L’ultrasinistra e il «partito storico» della rivoluzione

di Michele Garau

 Le compagini e le tesi facenti capo al laboratorio magmatico della cosiddetta «critica radicale», affrontate a più riprese su «Qui e ora», sono riconducibili alla filiazione, filtrata e spuria, di quelle correnti del movimento operaio internazionale, sviluppatesi all’inizio del 900, che rispondono al nome di «ultrasinistra». Quando si parla dell’«ultrasinistra» si richiama, all’origine, una tassonomia vigente in seno alle posizioni del socialismo internazionale del primo 900: la destra era identificata con le tendenze scioviniste della socialdemocrazia tedesca, rappresentata da Ebert; il centro dall’orientamento riformista e gradualista di Kautsky; infine la sinistra corrispondeva al bolscevismo ed alla direzione di Lenin. Dentro questo quadro l’«ultrasinistra» si aggiunge ad indicare quelle frazioni, presenti soprattutto in Germania e in Olanda, che esprimevano un’opposizione di sinistra al leninismo nel suo insieme, come fenomeno teorico e pratico, in seno al movimento rivoluzionario e da principio nella «Terza Internazionale»[1].

Non è semplice ricostruire il profilo di tale corrente, in senso teorico ed ideologico, nella varietà delle sue espressioni e nel suo intreccio con l’esperienza storica dei tentativi rivoluzionari avvenuti, in Germania, durante la sequenza 1918-21, nonché con il suo successivo bilancio. Gli esponenti del «comunismo dei consigli» a partire da Hermann Gorter ed Anton Pannekoek, seppure intraprendano ben prima il proprio percorso, in particolare nel solco dei principi fondamentali della «scuola olandese»[2], elaborano in forma matura le loro tesi distintive proprio misurandosi con questi tentativi e con il loro lascito: si può dire che una formalizzazione compiuta del «Linkskommunsimus» come tendenza politica organizzata risalga alla famosa Lettera aperta la compagno Lenin di Gorter e alla fondazione del «KAPD» (Kommunistische Arbeiterpartei Deutschlands), nell’aprile del 1920.

Nello scritto polemico e nelle ragioni della scissione, che separa il gruppo dei «consiliaristi» tedeschi dal partito comunista ufficiale (KPD), ormai dominato dall’ala destra di Paul Levi, ci sono tutti gli elementi, in nuce, che caratterizzano l’ultrasinistra «tedesco-olandese» e il movimento consiliare come rifiuto delle forme dominanti del movimento operaio e delle sue istituzioni (innanzitutto il sindacato e il «partito di quadri») nei punti strategici più avanzati dello sviluppo capitalistico occidentale. Prima di restituire i lineamenti generali di questo fenomeno, che non sarà certo possibile esaurire nella presente ricerca, occorre innanzitutto sottolineare la differenza, non sempre esplicitata in modo chiaro da protagonisti ed interpreti, tra l’ideologia del marxismo «consiliarista» e la realtà storica del «movimento dei consigli» in Germania, i cui sviluppi sono molto più ampi e trasversali:

Per evitare di apparire patetici o celebrativi riteniamo però necessaria una radicale revisione critica di tutta l’esperienza consiliare, per distinguere ciò che appare ormai come irrimediabilmente superato (ed è molto) da ciò che conserva il valore di un’esperienza significativa, capace di offrire indicazioni anche al nostro agire politico. Per fare ciò è innanzitutto indispensabile operare una distinzione molto netta tra Movimento dei Consigli, così come si è storicamente manifestato nelle lotte degli operai tedeschi nel 1919-21, e Ideologia dei Consigli, cioè le formulazioni teoriche dei gruppi dell’ultrasinistra tedesco-olandese, che soprattutto a posteriori tentarono di ridefinire il ruolo dell’organizzazione consiliare nella transizione al comunismo.[3]

Un simile discernimento è tanto più pregnante poiché, come rilevato da contributi importanti, tra cui l’articolo appena citato o il seminale studio di Enzo Rutigliano[4], nel fenomeno politico consiliare si esprimono delle composizioni sociali e delle soggettività operaie molto diverse, portatrici di istanze contrastanti: in alcuni casi la richiesta di «socializzazione» delle fabbriche e dei settori produttivi è legata ad un’idea di «gestione operaia», quando non di «cogestione», che vede gli operai più specializzati disponibili ad un controllo partecipativo del lavoro, mentre in altri casi, come per il bacino minerario della Ruhr, rappresenta una potente tendenza all’autorganizzazione che prende l’immediato controllo dei poli industriali cacciandone i padroni.

Non è un caso che le mobilitazioni e gli scioperi che si svolgono nella zona della Ruhr durante il 1919 e il 1920, che oppongono i consigli dei lavoratori alla dirigenza dei sindacati, allineata al governo socialdemocratico, assumano quasi subito uno sbocco di tipo insurrezionale. Saranno infatti i ben noti «freikorps»[5]a reprimere nel sangue questi sommovimenti, come faranno più tardi, nel 21, con la famosa «Azione di marzo», un altro tentativo insurrezionale di impronta apertamente politica nella cui preparazione il «KAPD» avrà un ruolo di primo piano. Tale differenza tra partecipazione e autonomia operaia nell’alveo della medesima forma consiliare, su cui si tornerà più approfonditamente, non si presenta sempre in modo lineare ed immediatamente decifrabile, dunque è foriera di implicazioni politiche e risvolti non trascurabili.

La concezione organizzativa che, dopo la scissione avvenuta ad Heidelberg, contrassegna la specificità della propaganda e dell’operato «kapdista», inerisce alla dialettica masse-capi e conseguentemente alla funzione del partito politico. In seno a tale progettualità il ruolo del partito rivoluzionario si pone quale complemento alla centralità delle organizzazioni spontanee di fabbrica, ovvero le «unioni» e la struttura di coordinamento retta dai consigli operai, germe della futura organizzazione produttiva comunista. In tal senso le soluzioni caldeggiate e praticate dai gruppi dell’ultrasinistra avversano contemporaneamente la modalità del «partito di massa», assunta tradizionalmente dai socialdemocratici e, dopo il secondo congresso della «Terza Internazionale», dai comunisti di osservanza «sovietica»[6], quella avanguardista del «partito di quadri», che ambisce a sostituire l’iniziatica autonoma delle masse proletarie mediante il centralismo di una direzione separata, e infine il sindacalismo, che perseguendo un’aggregazione dei lavoratori sulla base dell’unità di mestiere alimenta le logiche corporative e fraziona la coesione degli sfruttati. La struttura consiliare avrebbe dunque dovuto articolarsi attraverso le «Unioni» (Betriebs Organisation), accorpate secondo le singole cellule produttive, i diversi distretti industriali, e rappresentate nel loro insieme da un’«Unione operaia generale», come sottolinea Gorter:

Ogni fabbrica, ogni luogo di lavoro costituisce un’unità. Nella fabbrica gli operai eleggono i loro uomini di fiducia. Le organizzazioni di fabbrica sono divise in distretti economici. Attraverso i distretti si possono ancora eleggere uomini di fiducia. E i distretti eleggono a loro volta la Direzione generale dell’Unione per l’intero Stato. Così tutte le organizzazioni di fabbrica, senza badare a quale industria appartengono, formano insieme una sola unione operaia.[7]

In seno a queste organizzazioni, di conseguenza, la posizione dei capi viene drasticamente ridimensionata rispetto all’accentramento di potere burocratico cristallizzato nei tradizionali apparati sindacali e di partito, riportata ad uno strumento rappresentativo temporaneo e subordinata alle esigenze della lotta di classe: «Come è diverso nelle organizzazioni di fabbrica! Qui, è l’operaio stesso che decide della tattica e dell’orientamento della sua lotta, e che fa intervenire immediatamente la sua autorità se i capi non fanno quello che lui vuole. Egli è permanentemente al centro della lotta perché la fabbrica, l’officina, sono anche la sua base di organizzazione[8]».

Questo ruolo federativo viene ricoperto, nella congiuntura della sequenza rivoluzionaria tedesca che si staglia tra il 1918 e il 23, da una sigla, la «AAUD» (Allgemeine Arbeiter Union Deutschlands)[9], che arrivò ad unire, nel 1920, 800.000 lavoratori. Il compito del partito rivoluzionario, come si è detto, risulta essere vicario rispetto all’intelaiatura di tale «sistema dei consigli» in embrione, poiché a differenza di tutte le preesistenti ipotesi marxiste di transizione al socialismo non ha alcun incarico direttivo né deve governare il processo complessivo della trasformazione sociale. In cosa consiste precisamente tale posizione ausiliaria della «forma-partito»? In primo luogo risiede nell’opera di propaganda e diffusione della coscienza teorica nella classe sfruttata, che essendo portatrice di una latente ma intrinseca vocazione rivoluzionaria dovrebbe solo essere sottratta agli influssi delle ideologie dominanti, in qualche modo «disingannata», come trapela dalle parole di Pannekoek:

Fra tutti gli uomini che compongono la classe operaia si sviluppano man mano delle forze, che sono la conseguenza di ciò che essi sperimentano e vivono nella società; queste forze sono però tenute a freno da una pressione esercitata dall’alto, e restano quindi incoscienti, nascoste nel subconscio, finché non vengono risvegliate e divengono delle grandi forze spirituali: finché cioè quella che è soltanto una forza potenziale, latente, diventa una forza effettiva, reale per l’entusiasmo suscitato da un’idea, finché quella scintilla che vive dentro questi uomini non diventa un fuoco ardente.[10]

Inoltre se il gruppo minoritario dei militanti comunisti, raccolti nel partito, conserva in qualche modo degli aspetti di «avanguardia», latu sensu, dello sviluppo rivoluzionario, è nell’«azione esemplare», anche audace e violenta, che deve anch’essa risvegliare le coscienze all’urgenza del conflitto, ma anche mostrare ai proletari, con il proprio coraggio, un immagine incarnata del loro futuro. Scrive Gorther nella sua lettera a Lenin:

Questo mezzo consiste nella formazione, nell’educazione di un gruppo che dimostra nella lotta quello che deve diventare la massa. Indicatemi, compagno, un altro mezzo se lo conoscete. Io, per quel che mi riguarda, non ne conosco altri. Nel movimento operaio, e soprattutto nella rivoluzione, secondo me, non può esserci che una sola verifica: quella dell’esempio e dell’azione.[11]

L’opzione strategica dell’atto esemplare come spinta propulsiva rivolta alle masse, una sorta di «propaganda con il fatto» e di ginnastica rivoluzionaria[12] che vale ai «kapdisti» l’accusa di «putschismo», ha segnato in modo decisivo l’evoluzione e il fallimento di tale corrente. Innanzitutto ci fu il grande tentativo di insurrezione generale costituito dall’«Azione di marzo», nel 1921, conclusosi in una drammatica sconfitta, facilitata dalla mancata risposta della classe operaia di molte regioni tedesche, che stabilì un punto di non ritorno nella disgregazione dell’ultrasinistra come forza organizzata; inoltre è rilevante citare il fenomeno degli espropriatori comunisti, tra cui i famosi Max Hölz[13] e Karl Plattner, che incrociarono la strada del «KAPD»; infine quello degli attentati individuali, soprattutto nella tarda fase di dispersione «gruppuscolare» a fronte di un repressione accanita, dalla seconda metà degli anni 20, che culmina nella controversa vicenda dell’incendio del Reichstag, nel 33, attributo a Marinus Van der Lubbe[14]. Scrive a tal proposito Canne Meijer:

La strategia che esso raccomandava era la strategia classe contro classe, basata contemporaneamente sulla lotta nelle fabbriche ed il sollevamento armato e talvolta anche, come preliminare, l’azione terroristica (attentati, espropri di banche, di gioiellerie, ecc. frequenti agli inizi degli anni 20) La lotta nelle fabbriche diretta dai comitati d’azione avrebbe creato l’atmosfera e la coscienza di classe necessarie alle lotte di massa e condotto masse di lavoratori sempre più larghe a mobilitarsi per le lotte decisive.[15]

Per contestualizzare questo novero di pratiche e metodologie in termini storici di evoluzione del modo di produzione di capitalistico, è utile considerare due scritti importanti, pubblicati in Italia nell’alveo della corrente operaista, entrambi nel 72: Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare[16], scritto da Sergio Bologna, e Sul problema dell’organizzazione. Germania 1917-21, introduzione di Massimo Cacciari ad un’antologia degli articoli di Lukàcs sulla rivista «Kommunismus»[17].

