L’unico posto felice in città

di Stefania Consigliere

Lunedì 19 aprile 2021 il collettivo “Come studio” ha occupato il Dipartimento di scienze della formazione (Disfor) dell’università di Genova. Questo l’incipit di una trama che mescola senza riguardi cronaca cittadina e storia della modernità, crisi pandemica e sprazzi di gioia, una fatica immane e i pollini di primavera.

Per una volta, l’occupazione non ha preso i palazzi seicenteschi di via Balbi, i cui muri ancora portano gli affreschi della Pantera e le tracce del decennio Sessantotto. La ragione è semplice: quegli edifici hanno aule troppe piccole per poter garantire l’agio di tutti in epoca pandemica. Serve qualcosa di più grande, con spazi all’aperto: la sede del Disfor, dunque, con i suoi piani escheriani, le pergole in legno e le terrazze; e con il parco dell’Acquasola che si apre appena fuori dal cancello. Trattandosi di Genova, questi dettagli sono già lusso sfrenato.

Un gazebo all’accoglienza registra nomi e recapiti di chi entra, distribuisce mascherine, fa da crocicchio. Il tempo è bello, per fortuna. Dopo un anno di niente, lo spazio prende vita. Compaiono cassette di cibo, sacchi a pelo, dispenser di gel; la cancellata si copre di striscioni e, sui pannelli mobili, il programma è sempre in progress. Molti non avevano mai visto niente del genere, nessuna memoria percettiva di come si presenta un’università occupata. Guarisce così una lunga cesura generazionale. Sotto il regime di Stalin, consapevoli che non avrebbero più potuto suonarli, gli sciamani siberiani nascosero i loro tamburi sotto terra, contando senza certezza sullo scorrere segreto e umbratile, lungo le generazioni, di un filo di memoria. Solo ora, pare, i loro nipoti e pronipoti li stanno disseppellendo. I ritmi che ne caveranno non saranno gli stessi di allora, ma altri e diversi; i tamburi, invece, saranno quelli. Mi chiedo come abbiano fatto a ritrovarli.

La cronistoria di eventi, trattative, scelte politiche, rischi e modi di gestione, qui, conta poco: ogni generazione traduce nella propria lingua i problemi di sempre, iniziandosi all’età adulta, ed è appunto ciò che sta accadendo. Rispetto alle ultime occupazioni, però, questa deve vedersela anche con il mostro normativo della governance neoliberista, una macchina incomprensibile fatta apposta per mettere la vita sotto scacco e che il covid-19 – con la sua parafernalia di dpcm, decreti, ordinanze, colori, igienizzazioni, responsabilità civili e penali – ha reso, se possibile, ancora più kafkiana. Un solo esempio: dopo quattordici mesi di chiusura più o meno totale delle università, oggi gli occupanti rischiano una denuncia per interruzione di pubblico servizio. Quale servizio? Quello di aule che, perfino ora, riaprirebbero solo al 20% della capienza? Quello di biblioteche che dipendono completamente dall’inventiva, e perfino dall’eroismo, dei bibliotecari? Oppure quello fornito in DAD da una classe intellettuale che non prova nessuna vergogna a parlare di biopolitica guardando uno schermo?

A pochi metri dall’occupazione, torme di bambini scorrazzano sui grandi giochi dell’Acquasola, primo parco pubblico genovese, costruito sopra un bastione trecentesco e con due secoli di servizio alle spalle. Nell’urbanesimo verticale della città gli spazi verdi sono pochi e questo ha una grazia decadente tutta sua, che richiama genitori e bimbi, praticanti di tai chi, gruppi di amici o di discussione e flâneurs nostalgici del Luxembourg e di spiagge sotto il pavé. Qualche anno fa, una delle solite speculazioni scellerate aveva già cominciato a trasformarlo in parcheggio, quando un movimento cittadino, vincendo su tutti i fronti, ha bloccato i lavori e rispedito a casa le ruspe. Di quel movimento hanno fatto parte anche alcuni colleghi del Disfor, capaci di mobilitare l’istituzione dell’università pubblica contro l’ennesima enclosure, l’ennesimo esproprio di ciò che è di tutti. Fra il bene comune già reclaimed e quello in corso di reclaiming ci saranno forse una trentina di passi: che l’osmosi faccia il suo corso.

