Il vuoto in una tazza di tè

di Silvia Dini Modigliani e Nadia D’Ippolito Merrar

Perché realizzare un’opera quando è così bella sognarla soltanto.[1]

Girare a vuoto, parlare a vuoto, a mani vuote, bicchiere mezzo pieno mezzo vuoto, testa vuota, salto nel vuoto, vuoto a rendere, a stomaco vuoto, scena vuota…

Sfogliando un qualunque dizionario della lingua italiana si comprende come la parola vuoto sia strettamente legata al concetto di mancanza, privazione, assenza, banalità, frustrazione, vacuità, nullità e addirittura pericolo se lo si considera nella sua fisicità di sostantivo. Insomma, nella nostra società il vuoto è qualcosa che va riempito, altrimenti rimane come inutile assenza in attesa di definizione.

Qui e ora, siamo in un quartiere di Roma nel mezzo del processo di gentrificazione: ogni giorno apre un locale nuovo per mangiare e per bere, un artigiano chiude la sua attività, un nuovo abitante arriva e uno vecchio se ne va, un vuoto viene trovato, riempito, un pieno viene affermato. Distruggere uno spazio inutilizzato e riempirlo con un fast-food, un Lidl, un bingo, un cartello pubblicitario, per dargli un senso economico e lavorativo, per renderlo un luogo in cui i sensi vengono tutti quanti distratti e occupati nel guardare, toccare, ascoltare, odorare, assaporare e consumare: sentiamo dire che questa è la giusta, anzi la migliore azione da fare, oggigiorno, ogni giorno. Ma migliore rispetto a cosa? Rispetto al niente, a quello spaventoso vuoto che per noi invece è meraviglia. Il vuoto e l’immaginare sono molto difficili da trovare nella presunta perfezione armonica del mondo che funziona. Gli spazi che la città contemporanea ci propone sono tutti spazi chiusi, a volte siamo noi stessi a chiuderli o a volerli chiusi: spazi funzionali, sicuri, ordinati, puliti, certamente più apprezzabili. Così facendo li priviamo di qualunque possibilità vitale: costruiamo spazi che nascono morti, dove la vita si ferma nell’illusione di movimenti che si ripetono identici, fino al giorno in cui qualcuno non penserà che ai valori di bello, pulito, ordinato e riqualificato si debbano sostituire i nuovi ideali del momento: quindi distruzione, ricostruzione, rifossilizzazione. E in questo meccanismo, sempre, manca lo spazio per muoverci: il vuoto.

E precisamente questo pensare oltre se stesso, verso l’aperto, proprio questo è metafisica[2].

Per andare oltre il metafisico e trovare un aspetto tangibile dell’esistenza del vuoto dobbiamo spostarci verso altri luoghi, altre epoche o altri campi.

Un uomo molto lontano ci disse che il vuoto è quella cosa che permette il movimento.[3]

Un uomo e regista, osserva: Quando c’è troppo da vedere, quando un’immagine è troppo piena o quando le immagini sono troppe non si vede più niente. Dal troppo si passa molto presto al nulla, come certo sapete. E conoscete anche un altro effetto: quando un’immagine è spoglia, povera, può risultare talmente espressiva da soddisfare interamente l’osservatore, e così dal vuoto si passa alla pienezza.[4]

Un uomo e architetto meno lontano nel tempo definisce il vuoto sensoriale come uno stimolo per l’immaginazione: una forma fragile possiede una tolleranza estetica, margine per il cambiamento. E ancora: l’indebolimento dell’immaginazione suggerisce anche una conseguente contrazione del senso empatico ed etico.[5]

Nelle parole di un uomo[6] che immagina insieme ad altri un mondo nuovo troviamo: non esiste un libro o un manuale che ci indichi il da farsi. Tale libro o manuale non è stato ancora scritto, è ancora nei cervelli dotati di immaginazione, negli occhi svegli che hanno lo sguardo per qualcosa di nuovo che si vuole vedere, nelle orecchie molto attente a captare il nuovo che si vuole costruire. Pensiamo che oggi più che mai siano necessari l’arte dell’immaginazione, i popoli originari e la scienza affinché nasca un mondo nuovo (…) Abbiamo alle spalle 22 anni di lotta, resistenza e ribellione contro il capitalismo, e 22 anni di un nuovo sistema di autogoverno in cui il popolo comanda e il governo obbedisce.

Da una terra lontana apprendiamo l’amore verso l’architettura del vuoto, la sukiya, la stanza del tè: qui in Giappone l’atto del bere il tè viene elevato ad un livello meditativo. Non a caso gli ideogrammi originari per sukiya significano Dimora della Fantasia in quanto struttura effimera costruita per ospitare un impulso poetico, significano Dimora del Vuoto in quanto priva di ornamenti, a eccezione di quel che vi può essere collocato per appagare un’esigenza estetica contingente, e significano Dimora dell’Asimmetrico in quanto consacrata al culto dell’Imperfetto; si lascia volutamente qualcosa di incompiuto affinché sia l’immaginazione a completarlo[7].