Ambedue i contributi, che hanno influenzato fortemente la ricezione e il dibattito sul comunismo dei consigli nello sviluppo del movimento operaio e nelle modificazioni della sua composizione di classe, in primo luogo dal punto di vista «tecnico», sostengono che l’esperienza consiliare fosse indissolubilmente legata agli strati più altamente specializzati e qualificati del proletariato tedesco, dotati di capacità professionali molto avanzate e di un controllo tecnologico del processo lavorativo tale da permettergli una diretta partecipazione, al fianco dei tecnici e degli ingegneri, all’organizzazione scientifica della produzione, soprattutto nell’industria meccanica. Nel settore meccanico ed elettromeccanico tedesco, infatti, dominavano aziende di medie dimensioni dove le innovazioni organizzative del fordismo, a partire dalla linea di montaggio, non erano ancora state introdotte. Queste componenti della forza lavoro industriale, che Bologna riconduce alla figura dell’«operaio-inventore», perfettamente integrate in un certo stadio dello sviluppo capitalistico e coscienti del suo funzionamento, sarebbero state naturalmente inclini ad un’idea di «gestione operaia» o autogestione della produzione contenuta nel progetto dei consigli operai:

La posizione dell’operaio dell’industria meccanica altamente specializzato, di elevate capacità professionali, che lavorava di precisione sul metallo, conosceva a perfezione i propri utensili, manuali o meccanici, che collaborava col tecnico e con l’ingegnere alla modificazione del processo lavorativo, era la posizione materialmente più suscettibile ad accogliere un progetto organizzativo-politico come quello dei consigli operai, cioè di autogestione della produzione. La presa che la concezione della gestione operaia ebbe sul movimento dei consigli tedeschi non sarebbe stata forse così vasta senza la presenza di una forza-lavoro indissolubilmente legata alla tecnologia del processo lavorativo, con una carica di valori professionali e aziendali molto elevata, naturalmente portata a mettere in primo piano la propria funzione di «produttrice»[18].

Tuttavia il periodo in cui si dispiega la vicenda del movimento dei consigli è proprio quello in cui il capitalismo tedesco è in procinto di scomporre e sostituire l’architettura produttiva in cui questa funzione d’avanguardia, economica e politica, trova posto. In particolare Cacciari disegna un quadro in cui l’iniziativa capitalistica, come «Rationalisierung», ristrutturazione tecnica del lavoro e ricomposizione delle gerarchie interne alla classe operaia, occupa il centro della scena portando un attacco decisivo alle avanguardie politiche del movimento operaio tedesco, radicate proprio in quella forza lavoro qualificata e competente, nota come «aristocrazia operaia», che viene in questa fase smantellata e privata del proprio ruolo egemone a causa delle nuove necessità del ciclo produttivo. La potenzialità dell’apparato industriale viene ottimizzata e razionalizzata ponendo fine a un determinato ciclo dell’organizzazione di classe, erodendo i privilegi dell’operaio di mestiere e incentivando un perfezionamento del capitale costante e delle applicazioni tecniche che si accompagna ad un livellamento delle capacità professionali e all’emergere di quelle frazioni di forza lavoro che diventeranno l’«operaio massa», il lavoratore generico e dequalificato. Non è un caso, secondo Bologna, che la mappatura degli esperimenti consiliari dal carattere più spiccatamente gestionale e partecipativo ricalchi quella delle regioni e dei distretti industriali di punta nel settore meccanico, dove il lavoratore specializzato è ancora egemone, come la Sassonia o la regione di Berlino.

La stratificazione della forza lavoro, in questo quadro, non avviene più secondo le linee distintive della qualifica professionale entro un determinato settore, ma differenziando i vari settori in base alla loro importanza, in una data fase, per la crescita dell’economia nazionale: di conseguenza i dislivelli di specializzazione e quelli salariali, all’interno dello stesso comparto produttivo, si assottigliano. Ogni programma o possibilità materiale di «controllo operaio», secondo tale ipotesi, verrebbe ridotta in pezzi, demolita da questa fase di sviluppo. Se i risultati di questo processo in termini economici, di ripresa e aumento della produttività, divengono evidenti verso la seconda metà degli anni 20, secondo Cacciari i presupposti politici di tale passaggio, la sconfitta di una sequenza delle lotte di classe operaie da parte del comando capitalistico, risalgono proprio alla congiuntura tra il 18 e il 23:

Se è tra il 24 e il 29 che la produttività del lavoro aumenta del 25%, che si accentua la razionalizzazione della struttura monopolistica, attraverso il meccanismo delle integrazioni verticali, che si rivede la politica finanziaria della Repubblica, che più attivo, a tutti i livelli, è l’intervento economico dello Stato – è tra il 18 e il 23 che si batte, politicamente, ogni resistenza a questo processo di ristrutturazione, che si attaccano i livelli «storici» dell’organizzazione operaia, che il capitale tenta di darsi, in buona parte riuscendovi, una nuova configurazione istituzionale, omogenea ai processi di ricomposizione che investono ormai tutto intero il suo ciclo.[19]

L’esperienza consiliare, secondo tale ricostruzione, sarebbe allora una battaglia di retroguardia, il canto del cigno di una frazione della classe operaia arroccata sulle proprie posizioni di privilegio, in procinto di perdere il proprio controllo sul processo lavorativo e la relativa qualità di avanguardia politica. Per questo motivo il movimento operaio tedesco, nella sua trasversale assunzione della tematica consiliare, diversamente declinata, si sarebbe rivelato incapace di cogliere, e ancor più di anticipare, le trasformazioni messe in campo da parte capitalistica, miope rispetto alla loro portata, limitandosi a rivendicare una «partecipazione» ai meccanismi produttivi che risulta sempre più anacronistica. L’introduzione della catena di montaggio fordista infatti, con la sua necessità di una forza lavoro parcellizzata e intercambiabile, spazza via materialmente tale figura lavorativa dell’industria meccanica ancor prima che il suo ruolo di avanguardia politica sia giunto a piena maturazione, ipotecandolo quindi in partenza:

Le innovazioni proposte da Ford non erano semplici salti di qualità sul macchinario, ma rappresentavano sul lungo periodo la progressiva estinzione dell’operaio legato alla macchina, al pezzo, all’azienda, al mestiere. L’operaio altamente qualificato del settore meccanico doveva lasciare il posto all’operaio di linea moderno, dequalificato, sradicato, con un’altissima mobilità e intercambiabilità. È importante perciò ricordare che prima ancora che l’«aristocrazia operaia» tedesca diventasse «avanguardia rivoluzionaria», prima ancora che compisse la sua prova del fuoco, essa era già destinata oggettivamente all’estinzione da parte delle avanguardie capitalistiche.[20]

L’ideologia consiliare sarebbe quindi ancorata ad un orizzonte «utopico-regressivo» che fa leva sugli strati di classe ancora «autonomi», gelosamente dotati di una relativa indipendenza, per liquidare i processi incipienti di massificazione della forza lavoro e conservare una padronanza tecnica del sistema di fabbrica: un movimento reattivo, dunque, rispetto a meccanismi irreversibili di innovazione. La tendenza «antiburocratica» del «Linkommunismus», all’interno di tale complesso ideologico e discorsivo, rappresenterebbe soltanto la variante più radicale, non essenzialmente discorde dal medesimo vocabolario teorico incentrato sulla preservazione del lavoro come «Soggetto» cosciente ed autonomo. In questo sarebbe poi apparentato ad una tradizione ideologica, già diffusa nel movimento operaio europeo, che conosce in György Lukàcs e Karl Korsch i suoi più illustri esponenti intellettuali. Tale tradizione sarebbe improntata ad una visione ideologica ed illusionistica dell’azione politica, confluita in Luxemburg, Pannekoek e Gorter, che derubrica il nodo dell’organizzazione alla forma spontanea, naturaliter democratica, che una minoranza di operai «coscienti» dovrebbe opporre a ogni principio di comando e direzione esterna.

Un dato rimarchevole nello sviluppo di queste analisi è la generale omogeneità attribuita, di fronte alla traiettoria dei consigli, all’insieme del movimento operaio tedesco, il quale sarebbe accomunato, dalla sinistra socialdemocratica fino a Rosa Luxemburg, dalla medesima incapacità di interpretare le trasformazioni in atto: il movimento comunista, in particolare, sarebbe contraddistinto dalla difesa di una composizione di classe arretrata rispetto alla spinta «ugualitaria» dello sviluppo capitalistico, trovandosi paradossalmente a difendere una configurazione superata e obsoleta del lavoro di fabbrica, un’idea di spontaneità e «politica di massa» che lascia in ombra il dislocarsi dell’antagonismo sociale su un piano nuovo e più ampio, restando al di qua dei reali rapporti di sfruttamento. L’ultrasinistra avrebbe quindi un ruolo di retroguardia rispetto alla socializzazione dell’identità di classe. Tuttavia il problema del comunismo consiliare tedesco, come enunciato da altri autori, richiede che si faccia una distinzione più rigorosa, riconoscendo alle posizioni dell’«ultrasinistra» la propria specificità, tanto rispetto alla concezione politica quanto agli agenti sociali di riferimento[21]. Come evidenziato da Enzo Rutigliano, la parabola del movimento dei consigli non è affatto riducibile ad espressione resistenziale dell’operaio di mestiere, ma si diversifica secondo linee di sviluppo contrapposte, che riflettono le divisioni interne alla sedimentazione della soggettività proletaria. L’articolazione delle classi sfruttate nella società tedesca del primo dopoguerra si tradurrebbe allora nei modi di coniugare l’istanza dei consigli, secondo forme che ricalcano la diversità di interessi e la collocazione nella gerarchia dei rapporti di sfruttamento.

In tal senso l’operaio di fabbrica specializzato, coinvolto nei tentativi di cogestione partecipativa attraverso i consigli e i comitati di fabbrica, che vengono d’altronde inquadrati legalmente nella Costituzione di Weimar con una legge del 1920[22], sarebbero il bacino di arruolamento della socialdemocrazia di sinistra (USPD) e del «KPD», ma non quello delle sigle appartenenti all’«ultrasinistra», formate invece da militanti cha appartengono alle categorie proletarie più marginali e meno tutelate, prive di un’occupazione stabile e periodicamente ricacciate nell’«esercito di riserva» della disoccupazione, quindi liminari al sottoproletariato. Il contrasto tra le frazioni della massa operaia sarebbe quindi all’origine delle linee e dei modelli organizzativi che oppongono i due blocchi del movimento comunista, determinando in modo esemplare i loro atteggiamenti durante l’«Azione di Marzo». In tale frangente paradigmatico infatti, che costituisce uno spaccato storico ed un prisma d’osservazione privilegiato, si assiste da una parte ad un attaccamento al luogo della fabbrica come proprio dominio d’appartenenza, in un feticismo del lavoro che riduce la classe alla sua posizione strutturale di «capitale variabile», dall’altra a comportamenti di rifiuto esterni alla fabbrica che sfociano nell’appoggio attivo all’insurrezione fallita:

In questo caso la figura chiave del movimento si spostava dall’operaio specializzato-avanguardia cosciente all’operaio massificato disoccupato semi-sottoproletario. […] ci risulta che solo la KAPD abbia accettato la nuova realtà, proponendo come obbiettivo minimo la «rivoluzione massimalistica» ovvero il comunismo. Anche perché la nuova figura dell’operaio massa è già intravedibile nel manovale dequalificato e disoccupato o comunque ai margini della produzione, principale figura di attivista delle AAU e della KAPD. Ed è anche a questa diversa base sociale che vanno fatti risalire i contrasti e la diversa linea politica tra la KPD e la KAPD: in effetti i due partiti sono espressione anche di interessi diversi e ciò sarà in seguito dimostrato nel diverso comportamento che durante l’Azione di Marzo avranno gli operai professionalizzati delle industrie chimiche di Leuna, fautori di una difesa a oltranza della loro fabbrica, e gli operai disoccupati e semi-disoccupati che agiscono fuori dalla fabbrica nelle formazioni di combattimento della KAPD; […][23].

