Rompere con il governismo dentro di noi

di Hobo (Bologna)

Appunti su un movimento che non c’è stato

In questo anno di ricorrenze e celebrazioni, i numeri si sprecano. 17 e 77, 100 anni dal cielo assaltato e 40 dal cielo che si immaginava caduto sulla terra. All’inizio del 2017 un altro numero sembrava poter far deflagrare qualcosa: 36. Questa volta il numero di una via, Zamboni, e di una città, Bologna, in cui per qualche settimana ha fatto irruzione il possibile. L’abbiamo visto e toccato con mano, quando in febbraio svariate decine di studenti e studentesse hanno tirato sedie, tavoli e tutto ciò che capitava contro i celerini che avevano assaltato una biblioteca per sgomberarla. E poi quando, di lì a pochissimo, in centinaia hanno raccolto le pietre dal selciato, rovesciato i cassonetti e si sono battuti contro la polizia per le strade della cittadella universitaria. E ancora di più quando hanno popolato i cortei e dato vita ad assemblee talmente numerose che non era più possibile contenerle nell’aula 3, la più grande del vicino 38. Ancora numeri, numeri che se non si fa attenzione danno alla testa.

Non è stata una possibilità caduta dal cielo. E non è stata nemmeno una possibilità prevista dalle evoluzioni terrestri, con quell’oggettivismo radicato nella mente di tanti gruppi che pensano di prepararsi ai movimenti come si aspettano le stagioni. Non deve stupire, allora, che troppi finiscano per girare politicamente col cappotto quando brucia un fuoco imprevisto nel mezzo dell’inverno e atteggiarsi in maniche corte quando spira forte il gelo nel pieno di quello che loro pensavano essere il mitologico autunno caldo. Per citare ancora una volta un nostro vecchio cattivo maestro troppo poco studiato, la lotta erroneamente definita “anti-tornelli” è stata una possibilità che per anni abbiamo tentato di organizzare per quanto non ce la aspettassimo.

i tornelli hanno costituito l’innesco, quasi un pretesto per una lotta in cui si sono riversate questioni e tensioni profonde e accumulate

Dobbiamo infatti precisare che, fin dai primi momenti assembleari e nelle discussioni con i partecipanti alla mobilitazione, era evidente come i tornelli non fossero la questione centrale. Fatte le debite proporzioni, come è avvenuto in Francia con la ben più rilevante Loi Travail, anche a Bologna i tornelli hanno costituito l’innesco, quasi un pretesto per una lotta in cui si sono riversate questioni e tensioni profonde e accumulate. Addirittura, non di rado capitava sentire studenti e studentesse che si dicevano disinteressati o privi di una reale idea rispetto alle famigerate barriere, o che al 36 non ci erano mai neppure andati. Si trattava dell’occasione per una lotta collettiva contro i processi di utentizzazione e precarizzazione, contro la formazione alla crisi e al declassamento, contro l’università delle promesse tradite e della chiusura degli spazi di socialità e autonomia. E in piazza il riconoscersi in una parte contro l’altra parte, sentirsi simili, la possibilità di liberarsi da un presente di merda, l’odio per la polizia. Temi e questioni che avevamo parzialmente anticipato, ma che ora si incarnano embrionalmente in percorsi di resistenza, rifiuto e contrapposizione con forme e linguaggi completamente differenti dai lessici delle rivendicazioni classiche e dalla grammatica dei diritti, allo studio oppure ai servizi – lessici e grammatica a cui restano in buona misura ancorati i gruppi di “movimento”, ovvero i gruppi politici che operano in assenza di movimento. Parlando e chiedendo (non si dovrebbe fare un po’ anche così l’inchiesta?), emergeva come per molti la mobilitazione fosse l’occasione per prendere parola e partecipare in prima persona, per recuperare o costruire una corporeità delle relazioni collettive al di fuori dell’alienazione dei social network e della mediazione macchinica. A dimostrazione che l’irreversibilità dell’innovazione e dell’accelerazione è un indimostrato atto di fede della sinistra religione tecno-progressista.

