Parigi, 1° Maggio 2017: il fiammeggiante ritorno del «corteo di testa»

 Macron ti si farà piangere. Firmato: i giovani
(tag comparsa il Primo maggio a Parigi)

 

Il 1° Maggio, ancor prima di essere da poco più di un secolo la festa dei lavoratori, è sempre stata la ricorrenza di Beltaine, questa festa pagana diffusa in ogni angolo d’Europa la quale celebra, passando per il fuoco e l’unione del principio femminile con quello maschile, la fecondità e la rigenerazione dei mondi, il passaggio dall’oscurità alla luce, il risveglio dei sensi, l’insorgere della natura, la vita che vince la minaccia del nulla.

L’intelletto comune non sceglie mai a caso le sue date.

Alcuni amici di Qui e Ora hanno avuto l’intuizione che per questo Maggio sarebbe valsa la pena vivere l’evento di  festa a Parigi.

 Il corteo di testa è un’esperienza

Una scritta apparsa sul muro di un’avenue parigina durante il riot del Primo Maggio, “corri compagno, un mondo di vecchi è dietro di te”, ci pare aver espresso bene il sentimento di questa festa insurrezionale: la rigenerazione del mondo passa attraverso la sottrazione sia individuale che collettiva a questo universo sociale che odora di morte e al quale, per tenersi in piedi, è restata solo la polizia come muro portante. Per tutti gli altri essa è infatti solamente un duro e allo stesso tempo banale ostacolo alla vita.

Le forme del conflitto seguono le rotture e le ricomposizioni di quelle della vita, cioè degli incontri, dei legami, degli affetti che le danno forma a sua volta. Per questo sono forme nomadi: un giorno sono a Barcellona, l’altro ad Atene, l’anno prima a Roma, l’anno dopo a Berlino, oggi a Parigi e domani chissà. Tutto dipende dall’intensità alla quale quella forma può arrivare e spesso, purtroppo per noi, tutto si risolve in una sola giornata. Il problema dei rivoluzionari oggi è infatti come dare consistenza, profondità e continuità alle sue forme.  E attraverso queste portare l’intensità a superare la dimensione del punto e farsi linea, piano, vita.

È da circa un anno, dalla primavera del 2016, che in Francia è apparsa la forma politica attualmente più viva sul piano europeo. Il “corteo di testa” è oggi, senza alcun timore di smentita, la forma ritrovata di cosa vuol dire autonomia, di che significa praticare l’offensiva e provare la gioia del combattimento, di che vuol dire fare un buon uso di sé e dei legami con gli altri , quelli con i quali si abiterà il piano d’intensità, con i quali si camminerà sulla linea discontinua che, passo dopo passo, disegna un divenire rivoluzionario.  Il corteo di testa è più di una tattica, è più e altro di un’espressione della politica, il corteo di testa è un’esperienza e sappiamo bene quanto poche siano le possibilità di farne nella civiltà in decomposizione in cui ci troviamo a vivere, ovvero uno spazio operativo in cui le esperienze non le fanno i corpi ma sono delegate, si fa per dire, ai dispositivi tecnologici. Anche per questo, chi voglia capirci qualcosa deve innanzitutto levarsi dagli occhi le lenti con il quale  è abituato a pensare e vivere “la politica”: per correre, compagno, è meglio che provi a liberarti del peso del tuo vecchio bagaglio. Ciò che serve lo troverai per strada, insieme agli altri che diverranno così i tuoi compagni.

In breve, il corteo di testa ci parla di cosa può significare vivere e lottare all’altezza dell’epoca nella nostra parte di mondo, dove viviamo, non dove vorremmo o fingiamo di essere. Esso espone un gesto appropriabile che apre alla possibilità di uscire da questo presente. Ciò non toglie che vi sia ancora molto da fare, da distruggere e costruire, per arrivare a superare un’ulteriore soglia etico-politica e gli stessi compagni francesi, essendone perfettamente consapevoli,  iniziano a ragionare ad esempio su come inventare e mettere su dei “comitati d’azione” non solo nelle scuole ma negli ospedali, nelle fabbriche, nei quartieri, ovunque. Degli organismi capaci di far comunicare tra loro giovani e pensionati, banliesaurds e universitari, corteo di testa e sindacati e così creare i presupposti di un’organizzazione comune. L’idea dei comitati d’azione viene proprio dalla considerazione che, nella misura in cui si parte da delle possibilità pratiche, quelle che ogni situazione contiene, essi sarebbero, almeno in linea di principio, aperti a chiunque voglia battersi: “nell’azione non ti si chiede che cosa sei, ma che cosa fai e ciò che vi è da fare”.