Riprendendo la terminologia di un altro intellettuale operaista, questa volta tedesco, Karl Heinz Roth, si possono far risalire i contrasti che hanno attraversato la storia delle lotte di classe in Germania, e più specificamente il percorso del «Linkskommunismus», all’esistenza di due movimenti operai ben distinti. In conformità allo schema che si è finora riassunto, Roth ricostruisce accuratamente l’esistenza di due componenti diverse in seno alle organizzazioni politiche della classe operaia tedesca fin dall’epoca «guglielmina»: quella legata all’operaio professionale, che conduce lotte difensive e meramente economiche, volgendo il tema dei consigli in un vettore di cooperazione al piano di innovazione capitalistica, seppure con venature ideologiche radicali, e l’«altro movimento operaio», radicato nella forza lavoro dequalificata di massa, soprattutto del comparto minerario e di quello metallurgico, che coniuga l’autonomia dei produttori ad elementi di conflitto politico diretto, anche militare, contro le strutture del potere borghese.

La storiografia ufficiale dei partiti di sinistra e dei sindacati, dalla socialdemocrazia al «KPD», organicamente legata ad una rappresentazione delle lotte sociali volta a legittimare la linea dei gruppi dirigenti e le loro scelte strategiche, avrebbe quindi sistematicamente rimosso il protagonismo di questi strati sociali e il carattere dirompente delle loro lotte. In questo modo vengono occultati non soltanto gli elementi di rottura e discontinuità nella storia del movimento operaio, ma anche l’incapacità, da parte delle sue istituzioni rappresentative e dei suoi dirigenti, di individuare i punti di reale emersione della conflittualità più avanzata e le potenziali avanguardie di un rivolgimento rivoluzionario. Scrive Roth, descrivendo un processo di gestazione che fa rimontare agli ultimi due decenni dell’800:

L’operaio professionale era dunque la colonna portante e il motore del riformismo operaio dell’epoca guglielmina. Il fatto che per lui la rivoluzione proletaria fosse una questione di attesa paziente, di piccoli passi, di «lenta crescita» attraverso una continua pressione istituzionale, di progresso continuo e lineare del flusso produttivo, in breve una questione al di là del disordine, della violenza rivoluzionaria e dell’insurrezione armata non era un «tradimento», ma espressione politica della posizione dell’operaio-tecnico qualificato nella produzione. […] Viceversa, la storia di quella che quantitativamente costituisce la maggioranza della classe operaia d’allora, la storia delle sue condizioni di sfruttamento e delle sue forme di lotta, è ancora da scrivere. Non che manchino materiali d’archivio o indagini specifiche in base alle quali sarebbe possibile ricostruire le lotte spesso violente di quei settori e di quelle regioni in cui l’operaio professionale, non solo dal punto di vista politico ma anche da quello della composizione sociale dell’operaio collettivo, rappresentava un fenomeno marginale, privo d’influenza o comunque limitato alla funzione di sottoufficiale della produzione. Questa lacuna dipende piuttosto dalla continuità di una storiografia del movimento operaio rivolta verso il passato e definitasi nel periodo che va da Bebel alla Lega di Spartaco e alla KPD e che dopo il dibattito sullo sciopero generale del 1904-1905 – ed anche in questo caso in maniera frammentaria e sulla spinta dell’estrema sinistra raccolta intorno a Pannekoek e alla Luxemburg – non era più capace di riflettere sulla composizione e sulle forme di lotta della classe da esso rappresentata.[24]

Nello scenario delle lotte operaie del dopoguerra tale binomio si manifesta, allora, proprio nell’attrito tra l’«ultrasinistra» e il movimento operaio ufficiale, in cui si inserirebbero a pieno titolo tanto i socialdemocratici indipendenti quanto il partito comunista riconosciuto dalla «Terza Internazionale». Contraddicendo apertamente la tesi sul nesso univoco e preminente tra la parabola rivoluzionaria consiliare e i settori dell’«aristocrazia operaia», Roth sottolinea come gli esponenti del «Linkskommunismus» siano gli unici a cogliere i meccanismi di recupero che investono da una parte i sindacati, in quali assumono un ruolo fondamentale di disciplinamento dentro e fuori dalle fabbriche, dall’altra le vertenze di controllo operaio basate sull’uso riformistico della «forma consiglio».

La divisione tra i due movimenti operai si rifletterebbe allora, entro tale congiuntura, nella scansione in due fasi successive del ciclo politico tra il 1919 e il 1921: in altre parole la prima ondata di lotte, che si conclude con la repressione del tentativo insurrezionale berlinese del gennaio 19, in cui muoiono Rosa Luxemburg e Karl Liebnecht, sarebbe legata al formalismo consiliare dei settori tecnici della classe operaia e alla loro rivendicazioni di autonomia economica, mentre le successive repubbliche consiliari, i conflitti e le sommosse che scuotono tutta la Germania centrale, dall’«Armata rossa della Ruhr» fino all’«Azione di Marzo», vedrebbero le masse lavoratrici largamente intese entrare in azione, con un pieno protagonismo del «KAPD» e del «AAUD». L’«altro movimento operaio» subentra quando il primo fallisce, con un’ondata di sabotaggi, scioperi selvaggi, attacchi militari e rivolte. In questa seconda fase delle lotte sociali del dopoguerra migliaia di operai escono dai sindacati, si organizzano nelle «unioni», ma soprattutto legano apertamente, negli obiettivi della loro battaglia, i tentativi di autorganizzazione al problema di costruire un contropotere armato capace di ostacolare la controrivoluzione montante, dimostrando secondo Roth di aver pienamente compreso la posta in gioco dello scontro in atto. Questa linea, determinata da una nuova «avanguardia di classe» di cui l’ultrasinistra sarebbe il principale organo e referente ideologico, nascerebbe anche da un bilancio critico sui limiti e il fallimento del movimento consiliare[25]:

Un motivo assai più importante e finora largamente trascurato risiede, a mio avviso, nel fatto che l’autonomia consiliare del tecnico-operaio professionale controllava sì la lotta operaia durante la prima fase del dopoguerra, ma all’atto della sua sconfitta violenta furono le stesse masse operaie non qualificate ad entrare in azione. Per essi, dopo la sconfitta spettacolare subita dai centri dell’operaio qualificato, soprattutto a Berlino, il movimento consiliare in quanto motore del rovesciamento rivoluzionario, con i cui fini comunque ben poco avevano in comune, era morto. […] Questi sono accenti nuovo: al centro c’è la questione del rapporto tra i consigli e il potere politico. I consigli non l’hanno risolta. Bisogna dunque porre e sviluppare su basi nuove il problema del rapporto fra composizione di classe e organizzazione contro una controrivoluzione marciante.[26]

L’intreccio di problematiche appena affrontato si ricollega strettamente al lavoro di delucidazione teorica condotto da Jacques Camatte, tra gli anni 60 e 70, in seno all’altra grande corrente storica della dissidenza comunista, la cosiddetta «Sinistra italiana» raccolta intorno ad Amadeo Bordiga, che confluisce anch’essa nel retroterra genetico della «critica radicale». È indubbiamente significativo che uno dei testi fondamentali scritti da Camatte in questa fase decisiva della sua evoluzione teoretica, che lo porta ad allontanarsi dai suoi presupposti dottrinali di appartenenza, riguardi proprio un bilancio dell’esperienza rivoluzionaria tedesca e delle posizioni del «KAPD»[27]. Nell’affrontare i nodi della «teoria del proletariato», del rapporto tra la materialità delle condizioni di classe e l’allargamento del dominio capitalistico, ma anche interrogandosi sull’attualità e la funzione della «forma partito»[28]nello sviluppo di una prospettiva rivoluzionaria, Camatte si trova a riscoprire la storia del «KAPD» nella sua ricchezza di contraddizioni e ambiguità. Attraverso una valutazione critica delle aporie ideologiche di tale corrente, ma anche del suo situarsi in modo anticipatorio nel punto di tensione massimo della storia del movimento operaio, Camatte individua nell’ultrasinistra tedesca il riflesso della principale antinomia che non smette di inficiare la sinistra rivoluzionaria, con particolare riferimento ai gruppi e alle posizioni degli anni 60 e 70. Queste non sarebbero che la riedizione dello stesso campo di tensioni insolute, giunto nel frattempo a saturazione, quindi storicamente risolvibile e all’altezza del presente. In questo frangente le contraddizioni che si sono manifestate, in embrione, nella crisi dell’esperienza tedesca, pervengono al loro grado apicale, portando al tracollo l’ipotesi rivoluzionaria e, con essa, il marxismo: «Lo studio approfondito delle posizioni di Marx in legame col divenire attuale mostra che ciò che egli poneva come comunismo, il famoso modo di produzione nuovo, superiore, è stato realizzato dal capitale: data da allora l’impasse da cui bisogna uscire»[29].

Il rifiuto della classe come «capitale variabile», forza sociale del mondo capitalistico, e la sua contemporanea mitizzazione in quanto risorsa esclusiva del cambiamento rivoluzionario, sono il vizio originario, la fondamentale doppiezza che, dal consiliarismo tedesco, arriva fino all’«Internazionale Situazionista» e «Potere operaio». Solo esplorando a partire da tali esempi storici il nesso tra rivoluzione e controrivoluzione come dinamica inglobante di recupero, il rapporto di dipendenza tra la società del capitale e la forza proletaria, si possono allora porre le basi per una teoria della trasformazione adatta al dominio reale del capitalismo, alla sua compiuta «comunità materiale». Se la dinamica dello sviluppo delle forze produttive è duplice, se la rivoluzione e la sua dialettica alimentano la controrivoluzione, per Camatte bisogna sempre di più immaginare un’idea di rovesciamento che sia prima di tutto secessione, abbandono, spostamento su un nuovo terreno:

L’analisi del dominio reale del capitale sulla società mostra che il capitale è andato al di là dei propri limiti, effettuando la sua fuga e realizzando la sua piena antropomorfosi. Posti di fronte a questo divenire del capitale – che implica una subordinazione totale del proletariato – ne abbiamo dedotto la fine del processo rivoluzione e la necessità di abbandonare questo mondo. Lottare contro il capitale finisce sempre per rinvigorirlo.[30]

Poiché le lotte di classe e le rivoluzioni, dalle insurrezioni consiliari al «Maggio 68», hanno rappresentato il periodo dell’opposizione al dispotismo capitalistico nella sua «fase intermedia», con la sua piena «antropomorfosi» la rigenerazione comunitaria della specie dovrebbe intraprendere nuove strade di autonomia che, ad un altro livello, precipitino l’eredità di queste tradizioni dimenticate, con i loro nodi irrisolti, nel campo del presente.

 

 

Il movimento proletario tra rivoluzione e controrivoluzione nell’analisi di Jacques Camatte.

 

 

Jacques Camatte si avvicina alle tesi della «Sinistra comunista italiana», attraverso l’incontro con il pensiero e la figura di Amadeo Bordiga, fin dalla più giovane età. Come riporta in un suo breve scritto di riflessione autobiografica, Dialogando con la vita, Camatte conosce le posizioni bordighiste quando è ancora uno studente liceale a Marsiglia, nel 1953, imbattendosi in quei ristretti circoli di studio alimentati, tra la Francia e il Belgio, dall’emigrazione di molti militanti italiani durante il periodo fascista. Come l’amico Roger Dangeville, traduttore in francese di vari inediti marxiani, tra cui il capitolo sesto inedito del Capitale, abbraccia quindi la dottrina della «Sinistra italiana» e aderisce alla sua precipua concrezione organizzativa: il «Partito comunista internazionale». Questa sigla corrispondeva ad una fitta rete di piccolissimi gruppi e cellule, disseminati in diversi paesi del mondo, dediti ad un’instancabile attività teorico-pubblicistica e raccolti intorno alla direzione dello stesso Bordiga.

