Dentro e contro l’ipotesi autonoma

 

Alcune note sul libro L’hypothèse autonome, di Julien Allavena.

di Michele Garau

Di libri sull’autonomia e il 77 in Italia ce ne sono tantissimi. Perlopiù tutti vertono sulla stessa ricostruzione lineare ed univoca, salvo alcune meritevoli eccezioni. Si tratta di una storia fatta di «c’era un volta», di nomi, date e luoghi che si inanellano senza intoppi. Prima ci sono i «Quaderni rossi» e «Classe operaia», la monumentale tradizione dell’operaismo italiano, con i suoi padri nobili ed i suoi scismi. Poi viene «Potere operaio», la crisi dei gruppi e la ricomposizione intorno ad un nuovo soggetto. Un susseguirsi di firme e sigle, una successione di date ed eventi fondatori: nel 1962 gli scontri di Piazza Statuto e nel 69 la rivolta di corso Traiano, nel 73 l’occupazione di Mirafiori e finalmente il 77. Il 7 aprile del 79, con centinaia di militanti inquisiti ed arrestati, arriva il brusco epilogo di tutta la vicenda. La storia dell’«Autonomia» come filiazione nobile della più lunga «sequenza rossa» italiana. Infine c’è l’eredità cumulativa delle categorie teoriche, anch’esse in un perfetto continuum: dall’«operaio massa» all’«operaio sociale», dal sistema taylorista della catena di montaggio alla «fabbrica diffusa» della metropoli.

Da questa sfilata vien fuori il profilo di una realtà politica con i suoi testi sacri, i suoi leaders e le sue correnti interne: quella che salacemente, nel 1980, la rivista «Insurrezione» chiamava «PAO» (Partito dell’Autonomia Operaia). È lo stesso Negri, d’altronde, ad evocare sulle pagine di «Rosso», nel 1978, il progetto di costituire un «Partito dell’autonomia»: in questo modo suggellando una parabola che, come alcuni hanno sottolineato, era cominciata dentro «Potere operaio», nel 1970, con la proposta di un «Partito dell’insurrezione», ed ha dunque come proprio filo conduttore una considerazione dell’autonomia e dell’autorganizzazione delle lotte del tutto strumentale alla priorità di una centralizzazione organizzativa d’avanguardia. Non che in questa storia tutto sia falso, tutt’altro. Come spiega Pino Tripodi in un suo bel contributo di qualche anno fa, L’ultima rivoluzione, l’arcipelago di esperienze disseminate per la penisola che prende il nome di «autonomia diffusa» fu effettivamente contiguo o collaterale alle aree di influenza dell’«Autonomia Organizzata» con tutte le maiuscole, ad esse interno sebbene refrattario alla loro ipotesi di centralizzazione politica:

Per autonomia diffusa si intende quel movimento ascrivibile interamente all’Autonomia operaia ma che per spazio, collocazione sociale ed esistenziale o, come nel caso dello scrivente, per scelta teorica e pratica, ha rifiutato completamente e radicalmente la proposta dell’organizzazione centralizzata dell’Autonomia operaia. L’Autonomia operaia organizzata, anche nei momenti di massimo fulgore, nei suoi diversi e litigiosi frammenti, da un punto di vista numerico era ben poca cosa rispetto all’autonomia diffusa.

Salvo l’eccezione bolognese di «A/Traverso», con la sua «peculiarità desiderante» di linguaggio e di metodi, che forse non giunse mai ad una vera e propria rottura con le altre correnti, sembrerebbe allora che tutto si muova dentro questa rete, coi suoi tre o quattro poli progettuali di riferimento in giro per l’Italia. Sembrerebbe inoltre che questi poli, nonostante le teorie sofisticate e la vivacità intellettuale, non siano mai andati oltre, nella loro eterodossia, ad una sorta di «neo-leninismo critico». Un leninismo eretico ed intelligente, aggiornato, che persegue una «centralizzazione dell’espansività»: aperto alla dinamica delle lotte di liberazione intorno ai bisogni e non, invece, teso a soffocarle in un irrigidimento burocratico fuori dal tempo. Lo stesso leninismo che Lea Melandri stigmatizza in una corrosiva lettera a «Rosso» del 75, intitolata Rosso, quindicinale dentro la confusione, per la sua genetica incapacità di superare l’approccio politico, la segmentazione gerarchica tra le sfere dell’esistenza e i bisogni, per la vocazione a coagulare intorno ad una «direzione», se possibile operaia, la pluralità delle rotture sovversive che la pratica autonoma stava dispiegando.

