La gentrificazione come governo delle popolazione

 PAC 00176

1.

Per comprendere i processi di gentrificazione e, più in generale, la valorizzazione su base territoriale che il capitalismo sta sperimentando su di un livello globale, bisogna partire da alcune considerazioni preliminari per contestualizzare questi processi e i loro  effetti locali.

L’economia si è emancipata da tempo dai confini giuridici dello stato-nazione e il capitale ha ormai abbandonato il progetto di una società in cui tutti i cittadini vengono integrati grazie al mercato del lavoro. In poche parole, il capitale non cerca più di unificare il mondo sulla base dell’ideologia progressista che per un certo periodo del ‘900 ha orientato i suoi movimenti e, da alcuni decenni, ha intrapreso una sorta di ristrutturazione su base territoriale, ovvero si concentra localmente, facendo del territorio il mezzo dell’estrazione del plusvalore. Il mondo, per il capitale, non appare più  suddiviso in stati-nazione, ma in zone a forte estrazione di plusvalore e in zone più o meno abbandonate a loro stesse. Il mondo attuale è un mondo scisso: da un lato ci sono zone pacificate, smart cities e gated comunities o in via di divenirlo; dall’altro zone di guerra, periferie putrescenti e slums sterminati. Oggi, lo spazio metropolitano appare organizzata mondialmente attraverso questa geografia duale che non smette, a propria volta, di frammentarsi ancora e ancora.

Ovviamente questi processi di ristrutturazione territoriale di carattere duale, pur seguendo uno schema simile in tutto il mondo, acquisiscono determinazioni diverse a seconda dei differenti territori in cui si attuano. Quindi, è a partire dal situare storicamente e geograficamente questi processi, che dobbiamo chiederci come funzioni questa geografia duale/polarizzante nelle metropoli dell’Occidente in frammentazione.

A ben guardare, appunto, all’interno di questa dualità il capitale definisce lo spazio in maniera ancora più capillare, scomponendo non solo i territori ma anche la vita quotidiana la quale, anch’essa, viene riconfigurata in diverse funzioni. La frammentazione geopolitica avanza simmetricamente a quella biopolitica, così come quella del diritto lo fa con le forme di vita. Il capitale e le sue istituzioni procedono per loro conto alla destituzione delle vecchie forme.

Queste vengono selezionate attraverso la rifunzionalizzazione dello spazio e la città viene così  frammentata in zone residenziali, zone degli uffici, zone industriali, commerciali e per il divertimento, come anche della relegazione, del disagio o della pura e semplice paura. Invece di una forma di vita, la metropoli ci consegna così una vita nel caos, senza forma propria, flessibile e privata di potenza. Ad un territorio invivibile si accompagna una vita invivibile.

Una volta che la città è stata decomposta in funzioni, ai poteri vigenti non resta che controllarne ed organizzarne dall’esterno le riconnessioni, producendo un’effimera sintesi pronta a dissolversi e riconfigurarsi a misura dei bisogni capitalistici.

2.

È in questo scenario che ci interessa soffermarci su uno strumento che in particolare attraversa il processo di frammentazione urbana, orientandolo verso la pacificazione e la valorizzazione capitalista dei territori, ovvero la gentrificazione.

Questo fenomeno, ben lontano dall’essere, come molti credono, connaturato e fisiologico all’evoluzione stessa della città, è ogni volta scatenato da decisioni governamentali in materia di pianificazione urbanistica, le quali stabiliscono diverse zone di intervento all’interno dello spazio metropolitano definendo, volta per volta, le modalità attraverso cui perseguirvi il maggior profitto, salvo poi delegare agli investitori privati il compito di portare a termine concretamente il progetto di rivalorizzazione.

Le zone in questione sono principalmente ex quartieri popolari per i quali si delinea preliminarmente un profilo ad hoc di quartiere autenticamente popolare ma in stato di degrado, di semi-abbandono e in balia della microcriminalità, in modo da preparare il terreno, cioè l’opinione pubblica, all’operazione di “riconquista” dello spazio urbano e di “ritrovata civilizzazione” grazie alla decantata “riqualificazione del quartiere”.

Il fenomeno della gentrificazione è da qualche anno sulla bocca di tutti e non staremo qui a dilungarci sul suo funzionamento generale; in sostanza consiste nella progressiva sostituzione degli abitanti di un quartiere popolare con una popolazione di classe media, giovane e dinamica, e in generale dotata di un maggior potere d’acquisto oltre che portatrice di un più elevato capitale umano-sociale, e tutto ciò appunto grazie alla riqualificazione dello spazio urbano e della valorizzazione del patrimonio immobiliare. Qui dobbiamo ritenere un importante assioma del capitalismo contemporaneo: senza capitale umano niente gentrificazione, senza spazio adeguato niente capitale umano.