Proprio a Marsiglia era attivo uno di questi nuclei, animato soprattutto dalla personalità della militante internazionalista Suzanne Voute, che a partire dal 57 si trasferisce da Parigi nel sud della Francia proprio per assumere un ruolo di guida ideologica del gruppo e dirigerne l’organo ufficiale, la rivista «Programme communiste». Camatte è profondamente influenzato da questa temperie, ma comincia anche, molto presto, ad elaborare una propria originale impostazione collaborando con Dangeville, che conosce durante una riunione internazionale a Cosenza, nel 56. Il lungo percorso di attraversamento critico della tendenza bordighista culmina, nel 66, in una delle molteplici scissioni che costellano la storia della corrente. I nodi centrali della polemica da cui ha origine la frattura, a cui segue l’uscita della prima serie di «Invariance», cominciata nel 68, riguardano la concezione del partito nel suo rapporto con il movimento complessivo di liberazione della specie, e si inseriscono nel solco di un’analisi pluriennale, condotta da Camatte, sui temi del «partito storico», del movimento operaio e della comunità umana:

Ai suoi inizi (a partire dal 1968) «Invariance» è stata prodotta da elementi provenienti dalla Sinistra comunista d’Italia, corrente legata a Bordiga (Partito Comunista Internazionale). Essa si ricollega dunque a un filone ben determinato del movimento proletario, che essa non rinnega, ma che colloca nell’arco storico che l’umanità ha attraversato dall’origine del fenomeno capitale fino ai nostri giorni. Il movimento proletario fu l’ultima opposizione importante contro l’addomesticamento che alla fine si è prodotto con l’instaurazione della comunità capitale.[31]

Una tappa fondamentale di tale sequenza è lo scritto del 61, redatto insieme a Dangeville, su Origine e funzione della forma partito, destinato al dibattito interno e pubblicato per volontà di Bordiga. Camatte traccia, nelle pagine del suo contributo, un’accurata ricostruzione della duplice accezione in cui la categoria del partito si dispiega nello sviluppo del movimento comunista: come «partito storico», ovvero quale persistenza invariante delle costanti e dei principi che definiscono una volta per tutte il portato e la verità del programma rivoluzionario, inteso sia come teoria del materialismo storico enunciata da Marx che come tendenza sotterranea a ristabilire l’unità organica della «Gemeinwesen», della comunità umana inseparata che lo sviluppo capitalistico ha disgregato; ma anche come «partito formale», cioè l’agglutinamento organizzativo temporaneo assunto dalla classe proletaria nei momenti più acuti del conflitto sociale, che si risolve in modo effimero nei brevi cicli in cui si profila una possibilità rivoluzionaria ma deve in seguito dissolversi, pena fossilizzarsi nella struttura burocratica di un «racket»[32], come scrive spesso Camatte.

Il «partito storico», definito anche come «partito integrale», è quindi sia un «partito-programma» o «partito-teoria», che si staglia al di sopra di tutte le congiunture e gli accorgimenti tattici dell’azione politica, sia un filo sovra-storico che attraversa le epoche, inscritto nell’esperienza biologica della specie umana, e collega la totalità originaria del comunismo primitivo, precedente alla divisione dell’unità immediata tra uomo e natura, all’orizzonte del comunismo futuro, che rinstaura tale unità arricchendola con tutte le mediazioni dello sviluppo successivo. Dunque si tratta anche di un «partito-comunità», espressione della tendenza incancellabile alla «Gemeinwesen». La complessa dialettica tra questi due poli della concezione del partito, nel pensiero di Bordiga e Camatte, dovrebbe risolversi in un loro conglobamento, ovvero nella piena coincidenza, senza più residui, tra l’essere storico della classe proletaria ed il programma comunista. In altre parole, parafrasando il lessico visionario di Bordiga, il programma comunista sarebbe l’unica forza che radica la certezza delle proprie verità teoriche in un avvenimento futuro, facendo come se esso fosse già avvenuto:

Fondamentale era dunque il movimento di distruzione del capitale, che poneva il possibile di un’altra società. Determinante non era l’immediato, ma qualcosa di difficilmente percepibile, soprattutto in una fase di arretramento. Da lì le sue affermazioni sulla necessità di fondare l’azione su di un evento del futuro, sull’invarianza della teoria, e la sua caratterizzazione di Marx, come colui che aveva passato la vita a descrivere la società comunista. Infine questo modo di procedere non poteva che condurre alla concezione del partito-comunità. Bordiga non aveva dunque bisogno di legarsi a una comunità: faceva parte di una comunità non immediata, definita non soltanto da un certo raggruppamento di uomini e donne in lotta per un dato obiettivo, che ne postulava l’esistenza ma non ne era strettamente condizionata, poiché raggruppava i vivi, i morti e i nascituri![33]

Inoltre un prezioso riferimento nella stesura dello scritto, come lo stesso Camatte sottolinea in una postfazione del 1974[34], è l’analisi svolta da Maximilien Rubel in Remarques sur le concept de parti prolétarien chez Marx[35], anch’esso risalente al 61. Camatte si ispira a questo saggio per ricapitolare le varie accezioni e gli slittamenti di senso che il concetto di partito assume nell’opera marxiana, con particolare attenzione ai testi di intervento politico diretto. Nello specifico Camatte evidenzia, sulla falsariga di Rubel, come Marx sottolinei a più riprese il carattere estemporaneo e transitorio del partito quale raggruppamento organizzato di individui, clandestino o pubblico. Dopo lo stadio delle «sette» e della società segrete, dai fourieristi e gli icariani fino agli owenisti, che proliferano nel periodo controrivoluzionario successivo al 1815, passando per la fondazione della «Lega dei comunisti», nel 47, e dell’«Associazione Internazionale dei Lavoratori», nel 64, Marx supporta tutte le esperienze di associazione politica e costituzione in «partito formale» da parte delle classi sfruttate e del movimento proletario. Il proletariato deve quindi, oltre a lottare per il miglioramento delle proprie condizioni economiche di esistenza, fondare un partito politico distinto capace di opporsi alle forze rappresentative delle classi possidenti.

È pero importante rimarcare come anche questo versante dell’idea di partito nella designazione più stretta, di formazione politica strutturata e autonoma, assuma in Marx una declinazione particolare, ravvisabile nelle pagine del Manifesto e messa in rilievo da Rubel. Il modello di «partito operaio» contemplato da Marx ricalca infatti la tipologia di tutti gli altri partiti presenti in regime liberale, utile per le battaglie transitorie di tipo democratico, per il conseguimento del suffragio universale e delle conquiste politiche borghesi, ma sostanzialmente estraneo alla spontaneità del movimento reale delle classi sfruttate nella loro azione rivoluzionaria. La considerazione rivolta da Marx ed Engels al fenomeno del cartismo dimostra, in tal senso, quanto i due autori privilegiassero i processi di autonomia e auto-emancipazione operaia, anche su posizioni di rivendicazione intermedia e difensiva, rispetto a tutte le correnti ideologiche, dottrinarie e autoreferenziali, del socialismo dell’epoca:

Alla luce di questi chiarimenti teorici, si può comprendere l’attitudine costantemente critica di Marx nei confronti della propria attività politica e di quella dei partiti operai e anche la sua preferenza, continuamente sottolineata, per i movimenti spontanei della classe operaia piuttosto che per le tattiche e i programmi dei partiti operai. L’assioma enunciato negli Statuti della Prima Internazionale è inequivocabile: «L’emancipazione della classe lavoratrice può essere solo opera dei lavoratori stessi». È la medesima ragione per cui a partire dal 1847, nella sua polemica contro Proudhon, Marx pone in rilievo l’importanza delle trade unions, la cui lotta si accompagna alle lotte politiche dei lavoratori «che ora costituiscono un grande partito politico con il nome di Cartisti»[36].

Il «partito comunista» a cui Marx si riferisce, che chiama sovente il «nostro partito», quindi, non si risolve in nessuno dei «partiti operai» esistenti, ma è trasversale ed indipendente rispetto a tutte le frazioni (partiti, leghe e sindacati) del movimento operaio. Se la prospettiva rivoluzionaria si pone per Marx, e per Rubel, all’incrocio tra una dinamica spontanea di sviluppo necessario delle forze produttive della società moderna, leggibile scientificamente con le lenti del materialismo storico, e la tensione etica ad abbreviare le «doglie del parto» di tale rivolgimento, i comunisti sono una minoranza cosciente il cui compito è diffondere gli strumenti teorici di comprensione del processo rivoluzionario ed accelerarne così il compimento, senza in alcun modo sostituire l’auto-emancipazione degli sfruttati:

Dallo schema di questa teoria politica si può dedurre in Marx una doppia concezione del partito proletario, i cui due sensi non sono mai esplicitamente delimitati, poiché è difficile dissociare il teorico dall’uomo di partito. Ci sembra tuttavia giustificata la distinzione, nella concezione marxiana del partito proletario, tra il concetto sociologico del partito operaio da una parte, e il concetto etico del partito comunista dall’altra. Il primo si applica a un’organizzazione che, facendo parte della società borghese, dipende dalle condizioni generali di tale società: il partito operaio resta nella sua struttura (e in contraddizione con il suo programma) un partito d’influenza «borghese» e i suoi leader hanno fatto ben presto ad imparare le regole del gioco politico. La funzione (borghese) crea l’organo (borghese). Quanto al concetto etico del partito proletario, esso deriva dalla definizione che Marx dà dei comunisti, definizione che è nello stesso tempo postulato e professione di fede, piuttosto che dall’osservazione empirica: «Da una parte, nelle diverse lotte nazionali dei proletari, essi antepongono e fanno valere gli interessi comuni dell’intero proletariato, senza alcune considerazione di nazionalità, d’altra parte, nelle diverse fasi della lotta tra il proletariato e la borghesia, essi rappresentano sempre l’interesse movimento nel suo insieme». Il loro ruolo non è dunque politico nel senso tradizionale del termine: essi non formano un’organizzazione particolare che obbedisce a regole e statuti stabiliti formalmente; deducono la teoria dal movimento senza inventare sistemi, poiché la loro autorità, puramente morale, si fonda sulle opere dello spirito[37].

Tuttavia nelle fasi controrivoluzionarie e di «rinculo» della lotta di classe, come quella tra il 52, data in cui viene sciolta, per volontà di Marx, la «Lega dei comunisti», e la fondazione della «Prima Internazionale», egli si ritira da ogni forma di aggregazione e rifiuta le sollecitazioni a vivificare quelle passate[38]. Marx giustifica tale scelta, ad esempio nella corrispondenza personale con Ferdinand Freiligrath, citata a più riprese da Camatte, sostenendo che tutte le associazioni politiche di lotta, relative alle fasi di acutizzazione dello scontro di classe, siano solo un episodio circostanziato del partito come movimento spontaneo che nasce dal «suolo della società moderna», il partito nella sua «grande accezione storica» che trae linfa dalla medesima dinamica di sviluppo della dominazione capitalistica, come suo naturale polo negativo. Il «partito storico» è quindi l’essere della classe laddove essa si manifesti come tendenza alla comunità umana e non soltanto come mero «capitale variabile» o referente della classificazione sociologica: tale essere, negato nelle congiunture controrivoluzionarie, sopravvive nell’invarianza del programma, custodito nella sua continuità dai militanti, che ne perpetuano lo «scisma» dal mondo esistente. Esso scompare e riaffiora secondo la successione delle fasi dello sviluppo capitalistico e della lotta contro di esso. Il concetto di «scisma», appena evocato, ricopre peraltro un ruolo fondamentale nel pensiero di Bordiga, proprio in relazione al nodo del partito. Questo è infatti, prima di ogni altra cosa, inteso come prefigurazione della società comunista.

Il fatto che, secondo Camatte, Bordiga concepisca il partito in quanto comunità non immediata che attraversa le epoche, come anticipazione, immagine incarnata dei rapporti umani comunisti e abbandono del mondo esistente, sua messa a distanza mediante l’esempio e l’invarianza dei principi, fa in modo che la sua visione possa sopravvivere alla «teoria del proletariato» e alla variante classista del progetto rivoluzionario. Se i processi di capitalizzazione del mondo travalicano la configurazione dialettica e antagonista su cui si fondava il linguaggio del marxismo, arrivando ad un’integrazione della classe proletaria mediante il consumo e ad un superamento delle rappresentazioni borghesi, la natura etica dello «scisma» insito nella «passione del comunismo», come aspirazione fondamentale alla comunità umana, prelude in Bordiga ad una discontinuità irrevocabile e ad un cambiamento di terreno di cui la maggior parte delle correnti anticapitaliste si sarebbero dimostrate incapaci.