Un primo merito, non banale, del libro di Julien Allavena, L’hypothèse autonome, uscito di recente per i tipi delle Éditions Amsterdam, è il fatto di non indulgere in queste abitudini.

Non storia monumentale o cronaca celebrativa, quindi, ma una ricostruzione strutturata intorno a nodi tematici che ricadono sull’oggi, pur mantenendo il dovuto rigore storico e usando le fonti come si deve. Quindi ecco, se avete già letto tonnellate di volumi ed antologie sulla storia dell’Autonomia, dal primo convegno nazionale del 73 alle molteplici traiettorie locali, non vi annoierete comunque a leggere questo libro. Italia in primo luogo, poi Germania e Francia, sono le coordinate geografico-politiche del lavoro, che quindi non è facile restituire, per l’ampiezza dei percorsi affrontati, nelle poche righe di una «recensione». Andiamo quindi al succo.

La domanda principale da cui il libro prende le mosse è un interrogativo, mi sembra, molto preciso e situato, che si potrebbe se non sbaglio formulare in questo modo: per quale motivo nelle recenti sequenze di mobilitazione e di conflitto in Francia, dalle proteste contro la loi travail del 2016 fino ad oggi, gli stili e l’immaginario dell’autonomia riemergono con tanta forza, in particolare nelle nuove generazioni di militanti, malgrado la profonda divaricazione di contesto e di materialità dell’esperienza rispetto alla stagione da cui tale repertorio proviene? L’autonomia che si vuole riattualizzare nel cortège de tête, o per una altro verso nelle Zad, che grado di parentela storica ha con quella originale, se di originalità si può parlare?

Questo tipo di interrogativo deve quindi cercare di discernere, nel repertorio variegato dei movimenti autonomi europei, quanto è indissolubilmente ancorato ad una fase espansiva – di piena occupazione, sull’onda dei «Trenta Gloriosi» – dello sviluppo capitalistico, che poneva i requisiti economici concreti di una secessione parziale, parassitariamente legata ai circuiti esistenti di riproduzione sociale e di organizzazione della vita materiale – in forma diverse sia le battaglie salariali che il furto, l’assenteismo, gli espropri, sono in questo caso assimilabili – e  quanto invece è ancora degno di essere esplorato. Uno dei passaggi più interessanti – quanto forse problematici – della ricerca, è l’applicazione di questo schema al movimento dei gilets jaunes, che sconterebbe l’appartenenza ad una congiuntura in cui qualsiasi conflitto rivendicativo assume immediatamente i lineamenti difensivi della propria condizione esistente dentro il modo capitalistico di produrre, vivere, lavorare. Tutte le lotte che partono da un rivendicazione interna, non da una secessione, secondo l’autore, non possono che arrestarsi a questa difesa, se non addirittura reclamare una posizione che è venuta meno. Il declino del regime fordista di regolazione degli antagonismi nel quadro classico del «movimento sociale», soprattutto alla francese, descritto da Laurent Jeanpierre, viene precisato nelle sue ricadute negative in questo modo.

Viene a mancare, o a mostrare la sua infondatezza, insomma, l’idea di un passaggio possibile tra la rivendicazione e l’autonomia, tra la difesa della propria vita dentro la sfera del capitale e le linee di fuga verso un fuori. Tale ragionamento molto lucido tiene insieme due componenti, in mezzo al ricco spettro di riferimenti presi in conto: il portato di un certo femminismo della differenza italiano, tematizzato nel libro tramite la lettura dei suoi scritti e la narrazione delle sue vicende organizzative, che secondo l’interpretazione di Tronti[1] si può individuare nella contrapposizione del paradigma della liberazione a quello classico dell’emancipazione, del conflitto come parzialità irriducibile all’universale neutro del diritto; un certa lettura periodizzante del dominio capitalistico che prende le mosse da contributi dell’ultrasinistra francese come quelli raccolti, ad esempio, in Ruptures dans la théorie de la révolution: textes 1965-1975, che tendono a descrivere la ristrutturazione seguita ai cicli di lotte degli anni 60-70 proprio, come si diceva, quale erosione delle premesse strutturali perché un’autonomia delle lotte economiche sia possibile e sia un vettore di rottura. Scrive Allavena:

