre il desiderio e l’arte di dare una forma alle comunità

E il libro di Donatella Di Cesare si chiude infatti proprio su questa questione, per noi la più cruciale, la sola che, correttamente posta nella pratica, ci permetterebbe di uscire definitivamente dalla morsa del dispositivo del terrore sovrano:

“Nell’erranza globale, che non ha risparmiato la sovranità, che l’ha resa fluttuante, piuttosto che cercare artifici, protesi, supplementi, non senza violenza, non senza colpi di forza, non senza terrore, occorrerebbe invece rinunciare in modo incondizionato e definitivo a ogni sovranità”.