Tuttavia qui e ora, quantomeno in Europa, la forma di autonomia e di potenza sperimentata in Francia nel corteo di testa offre a tutti noi la possibilità di leggere attraverso di essa i propri limiti e il primo limite è proprio l’incapacità di molti di figurarsi al di fuori dei propri asfittici confini nazionali o addirittura cittadini, se non quelli di appartenenza ideologica, con buona pace della retorica europeista e/o internazionalista che inflaziona i nostri lidi. Volenti o nolenti veniamo modificati tanto dai movimenti di stato e capitale quanto da quelli rivoluzionari e in un senso come nell’altro è il loro studio, la condivisione delle esperienze e il cercare la propria singolare interpretazione delle forme che, solamente, può farci crescere e divenire più forti. Più veri, anche.

Poiché è sempre così, dalle scintille emanate dal fuoco della rivolta, che i nuovi mondi si aprono nella vita di tutti e di ciascuno.

Dentro la fenice

Nei giorni precedenti il Primo Maggio vi era stato un certo scoramento tra i giovani e meno giovani compagni; la gente non era scesa in piazza in gran numero come avvenne nel 2002, quando Le Pen padre arrivò a superare il primo turno nelle elezioni presidenziali. Nei giorni successivi al 23 maggio, la giornata del primo turno elettorale, infatti solamente i liceali si sono organizzati praticamente, bloccando le scuole e lanciando diverse manifestazione selvagge. Come se una rassegnazione generale avesse fatto presa sugli spiriti, ricomponendo il gregge per dirigerlo verso la cabina elettorale come lo si conduce al macello. Pareva come se il gioco politico del momento fosse quello di far tornare tutto a prima del 2016, come se la rivolta contro la Loi Travail non fosse mai avvenuta. Ma 2+2 non fa mai 4. Difatti i compagni sostengono che non sono due i turni di questa campagna politica, bensì tre: ogni volta che vengono chiuse le cabine elettorali comincia l’altra campagna e dopo il secondo viene il terzo di turno, quello destituente.

Come una fenice, anche questa volta materializzatasi nel corteo di testa e poi lanciata in fiamme contro i CRS (celerini), lo spazio autonomo del corteo di testa è riapparso il Primo Maggio: vivo, denso e forte. Chi, in quella manifestazione di decine di migliaia di persone, ha compreso che esso è attualmente il solo spazio di uscita dal ricatto al quale si è ridotta ogni politica, ha rimontato il lungo serpentone della manifestazione e, scavalcando servizi d’ordine sindacali e squadroni della polizia, ha raggiunto la testa. Perché una delle virtù di questa forma è appunto la sua raggiungibilità, la quale non è affatto data dalla castrazione della forza selvaggia del corteo, ben al contrario, è una forma porosa attraversabile da chiunque senta dentro di sé il desiderio di combattere al di là e a volte contro ogni identità e appartenenza, compresa la propria ovviamente. Il carattere destituente del corteo di testa è infatti rivolto tanto all’esterno che al suo interno. All’esterno perché è con ogni evidenza una manifestazione di estraneità offensiva verso l’ordine esistente, al suo interno perché il solo segno di appartenenza è al limite segnalato dai k-way neri e dai fazzoletti e passamontagna che coprono il volto. È autonomo chi si comporta da autonomo; come già nel 1977 italiano, questa è la regola alla quale le diverse soggettività che compongono il corteo di testa si attengono.  Liceali, sindacalisti sinceri, vecchi e nuovi militanti, disoccupati, lavoratori, banlieusards depongono le loro identità e vivono un rinnovato sentimento di uguaglianza e fratellanza: qualunque è il nome della sua composizione. È in questo modo che il corteo di testa ha potuto contare durante la manifestazione del Primo Maggio tra le 1500 e le 3000 presenze. Presenza molteplice e affermativa contro Le Pen, contro Macron, contro il lavoro, contro le elezioni, contro la vita di merda, contro la metropoli: una pioggia di molotov contro il niente.

