Come una variazione della rivolta: prendere cura

di Josep Rafanell I Orra

Apparso su lundimatin#104, il 15 maggio 2017

 

Josep Rafanell i Orra è psicologo e psicoterapeuta e opera da più di 20 anni nelle istituzioni di cura e di lavoro sociale. Anima un seminario nei  Laboratoires d’Aubervilliers  attorno alle pratiche di cura e dei collettivi. Le sue ricerche si pongono all’incrocio di una politica situata e della presa di partito contro le macchine di gestione statale e di integrazione all’economia. Il suo ultimo libro è En finir avec le capitalisme thérapeutique per le Editions La Découverte (2011).

’(…) devo lasciare alle cose il tempo di fare il lungo tragitto che mi separa da esse’
Samuel Becket, Malone muore.

Prima che il mondo diventasse Uno e che il Soggetto si imponesse come la triste figura dell’autonomia, sembra che la cura e la guarigione fossero un affare di rapporto tra dei mondi. Diciamolo altrimenti: non si pretendeva e ancora non lo si pretende in molte contrade ai margini del mondo, di curare dei soggetti portandoli verso l’abisso dell’introspezione, né dei mutilati disadattati verso il riadattamento al mondo così com’è. La cura forse non è nient’altro che prendersi cura delle relazioni all’interno di mondi in fase di realizzazione. A nostro rischio e pericolo, tutti possono farlo.

Un vecchio terapeuta ci dice: “I medici sanno che distanziando lo sguardo si permette la nascita di qualcosa, dal nulla”. Deviare lo sguardo verso il nulla non è altro che il momento inaugurale che ci orienta verso il mondo che bisogna creare. Processo d’instaurazione di un mondo con le sue figure, i suoi esseri invisibili, le sue nuove percezioni. Riconfigurazione delle forme della sensibilità. Riparare il mondo.

In fin dei conti, quando qualcuno vi domanda aiuto bisogna deviare lo sguardo verso un punto che si trova altrove, più che dentro lui stesso. Altrove, o all’interno di se stessi. Se la cura è un gesto d’ospitalità allora le domande: chi sei? da dove vieni? ci conducono irrimediabilmente ad altre domande: dove sono? A quale mondo appartengo? Ma lo sappiamo ancora, dove siamo, nel mondo totale in corso di spopolamento?

La domanda non è, quindi, chi è questo paziente, quali sono i suoi processi psichici (come se questi potessero esistere prima che ci si incontrasse) ma piuttosto: nel mondo in cui abito, ho un mondo da condividere con lui? Come saremo trasformati dalla relazione che potremmo stabilire a partire da dei mondi che bisognerà ricreare…? È necessario che io parta dai brandelli di mondo nel quale mi è dato di abitare, con i suoi esseri, i suoi fantasmi, le sue entità concettuali, estetiche, cosmologiche…, per potermi rivolgere a qualcuno, per produrre un discorso, per fabbricare una parola vera. Che significa, qui, una parola vera? Una parola che ha il suo proprio regno d’esistenza, che instaura un tragitto, degli effetti di verità o di conseguenze nei mondi che abitiamo.

Non c’è alcun bisogno di fare qui grandi digressioni etnografiche per ricordare quello che abbiamo appreso dall’etnopsichiatria contro la psicanalisi: che la guarigione è un affare collettivo, la messa in relazione degli esseri, tra i quali vi sono degli esseri non-umani. La cura non è altro che una etopoietica.

“Si tratta del tema già evocato da Socrate nel Fedro (…): dobbiamo scegliere la conoscenza degli alberi, o piuttosto quella degli uomini?”. Si sa quale fu la sua scelta, Michel Foucault inscrive questa interrogazione nella costituzione di un rapporto di sé a sé in quanto esperienza specifica della tradizione occidentale. Lo spagnolo ha una parola per descriverla: ensimismarse, assorbirsi in se stesso.

L’esperienza di un rapporto di sé a sé, che il soggetto può provare attraverso se stesso (conosci te stesso), o attribuire agli altri, è guidata da una cura particolare della conoscenza, legata alla pratica del soggetto sotto il modo del ritorno su di sé o della conversione a sé (che è anche un autogoverno, un pensiero delle cause, una politica del fondamento).

Ma sono i filosofi cinici, ci dice Foucault, che introducono una complicazione che interessa particolarmente una politica decentrata del soggetto. In relazione alla conoscenza attraverso le cause e le loro conseguenze, si pone la questione della conoscenza di quello che è utile. E ciò significa soprattutto il fatto che il mondo è un habitat comune in cui gli uomini sono riuniti per costituirsi in comunità.

