Il XXI secolo è iniziato nel 2020

Jéme Baschet

 

Il XXI secolo è iniziato nel 2020 con l’entrata in scena del Covid-19

Le Monde, 2 aprile 2020

Jérôme Baschet è stato professore e ricercatore all’EHESS di Parigi. Tra i libri da lui pubblicati, «Défaire la tyrannie du présent. Temporalités émergentes et futurs inédits» (La Dèouverte, 2018) e «Una giusta rabbia. Fermare la distruzione del mondo» (Divergences, 2019; Bepress, 2020). Un’intervista doppia insieme a Laurent Jeanpierre è disponibile in italiano qui e qui.

Succede spesso che gli storici facciano cominciare il XX secolo nel 1914. Allo stesso modo, un domani ci spiegheranno che il XXI è cominciato nel 2020, con l’entrata in scena del Covid-19. Certo, il ventaglio degli scenari a venire è ancora molto ampio; ma la catena degli eventi messa in moto dalla propagazione del virus offre, come in time-lapse, un assaggio delle catastrofi a venire,  destinate a intensificarsi in questo mondo sconvolto dagli effetti di un riscaldamento globale che viaggia verso 3-4ºC di rialzo medio. Si profila insomma sotto i nostri occhi una connessione sempre più stretta tra gli elementi della crisi. Una crisi che un solo fattore — tanto annunciato quanto imprevisto — è stato sufficiente ad attivare.

Tracollo e disorganizzazione del vivente, deregulation climatica, decomposizione sociale in accelerazione, discredito nei confronti di governanti e sistemi politici, espansione fuori misura del credito bancario e delle fragilità finanziarie, incapacità di mantenere un livello di crescita sufficiente: tutte dinamiche che si sostengono l’una con l’altra, e che risultano nell’estrema vulnerabilità di questo sistema-mondo in crisi strutturale permanente. Ne consegue che qualsiasi stabilità apparente non è che la maschera di una crescente instabilità.

Il messaggero della vita

Il Covid-19 è una «malattia dell’antropocene», come ha detto Philippe Sansonetti, microbiologo e professore al Collège de France. L’attuale pandemia è un fenomeno totale, in cui la realtà biologica del virus è ormai indissociabile dalle condizioni sociali e sistemiche che causano la sua esistenza e la sua diffusione.

Invocare l’antropocene — era geologica in cui la specie umana modifica la biosfera su scala globale — invita a considerare un’idea di temporalità a triplo taglio. In primo luogo gli ultimi anni, nel corso dei quali abbiamo preso coscienza di questa nuova epoca sotto la crescente pressione di evidenze sempre più sensibili. Seguono gli anni del secondo dopoguerra, che vedono l’ascesa della società dei consumi e la grande accelerazione di tutti i marcatori dell’attività produttiva (e distruttiva) dell’umanità. Infine, la svolta compiuta nel XVIII e XIX secolo, quando la curva di emissione di gas a effetto serra decolla, più o meno quando ha inizio l’utilizzo sistematico dei combustibili fossili e l’industrializzazione.

Il virus è il messaggero del vivente, venuto a presentarci il conto della tempesta che noi stessi abbiamo innescato. L’antropocene comporta obblighi: e la responsabilità è sicuramente dell’uomo. Ma di chi, più esattamente? Le tre temporalità sopra menzionate ci permettono di essere più precisi. Nell’orizzonte più immediato, si impone lo scioccante scandalo degli stock di mascherine, letteralmente evaporati dal 2009 a oggi, e sui quali non c’è stato alcun tipo di intervento nemmeno con l’avvicinarsi dell’epidemia. Ma, ancora, non è che uno degli aspetti dell’impreparazione europea.

L’incapacità di anticipazione testimonia di un’altra malattia dei tempi: il presentismo, per cui tutto ciò che esula dall’immediato scompare. Il modello freddamente contabile di gestione ospedaliera neoliberale ha fatto il resto. Senza mezzi, sottodimensionato ed esaurito già in tempi ordinari, il personale di cura urla tutta la propria disperazione senza essere ascoltato. Eppure, l’irresponsabilità delle politiche governative è ormai sotto gli occhi di tutti.