All’inizio della giornata, già verso le 14 h, la “testa” del corteo di testa, tra le 300 e le 500 persone, si è trovata, grazie ad una manovra congiunta della celere e del servizio d’ordine della CGT, separata dal resto della manifestazione, o sarebbe meglio dire che è la manifestazione a essere stata separata in questo modo dal corteo. La strategia politica della prefettura è sempre la stessa: cercare in ogni modo di isolare gli uni dagli altri, evitare gli incontri e scongiurare le solidarietà.  I CRS hanno quasi immediatamente cominciato a sparare ad alzo zero contro la testa di corteo un’infinità di lacrimogeni, pallottole di gomma e granate stordenti, attacco  al quale è stata data una risposta decisa, fino al lancio di alcune molotov, tra le quali quella immortalata da un fotografo siriano e che ha fatto il giro del mondo, avendo preso in pieno un poliziotto. Nel frattempo un altro gruppo che contava meno di un centinaio di persone affrontava la polizia, e incidentalmente anche un servizio d’ordine sindacale, anche dal lato opposto, quello del grosso della manifestazione che desiderava congiungersi con gli altri, cosa che ha permesso di abbassare leggermente la pressione sulla testa la quale, a un certo momento, si è trovata comunque costretta ad avanzare verso place de la Bastille e poi su via Daumesnil. In questo punto la polizia ha caricato e massacrato diverse decine di persone, sia per mezzo delle loro armi cosiddette non letali che con i loro bastoni. Una fitta nube di gas riempiva la strada, non si riusciva a vedere oltre un metro dal proprio naso.

La manifestazione ha quindi raggiunto e formato il corteo di testa, il quale si è finalmente composto  acquisendo tramite la sua stessa molteplicità un aspetto ancora più offensivo, non permettendo più alle milizie del governo di spezzare il corteo o di isolare dei gruppi per tutto il resto del percorso. Ancora e ancora “tout le monde dèteste la police”.

Poco prima di arrivare al termine della manifestazione, prevista a place de la Nation, il corteo di testa ingaggia una intensa battaglia con i CRS che cercano a più riprese di caricare e spezzare nuovamente il corteo: vengono caricati e respinti a loro volta. Purtroppo riescono a bloccare e arrestare qualcuno, pestandolo dietro i loro cordoni, cosa che fa montare ancora di più la rabbia. Bisogna a volte camminare velocemente a zig zag o a capo chino dietro le automobili per cercare di non essere raggiunti dalle pallottole di plastica o dai frammenti rilasciati dalle granate, ma chi viene colpito trova fortunatamente dei commando di street medic a soccorrerlo. Questi conteranno alla fine 150 feriti, alla quale bisogna aggiungere i molti che non sono ricorsi alle loro cure, a fronte dei tre poliziotti sbandierati dai media e dal governo, tra i quali uno si è ferito da solo alla mano non avendo gettato in tempo utile la granata che voleva far planare sui manifestanti. È da sottolineare che l’agire della polizia non mira semplicemente a “intimidire” ma esplicitamente a fare del male, a ferire, a mutilare.

A non molto dal termine della manifestazione due brigate di agenti poste a due angoli di strada, quasi uno di fronte l’altro, e che sparano continuamente gas, flashball e granate antiaccerchiamento vengono affrontate duramente dal corteo di testa. Le lastre in marmo della facciata di un palazzo borghese vengono letteralmente smontate e fatte a pezzi per farne dei proiettili che, insieme a diverse molotov, convincono le truppe a restare ben ferme nel loro angolo. Rimbomba forte per tutto il boulevard uno slogan leggermente modificato rispetto all’originale: “Di chi è la strada? La strada è nostra” diventa “Di chi è la strada? Di quelli col passamontagna”. Le ultime molotov vengono scaricate, prima di arrivare in place de la Nation, su di una campana di vetro e ferro per la ricarica delle odiatissime autolib tra gli hurrà della gente.

