La festa crudele

di Mattia Schiavone

La città,
come tu stesso ben lo vedi, troppo
è già sbattuta dai marosi, e il capo
piú non riesce a sollevar dal baratro
del sanguinoso turbine: distrutti
i frutti della terra ancor nei calici:
distrutti i bovi delle mandrie, e i parti
delle donne, che a luce piú non giungono;
e il dio che fuoco vibra, l’infestissima
peste, su Tebe incombe, e la tormenta,
e dei Cadmèi vuote le case rende.

Sofocle, Edipo re

 

 

Le epidemie, esattamente come le feste, hanno il potere di rendere gli uomini uguali. Non che spariscano le differenze sociali ed economiche che ci rendono diversi persino di fronte alla morte, ma durante questi avvenimenti tutti sono presi da un uguale torpore, tutto sembra perdere di significato se non il puro spirito di sopravvivenza, il puro attaccarsi alla vita. Così come nelle feste la vita è celebrata nella sua purezza positiva, di fronte al nemico invisibile della malattia ci si attacca totalmente al suo aspetto negativo, al non-esserci della morte, presupposto indispensabile per tutte le gioie e i dolori a venire.

La festa è il momento di sospensione della quotidianità, il momento in cui ci si interroga sul rapporto tra l’uomo e la natura. E’ un giorno di felicità, ma inscindibile dal carico rituale e simbolico che si porta dietro. In quanto tale è un’esperienza essenzialmente comunitaria, non esiste festa che si possa consumare in solitudine. In questo possono essere accostate alle catastrofi naturali, come eventi che investono la comunità nella sua interezza e non possono essere esperite che collettivamente. Furio Jesi chiama feste crudeli queste particolari esperienze festive. Feste in quanto esperienze collettive, ma crudeli in quanto vi si sperimenta solo la violenza e il dolore. I casi letterariamente più celebri di questo tipo di festa sono la peste di Atene nel “De Rerum Natura” di Lucrezio, la peste di Milano nei Promessi Sposi, il terremoto di Lisbona per come lo descrive Voltaire. Festa crudele insomma è qualsiasi esperienza che rimanda all’autenticità della vera festa, ma non fa che metterne in luce l’impossibilità attuale.

L’epidemia che stiamo vivendo attualmente è forse l’esperienza collettiva più grande che abbiamo mai vissuto dall’inizio del secondo dopoguerra. La quotidianità di tutti ne è irrimediabilmente investita e stravolta. I tenui legami sociali che caratterizzano la nostra società, ancor più smorzati dal forzato isolamento, impediscono che il collettivo possa diventare comunitario. Tutti si trovano a sperimentare il medesimo dolore, ma senza poterlo condividere, senza poterselo spartire. Se come credeva Jesi, nel mondo moderno le esperienze comunitarie sono diventate impossibili, non riusciremo mai davvero a vivere una festa che non sia crudele fintanto che questo mondo permarrà. L’isolamento rende impossibile qualsiasi tentativo di conquistare un accesso al simbolo che non sia individuale, e quindi fertile.

Se nel momento della festa ogni divieto quotidiano perde di significato, nella festa crudele al contrario acquista il suo potere maggiore. I vecchi divieti vengono rafforzati e ne sorgono di nuovi. Se la paura della morte improvvisa è ciò che spinge gli uomini a legarsi nella società e negli stati, non sorprende che sia in questi momenti che il potere statuale si mostra in tutta la sua possibile brutalità. I divieti imposti alla popolazione sono subito assunti come propri dalla popolazione medesima, come se  li fosse dati da sé. Il risentimento non assume qui tanto la forma dell’invidia verso chi pratica comportamenti agognati e non consentiti, quanto quello della superiorità morale dinanzi al diverso. Chi infrange il divieto è identificato immediatamente come il nemico, il subdolo traditore amico del virus che mette in pericolo l’intera collettività. La morale è un sentimento individuale che si riferisce a un comportamento collettivo. In un mondo senza peccatori, non esisterebbero santi. Tramite il perseguimento ossessivo dell’errore altrui, il borghese massa tenta di fabbricarsi l’abito del santo. L’indignazione e il disprezzo che prova solitamente per chi ruba o non paga il biglietto del tram vengono portati dalla cattività alle estreme conseguenze. Così comportamenti innocenti ricevono dalla mutata situazione festiva inedite cariche simboliche. E come nella festa si odia chi si astiene dalle orge e dalle vivande non partecipando alla gioia collettiva, in questa anti-festa si odia chi si astiene dall’astensione, rompendo così il lutto comune. Il borghese massa rivela nel suo intimo l’autentica essenza dello sbirro massa.

