Accade in Francia, adesso!

Qualche nota per comprendere. Dal di dentro della rivolta.

Scriviamo queste poche righe per presentare due traduzioni dal francese – alcuni estratti dal nuovo libro del Comitato Invisibile dal titolo Maintenant (Adesso), nelle librerie dallo scorso venerdì, e l’intervista uscita giovedì su Le Monde a Julien Coupat e Mathieu Burnel – mentre a Parigi, a Rennes, a Nantes e in diversi altri centri del paese sono in corso manifestazioni selvagge, scontri con le forze dell’ordine e costruzioni di barricate di fortuna, seguite ai primi risultati del primo turno delle elezioni presidenziali che vedono passare il banchiere Macron di fronte alla fascio-repubblicana Le Pen. Sta cominciando quella che i gruppi autonomi francesi hanno chiamato La Notte delle Barricate.

Evidentemente non basta più passarle a chiacchierare in piedi.

Si arriva a questa giornata dopo che nelle ultime settimane segnali di rivolta hanno punteggiato questa non-campagna elettorale fatta di scandali e intrighi di palazzo di ogni genere: lo stupro di Théo e l’omicidio da parte della polizia di Shaoyo Liu, un uomo di origini cinesi padre di 5 figli, hanno riacceso il fuoco della sommossa che aveva percorso la Francia la scorsa primavera contro la Legge Lavora!, percorrendo questa volta anche le strade di periferia. Nel frattempo ci si organizzava per le settimane a venire. Ormai non più semplicemente contro le elezioni, non c’è stata alcuna campagna astensionista, ma per strappare e tirare con forza giù il sipario e mostrare che “la politica” non esiste più, ciò che esiste è qualcosa di decomposto e maleodorante che continua ad agitarsi sul palcoscenico dello spettacolo di stato. Non fa ridere, non fa piangere, produce solo rabbia e desiderio di finirla.

La generazione ingovernabile, come si è battezzata, cresciuta durante il conflitto di primavera è riuscita a non far richiudere la breccia che ha aperto nel sistema politico francese: durante l’estate il solo annunciare che si sarebbero dati appuntamento a Nantes ha fatto sì da ottenere l’annullamento dell’Università d’Estate del partito socialista, nell’inverno più volte i licei sono stati bloccati, molti candidati sono stati “infarinati” e il Front National non ha potuto fare un solo incontro nelle diverse città del paese senza essere accompagnato da sommosse e contestazioni di ogni genere.

Adesso, fin dal giorno del primo turno delle elezioni presidenziali, si apre una nuova fase, una fase in cui la collera e l’intelligenza dell’autonomia francese proverà ad allargare quella breccia, a rendere sempre più evidente quel “Siamo ingovernabili” che è diventato il leitmotiv di ogni corteo da un anno a questa parte. Ci sarà il Primo Maggio ingovernabile e poi il giorno del secondo turno ed in mezzo… spazio alla fantasia!

Chiunque vinca le elezioni in Francia, avrà solamente guadagnato la possibilità di essere combattuto e destituito da questa nuova generazione di rivoluzionari.

Con i nostri amici, per la destituzione, con la rivoluzione, en avant camarades!


Il domani è annullato

Proponiamo la traduzione di alcuni estratti dal primo capitolo del nuovo libro del Comité Invisible, Maintenant, La Fabrique 2017, p.155

Tutte le ragioni per fare una rivoluzione sono presenti. Non ne manca nessuna. Il naufragio della politica, l’arroganza dei potenti, il regno del falso, la volgarità dei ricchi, i cataclismi dell’industria, la miseria galoppante, il nudo sfruttamento, l’apocalisse ecologica – niente ci viene risparmiato, neanche il fatto di esserne informati. «Clima: il 2016 batte il record di calore», titola Le Monde come ormai quasi ogni anno. Tutte le ragioni sono riunite, ma non sono le ragioni che fanno le rivoluzioni, sono i corpi. E i corpi sono davanti a degli schermi.

