“Non ho avuto pietà di questa gente”

di Jacopo Bagatta

Ticinese e Porta Genova: breve storia di un Naviglio popolare

«La fossa che circondava le mura della città antica fu modificata ed ampliata sotto Ludovico il Moro (1496; la tradizione vuole per opera ingegneresca di Leonardo), in modo da introdurvi le acque del Naviglio. L’anello, di circa cinque chilometri, fu detto «Naviglio interno». Il tratto che passava davanti all’Ospedale Maggiore (oggi via Francesco Sforza) era comunemente chiamato «il Naviglio dell’Ospedale». Se ne può avere un’immagine particolareggiata da un disegno del Migliara (riprodotto nella Storia di Milano, XVI, p. 831) e da un quadro di anonimo, pure verso la metà dell’Ottocento, del Museo di Milano (ibid., p. 28).
“Tombon de San March”: cosí si era soliti “chiamare, con una metonimia popolare, lo slargo del Naviglio nei pressi della chiesa di San Marco (…) Ragazze tradite e uomini disperati venivano, fino a pochi anni fa, ad annegar nell’acqua torpida del Tombone le pene dell’amore e quelle della miseria”
(Bacchelli, art. cit.). Dante Isella 1.

Nel 1928, o se si vuole a partire dal VI anno dell’Era Fascista, un certo Albertini, ingegnere capo dell’ufficio urbanistico del comune di Milano, dichiara con un comunicato ufficiale: «il Naviglio è un pericolo sociale per l’attrazione che esercita sui deboli e sui vinti di una grande metropoli, i suicidi; è un
pericolo pubblico nelle notti invernali, nebbiose, per uomini e vecchi che vi possono precipitare. Del resto nella nuova vita italiana voluta dal Fascismo, le ragioni di affermazione e miglioramento della razza debbono avere il sopravvento sopra ogni altra considerazione. La vita delle nostre grandi città è
tutta pervasa da uno spirito nuovo di realizzazione e di potenza…»2. Con questo “decreto”, che prometteva «miracoli viabilistici»3, viene dato avvio al piano urbanistico che porterà all’interramento di tutto il naviglio interno, che delimitava il perimetro della Milano dell’età comunale.

L’anno successivo un grande poeta milanese, molto legato alla città e alla sua geografia, scrive una poesia in dialetto dal titolo Navilii. Delio Tessa, questo è il suo nome, mette in scena un dialogo tra l’acqua e il Naviglio nel tratto che passava davanti all’ospedale Maggiore, in via Larga, oggi Università
degli Studi di Milano: il Naviglio parla con la sua acqua, che viene «dai brugher de Tesin dove se cobbiom», dalle brughiere del Ticino dove ci congiungiamo, fra la rurale Turbigo e Boffalora, su a nord.
Viene svegliato dalla sirena delle ambulanze che entrano all’ospedale, non riesce a dormire, durante le poche ore di vita che gli rimangono intrattiene l’ ultima conversazione con la sua vecchia amica che scorre fra i sui argini. Stanno venendo a interrarlo, il piano urbanistico ha preso avvio. Ricorda quindi i vecchi tempi, il «tombon de San March», il Tombone di san Marco, pozzo d’acqua profonda in cui si gettavano i suicidi, il caffé Birra Italia, i «temp d’Ara-Bell’Ara!», in cui Berta filava 4. L’acqua lo esorta a dormire. Quante ne abbiamo viste vecchia amica mia… ma in fondo hai ragione, è meglio dormire… ecco
che l’è rivaa la ruspa… mi vengono a interrare, e allora dormiamo, vecchia mia, meglio così, perché «In sto mond birba, pien de travaij, l’unech remedi l’è de dormì», in questo mondo furfante, pieno di affanni, l’unico rimedio è dormire 5.

Più di trent’anni dopo, nel 1960, un altro poeta meneghino, Elio Pagliarani, narra una storia allora molto comune, molto meno comune come materia narrativa di poeti e scrittori: si tratta della storia di «Carla Dondi […]/ Ambrogio di anni/ diciassette primo impiego stenodattilo/ all’ombra del Duomo».
La storia, La ragazza Carla, è ambientata dodici anni prima, nel 1948, e narra della parabola formativa di una ragazza di origini contadine nella metropoli, uno degli innumerevoli casi di immigrazione a scopi lavorativi di una famiglia di campagna nella grande periferia operaia di Milano. Perché sì, via Ripamonti, oggi pieno centro, meta di profumati bevitori di cocktail del sabato sera, allora era periferia estrema:

Di là dal ponte della ferrovia una trasversa di viale Ripamonti c’è la casa di Carla, di sua madre, e di Angelo e Nerina. Il ponte sta lì buono e sotto passano treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina i camion della frutta di Romagna.