La sospensione del tempo storico è un altro tratto tipicamente festivo di cui quest’epidemia si ammanta. Nel mondo che ci circonda sembra non accadere più niente di divisibile dall’andamento dell’epidemia. Lo stesso modo in cui viviamo i nostri giorni ci è ormai indifferente, nella monotonia totale ogni istante non si differenzia in alcun modo dal precedente e quando la quarantena finirà la ricorderemo probabilmente come un’unica lunghissima giornata. Ogni momento è diventato per noi il momento dell’attesa. Attesa di un dopo, di una fine, di un rientro dell’emergenza. Di una riconquista del tempo che sia di nuovo qualità e non semplice quantità. In questo strano assedio alla nostra quotidianità sono gli assedianti stessi ad alzare le mura che ci circondano per rendere le nostre vite inespugnabili. Trarre fino in fondo le conseguenze degli avvenimenti presenti, sviluppare ogni nodo che la crisi sta aprendo, significherebbe modificare radicalmente la vita a cui siamo abituati. Distruggere le mura ed evadere da questo assedio in cui siamo costretti aprirebbe infinite possibilità di scelta, e con esse la possibilità di fallire; ma anche la possibilità di costruire infine un mondo a misura d’uomo dove la scissione tra vivere e sopravvivere non sussista più. Chi sta decidendo delle misure d’eccezione non è intenzionato a permetterlo, dove ancora una volta si riafferma la centralità dello Stato e del suo progetto. La ristrutturazione della quotidianità avverrà, questo è certo. Ma avverrà secondo le antiche logiche del vecchio regime. Bisogna che cambi tutto affinché non cambi niente. Bisogna che le nostre vite siano radicalmente alterate perché non sia alterata la vita stessa nella sua forma mercificata. La fine del mondo non sarà evitata, ma rimandata ancora una volta.

Infatti, se il diffondersi di una malattia ci colpisce in maniera così dura tanto da mettere in discussione i fondamenti stessi del modo in cui viviamo, ciò non capita tanto per la straordinarietà dell’evento quanto per la fragilità del sistema. La saturazione a cui hanno portato gli stili di vita del mondo capitalistico da tempo crepa in più punti il fragile vaso in cui viviamo. Un evento di questo tipo e di questa portata era stato da tempo previsto, ciò che stupisce è solo il modo.

L’esplosione di un’epidemia può essere vista come un disastro. Può essere vista altresì come un avvertimento. Nell’Edipo Re la peste da cui muove la tragedia arriva ad avvisare i tebani della necessità di cambiare qualcosa, di un fatto talmente grave di per sé, talmente contrario alla natura, il cui solo avvenimento è bastato a turbare per sempre la vita stessa della città. Davanti alle colpe del sistema capitalistico, anche il parricidio e l’incesto di Edipo sembrano cose da poco. Augurarsi che vada tutto bene, che tutto torni ad essere come prima, significa non cogliere il punto della situazione. Perché la peste passi, occorre che Edipo espii il suo peccato. Edipo non era però consapevole della sua colpa, è occorsa la violenza della peste perché la scoprisse. Occorre augurarsi che chi soffre e soffrirà le conseguenze di questa epidemia si ribelli come il popolo tebano.

Che all’enigma diverso che ci pone la Sfinge – qual è la causa di questa epidemia? – si risponda alla stessa maniera: l’uomo. Che si riesca a vivere l’unica possibile esperienza che al contempo sospenda il tempo storico e si carichi dietro un carico di gioia che non trasudi in malinconia, l’esperienza della rivolta. Allora avremo accecato Edipo e l’avremo esiliato dalle nostre città, allora riusciremo a vivere una festa che non sia crudele.