BOLOGNA “FOOD CITY”: appunti su cibo, smart city e gentrificazione

di Eat the Rich

“Brindo al costruttore che sa rimuovere i ghetti senza rimuovere la gente, così come brindo al cuoco che sa fare le frittate senza rompere le uova”  Robert Moses

Vi sarà certamente capitato, imboccando senza troppa attenzione l’ennesima rinomata strada del turismo italiano, infarcita di ristoranti l’uno identico all’altro, di soffermarvi per curiosità ad ascoltare quella voce che vi sponsorizza “il carciofo più croccante di tutta Roma” o “l’autentico risotto meneghino”.

Un attimo di distrazione, un cedimento momentaneo ed eccoci là, seduti al solito tavolo dalla tovaglia a scacchi, forchetta alla mano, con la fastidiosa sensazione di essere stati truffati.

Fino a qualche tempo fa la città di Bologna sembrava ancora non essere stata toccata da dinamiche simili, ultima avvisaglia di uno spazio urbano ben rodato al passaggio di frotte di turisti.

Eppure i governanti cittadini hanno infine ben deciso di scoprire la vocazione turistica della città, per non essere da meno rispetto alle altre grandi attrazioni della penisola.

Dopo aver tentato la via della città della cultura, con l’università più antica del mondo, i musei riempiti di murales, e la riscoperta edulcorata dei suoi fasti controculturali, hanno presto capito che per arrivare a quel turista “acculturato e consapevole” (e dal portafoglio ben gonfio, ci sentiamo di aggiungere alle parole del governatore dell’Emilia-Romagna) era più semplice prenderlo per la gola.

Anche la capitale della mortadella ha deciso di partecipare all’affannosa gara per salire sul podio di città più cool e accattivante sul mercato.

La storia delle trasformazioni urbane ci insegna che queste sono sempre violente e per nulla interessate (preoccupate dei) ai “danni collaterali”. L’efferata ironia del “master builder” Robert Moses dovrebbe giustificare mezzo milione di sfratti nei suoi quarant’anni di dominio su New York.

Il potere per dispiegarsi agisce in maniera molteplice e all’apparenza contraddittoria e nella catena di montaggio dello spazio di profittabilità è richiesta una guerra su più fronti: non basta ingolosire lo spettatore, servono gli investitori, ovviamente, e qualcuno che li legittimi. Non basta far colare il cemento delle infrastrutture sui quartieri periferici e lucidare i lastricati del centro storico, creare nuove mirabolanti attrazioni e riempire le strade di osterie.

Se la città diviene un prodotto, e di conseguenza va venduta a caro prezzo, serve allora che i consumatori-turisti la desiderino, che possano avere l’occasione di fregiarsi dell’esperienza cittadina nel loro curriculum del “viaggiatore” occidentale.

Serve quindi non solo che la scenografia urbana segua il loro gusto, ma che chiunque disturbi la vista di quello spettacolo se ne vada, o si adegui di conseguenza.

Chi se ne deve andare lo decidono tra Comune e Questura, da una parte con la gentrificazione dei quartieri e dall’altra con sfratti sgomberi e allontanamenti: loro la chiamano riqualificazione.

Chi si adegua, chi si fa cooptare nell’amaro compito di ridisegnare le linee di esclusione della città, contribuisce a isolare chi non è ritenuto idoneo a vivere gli spazi urbani: loro la chiamano partecipazione.

Lo si vede chiaramente in due quartieri popolari di Bologna, avamposti e laboratori della città che verrà, in Bolognina così come al Pilastro, le suggestioni si sprecano: distretti del cibo, movida dislocata, residence per cittadini illuminati, innovazione sociale, parchi giochi per turisti, così numerosi come lo sono gli interventi repressivi che si portano appresso.

Così la vorrebbero, la Bologna City of Food: giovane e dinamica, piena di tortellini e universitari, tutti smart, belli e cordiali. Una città in cui aggirarsi come tra gli scaffali di un supermercato gourmet.

Perché è così che i turisti-consumatori desiderano la città secondo le ultime indagini di mercato, ed è così che i governanti vogliono che sia.

Ma il turista-consumatore non deve limitarsi a visitarla, la città che verrà, deve partecipare alla sua narrazione, deve contribuire attivamente a disegnare quella rete di immaginari capace di attrarre e intrappolare i suoi simili.