Milano è stata una delle tre città, insieme a Torino e Genova, in un paese ancora profondamente rurale, a sentire le scosse urbanistiche, sociali ed economiche della rivoluzione industriale europea di fine ‘800.
Il periodo appunto della Belle Epoque milanese, quello immediatamente precedente la grande guerra, tra il 1903-04 e il 1912-13 , quello che ha visto la buona borghesia meneghina, grazie al proliferare delle industrie e del commercio, darsi all’opulenza e alla vita mondana. Lo stesso che ha anche visto masse di contadini fino allora mai conosciute rispondere all’ «irresistibile richiamo che il mondo cittadino esercitava sulle campagne» 6: in quel periodo il tasso di immigrazione ha iniziato a viaggiare intorno alle 10.000 unità annue. Fu in quel momento che ci furono le prime avvisaglie del cambiamento in atto, in cui, un’ altra volta 7, e forse in modo ancor più determinante, si verificarono a Milano alcuni dei fenomeni tipici dell’urbanizzazione di massa: l’espulsione del ceto popolare e artigiano dal centro urbano per far posto ad uffici amministrativi e banche, la formazione di enormi quartieri dormitorio
operai malserviti e inospitali. Questi quartieri popolari-tipo erano allora (suona strano ma è così) luoghi come il Ticinese, Porta Genova, via Ripamonti. Questo è il motivo per cui un autore di simpatie democratiche e popolari come Delio Tessa scelse per i suoi componimenti di adoperare il dialetto, lingua del ceto artigiano medio-basso che veniva espulso dal centro storico di allora durante il primo grande esodo verso l’esterno.

Tutto ciò, se si esclude il prevedibile periodo di riflusso della Grande Guerra, non fece che aumentare negli anni successivi: nel 1907 gli immigrati registrati arrivarono a 20.000, nel 1913 a 29.000, fino ad arrivare nel 1927 al record di di 46.000 immigrati in un anno 8. Neanche il ventennio fascista, che fece motivo di propaganda l’esaltazione della vita rurale del buon contadino italiano, fermò questa tendenza, che si mantenne stabile durante tutto il periodo. Solo la guerra e l’immediato dopoguerra rappresentarono un freno. Durante questo periodo infatti si registra un forte calo dell’immigrazione a Milano, e in certi momenti il flusso risulta invertito.

La zona della darsena di piazza 24 Maggio e di porta Genova era fortemente popolare. In questo periodo nascono le prime osterie, le taverne operaie dove i lavoratori e gli abitanti del quartiere mangiano, bevono e riescono a trovare qualche momento di socialità e svago, osterie sopravvissute pressappoco per tutti gli anni ’70, che hanno contribuito a costruire quell’immaginario così caratteristico che ci è stato tramandato. Proliferano anche le case chiuse e il fenomeno della prostituzione, e, ovviamente, la criminalità. Bambini di strada che si dedicano a furti e rapine, scassinatori, contrabbandieri di refurtiva e sigarette. Tutto ciò era favorito dall’esistenza del porto, il fluviale più grande d’Italia, luogo del contrabbando, dove le navi che scendevano il naviglio dal Ticino cariche di materie prime favorivano, nel tumulto delle attività portuali, lo sviluppo del commercio illegale.

Non così diversa, dice il Pugni, la Milano dei primi decenni del ‘900 da quella Parigi narrata mezzo secolo prima da Hugo. Con i suoi affittacamere profittatori, con la sua via della Conca e il Bottunuto di via Larga, che faceva storcere il naso alla Milano bene abitante lì a due passi, poi distrutto nei primi anni ’30 dopo il piano regolatore del ’26, e tutte le altre zone di malaffare in cui mio nonno ricorda come sua mamma gli sconsigliasse premurosamente di andare a giocare da bambino, con le loro prostitute, i loro ladri e i loro straccioni.