Alla fine si ride, ci si saluta in diversi idiomi, ci si disseta.

 La forma è contenuto

Il corteo di testa è dunque la “novità” consegnataci dalle manifestazioni francesi. Un vero e proprio campo di aggregazione e intensificazione delle più diverse soggettività ma dentro il quale nessuna di esse sembra prevalere, mostrandosi piuttosto come una sorta di spazio misto in cui esprimersi liberamente, con un grado di offensività evidente, ad ogni discesa in strada. Il corteo di testa, come dicevamo, è ad oggi l’ unica forma politicamente viva in Francia, dentro la quale piccoli gruppi, collettivi e molto più spesso bande di amici si organizzano autonomamente facendo uso dello sfondo comune disegnato dal corteo di testa. Chi lo attraversa si sente parte di qualcosa di più grande del semplice scendere in strada con la propria struttura di riferimento, diviene parte di una specie di “atmosfera”, di “clima”, di un’aura magica che il corteo di testa materializza compiendo il gesto della ricomposizione. In questa strana alchimia, sperimentata durante il movimento contro la Loi Travail, risuona l’eco delle manifestazioni degli autonomi di 40 anni fa in Italia. Giovani e meno giovani fanno la loro parte e superano fisicamente le posizioni arretrate dei sindacati, guadagnando metro dopo metro, con determinazione e anche col sorriso, la strada della ribellione. C’ è da dire che nel corteo di testa tutto è più evidente: ragazzi e ragazze disposti allo scontro, militanti di lungo corso che condividono i saperi di piazza, gli applausi della gente ai lati quando esplodono le molotov a difesa del corteo, persone che semplicemente vogliono essere lì e da nessun altra parte nella manifestazione per un motivo semplice, perché lì c’è la vita.

I nemici da affrontare nella manif del 1 maggio erano molti: l’ antisommossa che divide il corteo, poi il sindacato, con i servizi d’ordine della CGT e di Fource Ouvrier che in quella giornata hanno preso il posto della BAC[1], non permettendo la ricongiunzione del corteo più volte spezzato all’inizio dalla polizia e da molti cordoni di CRS, picchiando i manifestanti rimasti indietro e che volevano raggiungere gli striscioni di testa, infine i politici candidati alle elezioni con le loro false promesse da teatrino.
Dentro l’alchimia del corteo di testa ci sono tanti elementi che sono di difficile trasmissione ma che non possono non essere menzionati. Uno striscione firmato “castori antifa”, ironicamente riferito al dibattito un po’ surreale sulla “diga” antifascista che avrebbe dovuto essere costituita dal voto a Macron, teste di drago e fenici di cartapesta che rammentano il ‘77 bolognese, tag disseminate lungo il percorso, a cominciare dal fatidico “Macron: 1° avertissement!”. Tutti gli striscioni di testa sono rinforzati e di una misura tale che ne permette la mobilità per difendere i nuclei d’attacco e il corteo stesso dalle centinaia di proiettili di gomma (considerati non letali!) e dalle granate antiaccerchiamento. Che coraggio questi ragazzi e queste ragazze che si sono incontrati a Parigi! Quante lingue diverse in questa festa! Poteva essere la solita sfilata colorata della sinistra soddisfatta dei risultati dei vari Melanchon & co, ma tra il primo e il secondo turno di queste elezioni il movimento ha dato una chiara indicazione: “Hai votato? Non hai votato? Che importa. Scendi in strada per spegnere la fiamma della candidata fascista Le Pen, scendi in strada per combattere il candidato ultraliberista di destra/sinistra Macron. Cerca l’uscita da questo manicomio” e così continuano a fare con ostinazione, con determinazione, con coraggio, con intelligenza.

