La Macchina Ottica

 

di Claudio R.O Cavargere*

  1. La macchina ottica funziona per inversione, per deviazione. Se la macchina mitologica pone il suo centro come il più lontano fuori di sé, facendo sì che il suo anello luminoso corrisponda ad una sfera vuota e i suoi contorni siano stati rimossi, la macchina ottica fa di questo vuoto il suo proprio centro, trascinando i bordi di un cerchio senza centro in un ellisse .

  2. Al contrario della macchina mitologica, la cui saturazione remissiva satura il visibile nella sua incompletezza, passando dal visibile all’invisibile in una infinita reciprocità, la macchina ottica fa dell’invisibile stesso il centro della visione. Se, nel primo caso, l’occhio è costretto a retrocedere verso il più attiguo punto di luce che lo costituisce, per poi da lì raggiungere ciò che non può essere raggiunto, nel secondo caso, l’occhio è portato a ritornare infinitamente alla concavità vuota che la origina, facendo sì che il suo foro concavo divenga l’apice della sua realizzazione.

  3. La macchina mitologica opera mediante la liturgia: più che rendere visibile l’origine, la prima esperienza a cui tutti potremmo accedere nuovamente, essa ritualizza sé stessa come ultima possibilità di redenzione. Più che rifarsi gerarchicamente all’esteriorità primordiale che le assegnerebbe un significato essa, attraverso l’osservanza delle sue norme, adempie alla piena realizzazione di questo inizio. Non rappresenta, ma ri-presenta. La macchina ottica, invece, trasforma ciò che è lo stesso nell’altro, e ciò che è il contrario nell’identico. La sua operazione non è liturgica, ma pornografica: invece di nascondere la sua nudità tra le vesti meccaniche di un movimento ritualizzato, fa sì che l’esposizione spudorata della sua nudità si trasformi nella possibilità stessa di potervi accedere.

  4. La macchina mitologica è sacra, opera attraverso il mistero. Se ci inganna, è soltanto per resuscitare una nuova promessa, lì dove l’occhio inciampa solo per poter essere di nuovo libero. La macchina ottica è sacrilega, non mente mai. Se ci risulta eccessivamente veritiera, è solo per trasformare l’assenza del mistero nell’abisso oscuro in cui siamo caduti per una sola volta ma da cui mai più potremo risollevarci.

  5. La macchina mitologica è sempre sottile, raffinata. Se ci promette l’Essere Immutabile, lo fa attraverso vesti storiche, culturali, tracce materiali. La macchina ottica è diretta e volgare, e se ci mostra della presenza nient’altro che l’assenza, è giusto per farci godere, mediante una lente di ingrandimento, della parte più abbietta della nostra storia da cui ricaviamo anche qui una porzione di piacere.

  6. Se la macchina mitologica si nasconde dietro il suo fulgore, è perché la sua esplicita luminescenza non potrebbe far irrompere più dell’opaco sfavillio di una candela. Al contrario, se la macchina ottica non si vergogna di mostrare tutti i dettagli del suo corpo nudo, è perché questo sguardo obliquo, di per sé nebuloso, rende luminosa l’ombra più scura che soggiace dietro ad ogni luccicante stella.

  7. Il paradigma della macchina mitologica potrebbe, naturalmente, essere il mito. Lungi dal condurre alla prima esperienza di appropriazione del mondo per se stesso, essa sfoggia solamente narrazioni, oggetti, immagini, tutta la materialità che orbita attorno alla sua sfera vuota. Ma potrebbe essere anche la politica stessa, il mito per eccellenza dell’uomo occidentale, che cerca di nascondere l’inaccessibilità primaria di una volontà comune e collettiva – un patto – all’interno degli apparati di polizia, militari, di vigilanza e di ordinamento. Homo politicus, Zoo politikon: sono queste le parole magiche della mitologia politica occidentale, il vero Abracadabra che nasconde, al di là del suo gioco, la vera magia: la scomparsa e lo smembramento dei corpi viventi da parte degli apparati dello stato. Ma l’apparato macchinico della mitologia occidentale ha una marcia in più, il ramo d’oro della macchina: l’arte. Sporadico scoppio di genio, vera incarnazione dello Spirito, lì dove l’immaterialità acquista, come per miracolo, una forma divina. Come nel mito, nell’arte non vediamo mai ciò che l’artista ha visto, solo lo vediamo vederlo. Lungi dal riscoprire la sua esperienza più intima attraverso un capolavoro, vediamo solo la materialità produttiva che l’ha generata. È proprio della macchina provare a farci credere che una tale esperienza sia possibile, facendoci restare assorbiti nella sua composizione di linee e colori. La macchina mitologica richiede, per attivarsi, sempre una operatività misterica, una certa triangolazione, come ha detto Dumézil: cittadino-stato-nazione; Opera-Attività Creativa-Artista.

