Amatissim* (la mia sostanza)

Amatissim*,

non ce la faccio più a sentirvi così. Al solo vedere uno schermo, per quanto piccolo, mi sale la nausea, qualcosa mi schiaccia le tempie, l’aria manca. Così da qualche tempo le mail si impilano, non leggo i documenti, non scarico i video, a volte neppure rispondo alle chiamate. Telefonino, telefono, whatsapp, meets, teams, telegram, email, zoom: nun te reggae più.

Eppure tra voi ci sono gli affetti più profondi, i visi che si cercano fra la folla, le voci affidabili, le presenze intime. Come mai non riesco più a telefonarvi, a rispondervi, a guardarvi? Sono al punto che preferisco sapere che state bene e immaginarvi come vi ricordo.

Immaginare: formare un’immagine dentro di sé. Ri-cordare: far ripassare dalle parti del cuore. Mentre cominciavo quest’esercizio ascetico, mi tornavano in mente le meraviglie intellettuali, le storie eterodosse e i pezzi di scienza visionaria che ci hanno appassionato e che abbiamo condiviso. È il momento di metterle alla prova.

Metà delle cellule del nostro corpo non sono cellule “nostre”, non portano il nostro DNA, ma sono batteri, funghi e protista. Fanno cose che, da soli, non riusciremmo a fare: ad esempio, digeriscono il cibo che mangiamo e ci tengono in salute. Da quando l’ho scoperto, fatico a dire “io”. Quali siano i simbionti che ci costituiscono dipende dal modo in cui siamo nati, dai luoghi che abbiamo abitato, dai cibi, dall’atmosfera, dalle persone che (in tutti i sensi) ci hanno toccato. Anche la regolazione dei nostri geni dipende dalla storia che abbiamo attraversato, non è il programma pre-scritto che tanto piace al determinismo neoliberista, ma un campo di possibilità che si sviluppano in una direzione o in un’altra a seconda del contesto. I neonati in stato di deprivazione affettiva sviluppano sindromi che vanno dalla depressione al nanismo fino a sfociare, nei casi più gravi, nella morte. La regolazione fisiologica dipende dall’insieme delle nostre relazioni. Le emozioni che proviamo sono quelle che abbiamo imparato a esprimere osservando gli altri intorno a noi. E si sa che l’isolamento totale è, da sempre, un metodo di tortura impiegato nelle carceri.

Come si fa, sapendo tutto questo, a definirci ancora in-dividui? A pensare che l’orizzonte ultimo di senso sia il singolo, con la sua meschina interiorità e con le sue protesi tecnologiche? A credere che la condizione naturale dell’esistenza umana sia la competizione di tutti contro tutti? A perderci di nuovo nel godimento coatto delle merci sul mercato? Semmai siamo olobionti, insiemi ecologici di forme viventi disparate che si tengono insieme in un progetto comune di vita. Semmai siamo dividui, soggetti fatti delle relazioni con altro e altri, nodi di un insieme di fili, ciascuno dei quali è parte di noi. Agli olobionti-dividui serve più intelligenza e sensibilità che agli organismi-individui perché, negli altri, ne va di noi.

Secondo Bion la parte maggiore dell’attività psichica è una rielaborazione onirica dei dati in arrivo dal mondo. Non solo nel sogno notturno: anche quando, da svegli, siamo impegnati in tutt’altre attività, un flusso incessante e sotterraneo di fantasticherie associa e organizza il materiale percettivo ed emotivo trasformandolo in immagini. Il montaggio di queste immagini di sogno è il modo primo in cui facciamo senso del nostro essere nel mondo. Non è un processo innato: all’inizio del tragitto, qualcuno sogna per noi.

Gli adulti accolgono nella propria rêverie le sensazioni informi dei neonati, le trasformano in immagini che placano l’angoscia. Poi si comincia a sognare con altri, per altri. Ne va della nostra tenuta psichica: dove il processo di rêverie è disturbato o bloccato (ad esempio perché l’immaginario è sbarrato o colonizzato, o per la diffusione epidemica di paranoie e angosce) serpeggia una follia a media intensità.

Perché, sapendo questo, cedere alle passioni tristi, alla paura del virus, all’angoscia per la fine del mondo, a un nazionalismo più canagliesco che mai? Perché abbandonare la zona più cruciale e delicata del nostro divenire, quella dell’immaginario, alle grinfie di Netflix e del terrore a mezzo stampa? Ci sono immagini che avvelenano, montaggi che rendono schiavi. Abbiamo bisogno di spazi protetti, del sogno notturno, della fantasticheria, di raccontare storie diverse da quelle che sentite finora. Abbiamo bisogno di tornare tutti insieme nella rêverie che ci unisce.

Secondo i Cashinahua delle terre basse amazzoniche il corpo è continuamente fabbricato e fatto crescere dall’azione degli altri. Se parentela vuol dire “persone fatte della stessa sostanza”, allora i Cashinahua la costruiscono in un processo lento e paziente di scambio di sostanze materiali e immateriali: cibi, miti, tecniche di accudimento, doni, canti, digiuni, relazioni con altri umani e non umani, medicamenti, pitture corporee, riti battesimali, addestramenti e via dicendo. Chi ti ha fatto, ti è parente. Tutte queste azioni richiedono conoscenza ed è proprio la conoscenza degli altri a depositarsi nel corpo, ad accrescerlo, a costruirlo. Così, alla fine, corpo e conoscenza sono tutt’uno, un cambiamento nell’uno comporta un cambiamento nell’altra: la malattia non è solo uno stato patologico, ma anche uno stato relazionale ed epistemologico.

Se prendiamo sul serio questa cosmovisione aliena, allora il distanziamento sociale che ci è stato imposto con forza di legge e abusi d’autorità è uno stato patologico ed epistemologico specifico, dal quale conviene imparare rapidamente tutto quello che ci serve sapere per prepararci a tornare a vivere. Perché, sia chiaro, questa senza di voi non è vita.

E dunque: in questi giorni ho imparato che la mia sostanza è fatta di voi, della vostra presenza, del flusso fra noi di contatti, odori, libri, cibi, batteri, passi, sguardi, oggetti, respiri, sorrisi, silenzi. Mi manca la dividualità che condividiamo, la materialità e (vabbè, lo scrivo) la spiritualità dell’esistere insieme a voi in un mondo. L’isolamento individualizza il mio corpo, lo igienizza, lo rende monocultura e totalitario come il disastro antropologico della modernità. Dopo tutti questi giorni in casa, sono fatta meno di voi e dell’intreccio con voi, e più di me e della mia monotonia. Non mi sopporto, così rinsecchita, e per questo non sopporto di vedervi sullo schermo, derisorio premio di consolazione dei coatti che siamo costretti a essere.

Finché non vi potrò riabbracciare, mi eserciterò a formare in me la vostra immagine e farla passare e ripassare dalle parti del cuore. Come in questa lettera. Nel materialismo mistico che mi sforzo di praticare, è una buona via per accogliere e abitare la nostalgia che sento di voi.

Non c’è sentimento più intimo e politico di questo.

Stefania