Nell’università o nella vaga categoria di “generazione”, sotto le ceneri di un’apparente pacificazione, ribollivano quindi frammenti e comportamenti di potenziale conflitto, che aspettavano o erano aspettati da un’occasione per condensarsi. In parte il nostro piccolo e generico noi organizzato li ha colti, in parte no. Il problema maggiore, però, è che quando si sono manifestati, non abbiamo saputo comprendere il loro funzionamento, le loro motivazioni, la loro potenzialità di sviluppo. Alla prima assemblea hanno preso parte circa 600 studentesse e studenti, numeri che in università (a Bologna e non solo) non si vedevano dall’Onda-bis nel 2010.

Al rituale procedere degli interventi programmati, al susseguirsi di linguaggi in codice, alla vista di una gestione rigidamente predeterminata affinché le proposte approvate fossero quelle già decise in anticipo, insomma di fronte a un’assemblea troppo simile a un post su facebook a cui si può mettere semplicemente like o tutt’al più qualche commento non perturbante, nemmeno troppo pian piano in molti hanno iniziato ad abbandonare la scena. Nel giro di poche settimane le assemblee sono tornate a essere quasi esclusivamente partecipate dai militanti di gruppi e collettivi. La condensazione collettiva si era sciolta e i frammenti sono, almeno apparentemente, ridiventati tali.

il messaggio delle autonominate presidenze assembleari era: non deve succedere nulla che non sia già previsto.

Tutto questo non lo diciamo per un’ingenua fiducia spontaneista che non abbiamo mai avuto. La spontaneità non è infatti sempre buona, anzi spesso non lo è. Lo diciamo perché riteniamo altrettanto dannoso il feticcio organizzativista, immaginando cioè la gestione organizzativa della propria piccola struttura come il fine e non più il mezzo della lotta, disposta perfino a soffocare lo sviluppo di un potenziale noi collettivo. Contrariamente all’affermazione del nostro vecchio cattivo maestro, il messaggio delle autonominate presidenze assembleari era: non deve succedere nulla che non sia già previsto. Va inoltre aggiunto: la spontaneità che abbiamo intravisto a febbraio era avanzata, matura, radicale. Alcuni tratti risuonavano, ancorché in forma appena accennata, con i comportamenti visti nella génération ingouvernable francese – quella che si è espressa nelle strade, non sulle bandiere.

Nella sua forza e nella nostra debolezza, questo movimento che non c’è stato ha materializzato le tracce per scommettere su ciò che può essere

Noi pensiamo che i militanti debbano tentare sempre di aprire le porte al possibile, permettere all’organizzazione di fare un salto sui nuovi livelli determinati da questo tipo di spontaneità. E fare in modo che il nostro piccolo noi si trasformi nel salto insieme alla trasformazione di un noi più grande ed espansivo (non si dovrebbe fare un po’ anche così la conricerca?).

“Siamo troppo pochi, non si può occupare!”, “i tempi non sono maturi, bisogna aspettare!” hanno ripetuto affannati rappresentanti dei gruppi (con alleanze da macchiettistica realpolitik), di fronte a centinaia di giovani stufi dei governi tecnici e del pensiero del calcolo ragionieristico; “i rapporti di forza sono una scienza esatta!” ha urlato dalla presidenza chi quest’anno celebra quel lontano Ottobre che fu fatto da una piccola minoranza di rivoluzionari contro la pseudo-verità oggettiva proclamata dal capitale e dai socialdemocratici di tutte le risme. Ecco allora comparire la cattiva numerologia, quella delle maggioranze e delle minoranze da opinione pubblica, quella dei parlamenti e dei parlamentini, quella della quantità democratica contro la qualità rivoluzionaria. Il rischio è che gli studenti vedano i militanti dei gruppi antagonisti come un qualsiasi burocrate di partito, che i collettivi vengano travolti da quel sentimento che il potere ha bollato come “anti-politico”, perché esprime in forme ambigue, magari rozze e confuse, l’estraneità alla politica istituzionale. Il rischio è, in altri termini, che le organizzazioni possano definirsi “di movimento” finché un movimento reale non c’è. Quando i movimenti ci sono e sfuggono alla governabilità, devono essere limitati o ricondotti negli argini della loro capacità di gestione.