Secondo Camatte nel pensiero di Bordiga sono presenti tutti gli elementi che, portati alle estreme conseguenze, permettono una rottura con i limiti della tematica classista, con quel terreno che accomunerebbe il mondo capitalistico, fondato sulle basi portanti della proprietà e delle forze produttive, agli orizzonti del socialismo novecentesco. Il limite del movimento operaio e dei programmi rivoluzionari classici sarebbe, di conseguenza, non aver sviluppato pienamente le implicazioni di una simile rottura, rimanendo quindi sul campo della civiltà capitalistica, assumendone i paradigmi scientifici, la visione della natura e del progresso storico. Occorre invece, perché una critica rivoluzionaria risulti incisiva, portarsi in un punto abbastanza originario e «radicale» per cogliere il processo di capitalizzazione nel suo insieme ed abbandonarlo[39]. In questo senso, riprendendo un’espressione di Bordiga, i rappresentanti ufficiali del movimento operaio sarebbero nient’altro che «abiuratori di scismi»[40], incapaci di sviluppare una nuova dinamica, estranea ai presupposti antropologici ed analitici che strutturano il presente come culmine del ciclo storico contrassegnato dall’autonomizzazione del valore:

Se si deve cercare una causa soggettiva alla mancata realizzazione del progetto proletario, la si può trovare nel fatto che i rivoluzionari non hanno approfondito lo scisma. Sono rimasti troppo sul terreno del loro avversario. Non hanno sviluppato abbastanza un’altra dinamica che non chiedesse in prestito nulla o quasi all’illuminismo, alla scienza, alla produttività etc. E questo sarebbe stato tanto più necessario in quanto essi dovevano, in qualche maniera, far scomparire un intero sviluppo storico[41].

Per ricollegare questo spettro di argomenti alla vicenda del «KAPD» e dell’ultrasinistra tedesca, occorre tornare un’altra volta sulle analisi che Camatte dedica, in relazione alla problematica dell’identità di classe, alla parabola dei tentativi rivoluzionari avvenuti in Germania tra il 18 e il 23. Lo scritto Il Kapd e il movimento proletario, in particolare, tenta di attualizzare il portato di quelle esperienze nella congiuntura del movimento rivoluzionario dell’inizio degli anni 70, con riferimenti tanto alla situazione francese che a quella italiana. Nella complessità della vicenda rivoluzionaria tedesca sarebbero infatti leggibili, in filigrana, potenzialità e aporie dei gruppi sovversivi più radicali che si sviluppano successivamente. La visione della critica rivoluzionaria come «razionalità dialettica» interna ai rapporti sociali capitalistici e incentrata sulla soggettività di classe, che più tardi mostra integralmente le sue contraddizioni insolubili, sarebbe già pienamente insita nei tratti di tale sequenza:

Il movimento operaio tedesco del XX secolo – eccettuato il partito comunista ufficiale pro-sovietico – ha avuto la peculiarità di essere calunniato senza essere conosciuto, esaltato pur essendo spesso frainteso. La sua conoscenza e il suo giusto apprezzamento sono tuttavia essenziali per comprendere la storia di questo secolo ed essere in grado di individuare i caratteri fondamentali del nuovo movimento proletario internazionale che comincia a manifestarsi in questi ultimi anni.[42]

Una simile lettura è sostenuta, oltre che dal contributo di Camatte, nell’importante scritto, del 73, di un altro collaboratore di «Invariance», il danese Carsten Juhl , intitolato La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato[43]. Camatte si propone esplicitamente di tracciare un parallelismo tra le posizioni del movimento consiliare tedesco e la situazione del «movimento proletario» a lui coevo, ma per introdurre i termini della disamina svolge un accurato riepilogo storico in cui ripercorre l’evoluzione del «KAPD» secondo alcuni assi tematici particolarmente esplicativi: la rottura con la pratica del parlamentarismo che aveva segnato la tradizione socialdemocratica tedesca e viene ereditata dalla linea leninista; il rigetto del rapporto con i sindacati in quanto strumento di integrazione nel sistema capitalistico[44]; la valutazione degli eventi russi dell’Ottobre 17 prima come «doppia rivoluzione», non ancora puramente comunista, più tardi come rivoluzione integralmente borghese; infine, primaria in ordine di importanza, la particolare concezione della classe proletaria e della funzione del «partito» che deve alimentarne le lotte.

Le posizioni che Camatte ritiene centrali nell’impostazione del «KAPD» vertono innanzitutto sulla convinzione che l’incipiente crisi dell’ordine capitalista sia quella mortale e risolutiva. Malgrado la sconfitta subita dal proletariato tedesco nel gennaio 1919, con il soffocamento dell’insurrezione spartachista in cui vengono uccisi Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, le condizioni oggettive per un cambiamento rivoluzionario sarebbero tutte riunite, mentre mancherebbero quelle soggettive, ovvero principalmente un nuovo tipo di organizzazione degli sfruttati a partire dai luoghi di produzione. L’antiparlamentarismo e l’antisindacalismo del «KAPD» fanno il paio, di conseguenza, con l’idea che i luoghi di lavoro siano l’unico bastione in cui la classe operaia può sottrarsi all’influenza corruttrice delle ideologie borghesi e dei loro meccanismi di integrazione e recupero, collocandosi invece sul piano in cui la materialità degli antagonismi appare più netta. Di qui l’importanza, al fianco dei consigli e delle organizzazioni di fabbrica, dell’azione esemplare quale compito del partito e veicolo di coscienza:

In primo luogo è necessario organizzare il proletariato direttamente sul luogo di produzione, la fabbrica, al fine di lottare contro il nuovo opportunismo che consiste nell’utilizzare le istituzioni economiche nel quadro del capitalismo. Anziché lasciarsi riassorbire dalla democrazia borghese si deve piuttosto tendere a dar vita ad azioni esemplari che possano costituire il punto di partenza per il riformarsi della coscienza di classe, giacché il problema essenziale della rivoluzione in Germania è lo sviluppo della coscienza di classe del proletariato (donde l’appoggio dato all’Azione di Marzo).[45]

Nelle implicazioni di questa formula organizzativa ci sono i punti dirimenti che rendono il caso dell’«ultrasinistra» tedesca una prefigurazione esemplare delle prospettive dell’anticapitalismo contemporaneo e dei suoi scogli: innanzitutto la pretesa di riunificare la classe, conglobando la componente produttiva ed inquadrata nel lavoro di fabbrica con quella eccedente, espulsa dal processo lavorativo e cacciata nella disoccupazione; inoltre una tensione contraddittoria tra le due polarità della negazione del lavoro salariato da una parte, cioè della condizione proletaria nella sua immediatezza, e dall’altra della valorizzazione, quando non dell’esaltazione dei siti produttivi come campo privilegiato del conflitto. Il comunismo consiliare tedesco è dilaniato dal dissidio tra un violento rifiuto delle condizioni di compromesso e integrazione alla società borghese in cui la classe operaia è invischiata, almeno nel suo essere immediato, e l’idea che la coscienza possa condurla a superare tali contraddizioni. Il punto di vista che deve favorire lo sviluppo di questa coscienza rivoluzionaria rimane però eternamente alla periferia dell’«essere» reale della classe, la quale resta irrimediabilmente oggetto del capitale, parte integrante della sua logica di sviluppo.

Otto Rühle, che nel 1924 scrive Dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione proletaria[46], sembra rendersi conto più di tutti di questa contraddizione: proprio a partire da un rigetto radicale dell’avanguardia e del partito in quanto apparati esterni alla classe, a cui contrappone l’autonomia consiliare dei produttori come unica base possibile della rivoluzione, Rühle è costretto ad ammettere quanto poco tale autonomia garantisca dal cedimento alle mediazioni del riformismo. Il nocciolo di questa antinomia, che secondo Camatte si ripresenta ancora irrisolta nei raggruppamenti della sinistra rivoluzionaria tra gli anni 60 e 70, da «Potere operaio» alla «Gauche proletarienne», consiste ancora una volta nell’aver eluso la realtà fattiva della classe proletaria quale motore dello sviluppo capitalistico e della sua espansione, che si alimenterebbe proprio attraverso la partecipazione «gestionale» e rivendicativa degli sfruttati.

Nel passaggio al «dominio reale» del capitalismo sulla società infatti, la generalizzazione del proletariato attraverso il lavoro è già avvenuta, come realizzazione in forma mistificata del programma del movimento operaio. In tal senso la distruzione del lavoro salariato, che le correnti rivoluzionarie del periodo sostengono, non può essere dispiegata come istanza coerente senza tradursi in una negazione del proletariato quale prodotto e polo della società capitalistica. Per questa ragione il «rifiuto del lavoro», sostenuto in particolare da «Potere Operaio» sulla base di una interpretazione radicalizzata delle tesi di Mario Tronti, cozza secondo Camatte con l’apologia del soggetto operaio e della sua organizzazione autonoma, o comunque sconta l’incapacità, comune a tutti i gruppi politici rivoluzionari, di tematizzare la negazione della classe proletaria come proprio obbiettivo primario. In questo modo l’ipotesi operaista di non formulare rivendicazioni per non favorire lo sviluppo capitalistico contraddice l’assunzione della fabbrica, luogo per eccellenza del capitale variabile, a campo di intervento esclusivo o principale:

Bisogna evitare di fare delle rivendicazioni al capitale per non favorirne lo sviluppo. […] Disgraziatamente, Potere Operaio, come Tronti, non riesce a superare la contraddizione: esaltazione del proletariato-distruzione del lavoro. Un tal modo di considerare la questione non fa che riconoscere a posteriori che il proletariato fu l’elemento motore della dinamica dello sviluppo capitalistico […]. Grazie alle sue rivendicazioni, attraverso la sua lotta, il proletariato obbliga il capitale a svilupparsi fino al momento in cui questo, pervenuto al suo dominio reale non ha più bisogno di questo stimolante (punto di non-ritorno); allora la sua spaventosa fioritura mette in causa l’avvenire stesso della specie. Bisogna dunque puramente e semplicemente distruggere il capitale e, per giungere a ciò, non si tratta più di passare per i mezzi termini della rivendicazione di riforme od altre sciocchezze dell’arsenale riformista: è necessaria la soppressione del proletariato, essere reale reificato del capitale. Una tale affermazione è incompatibile con la deificazione del proletariato fatta da Potere Operaio o Lotta Continua, o dalla Gauche Proletarienne.[47]

Tale disamina riecheggia in qualche modo, sul piano puramente diagnostico, quanto Edgar Morin sostiene in un suo scritto saliente sugli eventi del «Maggio 68», Una rivoluzione senza volto[48], dove, nel descrivere il rapporto di ibridazione tra ribellione studentesca, gruppi politici della sinistra rivoluzionaria e reviviscenza delle lotte di classe, sostiene che la componente giovanile ideologizzata abbia esercitato verso gli strati più combattivi della classe lavoratrice francese, un impatto di «rioperaizzazione della classe operaia».