Vi si può guardare una campagna elettorale colare a picco. La trasformazione del «momento più importante della vita politica francese» in un grande gioco al massacro rende il feuilleton più accattivante. Non ci si immaginava un’Isola dei famosi con simili personaggi, né colpi di scena così vertiginosi, prove così crudeli, un’umiliazione così generale. Lo spettacolo della politica sopravvive come spettacolo della sua decomposizione. L’incredulità si accorda bene a un paesaggio immondo. Il Front National, questa negazione politicista della politica, questa negazione della politica sul terreno della politica, occupa logicamente il «centro» di questa scacchiera di rovine fumanti. L’umanità assiste, incantata, al suo naufragio come fosse uno spettacolo di prima visione. Essa ne è talmente presa che non sente l’acqua che già bagna le sue gambe. Alla fine, trasformerà tutto in salvagente. È il destino dei naufraghi quello di trasformare ogni cosa che tocca in un salvagente.

(…)

Il corso del linguaggio è caduto a zero, tuttavia noi scriviamo. Il fatto è che vi è un altro uso del linguaggio. Si può parlare della vita, e si può parlare a partire dalla vita. Si può parlare dei conflitti, e si può parlare a partire dal conflitto. Non è la stessa lingua, né lo stesso stile. Non è neanche la stessa idea di verità. Esiste un «coraggio della verità» che consiste nel rifugiarsi dietro la neutralità oggettiva dei «fatti». Ne esiste un altro che considera che una parola che non impegna a niente, che non vale in quanto tale, che non rischia la sua posizione, che non costa niente, non valga granché.

Tutta la critica del capitalismo finanziario fa una magra figura in relazione a una vetrina di banca fracassata e barrata dal tag «Ecco il tuo aggio!». Non è per ignoranza che i «giovani» detournano le battute dei rappers nei loro slogan politici invece delle massime filosofiche. Ed è per decenza che non riprendono i  «Non molliamo mai!» che i militanti urlano al momento in cui mollano tutto. Gli uni parlano del mondo, ma gli altri parlano a partire da un mondo.

(…)

La vera menzogna non è quella che si dice agli altri, ma quella che si racconta a se stessi. La prima, in comparazione all’altra, è relativamente eccezionale. La menzogna è quella di rifiutarsi di vedere certe cose che si vedono, e rifiutarsi di vederle come le si vedono. La vera menzogna sono tutti gli schermi, tutte le immagini, tutte le spiegazioni che si lasciano esistere tra sé e il mondo. È la maniera con cui calpestiamo quotidianamente le nostre percezioni. Fin quando non sarà questione di verità, non sarà questione di niente. Non si avrà niente. Nient’altro che questo manicomio planetario. La verità non è qualcosa verso cui tendere, ma una relazione che non evita ciò che è qui. Essa non è un «problema», se non per coloro che vedono già la vita come un problema.

(…)

Ci intrattengono per tutto l’anno con le mille minacce che ci circondano – i terroristi, i perturbatori endocrini, i migranti, il fascismo, la disoccupazione. Così si perpetua la normalità capitalista: sul fondo dei mille complotti che non arrivano mai a realizzarsi, delle cento catastrofi respinte.

Della livida ansia che si tenta, giorno dopo giorno, di inocularci, a colpi di pattuglie di militari armati, di breaking news e di annunci governamentali, bisogna riconoscere alla rivolta la virtù paradossale di liberarcene. È ciò che non possono capire gli amatori di queste processioni funebri chiamate «manifestazioni», tutti quelli che gustano attorno a un bel bicchiere di rosso l’amaro piacere di essere sempre sconfitti, tutti quelli che emettono un flatulento «Oppure tutto salterà in aria!» prima di rientrare saggiamente a casa nella loro vettura.

Nello scontro di piazza il nemico ha un viso definito, che sia in civile o in divisa. Ha dei metodi largamente conosciuti. Ha un nome e una funzione. D’altra parte egli è un «funzionario», come dichiara con sobrietà. Anche l’amico ha dei gesti, dei movimenti e un’apparenza riconoscibile. Nella rivolta vi è un’incandescenza della presenza a sé e agli altri, una lucida fraternità che la Repubblica è del tutto incapace di suscitare. La sommossa organizzata produce quello che questa società è incapace di generare: dei legami, vivi e irreversibili.