Non si tratta allora di un esame di coscienza, né delle cause e dei loro effetti ma di mettere in questione il mondo: gli altri uomini, gli dei, le cose… Un’altra modalità di sapere, un sapere relazionale, in cui si prendono in conto, qui e ora, gli dei, gli altri uomini, il kosmos, il mondo, le cose, gli esseri non-umani… Noi siamo quello che sono le relazioni tra le cose del mondo e dopo veniamo noi.

A quale mondo appartengo? Ma lo sappiamo ancora, dove siamo, nel mondo totale in corso di spopolamento?

È in questi rapporti che un altro sapere, diverso da quello delle cause o da quello dell’esame di sé, potrà dispiegarsi. Quello che bisogna conoscere sono i modi di relazione, le maniere di fare in questo habitat “comune” (un ethos).  Le trasformazioni che accadranno al soggetto costituiscono allora una etopoietica: è attraverso le maniere di rendere abitabile il mondo che un’altra conoscenza di sé può avvenire. Si può dire allora che c’è un sapere utile, in rapporto al sapere inutile, ornamentale, senza effetti per l’essere nel mondo: « la conoscenza di sé non ha per nulla cominciato ancora, almeno a questo livello di elaborazione, a diventare quella decifrazione dei misteri della coscienza, quell’esegesi di sé, che vedremo invece svilupparsi in seguito, e precisamente a partire dal cristianesimo». E nei suoi prolungamenti laici. Un’etica del soggetto deve articolarsi a una etologia della soggettivazione.

La cura è una maniera di ripopolare il mondo di nuovi rapporti, di tenere a degli affetti, di impegnarsi in dei mondi da fare, contro lo pseudo-mondo dell’osservazione maniaca di un sé  asfissiato dalla moltiplicazione di relazioni senza mondo.

Nei gesti di cura si dovrebbe sempre ricorrere a quello che fu uno degli adagi più celebri delle rivolte dell’ultima primavera: “Il mondo o niente”.

Non si trattava di curare solamente i corpi feriti dalla polizia ma di prendersi cura di una situazione

Avete mai visto qualcuno più sinistro di uno psicanalista, di meno allegro, di così poco vivo, di così vicino a un dotto prete pieno di ritegno e di retro-pensieri?  È semplicemente perché pretende di non avere mondo. E di avere a che fare solo con dei soggetti. Di non c’entrare niente con quello che accadrà. Tutto succede nella psiche dell’altro del quale non è che il riflesso su di una superficie incomprensibile. Perché in Francia la psicanalisi resta indistruttibile malgrado il suo anacronismo, malgrado la crescita dei neo-psichiatri produttivisti dello sviluppo personale, delle competenze e del riadattamento che cominciano a rosicchiare parti sempre più importanti del mercato istituzionale? Il fatto è che la Francia, grazie alla Rivoluzione Francese, non è mai uscita dalla logica divenuta poi congenita della sovranità (il popolo, la Nazione, la rappresentazione, gli individui sovrani…). La psicanalisi non è altro, in fondo, che una scienza di Stato, un po’ antiquata senza dubbio, anche quando si vuole di “sinistra”, ma che nondimeno resta una tecnologia di governo. Malgrado le porte aperte dalla fabbrica dell’inconscio, che essa non ha mai cessato di richiudere, in un double-bind  paranoico-depressivo, salvo qualche rara eccezione, il vecchio principio kantiano resta la sua divisa: Obbedite sempre, perché, più obbedirete più sarete signori, giacché non obbedirete che alla ragion pura, cioè a voi stessi (Millepiani). Per governare gli altri bisogna che i soggetti governino se stessi. Da qui la passione francese per la Legge e le Istituzioni, le scuole per l’apprendimento dell’autogoverno. Esiste un culto francese del sé sovrano che è la colonna portante del governo degli altri. La Francia, cristiana fino al midollo, la Francia dei Soggetti della Nazione e della rappresentazione, detesta soprattutto i comunardi irrapresentabili, impresentabili, che singolarizzano la comunità.