In questo senso, il processo rivela quanto l’esperienza dell’autonomia operaia italiana fosse legata a una situazione di stabilità e disponibilità di lavoro, qualificato o meno, quanto fosse infine eteronoma rispetto alle dinamiche dei Trenta Gloriosi. Se, in seguito, sono riapparse forme di autorganizzazione operaia, è stato sempre costringendo ad una “logica difensiva sulle conquiste del vecchio ciclo, come conservazione del vecchio rapporto tra le classi “. L’estraneità che essi manifestano è infatti essenzialmente basata su una difesa di ciò che resta del lavoro salariato e dello stato sociale, e non su una controcultura antioperaia – proprio perché, anche su questo punto, l’egemonia culturale del capitale è progredita.

Mi concentro su questo secondo riferimento non perché abbia un particolare spazio nello svolgimento del libro – è invece piuttosto marginale – ma perché nell’impostazione dell’autore la diagnosi viene forzata in un senso che è molto dissimile da quello verso cui virano solitamente simili tendenze «marxologiche», e che è implicito nelle loro analisi. Non si sostiene infatti l’attendismo verso una dinamica automatica delle lotte quotidiane che le porterà, deterministicamente, al loro limite congenito, obbligando una soggettività di classe atemporale ad auto-negarsi e ponendo – se dio vuole – la possibilità del comunismo, ma l’indicazione strategica di realizzare qui e ora delle pratiche e delle reti di «comunizzazione» di cui le lotte future possano alimentarsi.

Nella lunga carrellata di materiali e resoconti storici, di cui non stiamo qui a sostituire la lettura, il filo conduttore che va dibattuto, ma che proprio per questo è anche il nucleo più fecondo e diciamo propositivo del libro, è proprio questo: provare a declinare la suggestione ed il progetto dell’autonomia, in modo dettagliato, rispetto allo stato dell’arte delle lotte odierne. Soprattutto alle loro mancanze e agli strumenti di cui necessitano, alle tecniche e alle capacità più urgenti. Ed è in questo che assume il suo valore tutto il bilancio critico, per esempio, delle peculiarità dei movimenti autonomi tedeschi, oppure la questione dei limiti delle autoriduzioni e degli espropri per cui vengono soprattutto ricordati, negli altri paesi, gli autonomi italiani. Anche la pratica delle occupazioni degli edifici urbani, la ghettizzazione e il recupero degli squat, i mezzi di informazione alternativi, le reti di consumo e attività, nel crinale sempre difficile tra sussistenza e forza offensiva, si posizionano qui.

Uno degli appunti principali che Allavena rivolge, come si è finora soltanto accennato, ai movimenti autonomi italiani, francesi e tedeschi, con sfumature e modulazioni distinte, può essere riassunto con il concetto di «parassitismo».

