Le oscillazioni del mondo. Alcune note sull’ultimo libro di Jérôme Baschet.

di Michele Garau

L’ultimo libro di Jérôme Baschet è stimolante e puntuale. Una riflessione mossa dall’urgenza ma non volatile. Bisogna francamente ammettere che è difficile dire se nell’incedere dell’analisi le considerazioni realizzabili prevalgano sempre sulle ricette illusorie per «osterie a venire», se il salto dai basculements del colosso dell’«Economia» ai sentieri per uscirne sia sempre convincente.

In alcuni passaggi l’impressione di una scorciatoia e di un’eccessiva semplicità si impone con forza. Fatto sta che questa stessa doppiezza dello slancio «utopico» è di per sé significativa ed importante. Una doppiezza che riguarda il suo difficile situarsi tra un gesto necessario scrollarsi di dosso la fossilizzazione soffocante di un presente perpetuo che si presenta senza via di fuga ed il perenne rischio «ingegneristico» che ha così pesantemente tarato i socialismi classici. Non rinunciare a focalizzare il futuro senza cedere alla tentazione di programmarlo: tale è un po’ la scommessa.

Questo problema della temporalità, di aggiungere una critica del «presentismo» capitalistico a quella verso gli inganni del progresso, è un po’ la cifra del lavoro di Baschet in questi anni, ma è anche un condensato ineludibile di quel che si para davanti ad un’intelligenza rivoluzionaria del mondo. Un primo merito di Basculements. Mondes émergents, possibles désiderables, è quello di affrontare questioni di portata enorme con una concretezza sorprendente, e non è poco. Nelle righe seguenti si cercherà, come abituale per i lettori di Qui e ora, di cogliere i punti salienti dell’opera di Baschet vedendo cosa può servirci senza farne una vera e propria recensione o pretendere di restituire la ricchezza dei suoi contenuti. Proviamo ad enumerare una manciata di nuclei tematici. Un primo argomento chiave che viene affrontato, a partire dall’incalzare della minaccia pandemica, è quello dei discorsi «ecologisti» odierni, della conversione energetica e del futuro del capitalismo fossile e petrolifero.

La diagnosi di fondo presentata dall’autore è che il dominio capitalistico, il mondo dell’Economia, può sopravvivere all’abbandono delle risorse fossili che ne hanno sorretto la figura storica fino ad ora principale, può sostenere ed è già al lavoro per affrontare quest’inflessione decisiva nei suoi modi di funzionamento. Una riconfigurazione generale già in corso, quella della transizione energetica, che l’esplosione mondiale del Covid 19 ha decisamente contribuito ad intensificare. L’amplificarsi dell’influenza dei GAFAM, la crescita dell’economia algoritmica – che non può però rimpiazzare di certo i settori produttivi dei beni di consumo – il ricorso ad energie rinnovabili e carburanti alternativi, sono tendenze che subiscono una forte accelerazione e contribuiscono a ridimensionare quelle branche produttive maggiormente implicate nell’aggravamento della crisi climatica. Un ciclo di mobilitazioni ecologiste non privo di riscontri nei meccanismi di gestione politica del capitalismo mondiale – sarebbe un errore, ci dice Baschet, considerare il Green New Deal una semplice truffa ideologica – trova, a causa della pandemia, una disponibilità accresciuta ad accogliere le sue istanze. Se le previsioni unanimemente accolte davano il possibile picco della domanda petrolifera tra il 2030 e il 2040, alcuni esponenti delle principali compagnie (Total, BP, Shell) ammettono che potrebbe essere già stato raggiunto e superato. Non soltanto la consapevolezza del rapporto tra disordine climatico, riscaldamento globale e diffusione delle zoonosi, quindi di possibili e più gravi disastri sanitari, pressa verso un necessario riorientamento nell’uso delle risorse, ma la battuta d’arresto della produzione causata dal Covid ha portato già ad aprile 2020 il prezzo del petrolio in negativo, perché le capacità di stoccaggio delle compagnie erano esaurite (- 37 dollari al barile negli USA). La questione della perennità di un certo modello energetico, ammettono gli stessi magnati, è posta all’ordine del giorno, e forse un punto di non ritorno è stato anticipato.