È peraltro significativo che tra le sigle evocate polemicamente da Camatte ci sia anche quella dell’«Internazionale Situazionista» e, da essa ispirato, il gruppo «22 Marzo», i quali recuperano acriticamente la visione consiliarista, restando ancorati ad una rappresentazione statica ed immobile della classe, l’«immobile personificazione del proletariato» di cui parlerà Cesarano, ma soprattutto riproducono un’immagine del «fattore coscienza» come dimensione esteriore alla classe medesima, che deve dunque esserle apportata mediante gli atti esemplari (KAPD), una linea strategica giusta (Potere Operaio), oppure il «détournement» delle mistificazioni spettacolari (Internazionale Situazionista). Lo scritto di Carsten Juhl , d’altronde, converge con le intuizioni di Camatte, soffermandosi su una ricostruzione critica delle posizioni di Gorter e della sua famosa polemica con Lenin. Nell’analizzare i limiti delle elaborazioni di Gorter e Rühle, Juhl evidenzia anch’egli la contraddizione tra una visione del proletariato come immediatamente «ostile al comunismo», spontaneamente compartecipe di una logica produttivista e gestionaria, ma allo stesso tempo investito di un ruolo messianico che attraverso la coscienza rivoluzionaria, come un «passe-partout», dovrebbe travalicare i propri naturali limiti rivendicativi e riformisti. In tal senso la configurazione dialettica dello «spettro del proletariato» sarebbe l’ipoteca che impedisce alla critica rivoluzionaria di arrivare alle sue estreme conseguenza ed abbracciare la propria natura «extra-classista»:

Infatti, finché la classe operaia non viene concepita come parte integrata ed integrante nel processo di riproduzione della società capitalistica, e la rivoluzione non viene posta in termini che sfuggono alla divisione in classi, la prospettiva seguirà sempre il gioco delle mutazioni e degli sviluppi della società capitalistica, senza caratterizzare null’altro che le contraddizioni di classe come elemento del movimento stesso del capitalismo, della dialettica del processo di metamorfosi perpetua della società capitalistica. La critica rivoluzionaria, slegandosi da quella razionalità dialettica formale (classe/capitale -lotta di classe/coscienza -crisi/rivoluzione) che rende il pensiero radicale una sorgente d’originalità innovatrice per l’autocritica del capitale, sentirà la sua scienza come fattore di riproduzione sociale e cercherà di riproporre la rivoluzione nei termini del Marx del 1844, del comunismo come «la vera soluzione del conflitto tra esistenza ed essenza, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra individuo e specie».[49]

Riportando tali dibattiti dal piano documentario e teorico a quello dell’attualità politica, ci si può chiedere se le interpretazioni proposte all’interno della rivista «Invariance» colgano realmente delle dinamiche che trovano conferma nel panorama delle lotte sociali contemporanee. A tal proposito è rilevante ricordare come Camatte intenda, nelle sue analisi sul «capitolo VI inedito» di Marx, la soppressione della classi da parte capitalistica come un processo che inerisce contemporaneamente alla rappresentazione mistificatoria dell’ideologia e alla sfera dei cambiamenti materiali: la «classe universale» che emerge dall’espansione dello sfruttamento capitalistico nasce, infatti, laddove il profilo della classe produttrice di plusvalore viene annegato in un estensione del rapporto salariale ad una congerie di figure che intervengono soltanto sulle funzioni di realizzazione e circolazione del plusvalore stesso. Scrive Camatte: «Il capitale tende a negare le classi, a ridurle a una sola i cui estremi non sarebbero poi tanto rilevanti. Ciò ha l’apparenza di realizzarsi in seguito alla generalizzazione del salariato. Tutti, oggi, adempiono a una certa funzione sociale data, il cui pagamento costituisce il loro salario. Tutti i rapporti di classe sono mistificati»[50].

In tal senso, come si è anticipato, l’identità fissa del proletariato perde i suoi contorni e i processi di proletarizzazione vengono divaricati dall’estrazione del valore. Il dibattito di ascendenza operaista sulla crisi della legge del valore verrà solo diversi anni più tardi. Se si volge uno sguardo all’ondata di sommosse e rivolte che hanno scosso l’anno 2019 su scala internazionale, soltanto per circoscrivere il proprio oggetto, si possono cogliere delle risonanze che riguardano in senso lato la sfera della «riproduzione sociale» nelle sue forme più indirette, dai trasporti alle infrastrutture comunicative: in Equador sommosse per il prezzo del carburante, in Cile per il costo della metropolitana, ancora in Francia per una tassa sulla benzina, in Libano contro una tassa su Wattshapp. Come riportato da Alain Bertho nelle suoi lavori di inchiesta sulle rivolte, queste forme di mobilitazione risultano estranee tanto alle istanze della mediazione riformista, quanto alle strategie rivoluzionarie classiche. La moltitudine dei loro fattori scatenanti non rientra in uno schema unitario, l’assenza di pregiudiziali ideologiche, un’attenzione alle condizioni concrete di sopravvivenza materiale che risulta però espansiva, tendente alla totalità, rientrano in ciò che è stato definito dal sociologo Michelis Lianos, a proposito dei «gilets jaunes», una «politica esperenziale».  Occorre vedere se nelle ipotesi teoriche considerate in questo scritto esistano delle risposte possibili all’«enigma» che l’anomalia di questi conflitti pone alle prospettive di un’abolizione della società capitalista. Pensare le rivolte come una politica dell’esperienza o della carne significa però disfarsi di un certo modo di intendere il pensiero e la teoria: specialmente se si intende seguire la particolare inclinazione che gli affetti messi in gioco dalla rivolta imprimono sulla questione rivoluzionaria.

Non è certo un caso se le formulazioni di Camatte e in generale la traiettoria di «Invariance», inseguendo lo spettro del «partito teoria» nelle sue pieghe dottrinali, finiscano per liquidare completamente la stessa idea di rivoluzione. L’abbandono di ogni pratica di trasformazione del mondo fa il paio qui con il preteso abbandono del mondo, trasformando la critica radicale in una precettistica di vita e purezza che lascia affamati. La svolta «quietistica» assunta da Camatte ha qualcosa a che vedere con l’originaria adesione ad un pensiero rivoluzionario che dissocia contemplazione e vita? Il rifiuto dell’immediatezza sovversiva, che in Bordiga si inscrive costitutivamente in una vocazione fideistica della parola teorica (purezza del programma, invarianza etc.), ha qualcosa a che vedere con l’«immediatismo» ed il ripiegamento «dimissionario» che conclude la parabola di Camatte? Poco importa. In Cronaca di un ballo mascherato Cesarano stigmatizza d’altronde questa deriva con chiarezza, denunciando «la triste fine di esperienze partite da presupposti e con intendimenti radicali, come, per esempio, la resa dimissionaria alle condizioni dominanti della rivista Invariance e del suo direttore Jacques Camatte, novello “Candide” oggi ridotto, letteralmente, a coltivare il proprio orto, nel suo caso “igienista”».

La differenza della prospettiva di Cesarano[51], che riecheggia nei frammenti più avanzati della critica rivoluzionaria di oggi, e che l’«antropomorfosi del capitale» non è mai un processo senza ritorno: per quanto le rappresentazioni capitalistiche si incarnino nel «popolo del capitale», queste rimangono rappresentazioni, schermi, e come tali possono essere distrutti. Il Capitale diviene certo «comunità fittizia» che incorpora i soggetti, ma non è mai a sua volta il «Soggetto» assoluto del divenire storico. C’è sempre un residuo corporale che resta fuori, c’è sempre un bacino di rivolta dei sensi finché la specie non viene biologicamente distrutta. Se la proletarizzazione, insomma, si riversa su tutto l’arco della vita, è questa stessa vita, come ci insegna il vecchio Vaneigem, che diviene il terreno della vera guerra. Un campo in cui le battaglie, a volte fragorose e a volte invisibili, si combattono ad ogni momento. Si legge sulle pagine di Tiqqun: «In ogni caso, il risultato di tutto ciò è il Bloom e nel Bloom c’è una promessa di comunismo. Perché ciò che viene alla luce in esso è la struttura estatica della presenza umana, la pura disponibilità a lasciarsi toccare. Tale promessa è ciò che SI cerca di scongiurare ad ogni costo». Solo nella via di un’insufficienza consapevole di sé stessa e del proprio ritardo, la parola teorica può ritrovare un senso, sposandosi con la parola che si scrive nel gesto.

[1]Tra il 1919 e il 20, dopo il suo primo congresso, il Comitato esecutivo dell’«Internazionale comunista» fonda due organi deputati alla propaganda nell’Europa Occidentale: il «Bureau di Amsterdam» e il «Segretariato di Berlino». La vicenda della controversia tra questi due organi e centrale nella polemica e nella frattura tra le tendenze dell’«ultrasinistra» e la «Terza Internazionale». In Olanda c’è un forte movimento marxista che ha fondato il primo partito comunista in Europa, ovvero la corrente «tribunista». Il «Gruppo Tribunista», che nel 1918, dopo l’espulsione dalla socialdemocrazia, dà vita il Partito Comunista Olandese, è rappresentato da Anton Pannekoek, Henriette Roland-Holst e Hermann Gorther, che ha un importante ruolo nel sostenere anche la formazione della corrente consiliare tedesca. Per le loro posizioni antiparlamentariste a antisindacali, i comunisti olandesi, e dunque il «Bureau di Amsterdam», si trovano a sostenere apertamente la sinistra del KPD tedesco (futuro KAPD), contro il vertice rappresentato da Paul Levi. Alla «Conferenza internazionale di Amsterdam», nel 1920, si esprimerà quindi il feroce contrasto tra i due organi, con la conseguente formalizzazione di due tendenze in seno alla «Terza Internazionale» in Europa: l’«ultrasinistra» risulta in questo caso maggioritaria, con il supporto, ad esempio della delegazione inglese di Sylvia Pankhurst, ma anche del solo delegato tedesco, poiché nessun esponente del centro direttivo riesce a presenziare. Nel «KPD», intanto, al congresso di Heidelberg del 1919, benché le posizioni dell’ultrasinistra risultino maggioritarie nella base non lo sono nel gruppo dirigente, quindi vengono emarginate e poi espulse dal partito. Allo stesso modo la «Terza internazionale» destituisce il «Bureau di Amsterdam», mentre i comunisti consiliari olandese e tedesco, che ha ormai fondato il KAPD nel maggio 1920, sono ammessi per un breve periodo nella «Terza Internazionale» con lo statuto di «simpatizzanti», per poi allontanarsene definitivamente dopo il suo terzo congresso mondiale, nel 1921.

[2] Come si è detto la scuola del marxismo olandese, detta «tribunista» poiché si raccoglie intorno alla rivista «Die Tribune», è anticipatrice nel caratterizzare tutti i punti discriminanti del «Linkskommunismus»: antiparlamentarismo, rifiuto dei sindacati come strumento del compromesso tra le classi, idea del partito come organo di rischiaramento della coscienza, subordinato all’azione di massa spontanea del proletariato, dotato di un’autonoma coscienza rivoluzionaria potenziale, teoria del crollo imminente del capitalismo e opposizione intransigente alla socialdemocrazia. È da sottolineare che i bolscevichi e gli «ultrasinistri» avevano lottato fianco a fianco nella socialdemocrazia e nella «Seconda Internazionale», intorno alla cosiddetta «Sinistra di Zimmerwald». Quando gli olandesi, nel 1909, vengono espulsi dall’Internazionale, Lenin interviene con veemenza in loro favore.

[3] M. BALUSCHI, Il movimento dei consigli e la formazione dell’ideologia consiliare, in «Collegamenti per l’organizzazione di classe», Quaderno 3: Consigli operai e comunismo dei consigli, Firenze, 1981, p. 7.

[4] E. RUTIGLIANO, Linkskommunismus e rivoluzione in Occidente, Bari, Dedalo, 1974.

[5] I «corpi franchi», termine che indicava originariamente dei reparti speciali dell’esercito imperiale prussiano, furono delle milizie volontarie di ex combattenti che si formarono nella Germania di Weimar, a seguito della Prima guerra mondiale. Queste organizzazioni paramilitari di fede nazionalista e reazionaria, che furono un vero e proprio brodo di coltura del nazionalsocialismo, furono usate dal governo socialdemocratico per reprimere nel sangue l’insurrezione spartachista, nel 1919, la Repubblica Bavarese dei Consigli, l’insurrezione della Ruhr, nel 1920, l’«Azione di Marzo», nel 21, e in generale l’ondata di scioperi e ribellioni che si susseguirono in quegli anni nella Germania centrale. A scatenare la violenza incontrollata di questi corpi, che furono anche all’origine del «putsch di Kapp», fu il ministro della difesa socialdemocratico Gustav Noske. Una ricostruzione autobiografica suggestiva e puntuale della vicenda politico-esistenziale, del clima che si respirava in seno a questo strano fenomeno, è il famoso romanzo di E. VON SALOMON, I proscritti (1930), Milano, Baldini Castoldi, 2001. Questo libro evidenzia le trame dell’ambiente d’estrema destra di Weimar, il loro rapporto con i corpi franchi nel preparare l’omicidio del Ministro degli Esteri Walther Rathenau, nel 22, e le consonanze con il nascente fascismo. Il romanzo è diventato non a caso un oggetto di culto degli ambienti «neofascisti». Lo stesso autore scrive d’altronde anche un saggio apologetico intitolato Lo spirito dei corpi franchi, Milano, Ritter, 2010. Von Salomon vi difende il punto di vista revanscista e «protofascista» di quei distaccamenti che furono, è utile ribadirlo, il principale strumento repressivo usato dal governo socialdemocratico per ristabilire l’ordine capitalistico in Germania, soffocando nel sangue i tentativi di emancipazione delle masse lavoratrici.