Questa la darsena dei primi due decenni del ‘900. Poi il piano Albertini del 1934. Cosa fece il piano Albertini? Innanzitutto sotterrò buona parte dei navigli interni, ma, oltre a questo, diede avvio ad un progetto urbanistico che portò all’abbattimento dei quartieri popolari del centro storico situati attorno a
piazza Duomo, ridimensionò il quartiere operaio dell’Isola per far spazio agli ammodernamenti ferroviari della stazione di porta Garibaldi, avviò i lavori di costruzione della nuova stazione Centrale.
Memore inoltre delle 5 giornate, del biennio rosso del 1919 e ’20 e del lavoro che fece a Parigi il collega urbanista Barone Haussman 9, il nostro Albertini sventrò e demolì edifici e giardini della Milano storica nelle zone di via Torino, San Babila e via Larga, per creare quei gran viali milanesi che conosciamo tanto bene in luogo di quei viottoli intricati tanto adatti per le barricate. È il primo passo di un processo che troverà definitivo compimento con la ricostruzione postbellica e che porterà il volto di Milano a divenire
totalmente irriconoscibile.

L’effetto principale del piano regolatore fu il significativo ingrossarsi, in quegli anni, delle fila dei milanesi rimasti senza casa. «Una milizia che non poteva permettersi di pagare le pigioni del liberismo economico auspicato dalla borghesia che dopo il 1922 premeva per le soluzioni “finali”. Nel breve lasso
di tempo a cavallo tra le due guerre mondiali i piani regolatori e gli interessi “forti”, pur curando a loro modo l’estetica del centro cittadino, gettarono le basi di quella struttura urbana milanese che oggi ben conosciamo. Per far fronte al problema dei senza tetto, si pensò di “periferizzare” questa scomoda
popolazione nei territori dei comuni della cinta cittadina che furono accorpati a partire dal 1923» 10. La zona del Ticinese e di porta Genova contribuì a ospitare questa tipologia di persone. Nascono le “case minime” per sfrattati in cui si ammassano le migliaia e migliaia di famiglie milanesi rimaste senza
casa 11.

Penserà la guerra a concludere ciò che Albertini aveva iniziato.

Milano è la città in assoluto più devastata d’Italia, il termine “rasa al suolo”, almeno per quanto riguarda la cerchia dei bastioni, in questo caso va preso alla lettera: «nel solo periodo dei bombardamenti dell’agosto del 1943 andarono completamente persi 1500 edifici, 11.000 furono lesionati irreparabilmente, altri 15.000 furono danneggiati. Tenendo conto che in totale la città contava all’epoca 40.000 fabbricati ad uso civile, non è difficile farsi un idea» 12.
Due bombardamenti in particolare furono devastanti per la zona del Ticinese e di Porta Genova. Il primo fu il 24 ottobre 1942: una settantina di bombardieri Lancaster inglesi della R.A.F. scaricarono 135 tonnellate di bombe uccidendo 171 persone; il secondo ebbe luogo il 14 febbraio 1943 con più di 120 aerei della R.A.F., l’attacco causò la distruzione di quasi 1000 case, 27 industrie e la morte di 459 civili innocenti 13.
I campi profughi di lamiera, senza luce né acqua, per le migliaia di famiglie rimaste senza casa sopravviveranno lungo la circonvallazione e nelle periferie fino alla metà degli anni ’60. E’ la nascita delle cosiddette coree, che verranno ingrossate dalle fila dell’immigrazione lavorativa degli anni successivi; assolutamente prive di servizi, delle vere e proprie baraccopoli, l’equivalente meneghino delle borgate romane, solo meno istituzionalizzate 14.
La ricostruzione postbellica ci regalerà quei capolavori quadrati di razionalismo anni ’50 che non mancano mai di rifocillarci la vista ogni volta che usciamo in qualche vialone dalla metropolitana.
Durante gli anni della ricostruzione inizia anche, più rallentata negli anni ’50 ma già presente, l’esplosione dell’immigrazione di massa legata al boom economico di cui Milano sarà il motore principale dell’intera penisola, e la zona del Ticinese e di porta Genova vedrà la costruzione di immensi casermoni popolari per rispondere al sovraffollamento della popolazione. Ecco la storia de La ragazza Carla di Pagliarani e quella di migliaia di altri giovani immigrati di origini contadine che vennero a Milano in cerca di fortuna. E fu così che, sempre in quella zona che oggi è una delle mete predilette di quella gioventù patinata e rampante, «nell’incertezza che regnava in una Conca del Naviglio
abbandonata a se stessa, tra i muri sbrecciati frammischiati alle impalcature lignee piantate a sorreggere improbabili cartelloni pubblicitari, posti per tamponare i vuoti delle distruzioni dell’ultima guerra, si intensificarono le attività tipiche degli anfratti cittadini scarsamente illuminati. Fu per questo motivo che la zona compresa tra il Ticinese e Porta Genova assunse ben presto nelle cronache una denominazione alquanto esotica: la Kasba» 15. E nella Kasba c’è il «tradizionale motore umano di questo agglomerato di attività», la ligera, la mala milanese. Primo Moroni, libraio in Ticinese e testimone attivo dei mutamenti sociali che sconvolsero la zona posta a Sud di Milano tra gli anni ’50 e ’70, così la definisce: «La ligera […] negli anni Cinquanta, nel tumultuoso dopoguerra, nell’Italia stretta nei sacrifici della ricostruzione, fu più che altro un tentativo fatto nei quartieri popolari, operai e proletari, di sfuggire al destino che sembrava inevitabile della disciplina di fabbrica» 16. Piccoli furti, contrabbando, ricettazione, queste le attività principali. Si trovano nelle osterie, nei bar, nelle taverne che sorgono numerose nei dintorni del porto. A destra della darsena e del porto la Kasba, a sinistra
l’alzaia del Naviglio.