Questa espressione non va qui intesa con una qualche sorta di connotazione morale, ma appunto ricollegata alla manchevolezze e in qualche modo ai cortocircuiti dei cicli di lotte in cui tali tentativi e percorsi si sono inseriti. La critica riguarda l’assenza di adeguati strumenti per rendere effettiva la prospettiva di secessione e di autonomia che le lotte dovrebbero prefigurare, e riguarda tra l’altro quel concetto così ambiguo di «autovalorizzazione» che ha avuto grande eco nel lessico degli autonomi italiani. Innanzitutto le progettualità degli autonomi vertono pressoché integralmente su un gesto che, anche quando assume forme violente, dure e perfino armate, rimane di tipo rivendicativo, poiché pensa l’appropriazione della ricchezza tutta all’interno dei rapporti economici, della produzione di valore e dello scambio di merci: anche nel pieno della temperie insurrezionale italiana, insomma, viene completamente rimosso il tema del «fuori», di come organizzarlo e renderlo possibile. Non si parla naturalmente di un fuori geografico ma intensivo, di quel complesso di tecniche e strutture che possono permettere ad una rottura insurrezionale di approfondirsi quando gli apparati dell’economia capitalistica sono bloccati. Questo appunto vale per il 77 italiano, in primis, ma non di meno, su un’altra scala, per le collettività di militanti che in Francia, Germania o altrove, hanno basato e fondano la propria sopravvivenza materiale sui margini residui dello stato sociale ed alla meglio sul furto. La questione, ancora una volta, non è moralistica ma strategica, non ha a che vedere con l’opportunità delle soluzioni individuali ma con una generale assenza di intensità politica nell’affrontare i propri bisogni. E qui si passa ad un secondo punto, poiché lo stesso limite diviene ancor più immobilizzante quando – nel corso degli anni 80 – la fase dell’economia capitalistica è discendente, quindi l’approccio rivendicativo fa fronte all’impossibilità concreta di trovare una risposta, un riscontro che abbia valore programmatico e ponga delle basi, diciamo, di transizione oltre il presente. L’altra faccia del problema è il modo in cui, in Germania ma non solo, gli esperimenti e le reti di tipo economico si sono invece, nel corso del tempo, trasformate in forme di ghetto o di impresa alternativa senza più alcuna comunicazione con comportamenti di antagonismo, lotta o resistenza. Il caso del movimento italiano e dei centri sociali, mi permetto di aggiungere, è ricco di esempi pietosi in cui ci si cura anche di inventare fantasiose trovate teoriche per giustificare le più basse attività di bottega.

Il peso di questo «parassitismo», come il libro sottolinea puntualmente, è ancora più scottante con l’emergere di tutte le questioni che vengono sbrigativamente rubricate sotto i titoli di «antropocene», crisi climatica, «effondrement»: lo spazio per un riformismo radicale, un dialettica interna al mondo dell’economia, una mediazione politica con questo modo di vivere, è semplicemente un’ipotesi, irricevibile e disastrosa. Se c’è un’autonomia ancora abitabile questa è, senz’altro, una «politica del fuori»[2]. In fondo quella che può sembrare in alcuni passi un’opposizione semplificata tra l’attacco e l’autonomia, il blocco e la secessione, il cortège de tête (ma anche i gilets jaunes) e la sperimentazione delle «Zad», oltre la loro dinamica puramente resistenziale, viene spiegata nelle conclusioni in tutta la sua complessità. Si tratta sempre, ho l’impressione, di uno sguardo – «diagonalizzato» storicamente, per dirlo con Foucault – sulla «pura destituzione» che attraversa i movimenti rivoluzionari come linea di sviluppo e come possibile chiave per risolverne le impasse. Luoghi di vita, comuni agricole e zone autonome, campi coltivati e radio libere, sono dimensioni che compaiono estemporaneamente nella parabola dell’Autonomia, senza che siano mai state oggetto di una considerazione sistematica che dia loro il giusto spazio nella problematica sottrattiva di un movimento rivoluzionario a venire, accanto alle lotte e con altrettanta importanza. Come si diceva in Ai nostri amici, solo tenendo insieme la capacità di combattere, vivere sulla terra e pensare, una macchina da guerra rivoluzionaria può dirsi tale.  Quando si sostiene, in molte delle riflessioni che ruotano intorno a questo nodo, che la destituzione ha una positività, che è costruttiva, che è un rottura da affermare, parafrasando Blanchot, declinare storicamente questi enunciati teorici rispetto all’ultima grande stagione rivoluzionaria di massa conosciuta alle nostre latitudini, non è solo un vezzo, è un lavoro necessario. Sciogliere le contraddizioni di questa eredità, trasfigurarne i termini, è fondamentale. Allora le tesi sul lato costruttivo della potenza destituente, sul nesso tra le forme di vita e le rivolte anonime, trovano in un libro come L’hypothèse autonome non solo un valido programma di lavoro, ma una corretta indicazione di cosa significhi dare corpo a una posizione comune, intrecciando felicemente la ricerca storica e il pensiero militante.

[1] https://lundi.am/Feminisme-et-conflit. Si tratta in larga parte delle esperienze, come quella della Libreria delle donne di Milano, di Rivolta femminile e molte altre, analizzate nello scritto Écographie d’une puissance, di Tiqqun.

[2] Espressione che Bruno Karsenti usa per definire la visione politica di Foucault, parafrasando a sua volta il “pensiero del fuori” che Foucault attribuisce a Blanchot.