Perché non solo la città, ma anche i suoi abitanti oggi sono in vendita, sono un marchio, un’immagine ben definita e costruita proprio a questo scopo, una sublimazione dei suoi aspetti più autentici, da pubblicizzare per scalare virtuali classifiche mondiali. Deve avere pochi tratti caratteristici, ben definiti e ben visibili, e che siano onnipresenti.

La costruzione del brand di una città, però, non è una banale questione di marketing, ma di storytelling: bisogna individuare le figure, i colori, le sensazioni per raccontare la storia di una città. A portare avanti questa narrazione devono essere in primo luogo i suoi abitanti, disponibili a immaginare e costruire visionari capitali umani, beni comuni da privatizzare e valorizzare, sharing economy e social street di cui far discutere

Dietro a tutto questo c’è l’allontanamento dei poveri dai centri storici con la scusa della sicurezza, la cooptazione di esperienze di autogestione, le ipocrite cartoline del buongoverno e della tolleranza, calamite per visitatori ribelli, la militarizzazione delle strade e il decoro come ideologia. Il potere si appropria, per portare avanti questo progetto, di ogni istanza nata dal basso, capovolgendone il significato a proprio uso e consumo.

Il primo grande esperimento che prova a contenere tutto ciò e a costruirlo in solidissimo cemento è la F.abbrica I.taliana CO.ntadina (F.I.CO.), la famigerata “Disneyland del cibo”, il parco tematico della produzione e lavorazione alimentare inventato dal patron di Eataly, Oscar Farinetti.

La produzione di cibo si fa show, rappresentazione falsata e messa in scena per raccontare al pubblico un mondo contadino e industriale ripulito da ogni contraddizione, da ogni macchia di possibile conflitto sociale. E lo show si fa grande evento, spasmodica attesa per la costruzione dell’ennesima grande opera, fatta di cemento, marginalizzazione e sfruttamento. E naturalmente di grandi profitti, per i soliti palazzinari e per i nuovi protagonisti del capitalismo più smart.

Dal Comune di Bologna fanno sapere che l’Expo 2015 milanese è stata un’importante verifica del progetto di narrazione dell’identità di Bologna come brand, e il mostruoso agglomerato di guerrafondai, paladini dell’apartheid, sovrani dello sfruttamento del lavoro e della terra che ha promosso Expo 2015, ha sicuramente ricevuto un grande contributo dai padroni della città felsinea. Se Camst, Coop, Eataly e compagnia bella hanno contribuito materialmente con ingenti investimenti alla costruzione di quel grande evento, Expo 2015 ha invece impartito una ben attesa lezione agli amministratori di Bologna: l’efficacia del cibo come cavallo di Troia, come strumento per strappare nuovi spazi e istituire nuovi confini in città.

Per questo ci sembra necessario iniziare a riflettere di come la città stia cambiando, dei responsabili e delle conseguenze possibili di questi cambiamenti.

Come Eat the Rich, realtà cittadina e collettivo politico di cucinieri, ci siamo organizzati proprio a partire dalle contraddizioni che quotidianamente si aprono in seno alle profonde trasformazioni della nostra città e intorno alla necessità di risignificare il cibo genuino, trasformandolo in uno strumento di attacco popolare contro chi invece lo utilizza per cambiare i quartieri e generare enormi profitti. Abbiamo cercato di dare valore politico alla sua produzione, trasformazione e condivisione affermando sin da subito che la cucina non è assolutamente uno spazio neutro.

Per fare ciò abbiamo strutturato in questi anni intense relazioni con i produttori che resistono alla morsa della grande distribuzione organizzata ed al fascino delle boutique del bio, ma non abbiamo mai dimenticato quali fossero le controparti.

La nostra attività di mensa popolare è fatta anche di attacchi ai padroni del cibo e della città (da Coop Italia all’amministrazione PD, dalle boutique di Alcenero ai progetti di Eataly), di presenza sui territori al fianco di ogni esperienza di lotta ed autogestione, di un’attività costante di disvelamento e controinformazione.

E’ forse per questo motivo che l’assessore all’economia e alla promozione della città dopo un pranzo tenutosi di fronte agli ingressi di un emporio green in zona universitaria dichiarò alla stampa “La violenza politica e culturale di chi ha compiuto questo gesto è di stampo squadrista e intimidatorio. Parlano di idee ma, in realtà, siamo di fronte a gente che di idee e di valori ne hanno davvero pochi se si riducono a certe pagliacciate pur di trovare un nemico contro cui impegnare le proprie giornate”.

E intanto Bologna è sempre più “City of food”, ma solo per chi può permetterselo.