«Giulio Confalonieri, musicista, compositore e storico della musica, frequentò da vicino i cosiddetti barboni di Milano. Evidentemente, i personaggi dell’emarginazione milanese degli anni 1950 e ‘6o cantata da E. Jannacci ne avevano di cose da raccontare, anche ad un maestro. La “Flavia” che proprio nella Conca del Naviglio perse metà della sua casa di ringhiera sotto le bombe della R.A.F., i suoi fratelli straccivendoli allievi del “Cagnatt” (forse l’ultimo campione nell’arte degli ‘strasciée’ 17), il Pierino, il Leonardi, l’Amleto, il Moro, “el Frigurifer” e tanti altri ancora furono gli amici che Confalonieri frequentò nella società “larga” compresa tra Porta Genova, Porta Ticinese, e il dedalo di viuzze che si spingevano verso via Torino, e poi ancora in su fino all’inizio di via Larga proprio dove un tempo sorgeva il vecchio Bottonuto, territtorio di malaffare e di case di tolleranza 18. Era un centro cittadino non ancora “normale” quello descritto dal Confalonieri; alle osterie, ai trani e alle bettole permeate da potenti odori a base di alcool e “trinciato nazionale” non si erano ancora sostituite le attuali rassicuranti vetrine luccicanti in stile mittel-europeo»19.
L’immediato dopoguerra finisce, il boom economico scoppia. Nel solo 1961 Milano vede trasferirsi fra i suoi confini più di 81.000 persone. I quartieri popolari che già esistevano mutano il loro assetto e la loro geografia per ospitare le centinaia di migliaia di immigrati che provengono principalmente dal sud e dal Veneto, al punto da divenire irriconoscibili. Accanto alle case minime del periodo fascista sorgono gli immensi palazzoni popolari di Quarto Oggiaro, Comasina, Giambellino-Lorenteggio, Corvetto, che assumono l’aspetto che conosciamo ancor oggi. Veri e propri quartieri-dormitorio dove si verificano i sintomi normalmente connessi a questo tipo di fenomeni urbani, che non mancano di occupare le prime pagine dei giornali locali e, nei casi più vistosi, nazionali. Le coree si ingrandiscono. Io stesso vivo ad una cinquantina di metri da una zona residenziale di villette chiamata dagli abitanti del quartiere “villaggio Bovisasca”, che sorge dalle ceneri di un ex corea sottoproletaria. Inizia la lotta delle classi popolari e meno abbienti, che non riescono a seguire il ritmo della neonata società del benessere, per restare all’interno della cerchia delle mura spagnole che delimitano il centro storico, in cui cominciano, lentamente, a sorgere i primi locali alla moda per il divertimento della nuova borghesia industriale, che ovviamente non vede di buon occhio la forte presenza operaia, popolare e sottoproletaria radicata nella zona. Nell’area del centro, sopratutto inizialmente in via Larga, sorgono i primi Night Club, i Pub, I locali notturni alla moda. La ligera, definibile fino ad allora come una vera e propria criminalità popolare e “romantica”, che si dedicava ai piccoli furti e al contrabbando con il solo scopo della sussistenza, inizia ad assumere i connotati di una vera e propria criminalità organizzata, che gestisce molti di questi locali alla moda e si dedica nel frattempo ad attività illecite di ben altra natura.
Lo scopo è quello di arricchirsi e di fruire così dei benefici che la neonata società dei consumi fornisce alla classe benestante 20. È in questo momento che inizia a verificarsi quella mescolanza tra ceto popolare e ceto borghese, il quale comincia ad insediarsi anche nelle zone più “centrali” del Ticinese e di
porta Genova. Parte lentamente il grande esodo dal centro verso le periferie operaie. Il porto, che fino ad allora era stato un crogiolo di incontri e di esperienze di vita vissuta, smette di ospitare i barconi e le attività ad esse connesse intorno al ’71. Ognimodo una realtà popolare nella zona del Ticinese (allora comunque ancora considerato periferia rispetto al “centro storico” propriamente detto, quello delle mura spagnole, e che anzi fu uno dei quartieri “ospitanti” le masse popolari provenienti dalle aree centrali) continuerà a sopravvivere forte e radicata fino a tutti gli anni ’70. Molte osterie restano in
piedi, e un fenomeno nuovo invade questi quartieri: quello della contestazione studentesca. Una forte presenza comunista, legata al partito di allora, c’è sempre stata in queste zone, ma il fenomeno della contestazione giovanile riempie i viali della darsena di energia nuova. I bar e le osterie popolari si
riempiono di studenti e giovani che si trovano per discutere, dibattere, studiare o semplicemente svagarsi e bere in compagnia. Qui studenti e operai si incontrano e si confrontano. Quel crogiolo di corpi e di esperienze contribuirà a dare vita ad uno dei movimenti politici più vivi ed energici della storia della nostra città e del nostro paese. Basta chiedere ad uno qualsiasi dei nostri genitori, che abbia frequentato quella zona anche solo un po’, per farsi un idea del clima suggestivo e particolarissimo che doveva esserci all’epoca. È in quel periodo che viene occupato lo storico centro sociale Cox 18 in via Conchetta, che ospiterà nei decenni successivi la libreria Calusca di Primo Moroni, aperta tutt’oggi e inespugnabile fortezza ideologica e politica, oltre che prezioso fortino di testimonianze della Milano di quegli anni 21.

