Il Lunatico

Diario mensile per chi vuole tornare sulla terra.

Di Bianca Bonavita

La vita contadina è una regola, una forma di vita, ognuno può costruirsi la propria, noi vi racconteremo la nostra, a frammenti, con l’intento di condividere quel poco di esperienza e di sapere che questi anni sulla terra ci hanno dato.

Ma l’errore più grande di chi sta sulla terra è credere di aver capito come stanno le cose.

Chi si organizza deve sapere cosa mettere sotto i denti.
Quando seminarlo, come farlo crescere e anche come cucinarlo.

(il diario si riferisce alla bassa collina dell’Appennino romagnolo, i lavori stagionali vanno anticipati o posticipati in relazione a variazioni di latitudine e altitudine)

Aprile

Aprile è mese bizzarro, mese di semine, di trapianti e di sarchiature.
Nel campo sono già in stadio avanzato di vegetazione le colture seminate o trapiantate in autunno senza irrigazione: piselli, taccole, fave, fragole, cipolle, aglio, scalogno, lattughe, cicorie, bietole. Non appena il primo sole vero fa la crosta alla terra è bene passare con la zappa tra le file per impedire alle erbe selvatiche di soffocare anzitempo le colture. Verrà il giorno in cui potranno convivere senza pericolo.
Per lo stesso motivo per chi ha un’asparagia è bene a inizio mese passare con una fresa superficiale.

Mese delicato per le fioriture degli alberi da frutto. Un clima asciutto favorisce l’allegagione. Se piove molto si deve decidere se passare col rame o se lasciare semplicemente che le cose facciano il loro corso. Anche le larve dei lepidotteri possono essere insidiose, anche qui si deve scegliere se intervenire con prodotti biologici (a base di bacillus turigensis) o lasciare andare alla fortuna. Per evitare che gli afidi attacchino le foglie degli alberi in primavera non abbiamo fretta di tagliare l’erba nel frutteto. Una volta tagliata è più facile che salgano sugli alberi. Per contrastarli c’è anche chi usa l’olio di neem.

In pieno campo seminiamo fagioli e fagiolini in luna crescente, quattro o cinque semi per buchetta a venti centimetri sulla fila, quaranta tra le file.

Si dice che la luna crescente sia buona laddove si deve raccogliere il seme, quella calante dove si deve raccogliere le foglie o la radice. Non sempre è possibile seguire questa regola, a volte sono la terra e il cielo a decidere il momento buono, in tal caso chiediamo alla luna di essere comprensiva.
Se a marzo la pioggia ha battuto forte e la terra è stata fradicia si è ancora in tempo per seminare le patate (meglio in luna calante). Noi le stendiamo dentro delle cassette larghe e le facciamo germogliare per un mese buono in ambiente tiepido e luminoso. Alla luce gettano dei germogli corti, robusti e verdi, buoni per la semina (quelli lunghi, bianchi e sottili che sviluppano al buio non vanno bene). Fare pregermogliare le patate serve a selezionare i tuberi (le patate che non germogliano non vengono seminate) e a favorire e anticipare la loro crescita in terra. Si possono comunque seminare anche senza pregermogliamento.

I solchi in cui seminare le patate noi li prepariamo in autunno, prima delle piogge, così se a marzo la terra è troppo bagnata per essere lavorata, i solchi sono già pronti per accogliere le patate. Venti/trenta centimetri sulla fila, settanta/novanta tra le file. C’è chi prima di seminare le patate le taglia in più parti a seconda della quantità di occhi o germogli del tubero. In tal caso meglio lasciarle cicatrizzare una settimana prima di metterle in terra.
La coltura delle patate può essere fatta anche senza irrigazione, certo è che se si ha la possibilità di irrigarle si raccoglierà di più.

A inizio mese si possono anche seminare le ultime colture che da noi, piogge permettendo, possono crescere senza irrigazione: ravanelli, rucola, radicchi, spinaci, senape, carote. Radicchi, rucola e senape a spaglio, avendo cura di coprire i semi con un rastrello, ravanelli, spinaci e carote con una piccola seminatrice, cinque/dieci centimetri sulla fila, venti/trenta centimetri tra le file.
E’ ancora tempo di trapiantare le piantine di lattuga, di bietola e di cicoria, trenta sulla fila e tra le file.

