Decoro e repressione nella città vetrina

di Luigi Narni Mancinelli

Due immagini, due eventi recenti avvenuti sul lungomare della città di Salerno. Nella prima immagine il governatore della Campania, già sindaco-sceriffo e ventennale “uomo solo al comando”, inaugura un bar alla moda, uno di quei locali in cui non ti fanno entrare se non hai il vestito buono. Attorno al politico del Partito Democratico si raduna un gruppo di ambulanti senegalesi con le loro famiglie al seguito, arrivati alla kermesse per discutere del loro allontanamento dal lungomare. Dopo le sorridenti foto di rito con i bambini e soprattutto dopo aver pronunciato alcune diplomatiche parole di circostanza e di apertura nei confronti degli ambulanti, il governatore rilascia alla stampa delle dichiarazioni di fuoco, in cui insulta la comunità senegalese e ribadisce il suo volere insindacabile, per cui gli ambulanti devono andare via dal lungomare, altrimenti sono dei cafoni e dei violenti.

Come si è arrivati alla chiusura di quella che è la passeggiata-vetrina per i salernitani e i turisti, dopo che le comunità senegalesi e bengalesi per decenni vi avevano esposto le merci senza suscitare nessun problema?

Seconda immagine. Il consigliere comunale dell’opposizione di sinistra, appena nominato coordinatore del movimento che inneggia alla “democrazia e autonomia” in Campania, gira il lungomare con la telecamera per documentare la presenza di “abusivi”, incitando la polizia a sgomberarli e a ripristinare la legalità. La polizia municipale ormai è sempre presente sulla zona a traffico limitato, chiudendo la strada dai due lati con le camionette e facendo irruzioni improvvise: gli ambulanti sono con le loro lenzuola bianche sempre sul chi va là, pronti eventualmente a fuggire. Le retate sono diventate frequenti, anche quando non sono sponsorizzate dai politici di sinistra, e chiudono il cerchio della trasformazione a uso di vetrina spettacolarizzata della città “turistica ed europea”, quella dal cui centro devono essere espulsi tutti quelli che rovinano questa immagine patinata. Se la maggior parte degli ambulanti è presente in città da decenni e si trova con i requisiti in regola per quanto riguarda il permesso di soggiorno, la loro vita a Salerno risulta comunque compromessa:

“Non c’è più lavoro. Ora la guardia di finanza e i vigili controllano il lungomare per l’intera giornata. Mi hanno sequestrato la merce, fatto una multa, e non ho i 300 euro necessari a ricomprarla. Sono venuti a controllare le case dove viviamo. Prima guadagnavo 500/600 euro al mese, ora non riesco nemmeno a coprire le mie spese mensili che tra affitto, cibo e ricarica telefonica per poter sentire la mia famiglia, ammontano a 300 euro mensili”.

“Ho subito tre multe in pochi giorni, non si riesce più a lavorare per strada, sono venuti a controllarci anche nelle case, denunciandoci perché davamo una mano a un connazionale arrivato da poco che ancora deve presentare domanda di asilo, ospitandolo in casa e sfamandolo dopo due giorni di digiuno; ci costringono ad avere paura ad essere solidali con le persone in difficoltà; vivo a Salerno da dieci anni ma mi stanno costringendo ad andare via con le lacrime agli occhi da questa città dove avevo costruito tante buone relazioni e ho tanti amici, e provare a ricominciare da zero altrove”.

Queste le testimonianze di due ambulanti, cittadini che sarebbero stati “integrati” secondo gli stessi canoni della retorica democratica: prima integrati e adesso ributtati ai margini di una condizione esistenziale e sociale decisamente insostenibile. Non basta, la recente legge Minniti-Orlando (sempre politici di sinistra, si noti solo di sfuggita questa “sinistra” ricorrenza) ha bisogno di spettacolarizzare ulteriormente la repressione, trasformare in “decoro” il degrado delle esistenze povere e non assimilabili nella città vetrina: per questo può capitare di vedere il Questore in persona partecipare alle retate assieme alla polizia in cerca di “clandestini”, sempre sul lungomare, in presenza della stampa, così come può capitare che l’arresto e la deportazione annunciata in tutta fretta sui media sia in realtà smentita poche ore dopo dalle stesse persone incontrate per strada e rilasciate perché in possesso del permesso di soggiorno.

Se non come artefice della stessa repressione, la sinistra (di governo, di opposizione, sindacale o sociale che sia) si misura nel contenimento delle lotte che nascono dal basso e cercano di resistere alla situazione emergenziale creata ad arte dallo Stato. Finito il corteo degli ambulanti, convocato dopo estenuanti mediazioni con il Comune, dopo la chiusura della giunta e del sindaco rispetto ad ogni possibile ipotesi di presenza degli ambulanti sul lungomare, quello che il vertice del sindacato riesce ad ottenere (più che altro per frenare la protesta degli ambulanti che avevano immediatamente occupato le vie del centro) è un incontro con il Prefetto. Incontro per altro mai avvenuto nei giorni seguenti, bisognerebbe quindi anche chiarire il ruolo del Prefetto in tutta questa storia. Lasciamo dunque la parola al sindaco di Salerno, che fa luce sulla questione:

“Per quanto riguarda il contenimento dell’abusivismo commerciale stiamo lavorando attivamente. Già la scorsa settimana i nostri vigili urbani insieme con altre forze di polizia hanno tenuto sotto controllo il lungomare, però ora con l’incontro che abbiamo avuto col prefetto abbiamo posto sul tappeto anche questo aspetto della tenuta del territorio per quanto riguarda il fenomeno dei venditori abusivi e il Prefetto e il Questore ci hanno garantito una piena collaborazione”.

Insomma la collaborazione funziona, lo Stato è presente e deciso a far rispettare ordine, legalità, decoro e le attività commerciali che vengono inaugurate dal governatore della Campania. Eppure le lotte degli ambulanti, come sta accadendo un po’ dovunque in Italia in queste settimane, vanno avanti, spinte dalla necessità esistenziale delle persone in carne e ossa ma anche dall’ottusità e dal muro di gomma delle istituzioni. Se non c’è nessuno spazio di mediazione è allora il caso di fare piazza pulita delle rappresentanze interessate delle lotte altrui, che non possono portare a nulla, specie in questo caso. È il caso invece di aprire un discorso comune sulla possibilità di costruire la solidarietà verso una vera autorganizzazione dei lavoratori e riflettere su quanto la riduzione della città-vetrina a negozio militarizzato sia un problema per tutti gli abitanti della città. In questo senso la questione si collega alla stretta repressiva in atto sui migranti, alla loro gestione fatta attraverso il sistema di accoglienza e reclusione. Ogni illusione di gestire questo sistema dal basso, per un’accoglienza “degna”, naufraga di fronte al disegno esplicito delle istituzioni e di tutto lo scenario politico di gestire la chiusura delle frontiere senza più mezze misure. Non rendersene conto sarebbe tragico.