Il palazzo che ospita il Disfor troneggia, un po’ sghembo, sopra la via dello shopping, con le forme assertive dell’industria cittadina. Prima di passare all’università, quelle mura sono state a lungo sede dell’Eridania, che da lassù controllava larga parte della produzione nazionale di zucchero e distillati. Nata nel 1899, ha usato i mezzi della finanza per entrare di prepotenza nella filiera del dolce e dell’alcolico; ha prosperato al riparo delle protezioni doganali; ha organizzato il cartello nazionale dell’industria saccarifera; ha dislocato i siti di produzione come le truppe del Risiko; e ha mescolato la sua storia a nomi come Dufour, Piaggio, Ferruzzi e Gardini.

Genova, le caravelle di Colombo e le colonie, l’invenzione della finanza e il capitalismo… ci mancava lo zucchero, nella trama storica della città. Nel 1985 Sidney Mintz pubblica Storia dello zucchero (ma il titolo originale inglese è Sweetness and power), in cui ipotizza che la diffusione di questa prima polvere bianca nella dieta europea, a partire dal Seicento, sia servita a compensare le peggiorate qualità di vita indotte dal capitalismo – che lo zucchero sia, dunque, il primo narcotico di massa. Ancora non basta: esso è anche all’origine della disciplina di fabbrica, sperimentata nelle piantagioni coloniali di canna da zucchero un secolo prima che le fabbriche tessili inglesi aprissero i battenti. Accanto ai rudimentali macchinari per spremere le canne era sempre poggiata un’accetta, nel caso in cui il braccio di un operaio s’impigliasse negli ingranaggi. Così, sotto l’insegna “droghe & coloniali”, si chiude il cerchio tremendo che collega il godimento degli uni allo sfruttamento degli altri.

Il palazzo che oggi ospita il Disfor è dunque un luogo-simbolo di quest’orrore: il suo decoro industriale fatto di marmo, colonne e affreschi è infestato dagli spettri della violenza coloniale; memorie di arti fantasma appiccicate ai muri con gli annunci di camere in affitto, concerti, seminari; e il sentore dei fegati disfatti dall’alcol a basso costo, una biomassa fluttuante che continua la sua espansione nei ritmi della movida.

Questi giorni, però, stanno già cambiando qualcosa. Lo si percepisce negli occhi, nei timbri, nel modo d’ascolto, perfino nella luce che filtra tra gli alberi. Sono passati di qui tutti quelli che, in città, provano a dire e a fare altro: i sindacalisti di Si Cobas, gli attivisti di Ventimiglia, quel che resta dell’Autonomia, i movimenti femministi, i centri sociali, i lavoratori resistenti del porto, Priorità alla Scuola, È già Settembre – e molto altro. Altro ancora arriverà. In questa compagnia di refusenik vari, i fantasmi imprigionati fra le mura possono uscire dal rimosso e venire a raccontare le aspirazioni delle generazioni passate, sempre annientate dai dominanti di turno. Così si spiega, anche, perché a volte i nostri sogni notturni sono resi inquieti da visioni di violenza. Forse quest’ascolto li placa, li rende meno dolenti, li induce a mostrarci tutti i futuri felici che, lunga la storia, abbiamo perduto e che, adesso, rivogliamo.

In una sera d’occupazione, con mezza luna crescente in cielo, due lampade a illuminare il cortile, il brusio di voci nei terrazzi in basso, subito prima di un coprifuoco che dice della guerra in corso, l’epifania: quel palazzo pretenzioso, a lungo sede dell’industria dello shot intossicante, ora luogo di estrattivismo cognitivo e bullshit jobs, non è mai stato così bello. L’unico posto felice in città.