Cosa significa questo? Intanto qualsiasi visione di ineluttabilità è fuorviante, in più sensi. Non è scontato che le misure di conversione siano adottate, perché si gioca una violenta battaglia strategica tra i settori del capitalista collettivo più «climatoscettici», «iperliberali darwinisti» e sostenitori di una fuga in avanti (di solito più inclini, come nel caso di Trump e Bolsonaro, a minimizzare la pandemia in favore della normalità economica) e quelli più progressisti ed ecologici. Gli esiti di questo scontro non sono indifferenti, dato che vi si gioca la sopravvivenza di specie animali, ambienti naturali e popolazioni, nonché la misura di quanto potrebbe essere preso in mano da un futuro post-capitalista. Non si tratta, quindi, di giocare cinicamente «al tanto peggio, tanto meglio», ma di ammettere la palese evidenza che non ci sono crisi strutturali irrimediabili, neppure nella versione pop delle teorie del collasso e dell’effondrement tanto di moda, ma che l’organizzazione capitalistica è capace di rinnovarsi anche rispetto al proprio impatto ambientale. Non solo: i contenuti delle campagne per la transizione energetica e contro il cambiamento climatico, apertamente sostenute da molte soggettività politiche antagoniste, sono una delle versioni, probabilmente quella con più futuro, della gestione sistemica del mondo. Le previsioni di Cesarano e Collu in Apocalisse e rivoluzione, basate sul rapporto del MIT su I limiti dello sviluppo, del 72, sembrano meno azzardate: il discorso ecologista, piaccia o meno, è razionalità capitalistica, è governo ed è controllo economico.

Secondo punto importante, non irrelato dal primo, è la critica ai presupposti antropologici ed ontologici del mondo capitalistico, occidentale, moderno. Se la pandemia mondiale di Covid 19, con una rapidità di diffusione senza precedenti, ci ha spinto a forza in un XXI secolo cominciato solo nel 20201, ci mostra anche la natura sempre più catastrofica del capitale come «sistema mondo». Lo squilibrio indotto nelle condizioni del vivente, i salti di specie facilitati dall’allevamento intensivo e dalla deforestazione, la pervasività della rete globale di collegamenti, potenziano su scala senza precedenti la matrice «antropica», legata agli scambi e all’organizzazione degli insediamenti umani, che ha sempre riguardato i fenomeni epidemici. Tra i cardini non più sostenibili di questo divenire c’è un’intera immagine della realtà, del Soggetto e dei suoi legami.

Oggi più che mai la «Grande divisione» (Descola) tra uomo e natura, insieme all’altra frattura fondativa dell’egemonia Occidentale, quella tra individuo isolato e collettività come universale unitario, si mostrano alla luce della loro radicale inconsistenza. Baschet ricapitola quindi una genealogia, altrove delineata2, di questa idea moderna del soggetto, facendola risalire ad un naturalismo scientifico che trova la sua formulazione esplicita nel 600, in Bacone, Galileo e Cartesio. Quel che importa qui sottolineare è il nodo che stringe insieme la separazione dell’uomo come sguardo esterno e disincarnato rispetto alle altre specie ed al mondo, ridotto ad oggetto, il sorgere della natura come astrazione quantitativa misurabile e materia di calcolo – parallela al consolidamento della razionalità economica – e l’atomizzazione dell’individuo in quanto realtà a sé stante rispetto alle relazioni che lo attraversano.

La catena di conseguenza mortifere che possono essere scatenate da un organismo infinitesimale come un virus evidenzia quanto poco sia fondata questa pretesa assoluta di autonomia. Per questo Baschet afferma che tra le oscillazioni, le brecce che stanno incrinando molte verità unanimemente acquisite, ci sono anche quelle antropologiche: non solo la possibile percezione che l’individualismo consumistico è una forma di vita velenosa e precaria, ma anche la consapevolezza che, come dice Eduardo Viveiros de Castro, l’individuo è i suoi legami, e non esiste alcuna reale antitesi tra la persona e il collettivo, il fondo relazionale dell’esperienza. Questo naturalmente non significa sacrificare la propria parzialità e determinatezza ad un’idea di società concepita come universale, che è l’altro lato della stessa macchia ontologica, ma proprio uscire da queste coppie, elaborare un’altra idea della persona e della vita. Il riferimento a spiritualità e cosmo-visioni tradizionali, per molte lotte indigene, è il vettore di questo passaggio, senza nessun feticismo per verità ancestrali o fuori dal tempo. In qualche modo l’intuizione di fondo che si può qui raccogliere, che mi pare decisiva, è che un progetto credibile di autonomia politica o rivoluzionaria deve accompagnarsi ad un’idea altrettanto radicale di eteronomia e dipendenza ontologica, che ridimensioni fortemente il nostro posto nel mondo.