Così per tutti gli anni ’70. Poi l’esplosione del ’77, la grande sconfitta, il riflusso degli anni ’80, la deindustrializzazione e il dissolvimento della cultura e della classe operaia. Questa è storia recente. Milano si avvia a diventare una metropoli-piattaforma internazionale basata sul terziario avanzato.
Milano diventa la città della moda. Milano diventa la Milano da bere. La gentrificazione totale di quelle zone che fino ad allora si erano mantenuti popolari per diversi secoli (erano infatti quartieri artigiani e contadini già da prima della primissima industrializzazione, nelle poche case a ringhiera sopravvissute nel Ticinese si possono ancora vedere le cantine utilizzate per la produzione di formaggi) avviene nel giro di un batter d’occhio: i prezzi aumentano, il costo della vita diventa insostenibile; le masse operaie,
proletarie e contadine si spostano. Il definitivo esodo delle classi meno abbienti nelle periferie più estreme trova completo compimento. Il Ticinese, con la sua darsena, e il quartiere di Porta Genova, nel giro di pochissimi anni diventano il fulcro della Milano da bere, molte vecchie osterie chiudono i
battenti, altre si riconvertono in ristoranti alla moda. Sono passato di recente davanti all’osteria Briosca sulla darsena, frequentatissima da mia madre negli anni ’70 e nei primissimi anni ’80. Spesso mi ha raccontato delle esperienze vissute in quel posto, bazzicato da lei quasi quotidianamente. Per curiosità
sono entrato a dare un occhiata, ma sono dovuto uscire subito. Sentivo una stretta al cuore solo comparando le storie di mia mamma con ciò che è diventato quel posto. Che c’è ancora da dire?
Pochissimo è cambiato da allora. Ciò che è diventata quella zona, ormai patria, come detto, di fighetti e figli di papà, ce lo abbiamo tutti davanti agli occhi. Sembra che la ciliegina sulla torna, il definitivo compimento, il suggellamento della vittoria del consumo e del benessere nella città vetrina internazionale sia stata l’ultima ristrutturazione della darsena per EXPO. Ora la darsena del Naviglio di porta Ticinese, che fino a due anni fa era rimasta abbandonata a se stessa, con un vialuzzo d’erba che costeggiava l’acqua raggiungibile tramite stretti scalini e frequentato solo da qualche senzatetto, è diventata un largo e illuminato marciapiede di mattoncini rossi segmentato da pali della luce con cartelli della Vodafone posti ad intervallo regolare di 10-15 metri. La popolazione che passeggia su quei marciapiedi preferisco lasciarla all’immaginazione. I locali che ci si affacciano anche. Vi consiglio solo,
se mai aveste voglia di andare a farvi un giro, di fare un buon prelievo in banca. Se poi doveste avere un attimo di straniamento in cui, per qualche secondo, pensiate di essere sul lungomare di Rimini passeggiando tra le lucine colorate state tranquilli, è assolutamente normale. Questo succede ad una
città che non ha consapevolezza del suo passato, che non conosce la sua storia e quella delle strade e dei quartieri su cui cammina in fretta per andare al lavoro. Questo succede ad una metropoli internazionale che «con cieca avidità al denaro e al progresso ha sacrificato le tradizioni, i valori, la storia, il senso di
appartenenza»22. Questo succede a dei milanesi che «“sono dei sordomuti”- e indicò con la mano spiegata la schiena dell’auriga, la coda del cavallo, il lastrico, la casa di fronte, la folla dei passanti- “i milanesi sono dei sordomuti. Non sanno chi fu il Belloveso. Belloveso fu il Romolo e Remo di Milano. Il
gallo Belloveso, signore, che era nipote di un re dei Biturigi, quasi seicent’anni avanti Cristo varcò le Alpi e qui accampandosi fondò Milano, capitale morale d’Italia. E a Milano nessuno, nessuno, nessuno lo sa”» 23.