  8. Il paradigma della macchina ottica è il dispositivo espositivo. Lungi dal tentare di riferirsi all’esperienza originaria di un’opera d’arte, essa mette a nudo davanti ai nostri occhi tutte i meandri della sua realizzazione, della sua materialità. Ma se l’opera viene demistificata, è solo per fare di questo sfondo nudo l’obiettivo stesso della mostra. Lungi dall’esporre il fulgore luminoso, l’aureola dorata dell’opera di un genio, il dispositivo espositivo espone sé stesso come opera, nient’altro-che-opera. È solo a condizione di esporre l’opera come nient’altro che una semplice opera che la mostra può esporsi come nient’altro che una mostra, facendo dello sguardo il proprio guardato, e del non-visibile, il fatto stesso della visione.

  9. Affinché la visione raggiunga il suo culmine nella saturazione stessa del visibile, lo sguardo stesso ha bisogno di essere congelato nell’incessante ossessione di non fare altro che questo: vedere. Il dispositivo pornografico ed espositivo della macchina rende tutto visibile, ma con la controparte che niente sia più di questo: appena visto. Occhio congelato nell’atto stesso di vedere; masturbazione eccessiva dell’atto del solo vedere, nient’altro che vedere: questa è la controparte richiesta dalla macchina.

  10. Nella macchina ottica, l’occhio, e non il fallo, è il vero organo sessuale. Tutto è sempre in vista, niente è nascosto. Ma se nient’altro è nascosto è solo perché, all’apice della visione, l’occhio vede se stesso vedendo e in quel movimento cessa di vedere, o meglio, si imprigiona in ciò che  può essere appreso solo mentre è visto.

  11. Se nella macchina mitologica vediamo solo l’artista mentre vede, nella macchina ottica vogliamo essere noi stessi visibili, esporci, come la macchina, per essere visti vedendo. Il dispositivo pornografico della macchina esige da tutti la pornografia, e se ci fa solo vedere, nient’altro-che-vedere, a condizione di tutto-vedere, è affinché anche noi ci mostriamo, completamente, davanti ad essa. L’esposizione di sé e degli altri fa scattare la macchina ottica, dove tutto deve essere visto per essere appreso. Il dispositivo pornografico ed espositivo della macchina va dai siti porno alle chat room, dall’eccessiva esposizione di sé nei social media all’esposizione dell’atto sessuale nelle webcam.

  12. Nella macchina ottica, ogni strizzatina d’occhio è già una monetizzazione, un’apprensione di sé e dell’altro come moneta visibile in attesa di scambio. L’anonimato, l’assenza di una foto, più che una fuga dalla macchina, è anche la sua masturbazione, dove l’occhio vuoto già non si nasconde di più, ma espone spudoratamente il proprio vuoto come oggetto sessuale-visivo.

  13. Nella macchina ottica, tutto è sessuale, perché visibile. Dall’immagine del piatto al pranzo in famiglia, dal paesaggio all’immagine di sé: il dispositivo pornografico rende tutto ciò che è visibile un oggetto di masturbazione. Ma come condizione del visibile stesso, questo spazio sospeso dove la luce illumina il vuoto, e fa del vuoto l’oggetto della visione, è solo a distanza che qualcosa può essere appreso. Mai toccare, mai avvicinarsi: questo è il protocollo di sicurezza per un buon divertimento. Tutto è possibile perché visibile; e se una pluralità di mondi e di corpi si dispiega davanti a noi, è solo perché non possiamo sperimentarli se non attraverso lo spazio inerte d’uno schermo.

  14. La macchina mitologica è suscettibile di disattivazione. Operazionalizzando costellazioni attraverso il movimento, l’inoperabilità della macchina è costitutiva del suo stesso funzionamento. Movimento e velocità, proprio come Newton. Interrompere i movimenti circolari della macchina: questo è stato il grande compito del XX secolo. Da qui il gigantismo di Marcel Duchamp, quando ha disattivato la triangolazione opera-artista-invenzione.

  15. La macchina ottica fa della disattivazione la sua stessa operazione, e anche Duchamp qui è stato costretto a inchinarsi: più che disattivare la macchina, il ready-made la alimenta, lui stesso essendo non più che una performance dietro una macchina da presa. Fuori dal tempo, relativizzata nello spazio, con i satelliti, i chip, le telecamere di sorveglianza o gli schermi degli smartphone, la macchina ottica funziona in modo diffuso: non più Newton, ma Einstein, forse Max Planck, Bergson o Wiener; non più in rete, ma come uno spruzzo gassoso di punti visibili. In tempo reale, da tutti i punti del globo, il tuo occhio sbatte le palpebre e rende proprio questo intervallo di tempo, questo atto intermedio d’inoperosità, proprio la cosa che deve essere esposta. Come disabilitare la macchina, questo è il compito del XXI secolo.

  • Claudio R.O Cavargere frequenta il Master di Filosofia presso la Pontifícia Universidade Católica de São Paulo.