[6] Il secondo congresso dell’«Internazionale comunista», nel 1920, fu l’occasione in cui Lenin distribuì il saggio Estremismo, malattia infantile del comunismo, nel quale regola i conti con la sinistra comunista tedesca ma anche, tra gli altri, con Bordiga. La Lettera aperta di Gorter è una risposta all’anatema contro l’estremismo. Nello stesso periodo, dopo il congresso di Halle, il KPD di Paul Levi si riunifica con l’ala sinistra dell’USPD, i socialdemocratici «Indipendenti», formando il VKPD o partito comunista unificato. Scrive allusivamente Anton Pannekoek, nel 47, commentando retrospettivamente la strategia internazionale seguita dai bolscevichi: «Si svilupparono invece circoli e partiti socialisti, i quali erano pronti a collaborare con i partiti comunisti, i quali erano pronti a collaborare con i partiti comunisti, perché questi avevano ormai messo nel loro programma l’accettazione del parlamentarismo, la partecipazione alle elezioni, l’appoggio ai sindacati, in modo da accostarsi di più alle convinzioni esistenti fra le masse. Inoltre il fatto che la Russia bolscevica fosse minacciata da quei paesi capitalisti che avevano vinto la guerra, portò i dirigenti bolscevichi a cercare un appoggio presso le organizzazioni operaie occidentali, attraverso una politica opportunista mascherata da slogan radicali». A. PANNEKOEK, Organizzazione rivoluzionaria e consigli operai (1947), Milano, Feltrinelli, 1970.

[7] H. GORTER, Risposta a Lenin (1920), in E. RUTIGLIANO, op. cit., p. 120.

[8] Ivi, p. 121.

[9] L’organizzazione «AAUD» era quella più strettamente legata al «KAPD» ed alle sue posizioni, seppure si proponesse costitutivamente di raccogliere tutta la classe operaia secondo basi consiliari, senza quindi alcun discrimine o divisione di tipo ideologico. Questa formula della «doppia organizzazione» suscita dissensi dall’area raccolta soprattutto intorno a Otto Rühle, che accusa i «kapdisti» di costituire una nuova «cricca di dirigenti. Da questa divergenza nasce, nel dicembre 1920, la «AAU-E» (Allgemeine Arbeiter Union Einheitsorganisation), organizzazione unitaria di impronta autogestionaria, che si avvicina a tematiche anarchicheggianti e rifiuta qualsiasi compromesso con il principio del partito, ed è influenzata dalla rivista politico-letteraria Die aktion. O. RÜHLE, La rivoluzione non è affare di partito (1920), Caserta, Edizioni G.d.c, 1974.

[10] A. PANNEKOEK, op.cit., p. 225.

[11] H. GORTER, op.cit., p. 122.

[12] Un appassionante spaccato della dimensione di coraggio, preparazione militare, formazione al combattimento di strada e all’azione illegale che animò la temperie del comunismo dei consigli tedesco, in particolare nelle sue componenti giovanili, è contenuta nella prima parte dell’autobiografia di Mattick, solo di recente tradotta in italiano: P. MATTICK, La rivoluzione. Una bella avventura, Trieste, Asterios, 2020.

[13] M. HÖLZ, Un ribelle nella rivoluzione tedesce (1918-1921) (1929), Pisa, BFS, 2001. Bandito comunista nella regione del Vorgland, protagonista dell’«Azione di Marzo» e molto vicino al «KAPD», si riavvicina durante la prigionia, chi inizia nel 21, al partito comunista ufficiale, che condurrà un’efficace e potente campagna per il suo rilascio. Ottiene nel 28 l’amnistia e si reca in URSS.

[14] La vicenda di Marinus Van der Lubbe, giovane operaio comunista olandese emigrato in Germania, è stata oggetto di ricostruzioni ed ipotesi discordi: il 27 febbraio del 1933 viene ritrovato dalla polizia mentre si nasconde nei pressi del Reichstag in fiamme, che dichiara di aver incendiato come gesto estremo di protesta contro le violente politiche antiproletarie del partito nazista, per risvegliare i lavoratori dal loro letargo politico. Capro espiatorio ideale, viene condannato alla pena di morte, che viene però reintrodotta nell’ordinamento tedesco solo dopo il suo arresto. Tanto gli esponenti del partito nazista quanto i dirigenti del partito comunista filosovietico, alcuni dei quali sono anch’essi arrestati e imputati dell’accaduto, ma poi assolti, sostengono che dietro l’attentato vi sia un complotto. Il partito nazista accusa i comunisti di una trama eversiva contro il governo, mentre i comunisti affermano che le gerarchie nazista abbiano manovrato Van der Lubbe, il quale sarebbe quindi nient’altro che uno squilibrato e un provocatore, per giustificare l’introduzione di una legislazione di emergenza e la revoca dei diritti civili. Solo sparuti gruppi della sinistra comunista più intransigente difendono la posizione di Van der Lubbe, avvalorando d’altronde quella che è la sua stessa versione dei fatti, come testimoniano due libri piuttosto agili: D. ERBA (a cura di), Marinus Van der Lubbe. La sinistra comunista e l’incendio del Reichstag, Milano, All’insegna del gatto rosso, 2011; N. JASSIES, Berlino brucia. Marinus Van der Lubbe e l’incendio del Reichstag, Milano, Zero in condotta, 2008. Esiste anche una parziale edizione italiana del diario di Van der Lubbe: M. VAN DER LUBBE, Diario, Brescia, Chersi libri, 2009.

[15] C. MEIJER, Il movimento dei consigli in Germania (1919-1936), in «Collegamenti per l’organizzazione di classe», Quaderno 3: Consigli operai e comunismo dei consigli, Firenze, 1981, p. 35. Il testo compare originariamente come ciclostilato, nel 1945, poi viene riedito nel primo numero di «ICO», come supplemento a diffusione limitata.

[16] S. BOLOGNA, Composizione di classe e teoria del partito alle origini del movimento consiliare, in S. BOLOGNA et al., Operai e Stato, Feltrinelli, Milano, 1972.

[17] M. CACCIARI, Sul problema dell’organizzazione. Germania 1917-1921, in G. LUKÀCS, Kommunismus 1920-1921, Padova, Marsilio editori, 1971, pp. 7-66.

[18] S. BOLOGNA, op.cit., pp. 15-16.

[19] M. CACCIARI, op. cit., p. 9.

[20] S. BOLOGNA, op. cit., pp.17-18.

[21] Occorre tuttavia specificare che tra i contributi dei due intellettuali operaisti italiani esiste una notevole divergenza di «taglio» e di contenuto, anche nella valutazione dell’esperienza consiliare in quanto a matrice «sociologica» ed impatto politico. Il testo di Cacciari asserisce infatti che la parabola del «Linkskommunismus», per come si cristallizza non soltanto nella posizioni politiche di Pannekoek, Gorter e compagni, a dire il vero lasciati piuttosto in disparte (il «KAPD» non viene citato neanche una volta in un saggio di più di sessanta pagine), ma soprattutto nella critica luxemburghiana del modello organizzativo bolscevico e nella relativa posizione sul nodo della spontaneità proletaria, ci sia l’influsso di un certo clima ideologico di cui sarebbe intriso il dibattito sociologico «guglielmino», rappresentato in particolare dalle tesi di Robert Michels. Per Cacciari, in buona sostanza, i comunisti consiliari, ma con loro tutta la tendenza antiburocratica della sinistra rivoluzionaria tedesca, da Rosa Luxemburg a Kurt Eisner passando per Gustav Landauer, sarebbero figli di una visione «romantica» ed essenzialista dell’antitesi tra spontaneità e organizzazione, di una critica tipicamente tedesca del principio «oligarchico» della burocrazia politica moderna che, idealizzando la libertà individuale non alienata, l’autonomia creativa dei soggetti, sarebbe sostanzialmente retrograda e reazionaria rispetto ai problemi posti dal carattere rivoluzionario e innovatore della direzione capitalista. Tali formulazioni sarebbero al di qua delle tesi elaborate, rispettivamente dal punto di vista capitalista e da quello del movimento operaio, da Weber e Lenin, al contrario tutte interne al principio moderno del politico nel suo orizzonte di sviluppo separato e professionale. L’analisi di Sergio Bologna, seppure condivida la premessa sulla composizione tecnica degli esperimenti consiliari tedeschi, tende verso una conclusione di tutt’altro genere, molto più attenta alla peculiarità del movimento operaio tedesco del periodo, di cui riconosce apertamente le potenzialità rivoluzionarie. Innanzitutto Bologna riconosce come la tendenza consiliare non sia esauribile nell’istanza partecipativa e «cogestionale» della forza lavoro meccanica specializzata, che pure ritiene preminente, sottolineando maggiormente l’impatto degli scioperi del comparto siderurgico e minerario, come ad esempio del bacino della Ruhr (nel 1899, 1904, 1919). Inoltre riconosce anche nell’impossibilità momentanea, da parte delle medie imprese del settore meccanico tedesco, di sostituire la forza-lavoro professionale e di imitare i processi di massificazione fordisti dell’industria automobilistica statunitense, un elemento di rigidità operaia che rende anche le richieste gestionali e rivendicative fortemente pericolose ed eversive. Per questo il comando capitalistico deve combattere con tanta violenza repressiva il ciclo di lotte 1918-21: «Una organizzazione degli operai che ricalcasse semplicemente la struttura della forza-lavoro complessiva nella fabbrica, un’organizzazione che cogliesse gli operi solo nella loro posizione e funzione di produttori, un’organizzazione che nelle sue richieste globali volesse semplicemente mantenere gli operai dentro la fabbrica così com’erano, finiva per diventare un’organizzazione mortale per il capitalismo tedesco […]», S. BOLOGNA, op.cit., p. 25. Il modello opposto a quello del consiliarismo tedesco sarebbe l’agitatore «wobbly» statunitense, membro degli «Industrial Workers of the World», che segue per tutto il paese una forza lavoro stagionale, intercambiabile, semi-disoccupata e transfuga da un comparto produttivo all’altro. È però significativo che, per quanto Bologna non lo rilevi, l’influenza degli «IWW» e delle loro «Unions» fu molto forte nella formazione del «KAPD» e della sua concezione organizzativa, come Paul Mattick ricorda a più riprese. Fritz Wolffheim, esponente amburghese di punta del «KAPD», era stato d’altronde redattore, tra il 1912 e il 1913, del giornale in lingua tedesca degli «IWW» di San Francisco. Un altro testo operaista importante sull’argomento è K.H. ROTH, L’altro movimento operaio, Milano, Feltrinelli, 1976, in particolare il capitolo secondo: Lotte operaie e contrattacco capitalistico prima del nazionalsocialismo, pp. 26-96.  Nella ricostruzione dei due movimenti operai, l’uno professionale, l’altro generico e massificato, a partire dall’epoca guglielmina, Roth si sofferma in modo accurato sulle lotte tra il 19 e il 21, dividendole in due fasi: la prima economica e difensiva, consiliare nel senso cogestionario, che culmina nella repressione dei moti berlinesi del 19, la seconda eminentemente politica e legata ad un’affermazione di potere operaio. Roth sostiene con argomenti dettagliati e convincenti che la scissione di Heidelberg e la formazione del «KAPD» siano proprio l’espressione dell’«altro» movimento operaio, meno qualificato e più avanzato politicamente, tracciando un parallelismo con gli «IWW», spesso citati nella stampa operaia tedesca del periodo. Tutta la fase insurrezionale delle lotte operaie e minerarie tra il 19 e il 21 sarebbero diretta e matura espressione di questo «altro» movimento operaio, completamente estraneo a logiche rivendicazioniste o di mestiere. Nell’applicare questa distinzione in modo rigoroso alla sequenza rivoluzionaria tedesca, alla composizione di classe operaia e al problema dei consigli, facendo gli adeguati distinguo tra le posizioni del «KPD» e dell’«USPD» da una parte, e del «KAPD» dall’altra, Roth rettifica Bologna ma soprattutto replica recisamente alle affermazioni liquidatorie di Cacciari: «In nessun caso comunque si può consentire con Cacciari il quale attribuisce in blocco il comunismo di sinistra alle arretratezze professionali; Cacciari dovrebbe confrontarsi almeno con il fenomeno della rivoluzione di marzo dopo il putsch di Kapp. Fra l’offensiva di classe del 1920-21 e le passeggiate nelle nuvole di un Korsch o di un Luckács esiste una differenza ben reale», Ivi, p. 63, nota.