Questo processo per molti territori ha significato la loro specializzazione (dal punto di vista degli spazi urbani e dell’offerta commerciale) in quartieri del divertimento al servizio della nuova classe sociale o, più in generale, come valvola di sfogo, principalmente notturna, per l’intera metropoli.

Il ruolo dello Stato e delle istituzioni locali in questo processo ha un doppio viso.

Da una parte è caratterizzato da un generale laissez faire  di facciata di fronte alla trasfigurazione di intere porzioni di territorio in quartieri della movida, ruolo minimale continuamente contraddetto da iniezioni di fondi nel mercato immobiliare e agevolazioni all’iniziativa privata (ad esempio con la liberalizzazione delle licenze). Dall’altra si presenta attraverso una sistematica e capillare opera di controllo e repressione, agita tramite le forze dell’ordine ma, specialmente, con una nuova normativa dal chiaro carattere securitario, mirante a eliminare tutte quelle situazioni che non rientrano nella “vita economica” prevista per il  territorio in questione: occupazioni abitative, senza-tetto, graffiti, iniziative di socialità non autorizzate in spazi pubblici, tutte le situazioni ritenute contrarie al “decoro” – una parola, non un concetto, che fa ormai parte dell’arsenale tecnopolitico della governance – e che si pensa minino la costruzione di un’immagine di quartiere appetibile per i nuovi cittadini che si cerca di attrarre. È la territorializzazione dello stato d’eccezione.

Qualcuno ricorderà la vicenda del centro sociale Ungdomshuset di Copenaghen risalente a circa una decina di anni or sono: era rimasto l’ultimo luogo refrattario alla messa in ordine economico-sociale dell’alternativismo tipico del quartiere in cui si trovava e nel quale ormai abitava la nuova creative class, la quale è una classe amante di uno stile di vita alternativo ma che, allo stesso tempo, non gradisce che questa possa trasformarsi in qualcosa di sovversivo. Nonostante la resistenza davvero “eroica”, Ungdomshuset oggi esiste ancora ma in un’altra zona della città.

A questa normativizzazione crescente viene affiancata una tendenziale militarizzazione del quartiere, propagandata come soluzione definitiva ai problemi che si vogliono fisiologici al territorio ma che sono ovviamente tra gli effetti della gentrificazione in atto, ovvero i problemi legati al massiccio spaccio di sostanze illegali che si impone nel quartiere per completare l’offerta di quelle legali offerte dai localini alla moda che ora monopolizzano il paesaggio urbano e il settore commerciale della zona.

L’azione di polizia opera da una parte una sorta di sanificazione sociale a colpi di ordinanze, divieti, daspo urbani, militarizzazione e sgomberi, e dall’altra, a livello più capillare, apre la porta all’odio sociale verso il “ più povero”, lo spacciatore fuori dal localino, il nomade che rovista nel cassonetto, il migrante che vende merce contraffatta o il senza tetto che dorme sulla panchina al parco. Il quartiere rigenerato sarà infine abitato da esseri con una dentiera smagliante, un corpo ammiccante, una professione inutile e un ricco portafoglio.

3.

Quando si analizza criticamente la gentrificazione, spesso si associa questo processo economico alla questione più generale del territorio: gentrificazione come riconfigurazione territoriale, gentrificazione come creazione di territori ad alta estrazione di valore, gentrificazione come governo dei territori. Questi concetti sono utili solamente se vengono smontati e riconfigurati, poiché non sono neutri, come Michel Foucalt ha dimostrato ampiamente: quando si dice territorio, infatti, non si intende un semplice elemento geografico e non ci si riferisce tanto allo spazio della sovranità, ma a quella propria del governo e della governamentalità. Il governo «si distingue dal potere sovrano tradizionale proprio perché non ha più il territorio come suo oggetto principale (…) la governamentalità non ha come obiettivo un territorio ma il complesso degli uomini e delle cose, dei loro legami, cioè sia fra gli uomini stessi che tra questi e le cose, infine anche con i territori» (M. Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice, p.108). Seguendo questa analisi ciò che balza all’evidenza è che, appunto, l’oggetto del governo non è il territorio in quanto tale ma la popolazione che vi si trova dispersa e i loro rapporti interni. La gentrificazione è dunque una questione governamentale perché agisce non tanto sulla geografia di un quartiere, quanto sui legami e sulle forme di vita – sulle abitudini, sulle condotte, sui modi di pensare e di fare – che abitano un territorio, che sono il territorio. Il processo di gentrificazione non è un processo lineare, che vede la semplice distruzione della vecchia forma di vita e la sua sostituzione con una nuova, ma qualcosa di più complesso: agendo su quest’intimo legame tra le persone, e secondariamente tra le persone e il territorio, la gentrificazione elimina le condizioni di possibilità perché le vecchie forme di vita possano continuare a esistere e riprodursi nel quartiere. Il caso del Pigneto a Roma, in tal senso, è abbastanza esplicativo: scomparsa delle piccole attività di quartiere a favore di grandi superfici commerciali, sostituzione delle botteghe tradizionali con negozietti alla moda e con locali della movida. Questo processo ne mette in moto un altro, che costituisce la vera essenza della gentrificazione, che consiste nella produzione di una nuova soggettività – e di una nuova forma di vita flessibile ed effimera – che si innesta nel quartiere a partire dalla composizione dei nuovi abitanti o consumatori occasionali con quei vecchi abitanti che riescono ad adattarsi ai cambi e rimodulare la propria forma di vita in funzione di questi, ovvero rendendosi economicamente appetibili, ad esempio facendo diventare la loro abitazione un bed and breakfast.

