Che cos’è Qui e Ora?

Forse la miglior cosa da fare è partire da cosa non è Qui e Ora.

Qui e Ora non è un «sito di movimento», non è la sede digitale di una organizzazione, non è un sito che rappresenta le idee di un collettivo o di un insieme di collettivi; anche perché Qui e Ora non è un collettivo.

Qui e Ora ha l’ambizione di essere un mezzo in più tra quelli che possono assecondare un certo stato di veggenza. Come spesso ci accade nella rivolta di piazza o con un certo uso del linguaggio, come veggenza vi è nell’amore o nel disegnare sui muri della metropoli, come può esserlo suonare con una band di amici o far vivere su di un palcoscenico, su di un foglio, su di un viso qualcosa di impossibile, di dimenticato, di fuori corso, di inaudito, di follemente vero o di malinconicamente gioioso, di un «già e non ancora» che preme per essere pienamente, per prendere forma, la sua giusta forma. Veggenza infatti, diceva Walter Benjamin, è essere capaci di vedere ciò che sta prendendo forma, anticipare solo di un po’ quello che viene, a partire da ciò che è, adesso, qui, a partire da ciò che è stato, da ciò che è e da ciò che sarà e che merita di essere redento o che, al contrario, merita di essere annientato. È il modo di vedere stesso  di quello che sta prendendo forma e quindi di quello che noi stiamo divenendo.

Qui e Ora lo pensiamo perciò come uno strumento che non ha un fine esteriore ma che è «fine a se stesso», un mezzo con il quale approfondire e allargare la percezione del reale che, traversando e legandosi agli affetti, si disponga su di un piano sempre più comune. La percezione più l’affetto crea quella veggenza che ci rende capaci di vedere il «paesaggio» tanto attraverso i fumi dei lacrimogeni quanto all’interno di un’amicizia più forte di ogni muro, bucando la coltre di infrastrutture che ci separano dal mondo e cercando di sabotare gli schermi, anche questo sul quale scriviamo, che ci separano da noi stessi. Veggenza è vedere la rivoluzione che viene.

Le tre sezioni che compongono questa pagina – pensare, attaccare, costruire – sono da intendersi come parti di uno stesso piano, ciascuna con una propria modalità, un suo stile d’espressione ma che emanano da una stessa potenza. Una potenza rivoluzionaria che sia tale non può fare a meno di nessuna di quelle tre dimensioni: ciascuna cresce dentro l’altra, ognuna richiama l’altra, e tuttavia una per una hanno il loro modo di essere, la loro autonomia, la loro singolare sensibilità.  Eppure crediamo che ogni volta il genuino gesto rivoluzionario contenga in sé, allo stesso tempo, tutte le dimensioni, tutte le possibilità che sfidano l’impossibile.

Non vogliamo fare della politica, così, ma costruire un discorso politico sull’attualità. Il che vuol dire: far avvenire le amicizie, le alleanze, gli incontri, i legami necessari contro il presente, la sua stupida crudeltà, il suo mortifero modo di valorizzazione. E questo si fa anche tramite la liberazione di un immaginario, che non è qualcosa di astratto, non risiede in un altro tempo e in un altro luogo, differenti da dove e quando noi viviamo.

Essere una passerella che fa comunicare dei mondi mantenuti isolati gli uni dagli altri: che i writers di strada comunichino con i contadini clandestini, che i militanti lo facciano con chi è capace di esprimere qualcosa del divenire rivoluzionario attraverso la scrittura, il disegno, la filosofia, la musica, la fotografia, la poesia, la danza, il cinema… Costruire una forza rivoluzionaria, organizzarsi, vuol dire creare dei luoghi di condensazione dei saperi, delle passioni, dei desideri, della forza che già esiste anche se dispersa ovunque, in ciascuno, in ognuna, anche al di fuori dell’umano. E dargli forma, e dargli spazio, e dargli tempo.

Destituiamo la politica, costruiamo mondi.