Promemoria per una nuova forma di vita contadina

di Bianca Bonavita

Quando il contadino supera la sua misura, autorizza la propria schiavitù
e concede allo Stato il diritto di vita e di morte.
Jean Giono, Lettera ai contadini sulla povertà e la pace, 1938
Prima di tutto la terra.
Sorella ancor più che madre, compagna. Di semine e di sepolture.
Il cielo batte il tempo che la terra danza. Spetta a noi saperlo ascoltare, imparare dalla terra i suoi passi. Aderire.
E di terra ce n’è tanta, dappertutto, anche dove il cemento sembra aver trionfato, di terra ce n’è anche lì, sotto qualche centimetro di cemento, e a volte basta un piccone per liberarla.
Verrà presto il giorno in cui si scrollerà di dosso con un colpo di reni la triste coperta grigia che le abbiamo messo addosso. Vista dagli anni della terra, la civiltà è soltanto una breve notte di mal di pancia.
Di terra ce n’è di piatta, e di questa molta è in mano ai nemici, ce n’è in discesa e a dirupo.
Ce n’è per tutti.
La terra di tutti, la terra di nessuno, la terra che non si può possedere, la terra che abbiamo comunque sempre in prestito, in uso, anche quando un pezzo di carta dice che è nostra.
La terra che è bassa, dicono, che è solo fatica. Quando i frutti non sono per te è solo fatica, quando vendi il tuo tempo è solo fatica, quando il Mercato decide il prezzo del tuo lavoro è solo fatica, quando c’è qualcuno diverso dal cielo che ti dice cosa devi fare è solo fatica.
Altrimenti la terra è anche alta ed è gioia e dono e grazia. E privilegio.
Tutto sta nel non farsi prendere dalla dismisura. Tutto sta nel capire qual è la propria misura, la misura del proprio amore con la terra. Basta sempre poco a diventare schiavi del proprio lavoro, a diventare imprenditori di se stessi.
Il campo è come un’orchestra, bisogna saper dosare archi e ottoni, patate e cipolle.
Si semini di ogni cosa la quantità che ci sarà possibile curare senza affanni. Senza strafare.
Quando ci si trova nella situazione di dover pagare qualcuno per aiutarci nel campo allora è la fine, si è nella dismisura. Bisogna sapersi fermare prima, e se in certi momenti si ha bisogno di un aiuto si pensi allora a nuove forme di comune.
Perché se non si vuole avvelenare la terra e il proprio cibo e non si vuole diventare schiavi delle macchine ci sono momenti, anche dentro la misura, che richiedono tante braccia.


Ci sono le vecchie comuni concentrate ma c’è anche una comune diffusa di vite contadine che si scambiano aiuto nei vari momenti della stagione, e ci sono anche comuni tra campagna e città, un po’ di aiuto in cambio dei frutti del raccolto. Il campo può essere una comune, uno spazio aperto in cui chiunque voglia metterci le mani ne raccoglierà. L’importante è sfuggire alla dismisura.
E mai, mai, cedere alla tentazione dei contributi statali. L’unico modo in campagna per non dovere nulla allo Stato è di non chiedere mai nulla. Niente è mai regalato, anche quando si chiama fondo perduto. Se si hanno pochi mezzi, meglio partire a piccoli passi appoggiandosi alle reti contadine clandestine diffuse sui territori.
La cosa più importante per la nostra nuova forma di vita contadina è cercare di farsi invisibili. Si diffidi delle “mappature” fatte per “valorizzare il nostro lavoro e farlo conoscere”. La clandestinità e la latitanza sono le uniche condizioni in grado di porre un freno alle vessazioni del fisco, della burocrazia e dello Spettacolo. Meno si appare nei documenti più probabilità di vivere liberamente.
Nella clandestinità tutto è ancora possibile.
E non facciamoci fregare dai disegni di legge per l’agricoltura contadina, l’unico bel disegno per chi vive e lavora la terra è quello fuorilegge.
Anche se animati da buoni intenti finiranno con nuove vessazioni e schedature.
Di nemici ce ne sono tanti. Siamo circondati. La grande distribuzione organizzata primo fra tutti, la logistica del massacro di vite contadine su mandato del Mercato. Poi lo Stato, le banche e le politiche comunitarie, i nuovi latifondi, le grandi macchine, le corporation dell’agro-chimica e dei semi. Sessant’anni di distruzione, di scomparsa materiale e culturale delle vecchie forme di vita contadine consegnate all’oblio, alla vergogna, al disprezzo e alla commiserazione. E le sirene della Green Economy, il Buono Giusto Pulito, la Terra Madre marchio registrato, la Fabbrica Italiana Contadina, il Vaticano e i suoi forum mondiali dei movimenti popolari, lo Spettacolo che tutto assimila e assorbe nella sua grande Esposizione.
Di nemici ce ne sono tanti.

Ma sarchiando agli e cipolle all’imbrunire della storia in una calda sera di marzo tutta pervasa dal dolce profumo di fiori di pruno che pare miele di olio di cocco in un anfiteatro di canti d’amore d’uccelli ho l’impressione che la nostra primavera sia proprio qui ed ora in questo frammento di cielo in questo frammento di terra l’aurora.