Quelli che si fermano alle immagini di violenza perdono tutto quello che si gioca nel fatto di prendere insieme il rischio di distruggere, di taggare, di affrontare gli sbirri. Non si esce mai indenni dal proprio primo scontro. È questa positività della rivolta che lo spettatore preferisce non vedere, e che in fondo lo preoccupa più dei danni, delle cariche e delle controcariche.

Nella rivolta vi è produzione e affermazione di amicizie, chiara configurazione del mondo, possibilità di agire nette, mezzi a portata di mano. La situazione ha una forma e ci si può muovere dentro. I rischi sono definiti, a differenza di tutti quei «rischi» nebulosi che i governanti si divertono a far planare sulle nostre esistenze. La rivolta è desiderabile in quanto momento di verità.

È sospensione momentanea della confusione: in mezzo ai lacrimogeni le cose sono curiosamente chiare e il reale infine leggibile.

(…)

Questo mondo che chiacchiera tanto non ha niente da dire: è privo di affermazione. Forse ha creduto in questo modo di rendersi inattaccabile. Invece si è messo soprattutto alla mercé di ogni affermazione conseguente. Un mondo la cui positività si eleva su così tante devastazioni merita che ciò che vi si afferma di vivente prenda immediatamente la forma del saccheggio, della distruzione, della rivolta.

Si cercherà di farci passare per dei disperati col motivo che agiamo, costruiamo e attacchiamo senza speranza. La speranza, ecco almeno una malattia che questa civiltà non ci ha trasmesso. Comunque, noi non siamo disperati. Nessuno ha mai agito per speranza.

La speranza è legata all’attesa, al rifiuto di vedere quello che è qui, al timore di irrompere nel presente, in breve: alla paura di vivere. Sperare significa dichiararsi in anticipo senza presa su ciò dal quale si attende comunque qualcosa. Significa mettersi a lato del processo per non dover essere responsabili del suo risultato. Significa volere che le cose siano altrimenti senza volerne i mezzi. È una vigliaccheria. Bisogna sapere ciò a cui si tiene, e restarvi fedele. A costo di farsi dei nemici. A costo di farsi degli amici. Dal momento in cui sappiamo ciò che vogliamo, non siamo più soli, il mondo si ripopola. Ovunque degli alleati, delle prossimità e una gradazione infinita di amicizie possibili. Niente è vicino per chi galleggia. La speranza, questo leggerissimo ma costante impulso verso il domani che ci è comunicato di giorno in giorno, è il miglior agente del mantenimento dell’ordine. Ci informano quotidianamente dei problemi per i quali non possiamo far nulla, ma per i quali sicuramente domani vi saranno delle soluzioni. Tutto lo schiacciante sentimento d’impotenza che questa organizzazione sociale coltiva in ognuno a perdita d’occhio non è altro che un’immensa pedagogia dell’attesa. È una fuga dall’adesso. Ma non c’è mai stato, non c’è e non ci sarà mai altro che dell’adesso. E anche se lo ieri può esercitare un’azione sull’adesso, è perché questo ieri non è mai stato null’altro che un adesso. Come lo sarà domani. L’unica maniera di comprendere qualcosa dal passato, consiste nel comprendere che il passato fu anch’esso un adesso. Vuol dire il debole soffio d’aria nel quale vivevano gli uomini di ieri. Se siamo così inclini a fuggire l’adesso è perché è il luogo della decisione. È il luogo del «accetto» o del «rifiuto». È il luogo del «lascio andare» o del «ci tengo». È il luogo del gesto logico che segue immediatamente la percezione. È il presente e dunque il luogo della presenza. È l’istante, sempre ripetuto, della presa di partito. Pensare in termini futuri è sempre più confortevole. «Alla fine» le cose cambieranno; «alla fine» gli esseri saranno trasfigurati. E aspettando continuiamo così, restando quello che siamo. Una mente che pensa in termini di avvenire è incapace di agire nel presente. Non cerca la trasformazione: la evita. L’attuale disastro è come un’accumulazione mostruosa di tutti i differimenti del passato, ai quali si aggiungono in una frana permanente quelli di ogni giorno e di ogni istante. Ma la vita si gioca sempre adesso, e adesso, e adesso.

