Con Kafka (1)

A che serve la letteratura.

di Leslie Kaplan

Un personaggio grottesco, ignorante ed eruttante, si pavoneggia sulla scena del mondo, un bugiardo impenitente con la mano sul cuore, come tutti coloro per cui il potere vuol dire «io sono io e tu sei tu»… che fare di tutto questo?  Uscire dallo stupore, dalla prostrazione, distaccarsi, distanziarsi, aprire il pensiero. La letteratura può essere uno dei mezzi per farlo.

 Dialogo

Che cos’è un dialogo? Come facciamo a far capire all’altro che si vuole veramente parlargli, che gli si parla veramente, che non si fa finta, che non gli si porgono delle parole a caso, delle parole cave, delle parole vuote, delle parole per farla finita, per finire di parlargli, per passare a qualcos’altro, di più importante, di più urgente, ma che ci si vuole prendere il tempo, tutto il tempo, il tempo che ci vuole, che si cerca insieme a lui, si cerca di che si tratta, di che si tratta quando si parla con lui, perché, come, se veramente, si parla con lui, com’è quello che si vuol dire, sotto tutto ciò che si dice, sotto tutte le parole, tutte le frasi, qui e ora, mentre si sta parlando, c’è ancora qualcos’altro, un’altra cosa,  tutt’altra cosa, che infatti dà a queste parole, a queste frasi, la loro efficacia, senza la quale le parole, le frasi, non hanno semplicemente alcuna efficacia e che è il desiderio, il desiderio di parlargli, a lui, qui, precisamente, in questo preciso momento, come facciamo a far sentire questo, e che cos’è quello che si fa sentire con questo, che cosa si rifiuta anche con questo, che cosa si spera, che cosa si mette in gioco per questo, come si fa, senza pensarci, pensandoci, come si fa quando si parla, quando si dialoga.

Breve dialogo di Kafka:

«Non arriverai mai a tirar su l’acqua dalle profondità di questo pozzo»
«Quale acqua? Quale pozzo?»
«Chi è che m’interroga?»
Silenzio.
«Quale silenzio?»

Parlare è sempre essere di fronte all’altro con una domanda, disponibile a una domanda, aperto, interessato, attendendo una risposta. Parlare con qualcuno, essere disponibile all’altro, desiderare incontrare qualcuno che non si conosce. Parlare comporta sempre una domanda vitale per colui che parla: «Tu, mi ascolti?»

All’opposto, in Alice attraverso lo specchio:

“When I use a word,” Humpty Dumpty said, in rather a scornful tone, “it means just what I choose it to mean—neither more nor less.”
“The question is,” said Alice, “whether you can make words mean so many different things.”
“The question is,” said Humpty Dumpty, “which is to be master—that’s all.”

“Quando io uso una parola”, Humpty Dumpty disse in tono piuttosto sdegnato, “essa significa esattamente quello che voglio – né di più né di meno”.
“La domanda è”, rispose Alice, “se si può fare in modo che le parole abbiano tanti significati diversi”,
“La domanda è” replicò Humpty Dumpty, “chi è che comanda – tutto qui”.

That’s all, un punto ed è tutto, fine del dialogo…

Ma che succede? Humpy Dumpty cade dal suo muro e si rompe in mille pezzi. And all the King’s horses and all the King’s men couldn’t put Humpty Dumpty together again. E tutti i cavalli e gli uomini del Re non poterono mettere Humpty Dumpty di nuovo insieme.

Destino di questo grosso uovo autoritario, perentorio e stupido, che pensa di potersi appropriare del linguaggio e che le parole gli appartengano: non ha compreso che le parole appartengono a ciascuno perché non sono di nessuno, ma di tutti.

Leslie Kaplan è una scrittrice, nata a New York nel 1943 e poi cresciuta in Francia.  Dopo gli studi universitari lavora per qualche tempo come operaia e dalla fabbrica partecipa al Maggio ‘68. Nel 1982 pubblica il suo primo romanzo, L’excés-usine, al quale Maurice Blanchot dedicò un intenso scritto (“L’eccesso-fabbrica” o l’infinito in frantumi in M. Blanchot, Nostra compagna clandestina. Scritti politici (1958-1993), Cronopio, Napoli 2004).  Il suo ultimo e “profetico” romanzo, Mathias et la revolution, è uscito per le edizioni P.O.L. nel 2016, giusto poco prima dello scoppio della rivolta contro la legge “Lavora!”. Molti dei suoi romanzi e racconti sono stati adattati per il teatro. Il suo solo romanzo tradotto in italiano è Il ponte di Brooklyn, edito da Sugarco nel 1987. Da alcuni mesi cura un blog nel sito di informazione indipendente francese Mediapart, ed è da questo, con il suo accordo, che riprendiamo e  pubblichiamo a partire  da oggi e per le settimane seguenti la traduzione di tre suoi brevi e folgoranti scritti, i quali ci mostrano ancora una volta che cosa può voler dire qui e ora la benjaminiana politicizzazione dell’arte di contro all’estetizzazione della politica.