Voglio, per concludere la breve storia, riportare l’intero commento di Francesco Erspamer, professore di lingue e letterature romanze all’università di Harvard, a proposito, per citare un altro avvenimento legato ad EXPO, della così definita “devastazione” del centro città il 1° maggio 2015 da parte dei Noexpo durante l’inaugurazione della fiera, con relativa successiva attività di pulitura delle “spugne di mastrolindo”, simbolo della società benpensante meneghina tutta:

«I black-bloc non hanno lasciato nemmeno un graffio permanente sul volto di Milano. […] Le oscene cicatrici che vediamo e non potranno essere cancellate le ha fatte la cieca avidità di un sistema che al denaro ha sacrificato le tradizioni, i valori, la storia, il senso di appartenenza e che fa finta di
ricordarsene solo quando dei ragazzi senza passato e senza futuro si ribellano come possono, come sanno»24.

1 Commento di Dante Isella alla poesia Navilii di Delio Tessa: Delio Tessa, Altre Liriche (1999) a c. di Dante Isella, vol 2, Einaudi, 2013 p. 429.
2 D. Franchi, R. Chiumeo, Urbanistica a Milano in regime fascista, p. 58, La Nuova Italia, Firenze, 1972.
3 Per questa vicenda si veda Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, a cura del
CRAAL Ospedale S. Paolo, Dicembre 2001, p. 86.
4 Inizio di un’antica filastrocca, di senso oscuro (la si veda nel Cherubini), con cui i ragazzi facevano la conta nel gioco
del nascondino. Per Ara bell’Ara è invece data una spiegazione “mitologica” da Laura Maragnani e Franco Fava in
Leggende e storie milanesi, Meravigli, 1984, pp. 145-147.
5 Per la poesia completa si veda Delio Tessa, Altre Liriche (1999) a c. di Dante Isella, vol 2, cit. pp. 429-435.

6 Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, cit. p. 13.