Tutti sanno benissimo che questa civiltà è come un treno che corre verso un burrone, e che accelera. Più accelera e più si sentono gli hurrà isterici degli sballati del vagone-discoteca. Bisognerebbe tendere l’orecchio per riuscire a sentire il silenzio paralizzato degli spiriti razionali che non capiscono più nulla, quello degli angosciati che si mangiano le unghie e l’accento di falsa serenità nelle esclamazioni intermittenti di quelli che giocano a carte, mentre aspettano. Interiormente, molta gente ha scelto di saltare giù dal treno, ma restano sul marciapiede. Vi restano perché si sentono legati per tante cose. Si sentono bloccati perché hanno fatto la scelta, ma gli manca la decisione. Perché è la decisione che traccia nel presente la maniera e la possibilità di agire, di fare un salto che non sia nel vuoto. Questa decisione è quella di disertare, quella di uscire dai ranghi, quella di organizzarsi, quella di fare secessione, fosse anche impercettibilmente, ma in ogni caso, adesso.

L’epoca appartiene agli ostinati.

Dalla quarta di copertina:

Non aspettare più.
Non sperare più.
Non farsi distrarre, sviare.
Fare irruzione.
Oscurare la menzogna.
Credere a ciò che sentiamo.
Agire di conseguenza.
Forzare la porta del presente.
Provare. Fallire. Provare ancora. Fallire meglio.
Ostinarsi. Attaccare. Costruire.
Vincere forse.
In ogni caso, andare avanti.
Continuare per la propria strada.
Vivere, dunque.
Adesso.


Julien Coupat et Mathieu Burnel : la politica è il «regno della finzione e dell’intrigo»

Le Monde 20/04/2017
Intervista di Nicolas Truong

Julien Coupat e Mathieu Burnel sono da otto anni coinvolti in quello che è stato chiamato «l’affare di Tarnac», per il quale la Corte di Cassazione ha deliberato, il 10 gennaio, la non processabilità per terrorismo. Spesso considerati come membri del Comitato Invisibile la cui prima opera, L’insurrezione che viene (La Fabrique, 2007), ha conosciuto un rumoroso successo, portano in questa intervista uno sguardo critico e ironico sulla campagna presidenziale, nel momento in cui esce nelle librerie, dopo Ai nostri amici (La Fabrique, 2014), il nuovo testo di questo gruppo anonimo e rivoluzionario, Maintenant (La Fabrique, 155 pagine, 9 euro).

Che giudizio date della campagna presidenziale?

Quale campagna? Non c’è stata nessuna campagna. Si è avuto giusto un feuilleton, abbastanza vomitevole a dire il vero, pieno di colpi di scena, di scandali, di tensioni drammatiche, di suspense. Molto rumore, poco furore, ma nulla in grado di attraversare il muro della perplessità generale. Non che manchino, attorno a ogni candidato, dei partigiani diversamente fanatizzati che girano attorno alla loro bolla virtuale. Ma anche questo fanatismo non fa che aumentare la sensazione d’irrealtà politica.

Un graffito, lasciato ai bordi di place de la Nation durante la manifestazione del 1° maggio 2016, diceva: «Non ci saranno presidenziali». È sufficiente proiettarsi all’indomani del secondo turno per accorgersi di quanto questa tag conteneva di profetico: chiunque sia il nuovo presidente sarà una marionetta come quello attuale, la sua legittimità a governare sarà altrettanto introvabile, sarà ugualmente minoritaria e impotente. Questo non è dovuto solo all’usura della politica, al fatto che è diventato impossibile credere onestamente a ciò che fa e a ciò che dice, ma al fatto che i mezzi della politica sono derisori rispetto alla profondità della catastrofe in corso.