[22]«Nelle aziende con più di 20 operai vengono resi obbligatori i comitati paritetici sindacato/padronato: questo aspetto sarà sviluppato nel gennaio del 1920 con la “legge sui consigli d’impresa”.», D. AUTHIER, J. BARROT, op. cit., p. 51.

[23] E. RUTIGLIANO, op.cit., p. 24.

[24] K. H. ROTH, op.cit., pp. 29-30.

[25] In sostanza la parola «consiglio», se si esplorano i materiali e la letteratura primaria dell’ultrasinistra tedesca del periodo, viene usato in due sensi: l’organo di partecipazione economica, ovvero la commissione decisionale dei luoghi di lavoro che la socialdemocrazia aveva legalizzato, e il nucleo di contropotere politico della classe sfruttata, nel senso di «soviet». Il sistema dei consigli, nel secondo senso, viene anticipato dallo strumento immediato delle «Unioni», che trae ispirazione dall’esempio degli «IWW» e dalle loro «Unions». Per ribadire la fondamentale influenza dell’organizzazione statunitense sul «KAPD», anche attraverso il fenomeno in gran parte non studiato delle migrazioni dei militanti, è importante la nota seguente, che Karl Heinz Roth scrive di aver tratto da una comunicazione personale di Sergio Bologna, e testimonia quindi anche di un confronto tra i due autori: «La storia dell’emigrazione operaia non è stata ancora scritta. Molte cose fanno pensare che membri della AAU e della KAPD siano emigrati a schiera negli Usa aderendo agli IWW. Sarebbe molto importante studiare più esattamente l’emigrazione politica operaia negli anni 20, che non fu peraltro un fenomeno solo tedesco (cfr. l’ondata di emigrazioni in Italia all’inizio degli anni 20»., K. H. ROTH, op. cit., p. 68, nota 161.

[26] Ivi, pp. 62-63.

[27] J.CAMATTE, Il KAPD e il movimento proletario, cit.

[28] Id., Origine e funzione della forma partito, in Verso la comunità umana, cit., pp. 43-102.

[29] Id, Tesi provvisorie, in Comunità e divenire, Bologna, Gemeinwesen, 2000, pp. 1-19, p. 3.

[30] Ivi, p. II; sullo stesso tema anche La rivoluzione integra, in Comunità e divenire, cit., pp. 21-25.

[31] Id., Comunità e divenire, cit., p. 266.

[32] La tematica del «racket» come tendenza implicita in tutte le formazioni organizzative del dominio totale del capitalismo è introdotta nel saggio, scritto con G. COLLU, Sull’organizzazione, in J. CAMATTE, Il capitale totale, cit., pp. 403-410.

[33] Id., A proposito della questione Sartre: il significato dell’essere, in Comunità e divenire, cit., pp. 113-119, p. 115.

[34] Id., Postface gennaio 1974 : Dal partito-comunità alla comunità umana, in Verso la comunità umana, cit., pp. 83-102.

[35] M. RUBEL, Il partito proletario (1961), in Id., Marx critico del marxismo, Bologna, Cappelli, 1981, pp. 279-290. In un’intervista del 2019 Camatte ricorda di essere entrato in contatto con Rubel attraverso Roger Dangeville, che svolgeva per lui un ruolo di «segretario», ovvero realizzava alcune traduzioni complementari al suo lavoro di ricerca sull’opus marxiano, che essendo di mole vastissima non poteva svolgere tutto da solo. L’intervista è disponibile, in rete, al seguente indirizzo: https://cerclemarx.com/entretien-2019/, [consultato il 01/08/2020].  I riferimenti bibliografici a Marx sulla questione del partito, ad esempio nella corrispondenza personale, soprattutto con Freiligrath, sono ispirati a Camatte dalla lettura di Rubel che, come ribadisce anche nell’intervista citata, gli rende possibile la stesura di Origine e funzione della forma partito.

[36]Ivi, p. 282.

[37]Ivi, pp. 286-287.

[38] Ad esempio rifiuta, nella risposta all’associazione comunista di New York, come ricorda nella corrispondenza personale con Freiligrath, riportata da Camatte e Rubel, l’insistente invito a rifondare la «Lega dei comunisti». Rubel cita questa corrispondenza sia nel saggio già citato che nell’articolo Karl Marx e il primo partito operaio, uscito sul numero 13 della rivista «Masses (socialisme et liberté)», del 48, disponibile in italiano, in rete, al seguente indirizzo: http://latradizionelibertaria.over-blog.it/2016/09/marxismo-libertario-maximilien-rubel-karl-marx-et-le-premier-parti-ouvrier-da-masses-socialisme-et-liberte-n-13-febbraio-1948.html, [consultato il 04/08/2020]. In entrambi gli articoli di Rubel si evidenzia l’importanza della spiegazione di Marx, che giustifica il proprio impiego della categoria di partito nonostante, dice, da otto anni non faccia più parte di alcuna organizzazione, abbia voluto la dissoluzione della «Lega» e ritenga prioritario il suo impegno di elaborazione teorica rispetto a qualsiasi attivismo. È proprio in queste righe, infatti, che Marx specifica la differenza tra il partito in senso «effimero», che per lui in quel momento, nel 1860,non esiste, e il «nostro partito», nell’accezione «eminentemente storica». Risulta interessante notare come Rubel utilizzi, per spiegare tale visione marxiana, lo stilema «partito invisibile del sapere reale», anticipando due ricorrenze di questa espressione: la prima è di Romano Alquati, che parla di un «organizzazione invisibile», in un articolo di «Classe operaia» del gennaio 1964, intitolato Lotta alla Fiat, per riferirsi alla rete operaia informale di preparazione degli scioperi a «gatto selvaggio» e dei sabotaggi nelle fabbriche torinesi (l’articolo è poi ripreso nella raccolta R. ALQUATI, Sulla fiat e altri scritti, Milano, Feltrinelli, 1975, pp. 185-197); c’è poi la più generale ipotesi del «partito invisibile di Mirafiori», presente nelle lotte autonome degli anni settanta italiani, di cui a sua volta il «Comitato invisibile» denuncia la rimozione, nelle ricostruzioni retoriche del periodo, nell’introduzione all’edizione italiana dei suoi scritti (COMITATO INVISIBILE, L’insurrezione che viene-Ai nostri amici-Adesso, cit.).

[39]Un testo fondamentale per comprendere l’evoluzione di Camatte e «Invariance», risalente al 74, Questo mondo che bisogna abbandonare, uscito nella seconda serie della rivista e poi in J. CAMATTE, Verso la comunità umana, cit., pp. 403-430.

[40]A. BORDIGA, Tempo di abiuratori di scismi, «Il programma comunista», n. 22, 20 dicembre 1965; Camatte evidenzia inoltre come, nel periodo tra le due guerre, sia proprio l’incapacità, da parte del movimento proletario a tematizzare la pulsione comunitaria, soprattutto in Germania dove essa era forte, ad alimentare la sua politicizzazione sostitutiva a destra, con il tema del socialismo nazionale coltivato dalla «Rivoluzione conservatrice» e, naturalmente, del fascismo. Tale fenomeno sarebbe, secondo Camatte, particolarmente evidente in Germania, dove l’aspirazione comunitaria si esprime in modo in modo particolarmente forte in molteplici forme, dall’anarchismo messianico di Landauer fino a Benjamin, passando per tutte le versioni reazionarie. Non è un caso che, tra i riferimenti bibliografici, Camatte citi il lavoro di LÖWY, Redenzione e utopia (1988), Torino, Bollati boringhieri, 1992. L’articolo in cui Camatte sviluppa questa riflessione è Epilogo al Manifesto del Partito Comunista del 1848 (1992), in Comunità e divenire, cit., pp. 195-264.

[41] J. CAMATTE, Dialogato con Bordiga (1988), in Id., Comunità e divenire, cit., pp. 154-165, p. 160.

[42] Id., Il Kapd e il movimento proletario, cit., p. 240.

[43]C.JUHL, La rivoluzione tedesca e lo spettro del proletariato (1973), Roma, Edizioni Gemeinwesen, 1991. Il testo esce originariamente, scritto in italiano, come introduzione a H. GORTHER, L’Internazionale comunista operaia, Caserta, Edizioni Gdc, 1974, pp. 3-13, viene poi tradotto in francese per «Invariance» nello stesso anno. Il testo è inoltre disponibile in rete al seguente indirizzo: illatocattivo.blogspot.com/2012/11/la-rivoluzione-tedesca-e-lo-spettro-del.html, [consultato il 3/10/2020]. Nel 67 avviene la rottura del «Partito comunista internazionale» con il gruppo di Camatte e Dangeville, che origina dal contrasto tra il gruppo di Marsiglia e quello di Parigi, in cui Camatte accusa la tendenza di Suzanne Voute di compromesso «neo-trockista» verso un attivismo irriflesso, mentre è a sua volta tacciato di assolutizzare l’immagine del «partito teoria» a detrimento dei problemi complessivi dell’organizzazione rivoluzionaria. La vicenda della sezione danese si gioca invece, nel 72, proprio intorno alle tesi sul movimento consiliare tedesco e al dibattito sul «Kapd», che era sempre stato sconfessato da Bordiga e dall’intera corrente. In questo frangente il dibattito storico e strategico sulle «Unioni» operaie e l’ultrasinistra incrocia una lacerazione interna, prima di tutto italiana, intorno ai nodi della politica sindacale: la posizione di entrismo nei sindacati di massa che prevale dentro la sezione italiana, già molto combattuta, risulta ancor più paradossale ai giovani militanti danesi, che si confrontano con la realtà nordeuropea di strutture sindacali ancor più integrate all’apparato di Stato. Su tali temi avviene lo strappo, che porta all’incontro di Carsten con l’esperienza di «Invariance». Sulle ragioni della rottura dei danesi, i punti di convergenza che avvicinano Carsten e Camatte  e l’importanza dell’interpretazione dell’esperienza tedesca i tale dibattito si veda S. SAGGIORO, In attesa della grande crisi, Milano, Colibrì, 2010.

[44] Camatte tuttavia evidenzia, con accurata attenzione ai dettagli della ricostruzione storica, l’eccezione dei sindacalisti rivoluzionari del «FAUD» (Freie Arbeiter Union Deutschlands), di ispirazione anarchica, che mantennero sempre un rapporto di vicinanza con la tendenza dell’«ultrasinistra» tedesca. Un noto esponente di questo sindacato fu l’intellettuale e militante anarchico Rudolf Rocker, che contribuì infatti all’elaborazione fondamentale del suo impianto teorico. Di questo autore si vedano: R. ROCKER, Anarcho-syndicalism: Theory and practice (1938), London, AK press,2004; Id., Nazionalismo e cultura (1936), Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1960; Id., Contro la corrente, Milano, Eleuthera, 2018.

[45] J. CAMATTE, Il Kapd e il movimento proletario, p. 249.

[46] O. RÜHLE, La rivoluzione non è affare di partito (1920); Dalla rivoluzione borghese alla rivoluzione proletaria (1924), Caserta, G.d.c., 1974.

[47] J. CAMATTE, Il Kapd e il movimento proletario, pp. 256-257.

[48] E. MORIN, Una rivoluzione senza volto (1968), in Id., Maggio 68. La breccia, Milano, Raffaello Cortina, 2018. Questo scritto comparve originariamente in E. MORIN, C.CASTORIADIS, C. LEFORT et al., Mai 68: La Brèche, Paris,Fayard, 1968.

[49] J. CARSTEN, op. cit.

[50] J. CAMATTE, Il capitale totale, cit., p. 387.

[51] È chiaro che i riflessi un po’ hegeliani che talvolta compaiono nel linguaggio di Cesarano, nel descrivere il rapporto tra attività alienata della specie e capitale, ad esempio, non possono appartenere a chi scrive. Malgrado questo l’essenziale delle sue tesi, e dello spirito rivoluzionario che le anima, resta illuminante.