7 Le prime grandi trasformazioni urbanistiche risalgono alla seconda metà del secolo precedente, che fra l’altro vide la costruzione, conclusa nel 1876, della galleria Vittorio Emanuele II, ad opera dell’architetto Giuseppe Mengoni. Sotto questo punto di vista Milano fu , considerando il contesto italiano, una città molto “precoce”.

8 Dati riportati in ivi p. 13, a loro volta tratti dalle tabelle elaborate dal Dott. Michele Dean in Milano Città in Guerra, Feltrinelli, 1973, Milano.

9 Il quale costruì alcuni boulevard di Parigi a sua volta memore delle sollevazioni del 1831 e del ’48 che si servivano
dei quei vicoli labirintici, perfetti per barricate e sommosse, per mettere a ferro e fuoco la città.
10 Ivi p. 57.
11 Anche Villa Litta ad Affori venne parzialmente convertita in ricovero, insieme all’ex manicomio Senagra in corso XXII Marzo e alla zona di Corvetto di recente finita sotto i riflettori mediatici. In questo periodo nascono anche le
prime case minime e il ricovero comunale a Quarto Oggiaro, quartiere che raggiungerà il suo massimo “splendore” durante la grande immigrazione del boom degli anni Sessanta di cui a breve. Il Giambellino invece vedrà le prime
case minime costruite per ospitare gli esodati dopo il piano regolatore del ’26 (suggellato poi da quello di Albertini del ’34) che distruggerà il Bottonuto di via Larga e i quartieri adiacenti nei primi anni ’30.

12 Ivi p. 92.
13 Dati tratti dal Pugni da R.A.F., Bomber Air Command, Rapporto attacco n. 107, 24 ottobre 1942, in Storia illustrata
n. 267, febbraio 1980.
14 Si veda Franco Alasia e Danilo Montaldi, Milano Corea, inchiesta sugli immigrati negli anni del «Miracolo» (1959), Donzelli Editore, Roma, 2010 e Jhon Foot, Milano dopo il miracolo, biografia di una città, Feltrinelli, Milano, 2003, p. 54.
15 Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, cit. p. 97.
16 Ca’Lusca, scritti e interventi di Primo Moroni, p. 19.
17 «Gli “Strascee” giravano con un carrettino spinto a mano ed i più importanti con un carro trainato dal cavallo. Ritiravano di tutto, stracci, ossa, anche rottami di ferro, ed in cambio davano aghi, ditali, cucirini, soda, lisciva,candeggina, sapone, mollette per stendere la biancheria,spazzole per lavare, pettini, etc. Una specie di baratto che aveva il doppio vantaggio di liberarsi di cose inutili e di avere in cambio cose che potevano servire. Erano anche molto astuti tanto da coinvolgere anche i bambini che si davano da fare per trovare cose da dar loro ed avere in
cambio le biglie colorate di terracotta. L’urlo di battaglia degli “strascee” era: “Strascee donn! Conegrina e savon” (Straccivendolo donne! Candeggina e sapone) ma ne ricordo uno che diceva anche: “Donn, compree el battipann
per i marì che tornen a cà ciocch!” (Donne, comperate il battipanni per i mariti che tornano a casa ubriachi)»,
http://www.agendamilano.com/AM2_Pagina.asp?IdPag=303
18 Case di tolleranza che verranno definitivamente chiuse dalla legge Merlin del ’58.
19 Gianfranco Pugni, C’era una volta l’Albergo. La vicenda dell’Albergo Popolare, cit. p. 52.
20 Un interessante contributo sull’argomento è fornito dal documentario di Tonino Curagi e Anna Gorio Malamilano. Dalla liggera alla criminalità organizzata. Disponibile sul canale youtube: https://www.youtube.com/watch?
v=10P2HTCad4U.
21 Ringrazio in particolare Totò della libreria Calusca per avermi fornito l’interessante libro di Gianfranco Pugni ampiamente citato in questo articolo.
22 Dal commento di Erspamer di cui sotto.
23 Massimo Bontempelli, La vita operosa, avventure del ’19 a Milano (1921), Metropolis Edizioni Unicopli, Milano,
2013, pp. 92, 93.

24 http://www.lavocedinewyork.com/news/primo-piano/2015/05/02/milano-e-lexpo-a-ferro-e-fuoco-ovvero-lapropaganda-
liberista-allattacco/