«Capitalocene»

Secondo Philippe Juvin, primario di Pronto Soccorso dell’ospedale Pompidou di Parigi, ci troviamo «completamente nudi» di fronte all’epidemia per colpa di alcuni «indifferenti e incapaci». E se Emmanuel Macron si vuole elevare al rango di capo militare in quella che chiama «guerra», non dovrebbe dimenticare che questa retorica potrebbe in futuro ribaltarsi metaforicamente in accusa di tradimento.

Studiando la seconda metà del ventesimo secolo, si ritrovano molte delle possibili cause di moltiplicazione delle zoonosi — ossia le malattie legate al passaggio di un agente infettivo dall’animale all’umano. Ad esempio lo sviluppo dell’allevamento industriale e delle sue forme di ignominioso concentramento, che ha delle conseguenze anche sanitarie (influenza suina, influenza H5N1, ecc.). O l’urbanizzazione senza misura, che invece erode gli habitat degli animali e li spinge ancor più a contatto con gli umani (VIH, Ebola).

Ma questi due fattori potrebbero anche non essere intervenuti nel caso della SARS-CoV-2. In compenso, la vendita di animali al mercato di Wuhan non avrebbe avuto certe conseguenze se la città non fosse anche diventata una delle maggiori capitali dell’industria automobilistica. La globalizzazione dei flussi economici è decisamente operativa, e l’espansione insensata del traffico aereo è stata il vettore di una folgorante diffusione planetaria del virus.

Ecco che, tornando indietro di due secoli, si può finalmente dare all’antropocene il suo vero nome: «capitalocene». Perché è un fenomeno che non riguarda la specie umana in generale, ma un sistema storicamente determinato. Un sistema — il capitalismo — che ha come caratteristica principale la subordinazione della produzione all’esigenza di valorizzare il denaro investito. Anche se le configurazioni sono variabili, il mondo si organizza in funzione delle imperiose necessità dell’economia.

Compulsione produttivista mortifera

Quando l’interesse privato e l’individualismo concorrenziale diventano i valori supremi, ne risulta una rottura di civiltà, mentre l’ossessione puramente quantitativa e la tirannia dell’urgenza conducono a un vuoto nell’essere. Ne deriva soprattutto quella compulsione produttivista e mortifera che è all’origine del sovrasfruttamento delle risorse naturali, della disorganizzazione accelerata del vivente e dello sconvolgimento climatico.

Si è detto che dopo l’urgenza sanitaria, niente sarà come prima. Ma cosa va cambiato? Sarà un esame di coscienza che si limiterà alla memoria a breve termine, o considererà invece il ciclo completo del «capitalocene»? La vera guerra che si giocherà non ha il coronavirus come nemico, ma vedrà invece affrontarsi due opzioni opposte: da un lato, il prosieguo del fanatismo della merce e del produttivismo compulsivo che approfondisce la devastazione in corso; dall’altro, l’invenzione —  che già balugina in mille luoghi — di nuovi modi di esistere capaci di rompere con l’imperativo categorico dell’economia privilegiando una buona vita per tutte e tutti.

Preferendo l’intensità gioiosa del qualitativo alle false promesse di un’illimitatezza impossibile, questa invenzione si congiungerà con l’attenta premura per i luoghi abitati e le interazioni tra viventi, con la costruzione del comune, il mutuo aiuto e la solidarietà, con la capacità collettiva di auto-organizzazione.

Il coronavirus è giunto a lanciare un segnale d’allarme, a tirare il freno del folle treno di una civiltà lanciata verso la distruzione della vita. Lo lasceremo ripartire? In quel caso, avremmo l’assoluta certezza di nuovi cataclismi a venire. Cataclismi rispetto ai quali questi giorni saranno poca cosa.