La gentrificazione, quindi, è un dispositivo di governo delle popolazioni che fa agio sulla trasformazione dei territori, un dispositivo che produce nuove soggettività e nuove forme di vita a partire dalla separazione di ciò che era unito – la comunità storica del quartiere e i suoi legami –  e dall’unificazione di ciò che era separato – la nuova smart people e i vecchi abitanti resilienti. Tutti, infine, unificati virtualmente attraverso i nuovi dispositivi di controllo e messa a valore del territorio – poiché ormai ogni dispositivo è allo stesso tempo mezzo di produzione e di polizia, di consumo e di controllo.

Le domande strategiche, come rivoluzionari, a nostro avviso dovrebbero dunque essere di questo tipo: come disattivare/hackerare il dispositivo di gentrificazione, interrompendo queste sue funzioni di unione-separazione di territori e persone? Come compiere una separazione e un’unione di segno differente, qualitativamente altra, rispetto a quelle del dispositivo “gentrificazione” e che funzioni come separazione delle forme di vita dalle sue funzioni valorizzanti, cioè a partire dall’uso sia della vita che dei luoghi e non dalla loro economizzazione? In che modo possiamo porci la questione della costruzione di forme di vita non economiche? Come fare, dentro un quartiere in processo di gentrificazione, a sabotare il dispositivo, sciogliere i legami che il capitale crea e costruirne degli altri?

4.

Viene da chiedersi come sia possibile che questo fenomeno di sistematica distruzione della vita di un quartiere a favore della realizzazione di uno spazio liscio per i flussi del capitale non venga osteggiato dai cosiddetti “abitanti storici” che anzi, a volte, ne garantiscono il pieno svolgimento.

Questo, ci sembra, avviene perché il processo di rigenerazione metropolitana pone agli attori una doppia possibilità che è una falsa alternativa: essere espulsi verso porzioni più periferiche della città o essere assimilati dal processo gentrificativo, entrando magari a far parte del folklore dell’ex-quartiere popolare, garantendo quel minimo di “autenticità” cara ai nuovi abitanti e al turismo “intelligente”. Molti vecchi abitanti, inoltre, all’inizio vedono con bonomia le “novità” per il loro quartiere – i nuovi servizi, le nuove forme di guadagno, etc – e iniziano a dubitare solamente quando si rendono improvvisamente conto che non c’è più nulla per loro e che se vogliono fare la spesa non possono più contare sul vecchio spaccio di alimentari ma scegliere tra un supermercato che vende merda e delle boutique bio che vendono l’insalata a peso d’oro.

Certo, il germe del consumo e del desiderio di sicurezza non è estraneo al cuore del cittadino metropolitano. La gentrificazione opera al livello del desiderio, spesso costruendolo, cioè fa leva su pulsioni che caratterizzano la popolazione contemporanea: “Make smart people to make smart city” e chi non vuole sentirsi parte di questa nuova razza intelligente?

Tutto ciò per dire che la “storicita” degli abitanti non è una garanzia di ostilità ai valori e i flussi messi in campo dalla gentrificazione, così come non è sufficiente essere un quartiere di vecchia tradizione comunista perché sia sbarrata l’entrata ai fascisti. Come abbiamo detto, spesso la resistenza appare quando è troppo tardi.

Ricapitolando. Il capitale agisce attraverso una disarticolazione delle reti sociali esistenti e una sistematica distruzione delle forme di vita preesistenti sul territorio. Gli abitanti vengono privati dei loro luoghi, prima tramite la sostituzione delle attività commerciali “di base” con quelle più “smart” e alla moda dedicate alla classe creativa, poi tramite interventi di rigenerazione urbana e di immissione di corpi alieni per le nuove attività commerciali volti a uniformare il contesto urbano e proiettarlo nel circuito delle metropoli mondiali.