La grande mobilità dei gruppi di combattimento, al contrario dei lenti e pesanti spezzoni d’organizzazione che vediamo spesso andare allo sbaraglio dalle nostre parti, permette al corteo di testa tanto la pratica dell’obiettivo che specialmente la difesa del corteo, tenendo a debita distanza la polizia. Mobilità congiunta a flessibilità: se durante le manif sauvages o altre manifestazioni capita di prendere come obiettivi banche, catene commerciali e qualsiasi cosa richiami la gestione capitalista dello spazio metropolitano, il Primo Maggio obiettivo e difesa convergevano, considerato che la polizia costituiva evidentemente allo stesso tempo la presenza della politica governamentale e si sostituiva all’arredo urbano, oltre ad essere ovviamente una continua minaccia fisica per il corteo. Ogni volta l’obiettivo non viene deciso in estenuanti assemblee “inter-gruppi” ma in situazione, seguendo l’istinto e l’intuizione comune: mezzo e fine coincidono. L’eterogeneità dei componenti del corteo di testa non si traduce nella banalizzazione della retorica della “diversità delle pratiche”, nel senso che vi sarebbero allo stesso tempo chi fa gli scontri e chi i sit in pacifici: tutti sono determinanti e determinati allo scontro, ma ciascuno trova la sua collocazione, fosse anche solo quella di gridare gli slogan, cantare per dare coraggio agli altri o sparare sui muri le più devastanti tag del momento. La vera eterogeneità delle pratiche consiste nel fatto che, oltre a coloro che si impegnano direttamente nello scontro,  vi sono nuclei di pronto soccorso autorganizzati, reporter di movimento che con i loro video e fotografie contrasteranno il lavoro sporco dei media mainstream e della prefettura oltre che a creare un certo immaginario condiviso, manifestanti che prendono appunti mentalmente per poi scrivere report e analisi e così via. Questi compagni e compagne sono dei combattenti allo stesso livello dei lanciatori di bocce incendiarie e degli autori delle più spericolate manovre di allontanamento degli sbirri. Una macchina da guerra rivoluzionaria non è mai composta da “soldati”, ma da guerriere e guerrieri di ogni sorta e ciò ancora una volta per un semplice motivo, perché il nostro concetto di guerra non è lo stesso dei nostri nemici. Il nostro motto potrebbe infatti essere la ripresa di quello della Colonna Colonel Fabien[2]: “Vincere e vivere”.

P.S. Non più di due parole sugli intellettuali di sinistra.

A parte poche eccezioni in cui alcuni intellettuali hanno espresso pubblicamente una posizione chiaramente rivoluzionaria e, considerata l’atmosfera, anche di alcuni meritevoli e significativi silenzi, la gran parte dei cosiddetti intellettuali di sinistra ha dato ancora una volta riprova, se ce ne fosse ancora bisogno, della sua vigliaccheria, del suo servilismo e dell’assenza flagrante di qualsiasi genere di relazione con i movimenti, impegnandosi spasmodicamente nel lanciare appelli tragicomici a votare Macron per contrastare la Le Pen – qualcuno, che forse aveva bevuto un po’ troppo champagne, ha addirittura azzardato un paragone con De Gaulle e Hitler… – riuscendo a non nominare mai neanche la possibilità di sostenere, se non unirsi, alla rivolta in corso. Tutti loro fanno parte di quel mondo di vecchi dal quale fuggire. E lo sanno. Finiamo queste note acquisendo la notizia che l’astensione in questo turno di presidenziali è il più alto dal 1969, cioè dalle elezioni celebrate all’indomani del Maggio ‘68.


[1]Polizia politica in borghese, in verità più una gang di fasci palestrati ultraviolenti che un classico corpo di polizia ma che, dopo averle buscate più volte, sembrano non aver più voglia di mettersi a fare gli sbruffoni cercando di intrufolarsi a colpi di manganello spagnolo nel corteo di testa

[2]Colonel Fabien fu il nome di battaglia di Pierre Georges, militante comunista che, dopo aver combattuto nella guerra civile spagnola, fu il primo partigiano a fare fuoco su di un soldato nazista a Parigi nel 1941. Costituì poi una Colonna di resistenti con la quale, dopo l’insurrezione di Parigi nel settembre 1944, si spostò sul fronte in Alsazia Lorena, dove morì il 27 dicembre 1944.