Fermiamoci sulla nostra attualità più bruciante. Durante le manifestazioni contro la “loi travail”, si è avuta, come sappiamo, una ricomposizione di forme di presenza nel fantomatico spazio pubblico, nel corteo di testa e altrove. Momento di disintegrazione della rappresentazione tra buoni e cattivi manifestanti.  Ma bisogna considerare che se queste esperienze comportano la loro parte di panico, ciò non è dovuto solamente alle violenze poliziesche, ma anche, più intimamente, ai divenire che si aprono verso delle forme singolari di comunità che bisogna inventare di sana pianta. Contro il “sociale” già fatto, con le sue parti, le sue identità, i suoi percorsi regolati fino alla famosa età della pensione (c’è qualcosa di più sinistro di un vegliardo del XXI secolo?), che costituisce l’oggetto delle prospettive governamentali, improvvisamente, si parte dal niente e si va verso il mondo. Panico davanti all’evidenza che divenendo irrappresentabili è il pastoralismo di Stato, le sue maniere di prendersi cura del sociale, istituendolo, a disgregarsi. Ed è in questo momento che la questione della cura appare nella sua più grande importanza. La cura che fa comunità, per effimera che sia. Salta agli occhi il fatto che la presenza delle squadre di “medici” sul terreno di scontro sia stata vitale in questi momenti di dissoluzione del sociale. Non si trattava di curare solamente i corpi feriti dalla polizia ma di prendersi cura di una situazione, di introdurre delle procedure di attenzione e delle forme di sensibilità che costituiscono un legame tra delle presenze eterogenee.

Al di là di questa situazione particolare, bisogna tornare più largamente sulla questione delle istituzioni di cura. La genealogia delle istituzioni mediche, psichiatriche o anche di lavoro sociale, è quella delle codeterminazioni tra dei dispositivi disciplinari e di controllo e, positivamente, dei modi di soggettivazione dell’anomalia. Come immaginare che l’esperienza della sofferenza, della malattia, dell’isolamento possano essere indipendenti da queste altre specie di polizia che sono le istituzioni? Difficile credere che la passione della psichiatria francese per la psicosi, fascinazione e paura-panico allo stesso tempo davanti all’ideale dell’autonomia di sé nei propri rapporti con gli altri, non abbia un’incidenza sull’esperienza psicotica stessa.

In verità, ogni esperienza collettiva emancipatrice non potrà nascere che in delle nuove determinazioni. Si tratta allora di essere attenti ai nuovi modi d’esistenza dell’esperienza.

È così che dei gruppi di ascoltatori di voci rifiutano l’assegnazione della loro esperienza alla diagnosi della psicosi.  Dopo tutto, gli psichiatri, non sentono anche loro le voci dei propri maestri?  O che dei collettivi di pazienti e di “animatori”, in dei gruppi di mutuo aiuto, ai bordi delle istituzioni del settore psichiatrico, fanno esistere delle forme collettive di convivialità che curano nella più grande precarietà. O che un collettivo di persone interessate dalla malattia “incurabile” di Huntigton, rifiuti la maledizione della diagnosi e del pronostico medico per dedicarsi a un pensiero della metamorfosi in una logica di interessamento reciproco. O che dei botanici esperti si impegnino in una guerriglia urbana per rivitalizzare dei suoli inquinati e trasformare dei terreni incolti in luoghi di coabitazione con le piante che non vediamo più.

Non si tratta qui di un programma politico. Ma di fabbricare un piano. Il piano della riappropriazione di quello che ci appartiene più di ogni altra cosa: le attenzioni.

Non c’è alcuna necessità di un programma politico. Nessuno aspetta che li si fornisca un programma per instaurare delle nuove forme di comunità. Bisogna aver giusto un piano per un lavoro di collegamento. Bisogna inventare le mense popolari, i costruttori di edifici selvaggi, i giardini collettivi, i seminari al di fuori dei quadri accademici, i centri sociali autogestiti…

Ripopolare il mondo. Far proliferare delle sperimentazioni per eterogenesi, significa costituire il piano delle fabbriche della comune. Nessuna comune senza attenzione portata alla co-individuazione. Nessuna co-individuazione senza quelle operazioni di frammentazione del mondo amministrato che fanno emergere dei mondi plurali ai quali noi teniamo perché ci tengono. Non si tratta qui di un programma politico. Ma di fabbricare un piano. Il piano della riappropriazione di quello che ci appartiene più di ogni altra cosa: le attenzioni. Un piano tra i piani che si intrecciano in una potenza comune di destituzione. Niente cura senza comunità, contro le istituzioni ma anche nelle istituzioni, deviando le istituzioni, corrompendo le istituzioni. Ma niente comunalità senza la cura portata alle sue forme singolari d’instaurazione. Quello che ci importa, qui, sono le zone formative dell’esperienza. Le arti degli intermediari e il difficile lavoro della traduzione.

Le esperienze ci vengono incontro per frammenti. Ed è così che delle associazioni divengono possibili. E che la trasmissione reinstaura, di nuovo, i luoghi della comunità.