È proprio l’assillo della gestione e della governabilità del movimento che ha reso sempre più insistente il ritornello sulla vertenzializzazione della lotta, la ribadita necessità di restare chiusi intorno al 36 e alla questione del tornelli, la strenua opposizione a generalizzare il conflitto. Non stiamo parlando male a priori delle vertenze, utili laddove sono strumenti per sviluppare le lotte; stiamo invece parlando male del vertenzialismo, malattia infantile dell’antagonismo, il pensare cioè che il risultato vertenziale sia l’obiettivo ultimo di un movimento. O più prosaicamente, che il risultato raggiunto permetta a una struttura “di movimento” di potersi fregiare di una medaglietta e qualche adepto in più. Bisogna infatti attaccare una doppia apologia, per la sconfitta e per la vittoria. La prima è la classica voglia di vittimità. La seconda è la classica voglia di vertenzialitá. Entrambe profondamente di sinistra, e noi di sinistra non siamo mai stati; entrambe bloccano i processi di costruzione delle lotte e dell’autonomia, e noi siamo autonomi. La vittoria per i rivoluzionari non si misura solo in termini di risultati concreti, ma innanzitutto in termini di avanzamento collettivo nei processi di controsoggettivazione e rottura. In questo caso, poi, la “vittoria” propagandata è il presunto venir meno di un tornello in una biblioteca, risultato che – come abbiamo visto – non era certo parte delle motivazioni principali che hanno spinto alla lotta. (Aggiungiamo, a onor del vero, che mentre scriviamo il 36 è ancora chiuso, il rettore ha annunciato che lo aprirà quando vuole, già “gentrificato” e magari con dei guardioni al posto dei tornelli, e sempre quando vuole lo richiuderà.)

Sia chiaro: non pensiamo che l’ingovernabilità sia sufficiente alla rottura rivoluzionaria. Pensiamo però che l’ingovernabilità sia oggi la condizione di possibilità della rottura rivoluzionaria. È dentro lo spazio dell’ingovernabilità che vanno ripensate le forme dell’organizzazione, senza che questo spazio sia chiuso da chi si candida a essere il rappresentante di uno stucchevole governo degli ingovernabili. Nella sua forza e nella nostra debolezza, questo movimento che non c’è stato ha materializzato le tracce per scommettere su ciò che può essere, per ricercare la strada dei movimenti a-venire, per approfondire il rapporto tra processi di organizzazione e salti in avanti.

Sia chiara un’altra cosa, a mo’ di premessa e di una conclusione che vuole aprire. Qui proponiamo una riflessione a voce alta sui problemi che ci attanagliano, non ci frega niente di sprecare e far sprecare tempo in un autoreferenziale j’accuse verso qualcuno o qualcun altro. Vogliamo mettere i nodi sul tappeto, discuterli collettivamente, scuotere via la pigrizia autocelebrativa che ha avvolto i nostri ambiti politici, riducendoli a piccole botteghe in cui gestiamo un misero esistente da commercianti di noiosi selfie antagonisti. Per praticare la rottura della società del nostro nemico, dobbiamo rompere con quel nemico che ci portiamo dentro, che si incarna nelle nostre menti e nei nostri cuori, che tenta continuamente di farci ragionare come lui. La rottura è il tempo della possibilità, la costruzione di uno sguardo liberato, la conquista di una nuova prospettiva. Perciò rompere, rompere, rompere. Perché l’autonomia è ricerca della rottura, oppure non è; la pratichiamo e reinventiamo continuamente nel tentativo di rovesciare la resistenza sociale in potenza di attacco politico; si costruisce allargando il rifiuto, non proclamando l’identità; è un processo di contro-soggettivazione e ricompositivo, non un codice proprietario. Perché l’autonomia vive nel metodo rivoluzionario, non sui loghi delle felpe. Allora osare scommettere, osare agire, osare fare la rivoluzione. Non è forse per questo che viviamo?