Quaderni del collasso n°0. Frammenti intorno all’incontro, alla furia e all’esodo.

“Cuadernos para el colapso” è il titolo di una nuova rivista, molto bella da leggere, da vedere e da toccare, che alcuni amici e amiche hanno coraggiosamente costruito in Spagna durante l’anno assurdo che abbiamo alle spalle. E’ appena uscito il n° 0 del quale riportiamo l’editoriale. Vi sono testi di G. Agamben, S. Consigliere e C. Zavaron, J. Coupat, Bifo, M. Tarì, S. Lopez Petit, S. Ros, V. Barbarroja e un anonimo.  Le immagini sono tratte dalla rivista e sono a cura di Gertrud Vali. Per contatti si può scrivere a cuadernos-para-el-colapso@protonmail.com

COSTELLAZIONI

Siamo una costellazione vitale nella cartografia delirante di questo paese. Da Siviglia, Maiorca, Barcellona ed altri luoghi sul confine esterno della galassia metropolitana abbiamo iniziato a respirare insieme, in una triangolazione di legami d’amore e d’amicizia davvero eccentrica nei confronti della politica classica di queste terre ormai spogliate di tutto. Tra la semina e la sfrondatura, tra il finire di costruire una casa e il prendersi cura di una figlia, tra il sistemare le classi a scuola e l’andare in piazza per partecipare alla rivolta o per scrivere sui suoi muri, cospirando con gli amici e con le amiche, abbiamo trovato il tempo di elaborare questi Quaderni.

Perché ancora dei Quaderni?

In primo luogo, perché non è lo stesso vedere una cosa o vederne un’altra. Così come non è certo indifferente il come si vedono le stesse cose.

In questo senso, ciò che vediamo, ciò di cui trattiamo e il modo in cui lo trattiamo ci modifica internamente e modifica l’aspetto del mondo. Modifica cioè il significato delle relazioni che manteniamo e l’urgenza del nostro compito.

La questione non è se esista un accesso al mondo che sia falso e un altro che sia vero, o che in generale viviamo con una coscienza alienata che deve essere disalienata per mezzo della critica. Chiunque può percepire quello che sta succedendo, ovvero: che stiamo vivendo un progressivo impoverimento di vite già precarie e che la catastrofe ecologica è ineluttabile. Ma non tutti lo vediamo allo stesso modo, né tutti ne traiamo le stesse conseguenze pratiche. La questione è che ogni cosa vista, ogni verità situata, ogni evidenza vissuta e sentita comporta delle conseguenze e infonde una certa tonalità emotiva: un letargo esausto o una furia emergente; un’esagerata prudenza o un’audacia gioiosa; un aumento della confusione e del dubbio o delle certezze aguzze come pugnali.

Da qui vediamo che le cose non stanno progredendo, né tantomeno ci aspettiamo che il tempo a venire apporti una qualche nuova stabilità. Non crediamo neanche che con uno sforzo di pressione “politica” e un programma di riforme in tutti i settori sia possibile interrompere o far biforcare il catastrofico mondo del capitale che ci abita.

Quello che vediamo da qui è il collasso di un’intera civiltà. Crollo economico e ambientale, energetico ed esistenziale, metafisico e demografico. Noi, l’antropomorfosi del capitale — cioè la vita stessa che quotidianamente impregna il traffico delle nostre città e la nostra dipendenza da essa— siamo al collasso.

Questi quaderni vogliono essere un pretesto per incontrarsi, un contributo per rovesciare la dispersione accelerata in cui viviamo, un invito a circolare tra esperienze di costruzione, guarigione, mutuo appoggio e semplice rifiuto dell’esistente. Questi quaderni vogliono condividere alcune intuizioni e annodare alcune amicizie, come un ulteriore contributo alla ricomposizione di una forza storica all’altezza dei tempi.

Perché la distopia vuole perpetuarsi. Abbiamo avuto un anno di pandemia di un a malapena vivente senza che sappiamo ancora come finirà. Quello che sappiamo è che ci sarà un prima e un dopo. Un dopo fatto di più incertezza, più povertà, più solitudine, più controllo. Un dopo che sarà anche più ingovernabile e più tumultuoso e quindi aperto a possibilità sia regressive che insurrezionali. Questo libretto raccoglie alcuni scritti che vanno ben oltre le narrazioni ufficiali. Crediamo meritino di non essere dimenticati.

Se il pensiero è «ciò che converte una forma di vita in forza, in efficacia sensibile», cioè «l’attitudine a distinguere e seguire (…) la linea di incremento di potenza che si presenta in ogni situazione» (Tiqqun, Introduzione alla guerra civile), allora questi Quaderni sono un invito a proseguire su questa linea favolosa.

Perché adesso che, finalmente, la «politica» è universalmente detestata come luogo della doppiezza, della falsità e dell’impossibilità di mantenere la propria parola, si aprono nuovi modi di essere politicamente, nuove maniere di vivere dalle quali siamo chiamati a prendere posizione nella guerra in corso. Lasciarsi alle spalle la preistoria, combattere il dominio degli uni sugli altri — questa guerra — dilatando le crepe aperte della diserzione, significa tornare a rischiare la vita per un’esistenza che ne valga la pena. E cioè: che vale non solo la gioia ma anche il dolore, la malattia e la morte che accompagnano i viventi. Un processo rivoluzionario arriva all’esistenza come una storia d’amore.