Andrea Staid, Abitare Illegale – Etnografia del vivere ai margini dell’Occidente, Le Milieu Edizioni 2017

Intervista a cura di Vittorio Sergi

Hai descritto alcune importanti occupazioni abitative italiane ed europee a partire dal punto di vista quotidiano di militanti di base. Che differenze hai trovato a livello soggettivo nei diversi contesti che hai conosciuto?

Le differenze soggettive che ho incontrato sono molte, ci sono militanti estremamente consapevoli della loro scelta di lotta e illegalità e quelli che invece occupano perché non hanno altre possibilità. Per quest’ultimi i timori sono molti e la consapevolezza cresce con il passare del tempo, ma all’inizio non sono del tutto consapevoli di cosa significhi vivere in una casa occupata illegalmente. Altra grande differenza riguarda quelle donne e quegli uomini che arrivano in Italia da altri paesi, da guerre o da carestie, in cerca di un lavoro e di una vita migliore e quando si rendono conto di quanto costi affittare una casa o quando capiscono che in quanto irregolari non possono affittare regolarmente una casa, se non si piegano alla “mafia” degli affitti in nero iniziano un percorso di occupazione. Per queste persone le difficoltà sono ancora più elevate che per gli occupanti in possesso dei documenti. Oltre a questo ci sono differenze tra paesi diversi. In Spagna il movimento di occupazione soprattutto nel centro nord del paese è molto più strutturato di quello inglese, quello tedesco al momento è ai suoi minimi storici e quello italiano credo invece che sia degno di nota in quanto a organizzazione e quantità di spazi liberati dalla speculazione e degrado.

Qual è a tuo parere il rapporto di forze attuale rispetto ai fenomeni di gentrificazione in atto? Le occupazioni fino a che punto sono un alternativa o una semplice reazione difensiva a questi processi?

Credo che le varie pratiche dell’abitare illegale e informale attuate in Occidente siano delle risposte pratiche alla gentrificazione in atto. Risposte non definitive , perennemente in transito e in mutamento continuo ma che nel loro carattere indeterminato producono un conflitto creativo contro l’omologazione della città vetrina e dell’abitante come mero consumatore. Grazie a questo lavoro etnografico ho toccato con mano tante esperienze che si stanno muovendo in senso ostinato e contrario -direbbe Faber -all’omologazione imperante e se sicuramente le forze di chi progetta e governa sono ampie e spesso “vincenti” sono convinto che tutte queste pratiche di resistenza oltre a produrre conflitto stanno generando risposte concrete, una specie di welfare autogestito dal basso. Dei veri e propri rituali di resistenza. Quindi non solo difesa ma attacco e costruzione di corpi politici istituenti.

Quale tipo di relazioni hai trovato tra aree metropolitane e le aree rurali in Europa dal punto di vista dell’abitare in comunità intenzionali, comuni, etc.?

Questo è il punto più dolente; le relazioni tra città e campagna sono poche, molto spesso non si crea relazione e molte pratiche di resistenza diventano delle fughe (legittime) dalla città vetrina. Esperienze interessanti esistono ma sono certamente minoritarie come per esempio genuino clandestino in Italia o la rete tra wagenplatz e house project in Germania oppure la rete dei collettivi anarchici spagnoli dei paesi occupati che lottano per non isolarsi dalla città ma per creare un rapporto proficuo con essa.

Nel libro descrivi con attenzione molti eco-villaggi e le strategie di auto-costruzione di spazi marginali nelle metropoli. Penso che esista il rischio di trasformare queste esperienze in spazi di privilegio, di separazione piuttosto che in strategie di trasformazione della vita quotidiana, che ne pensi?

Penso che il rischio ci sia e che in certi casi più che un rischio sia diventato un dato di fatto, ma non è una costante. E’ molto importante non creare ghetti ma luoghi di sperimentazione esportabili e coinvolgenti. Nel mio libro tra le varie esperienze parlo di Urupia che non solo non si è isolata e non ha prodotto “l’anarchismo in una comune sola” ma che al contrario ha fondato quella che le comunarde chiamano una tribù con contatti in tutta Europa e con un grande lavoro politico, ecologista ed educativo nella comunità dove vivono. Non spazi di privilegio ma spazi liberati dal dominio, dove il quotidiano è autogestito dalle comunarde che nel qui e ora rivoluzionano la loro vita stando attenti a non isolarsi. Quindi è possibile stare in un ecovillaggio, in una comune senza perdere di vista il mondo che sta fuori, il mondo che ancora non è liberato.

Autocostruire per autocostruirsi: nel penultimo capitolo del tuo libro affronti questo tema cruciale, spiegando che il rapporto con l’abitazione riflette in modo cruciale il nostro rapporto con l’abitare il mondo e con la possibilità di trasformarlo, ma è possibile su larga scala? E se non è possibile quale ruolo giocano le minoranze che tu descrivi?

Io credo che la megalopoli come oggi la conosciamo in un mondo libero dal dominio e dallo sfruttamento non possano esistere, non sono luoghi riformabili e a misura d’uomo e di animale. Bisogna ripensarsi se volgiamo vivere in un mondo migliore. Sono convinto che ripensando l’abitare in centri più piccoli l’autocostruzione possa diventare una vera risposta, del resto per la maggior parte della nostra esistenza sulla terra le case ce le siamo autocostruite tramandando di generazione in generazione i saperi tecnici e teorici. Sono convinto che l’architettura vernacolare è una possibilità concreta non un’illusione o qualcosa da radical chic. Al momento le autocostruzioni ben fatte, non improvvisate, costruite in modo collettivo sono delle buone risposte, delle scuole per riprendere in mano saperi perduti, anche in difficili momenti di tragedie naturali, come dopo un terremoto o un alluvione. La ricostruzione cosciente e collettiva riattiva la comunità sia da un punto di vista economico che sociale, le possiamo vedere come delle “avantgard” degli esempi dai quali ripartire per costruire delle comunità consapevoli dove gli abitanti tornino ad essere degli homo faber!

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