Questa è la forza della debolezza. Ciò che l’arte e l’architettura sono capaci di produrre proprio quando non si presentano aggressivamente e dominanti, ma tangenziali e deboli.[8]

Esistono film che sono come spazi chiusi: non lasciano il minimo spazio vuoto tra le singole immagini, non permettono di vedere ciò che è rimasto ‘fuori’ dal film, non consentono agli occhi e ai pensieri di muoversi liberamente. In questo genere di choc visivi lo spettatore non può riversare nulla di proprio, nessun sentimento, nessuna esperienza. E si esce dal cinema con un senso di delusione. Solo i film che lasciano spazi vuoti tra le immagini raccontano una storia, ne sono convinto, perché una storia si produce anzitutto nella testa dello spettatore o dell’ascoltatore.[9]

L’errante, Erigone, trova la morte nel momento stesso in cui decide di fermarsi. Il vuoto, quando viene riempito e definito, muore anch’esso. E con esso l’immaginazione, la fantasia, la debolezza, la riflessione, l’erranza.

L’errance est le masque,
piétiné,
jeté[10].

Abbandoniamo ciò che conosciamo, abbandoniamoci all’erranza nel vuoto – l’imprevisto e l’imprevedibile, l’incontrollato e l’incontrollabile – ciò che è abbandonato è una delle poche cose che conserva i segni del naturale passare del tempo.

La fissità equilibrata della perfezione non sopporta il tempo, non gli sopravvive semplicemente perché non è in grado di assorbirlo modificandosi: essa non ha spazio per cambiare, non lo ha voluto lasciare per essere immobile e uguale a se stessa, è fitta, inattaccabile, coerente e paradossalmente dimentica nel non lasciare uno spazio fragile per l’interazione di chi è qui, adesso.

Lasciare degli spazi urbani al passaggio del vuoto richiede un atto di fiducia molto grande verso l’erranza e l’immaginazione altrui, e quando questo vuoto non sarà più vuoto, ci si deve assicurare che non sia stato l’ultimo vuoto a morire.

(…) E per concludere il mio discorso, vorrei pregarvi di considerare il vostro lavoro anche come creazione di luoghi futuri per i bambini [e gli adulti, ndr]. Le città e i paesaggi andranno a forgiare il loro mondo di immagini e desideri. E vorrei anche che provaste a considerare ciò che per definizione è l’esatto contrario del vostro lavoro: voi infatti non dovete solo costruire edifici, bensì creare spazi liberi per conservare il vuoto, affinché la sovrabbondanza non ci accechi, e il vuoto giovi al nostro ristoro.[11]

Il cielo dell’umanità moderna si è realmente frantumato nella lotta titanica per la ricchezza e il potere. Il mondo brancola nelle tenebre dell’egoismo e della volgarità. La conoscenza si compra a prezzo della cattiva coscienza, la generosità si pratica a fini utilitaristici. Oriente e Occidente, come due draghi scagliati in un mare agitato, lottano invano per riconquistare il gioiello della vita (…) Beviamo, nel frattempo, un sorso di tè. Lo splendore del meriggio illumina i bambù, le sorgenti gorgogliano lievemente, e nella nostra teiera risuona il mormorio dei pini. Abbandoniamoci al sogno dell’effimero, lasciandoci trasportare dalla meravigliosa insensatezza delle cose.[12]

…un film senza sonoro, un locale senza vodka, una piscina senz’acqua, una vita senza obiettivi, un trentenne senza lavoro…

Dopo tutte queste riflessioni, cos’è il vuoto se non la viva possibilità di immaginare qualcosa di nuovo?

L’apparente insensatezza di questa immagine[13] e il vuoto che lascia alla nostra immaginazione è capitata a fagiolo durante la scrittura di questo articolo. Cherry e Richard Kearton erano due fratelli, tra i primi fotografi di professione della fauna selvatica, che se ne inventarono parecchie per potersi avvicinare sempre di più ai loro soggetti. Nella foto si vede uno dei due fratelli che trasporta un “bue d’imitazione”.

[1] Pier Paolo Pasolini, Decameron, 1971

[2] Theodor W. Adorno, Metafisica. Concetto e problemi, dalla raccolta delle lezioni del 1965

[3] Democrito, V-IV sec a.C.

[4] Wim Wenders si rivolge a un pubblico di architetti riuniti in convegno a Tokyo il 12 ottobre 1991, estratto da L’atto di vedere, Ubulibri, Milano 1992

[5] Juhani Pallasmaa, L’immagine incarnata, 2011

[6] da Comer es rebeldìa – vol.2, appunti del Subcomandante Insurgente Moises nel capitolo L’arte che non si vede e non si sente, 2017

[7] Kakuzo Okakura, Lo zen e la cerimonia del tè, 1906

[8] Ignasi de Solà – Morales, Architettura debole, Ottagono n.82, 1989

[9] Wim Wenders, op. cit.

[10] Edmond Jabès, trad. “L’erranza è la maschera buttata, abbandonata”, Il libro delle interrogazioni, 1965

[11] Wim Wenders, op. cit.

[12] Kakuzo Okakura – op. cit.

[13] Richard Kearton, Wild Nature’s Ways, 1909