È così che i luoghi di socialità, come una piazzetta o una stretta via con le finestre su strada, vengono trasformati in luoghi sterili e uniformi, o che un’intera porzione di tessuto urbano viene sfigurata dall’inserimento di un mega locale completamente estraneo, anche a livello di linguaggio architettonico e ritmo, al contesto in cui sorge.

Con l’appiattimento del territorio urbano sull’immagine, falsa, del quartiere all’europea –  moderno, internazionale, liscio, democratico e sterile – lo spazio viene reso omogeneo cancellando o opponendosi a quei luoghi frutto dell’interazione tra spazi e forma di vita, interrompendo questo legame biunivoco, privando cioè i luoghi di quei caratteri che li univano ai loro abitanti, i quali li  avevano non di rado plasmati e ne erano stati a loro volta influenzati.

Dopo aver spezzato le reti relazionali, dopo aver reso gli abitanti estranei al loro territorio, sarà più facile spostarli in quei quartieri più periferici dove gli abitanti, ormai separati dai loro luoghi ed espropriati della loro capacità di organizzarsi, saranno finalmente pacificati, non appartenendo più a una comunità e non avendo più basi dalle quali partire, completando la metamorfosi che da abitanti li porta a divenire una popolazione di puri cittadini.

La gentrificazione, nascondendosi abilmente dietro a parole d’ordine come sharing (-economy, bike-, car-, book- etc), co (-working, -housing etc) o friendly (pet-, child-, gay-, family-, palnet- etc), opera l’esatto contrario di ciò che proclama: la dissoluzione delle relazioni, della condivisione e delle amicizie. Essa porta a conclusione la distruzione della città moderna e inaugura una nuova fase della guerra civile contemporanea.

5.

Appare a noi evidente che per combattere la gentrificazione è illusorio pensare a soluzioni del tipo della pura e semplice distruzione del territorio in oggetto, ma sia necessaria l’elaborazione di una nuova politica dell’abitare.

L’ambiente del territorio gentrificato è il contrario di un mondo come luogo vivente. Il territorio gentrificato è predisposto in modo che ogni essere umano produca se stesso in modo separato dalle altre forme di esistenza. La metropoli gentrificata è pensata perché non ci sia nessuna osmosi tra corpi, culture e luoghi. Il capitalismo per abituare gli esseri umani a vivere nelle metropoli li ha dovuti separare dal reticolo di oggetti, piante, parole affetti, luoghi, solidarietà che costituivano il loro mondo. Per vivere nella metropoli occidentale l’uomo deve essere privo di mondo e ricco di schermi. Perciò è inesatto dire che si “abita” la metropoli, perché abitare è possibile solo dove c’è un mondo.

Evidentemente, quando parliamo di inabitabilità della metropoli o del quartiere gentrificato, non ci riferiamo a una condizione assoluta e inscalfibile. Queste considerazioni non devono portarci all’inazione o alla sterile ricerca di un illusoria esteriorità rispetto alle contraddizioni che attraversano il territorio. Il dispositivo-gentrificazione – come ogni dispositivo – costruisce la soggettività, soggettivando la forma di vita in senso capitalistico. E lo fa attraverso la separazione, mettendosi nel mezzo tra la forma e la vita, impedendone l’unione e anzi riducendola a brandelli. E quindi, che possibilità di resistenza al dispositivo e quali possibili linee di fuga da esso? La risposta, a nostro avviso, non sta appunto nella falsa alternativa tra distruzione totale del dispositivo e assimilazione/sussunzione nel dispositivo. Entrambe le ipotesi, infatti, sono perdenti fin dall’inizio: con l’accettazione della gentrificazione si diviene semplici funzioni del dispositivo; con la ricerca di un’illusoria possibilità di distruzione di tutto ciò che c’è, si finisce per porsi in una relazione di totale estraneità al territorio che porta, da una parte, all’impotenza e alla depressione politica e, dall’altra, ad essere percepiti come soggetti alieni dalle dinamiche del territorio. Non si può pretendere di fermare un processo di gentrificazione neanche opponendo il vecchio al nuovo, un presunto idilliaco passato a un catastrofico presente. La questione fondamentale è come riuscire ad attraversare questo rapporto dialettico, senza risolverlo, hackerando il dispositivo, dandogli un altro uso,  che componga diversamente i legami che già ci sono per farli funzionare diversamente. È su questo divenire – a partire dalla situazione concreta –, o meglio sul segno e sulla direzione di quel divenire che crediamo si possa intervenire in senso comunista. Approfondire l’uso di ciò che c’è, attaccare il dato in direzione del possibile, intervenire sui legami e sulle relazioni, comporre forme di vita plurali in una potenza comune che apra a un divenire-rivoluzionario. Queste sono tra le sfide più ardue e attuali con le quali ci troviamo a fare i conti, mentre prepariamo piani per destituire il presente e i suoi territori e costruire mondi nei quali abitare.