Intorno a metà mese seminiamo in pieno campo le zucchine. Si possono anche trapiantare le piantine fatte crescere in un semenzaio ma in una terra sabbiosa come la nostra la semina in campo è facilitata e preferibile in termine di costi e di adattamento. Circa un metro tra le file e sulla fila. Prepariamo a vanga o a zappa delle buche profonde una trentina di centimetri, stendiamo un po’ di letame sul fondo, poi copriamo con un po’ di terra, mettiamo quattro/cinque semi per buca, poi ancora un po’ di terra e innaffiamo. Quando i semi germinano diradiamo lasciando soltanto due piante per buca (le più vigorose).
A fine mese trapiantiamo le piantine di pomodoro, sia quelle da terra che quelle da incannare, sessanta centimetri sulla fila, settanta tra le file.

Nella vite, ormai legata, tenere d’occhio la lunghezza dei germogli. C’è chi parla della regola dei tre dieci: dieci centimetri di lunghezza dei germogli, dieci millemetri di pioggia caduti, dieci gradi fissi come minima. Allora si dice sia ora di passare con il primo trattamento di rame.
La quantità di rame che viene dato nelle vigne, anche in quelle biologiche, è spropositata. Noi passiamo circa quattro volte, una volta al mese da aprile a luglio, mescolando rame (contro la peronospera) e zolfo bagnabile (contro l’oidio). In anni piovosi raccogliamo poco, ma non siamo mai rimasti senza vino per noi.

Un capitolo a parte meriterebbero le erbe selvatiche. Aprile è forse qui da noi il loro mese, ma tutta la primavera ne è colma, dai primi accenni di febbraio fino a maggio inoltrato.
Si parte con il sonco, la valeriana e il crescione, poi il tarassaco, la cicoria selvatica, il papavero (o rosolaccio o roselle), il lamio, la piantaggine, la parietaria, l’asparagina, l’ortica e il crespino, la pimpinella, il farinaccio e l’amaranto. A volte si raccoglie più nelle strisce di incolto che in certe parti coltivate dell’orto. In primavera e in autunno si potrebbe vivere di sole erbe selvatiche.
Ode a chi raccoglie ciò che non ha seminato!

Ricetta selvatica del mese: Pastasciutta al papavero

Papavero (Papaver rhoeas – Papaveracee)
Pianta comunissima e da tutti conosciuta, presente un po’ ovunque, dalla pianura fino alla bassa montagna. Predilige terreni sabbiosi.
Si utilizzano le rosette basali raccolte prima della fioritura e i giovani germogli.
Le foglie delle rosette vanno lessate e condite come gli spinaci, hanno un ottimo sapore.
Si prestano bene anche come ripieno per ravioli o per torte salate e possono anche essere mescolate con altre verdure.
I giovani e teneri germogli si possono consumare crudi, conditi con olio e limone, cucinati nei risotti o impannati e fritti.

Raccogliere le giovani piantine prima che fioriscano, va bene fra metà marzo e metà maggio circa (e ovviamente a seconda dell’altitudine). Togliere la radicetta. Poi lavarle molto bene dai residui di terra. Dopo averle scolate tagliatele a striscioline piccole. Mettere le striscioline direttamente in padella con olio e la loro acqua di scolatura. Farle appassire nella padella a fuoco basso e col coperchio. A fine cottura aggiungere aglio e/o cipolla. Sempre a fine cottura aggiungere olio (quasi a crudo). Far bollire la pasta (meglio una pasta corta), tirarla su dalla pentola dove ha bollito con un forchettone e aggiungerla nella padella con parte della sua acqua di cottura. Tirarla in padella a fuoco più sostenuto. Aggiungere un nonnulla di peperoncino o pepe, se piace.
Ovviamente il papavero si può mangiare anche senza pasta, col pane o col riso bollito.
Se piace, aggiungere salsa di pomodoro cuocendolo per una decina di minuti e farne un sugo rosso.