Infine, il punto più sensibile. C’è una densa parte del libro dedicata a decostruire l’opposizione fuorviante tra il modello tradizionale della rivoluzione – le Grand Soir dai tratti epici– e quello delle piccole isole liberate e delle strategie interstiziali di secessione dalla presa dell’economia. Tale dicotomia malintesa, che plasma i termini del dibattito, si basa su letture come quella di Erik Olin Wright. L’immagine dell’arcipelago e delle isole, che surrettiziamente si trasformano in «isolati», è di per sé distorta e sviante, in quanto lascia intendere che un agire prefigurativo, ad esempio di tipo comunalista, si opporrebbe al vecchio schema rivoluzionario come il locale si oppone all’universale. Ne si trae la convinzione errata che l’intertizialità degli «spazi liberati» consisterebbe in una rinuncia alla generalizzazione, in un ripiegamento nella marginalità e nel localismo. L’esempio più caro a Baschet, quello delle comunità zapatiste, sviluppa invece la propria autonomia in un processo duraturo di conflitto che mira ad espandersi. Si tratta della mistificazione messa in atto da Frederic Lordon nel suo libro Vivre sans?, che contesta l’ipotesi autonoma derubricandola, appunto, ad un’idea di semplice moltiplicazione delle nicchie, di «isolati» che pian piano dovrebbero accrescersi senza respiro strategico né rottura con il potere. I due vizi principali di questa argomentazione, come Baschet rileva, sono il rapporto con lo Stato e quello con la massa, la soluzione organizzativa.

Il «punto L» evocato da Lordon (la L di Lenin per capirci, ma un Lenin piuttosto volgarizzato) consisterebbe nel connubio tra assembramento del «numero», il movimento di piazza quantitativamente consistente, e controllo dell’apparato dello Stato quale argine contro le forze della reazione. Ora, si può anche prendere in considerazione questa proposta fingendo di riconoscerle un qualche elemento di originalità, ma è abbastanza evidente che, innanzitutto, un simile uso del peso quantitativo come massa di manovra liquida in partenza qualsiasi «fare autonomo» che le lotte avrebbero incrementato e, in secondo luogo, non si capisce quale valutazione teorica permetta oggi di individuare nello Stato un antagonista o anche solo un limite alle dinamiche dell’economia capitalistica. L’immagine dello Stato come baluardo contro il mercato o contro il neoliberalismo, come spiega bene Gregoire Chamayou in La société ingouvernable, è semplicemente un non senso: va bene confrontarsi con i nodi della generalizzazione e del potere, quindi, solo in forme che non siano smentite da ogni evidenza ed esperienza. Insomma, qui Baschet pone un problema reale e importante, quello delle mediazioni materiali che un’«ipotesi A», cioè un movimento di emancipazione basato sull’autonomia, deve darsi per coniugare durata e intensificazione del conflitto. Si può legittimamente credere che questo processo non si possa chiamare rivoluzione, che la categoria sia inservibile, oppure ripensare il concetto secondo una diversa traiettoria.

Ad esempio nel libro c’è una critica a Erik Olin Wright che permette di affrontare in modo interessante tali problemi strategici. In Utopie reali Wright classifica tre forme di intervento di tipo anticapitalista che devono essere intrecciate e tenute insieme: la rottura, nelle azioni di scontro e nei tentativi insurrezionali; la simbiosi, che dovrebbe smantellare istituzioni statali e organismi di potere dall’interno, quindi in modo riformistico; le tattiche interstiziali come le zone autonome, le cooperative, gli esperimenti di autonomia nel qui e ora. Il punto è che Wright privilegia i mezzi riformistici, di cui trascura le possibilità di recupero, e quelli interstiziali, di cui allarga indebitamente il campo fino ad includere ogni sorta di impresa economica e realtà politicamente irrilevanti come Wikipedia. Soprattutto nel libro successivo, Per un nuovo socialismo e una reale democrazia, la parola d’ordine di «erodere il capitalismo», come giustamente nota Baschet, rimuove completamente il problema dello scontro e dell’insurrezione. In Basculements si osserva invece, con puntualità, che l’articolazione pragmatica e strategica dei diversi metodi di lotta e vita è un presupposto ottimale, ma deve tendere proprio nel verso opposto a quello che le imprime Wright: si tratta di pensare al divenire dell’autonomia, al processo rivoluzionario, se così vogliamo ancora chiamarlo, come allargamento delle forme di vita, delle comuni, delle realizzazioni organizzative, alternato a momenti di intensificazione della conflittualità che possono anche volgersi in insurrezioni e rovesciamenti. L’insurrezione è la tattica, il comunismo la strategia. Le pratiche simbiotiche, al di là di ogni ragione moralistica, non sembrano offrire né per esempi storici né per analisi del presente alcun tipo di risorsa, e la vera ostinazione ideologica mi pare stia tutta dalla parte di chi vi insiste ossessivamente senza trarre alcuna lezione dall’esperienza.