Che può la politica e il suo universo proclamatorio quando colano a picco nello stesso momento gli ecosistemi e le soggettività, la società salariale e l’ordine geopolitico mondiale, il senso della vita e quello delle parole? Niente. Essa non fa altro che aumentare il disastro. Non c’è «soluzione» al disastro che stiamo traversando. Pensare nei termini di problemi e soluzioni fa precisamente parte di questo disastro: non è altro che una maniera di preservarci da ogni seria rimessa in questione. Ma quello che lo stato del mondo mette in causa non è solamente un sistema politico o un’organizzazione sociale, bensì una civiltà, cioè noi stessi, la nostra maniera di vivere, di essere, di legarsi e di pensare.

I saltimbanchi che montano sul palco per vantare le «soluzioni» di cui si fanno forti da mettere in opera una volta eletti, parlano solo del nostro bisogno di illusioni. Al nostro bisogno di credere che esisterebbe una sorta di cambiamento decisivo che ci risparmierebbe in particolar modo la fatica di combattere. Tutte le «rivoluzioni» che promettono servono a non permetterci di cambiare niente di quello che siamo, di non prendere nessun rischio, né fisico né esistenziale. Tutti sono candidati solo all’approfondimento della catastrofe. Da questo punto di vista, sembra che per alcuni il bisogno d’illusione sia impossibile da saziare.

Voi dite questo, ma mai per un’elezione vi sono stati così tanti candidati che giurano di «rovesciare la tavola». E come potete ignorare l’entusiasmo sollevato in queste ultime settimane dalla candidatura di Jean-Luc Melanchon?

Jean-Luc Melanchon non è niente, essendo stato tutto, compreso un lambertista [da Pierre Lambert, dirigente trotskista della IV Internazionale, n.d.t.]. Non è altro che la superficie della proiezione di una certa impotenza della sinistra di fronte al corso del mondo. Il fenomeno Melanchon segnala un attacco di credulità disperata. Abbiamo le esperienze di Syriza in Grecia e di Ada Colau al comune di Barcellona per sapere che la «sinistra radicale», una volta installatasi al potere, non può nulla. Non può esserci una rivoluzione guidata dalla sommità dello Stato. Meno ancora in quest’epoca, in cui gli Stati sono sopraffatti più che in qualsiasi altro periodo precedente.

Tutte le speranze poste in Melanchon hanno vocazione a essere deluse. I governi della «sinistra radicale» che pretendono di appoggiarsi su dei «movimenti popolari» finiscono piuttosto per eliminarli, non a colpi di repressione, ma di depressione. La stessa virulenza dei melanchonisti attesta sufficientemente del loro bisogno di convincersi di ciò che sanno benissimo essere una menzogna. Non si cercherebbe così tanto di convertire la gente a qualcosa se si fosse sicuri di credervi. E in effetti, nessuno ha mai rovesciato un sistema rispettandone le procedure.

Del resto, le elezioni non hanno mai avuto per funzione quella di permettere a ciascuno di esprimersi politicamente, ma di rinnovare l’adesione della popolazione all’apparato di governo, di farla acconsentire alla propria espropriazione. Esse non sono ormai che un gigantesco meccanismo di procrastinazione. Le elezioni ci evitano di dover pensare i mezzi e le forme di una rivoluzione a partire da chi siamo e da dove siamo, a partire dal punto in cui abbiamo presa sul mondo.

A questo si aggiunge, come ad ogni tornata presidenziale in questo paese, una sorta di morbosa risurrezione del mito nazionale, un autismo collettivo che immagina una Francia che non è mai esistita. Il piano nazionale è diventato quello dell’impotenza e della nevrosi. La nostra potenza d’agire si situa al di qua e al di là di questo piano che ormai tracima da ogni lato.

Ma allora, che proponete? Di lasciare che Marine Le Pen acceda al potere?