Questo ordine di problemi è di enorme importanza per chi vede nel concetto di «destituzione» una chiave, un grimaldello per mettere disordine nel bagaglio della critica rivoluzionaria. L’attualizzazione del comunalismo proposta da Baschet mette in luce alcuni punti irrisolti, in quanto le «comuni» sono delle strutture organizzative, secondo alcuni vocabolari teorici anche delle «istituzioni». Saltando a piedi pari molti aspetti qui in gioco (che prima o poi varrebbe la pena di affrontare più diffusamente) si può rapidamente ricordare la non coincidenza tra «destituzione» e «distruzione», il fatto che il gesto destituente sia quello che sospende la proiezione e l’altalena dialettica del diritto. Rompere questo dispositivo ontologico del potere costituente, il circolo della sovranità che separa le comunità da sé stesse, non significa affatto, come sostiene grossolanamente Lordon, rifiutare alla potenza qualsivoglia realizzazione, ma impedire che la potenza si spenga nella realizzazione, che coincida con essa. Questa è l’intransitività, se si vuole, dell’agire destituente, non un virtuosismo ineffettuale o, come diceva Weber per certe forme di escatologia religiosa, un «acosmismo». Il punto è il mantenere l’eccedenza dello spirito, alla Landauer, sulle sue realizzazioni, dell’utopia sulla topia. Attingere ad una certa idea anarchica della comunità, in Landauer e Kropotkin, ad esempio, può ancora essere utile.

Infine c’è una recensione al libro di Baschet che vale la pena citare, perché pone in modo suggestivo quanto problematico proprio gli argomenti che sono stati appena evocati: si tratta dell’articolo di Jacques Fradin intitolato À la recherche de la formule perdue3. Mi pare che lo scritto di Fradin tocchi proprio i principali nervi scoperti qui coinvolti, anche se in modo decisamente enigmatico: la sua tesi, per sommi capi, è che il libro di Baschet sia il doppio speculare di quello di Lordon, poiché anch’esso cade preda di un “programma”, di un positivismo che cerca il modello e la formula per staticizzare e finalmente descrivere in modo completo il punto di approdo della destituzione. Il programma, la realizzazione, il Simbolico, sono i nomi che Fradin dà agli stati concreti in cui il flusso dissolvente del Reale, delle rivolte, del caos e dei disordini, trova una battuta d’arresto. Il registro filosofico di Fradin, venato di uno gnostico rifiuto del mondo, non è semplice da districare e non mi ci provo in questa sede. Quel che qui importa è che la destituzione come permanenza di un principio decostruttivo di anarchia, nella sua analisi, sembra di nuovo ridotto a qualcosa di negativo, inconsistente, che in nome di un’attitudine iconoclasta deve rifiutare qualsiasi attestazione sul risultato. Baschet, insomma, non è abbastanza «an-archico». Forse è qui che sta un fattivo punto di coincidenza con Lordon, un’immagine della destituzione che ha delle similarità. Il rifiuto dei germi dell’ordine nuovo, della prefigurazione come ingegneria sociale, del progetto delle sue vesti moderne, insieme all’affermazione di un’anomalia selvaggia dei fenomeni che non ha mai fine, che non si risolve mai nelle sue realizzazioni temporanee e oltrepassa sempre sé stessa, non è affatto inconciliabile, mi pare, con il recupero del «futuro» proposto da Baschet. Se alcune soluzioni organizzative proposte in Basculements peccano un po’, a volte, di ingenuità, il problema di confrontarsi con la durata fuori dalla cornice del programma politico, di elaborare un passaggio stretto tra l’agire destituente e la mediazione materiale, la sperimentazione e la continuità, è quello che va posto.

1 A questo proposito un articolo di Baschet uscito ad aprile 2020 – dal titolo Qu’est-ce qu’il nous arrive? – come inquadramento generale dell’evento virus e delle sue implicazioni storico politiche, colpisce per completezza e lucidità. Si trova qui: https://lundi.am/Qu-est-ce-qu-il-nous-arrive-par-Jerome-Baschet.

2 J. BASCHET, Conception relationnelle de la personne, communauté et autonomie politique, in AA.VV. Itinérances, Paris, Divergences, 2018,

3 https://lundi.am/A-la-rechercher-de-la-formule-perdue