È patente che Marine Le Pen ha una funzione precisa nel sistema politico francese: forzare, attraverso la minaccia che rappresenta, la partecipazione a delle procedure alle quali non crede più nessuno, far votare gli uni e gli altri «turandosi il naso», “destrizzare” fino all’assurdo i termini del dibattito pubblico e far immaginare una falsa uscita dal sistema politico – allorché lei stessa ne forma la chiave di volta,

È evidente che la questione non è l’uscita dall’Euro, ma quella di uscire dall’economia, che fa di noi dei topi. È evidente che il problema non è l’invasione degli «stranieri», ma di vivere in una società in cui siamo stranieri gli uni agli altri e a noi stessi. È evidente che la questione non è quella di restaurare il pieno impiego, ma di finirla con la necessità di fare tutto e soprattutto di fare qualsiasi cosa per «guadagnarsi la vita». È evidente che non si tratta di «fare della politica diversamente», ma di fare altro dalla politica – tanto è diventato evidente che la politica non è altro, a ogni livello, che il regno della finzione e dell’intrigo.

Nessuna rivoluzione può essere più folle dei tempi che viviamo – il tempo di Trump e di Bachar, quello di Uber e dello Stato Islamico, della caccia ai Pokemon e dell’estinzione delle api. Rendersi ingovernabili non è più un orpello da anarchici, è diventata una necessità vitale, nella misura in cui i nostri governanti tengono, con ogni evidenza, il timone di una nave che sta affondando. Gli osservatori più misurati ammettono che la politica si sta decomponendo e qualificano questa campagna come «inafferrabile» per non dire inesistente. Non abbiamo alcuna ragione per subire un rituale diventato così chiaramente nocivo. Siamo stanchi di comprendere perché tutto va male.

Quindi pensate che non c’è da aspettarsi niente da queste elezioni?

Sì, certo: il loro debordamento. Giusto un anno fa sono stati sufficienti qualche youtuber e un pugno di liceali per lanciare un intenso conflitto di più mesi sulla legge Lavoro. Ciò che si è tradotto in regolari scontri di piazza non era che l’estremo discredito dell’apparato politico e per contraccolpo il rifiuto di lasciarsi governare.

Credete davvero che all’indomani delle elezioni, che questa volta prendono già dal primo turno la forma del ricatto democratico, il disgusto della politica sarà minore di allora? Credete che ognuno andrà  davanti al suo schermo per constatare saggiamente la demenza dello spettacolo politico? Che non verrà a nessuno l’idea di scendere in strada con i nostri corpi piuttosto che con i candidati delle nostre speranze? Credete che queste elezioni abbiamo qualche chance di tranquillizzare l’inquietudine delle anime? Bisogna essere degli ingenui per pensare che la generazione che si è formata politicamente nel conflitto della scorsa primavera, e che da allora non ha cessato di continuare a formarsi, avvallerà questo inganno per il fatto che gli si propone la mensa bio e una assemblea costituente.

Da molto mesi ormai, non passano due settimane senza che scoppino scontri ai quattro angoli del paese, per Théo, contro la polizia o questo o l’altro meeting del Front National. Evidentemente, resta un fatto minoritario e le elezioni, in quanto non-evento, avranno luogo. La questione è dunque la seguente: come fare perché il vuoto intersiderale che scoppierà all’indomani delle elezioni, chiunque sia il vincitore, non sia qualcosa che riguardi solo i «giovani», immediatamente annientati da un dispiegamento poliziesco smisurato?

Per questo è urgente riarmare le nostre percezioni e la nostra immaginazione politica. Pervenire a decifrare quest’epoca e individuare i possibili che contiene, i cammini praticabili. E tener fermo che non c’è stata nessuna presidenziale, che tutto questo circo è durato abbastanza, che questo mondo deve essere fermato al più presto ovunque siamo, senza aspettare l’abisso. Smetterla di aspettare, dunque. Riprendere la fiducia in noi stessi. Si potrà allora dire, con Benjamin Fondane (1898-1944): «Il mondo è finito, il viaggio comincia».