Di uomini e di pipistrelli: coronavirus e politiche epidemiologiche

Intervista all’antropologo Frédérick Keck

da lundimatin#234 del 16 marzo 2020

Quarantena, isolamento e sorveglianza arrivano sempre troppo tardi. Queste misure si limitano a ridurre effetti già attivi e invadenti e non agiscono in alcun modo sulle cause del problema. Il Covid-19 è, ricordiamo, una zoonosi, una malattia trasmessa dagli animali agli esseri umani. Ed è proprio nei nostri rapporti con gli animali che va ricercata la ragione di molte delle ultime crisi sanitarie: BSE, SARS, influenza aviaria e suina. Per questo abbiamo intervistato Frédéric Keck, antropologo che studia le norme di biosicurezza applicate a esseri umani e animali, e le forme di previsione che queste norme producono rispetto alle catastrofi sanitarie ed ecologiche.

Lei è celebre per le sue ricerche antropologiche ed etnologiche sulle malattie zoonotiche (di origine animale) e le pandemie. Come ha vissuto la pandemia di coronavirus a partire da gennaio fino alle misure d’isolamento annunciate negli ultimi giorni?

Il primo dell’anno, nel pieno dei festeggiamenti, un collega britannico che lavora con me sull’antropologia delle epidemie mi ha mandato un SMS: «Hai visto i casi a Wuhan? Potrebbe essere l’inizio della pandemia». Non gli ho dato molto peso, perché ricevo questo genere di messaggi ogni volta che c’è un virus emergente (H1N1, il virus dell’influenza suina nel 2009, che alla fine si è rivelato molto meno letale del previsto anche se estremamente contagioso; il MERS-CoV del 2012, rimasto limitato alla Corea del Sud e alla penisola arabica, dove si trasmette attraverso i dromedari). Ma questa volta lo scenario pandemico previsto  in Asia e a Toronto nel 2003, all’epoca della diffusione della SARS, si è realizzato. Ho pensato all’analisi di Henri Bergson sulla dichiarazione di guerra del 1914: da quindici anni a questa parte ho letto tanti di quei testi su questo scenario che quando si è realizzato ho avuto la sensazione che la pandemia fosse qui da sempre, una presenza familiare. In questo senso, il virtuale diventa attuale.

A quanto pare, questo è un momento storico da tutti i punti di vista (contagio su scala globale, annullamento della vita quotidiana, possibili ripercussioni economiche e sociali). Il futuro sembra sospeso. Condivide questa impressione?

Sì, credo che il paragone con il 1914 sia giusto, ma penso non si debba esagerare con dichiarazioni di guerra e posture marziali. Nel 1914 la Francia era consapevole che il conflitto economico e militare che la opponeva alla Germania dal 1870 – e in realtà fin dalla Rivoluzione Francese, percepita dai tedeschi al tempo stesso come una rivelazione e una minaccia– avrebbe innescato un conflitto mondiale, ed è entrata in uno stato di “sonnambulismo”. Oggi gli Stati Uniti, pur consapevoli dal 2003 che la competizione con la Cina si sarebbe giocata sul terreno economico e sanitario, si mobilitano in modo disordinato e la Cina ha colto l’occasione della SARS per mettere fine a due secoli di umiliazione occidentale, dotandosi di ospedali performanti e biotecnologie all’avanguardia. Non facciamo complottismi, ma è vero che la Cina muove guerra con dei virus. O meglio: la Cina ha colto l’occasione di un virus di pipistrello apparso sul suo territorio per ribaltare gli scenari di pandemia, costruiti a suo avviso per umiliarla, in strumenti di umiliazione dell’Occidente.

La pandemia di coronavirus le sembra diversa rispetto alle altre pandemie che ha studiato?

La contagiosità di questo nuovo coronavirus è sorprendente e rimane misteriosa, mentre la mortalità è bassa e il DNA stabile (i coronavirus, a differenza dei virus influenzali, mutano poco perché sono molto più grandi). Il fatto che il virus possa diffondersi in modo asintomatico per così tanto tempo (forse settimane) lo rende molto diverso dalla SARS, i cui sintomi respiratori si manifestavano entro 48 ore. In questo senso è il candidato perfetto per innescare lo scenario pandemico.

Stando alle prime ipotesi, il Covid-19 sarebbe stato trasmesso agli esseri umani da un pangolino o un pipistrello. Quali sono le caratteristiche delle malattie di origine animale e come si trasmettono? Da cosa dipende il fatto che possano assumere un carattere epidemico o pandemico?

Le malattie di origine animale (o zoonosi) mutano tra gli animali prima di trasmettersi agli esseri umani, causando patologie gravi perché il nostro sistema immunitario non possiede le difese necessarie. Questo spiega perché da una trentina d’anni le autorità sanitarie internazionali si mobilitano contro queste malattie (in particolare dalla fine della guerra fredda, che ha visto incrociarsi l’ecologia delle malattie infettive emergenti con la paura del bioterrorismo). Gli uccelli sono un serbatoio di virus influenzali perché diffondono i virus attraverso i loro spostamenti (in particolare le anatre, che sono asintomatiche per l’influenza e “sganciano” i virus in volo). I pipistrelli sono un serbatoio di numerosi virus (rabbia, Hendra, Nipah, SARS-Cov, MERS-Cov, SARS-Cov2), perché vivono in colonie dove coabitano diverse specie e perché hanno sviluppato un sistema immunitario molto performante per il volo, pur rimanendo a noi vicini in quanto mammiferi – inoltre la deforestazione li porta ad avvicinarsi ai centri urbani.

Nel suo libro Les sentinelles des pandémies, che uscirà tra poco per Zones Sensibles, afferma che l’attuale pandemia di coronavirus (Covid-19) ci riporta alle soglie della domesticazione, là dove i rapporti tra esseri umani e animali non umani possono essere ridefiniti. Cosa intende? La pandemia che viviamo è legata alla forma moderna dei rapporti tra esseri umani e animali non umani?

Questa pandemia è cominciata da un cluster di casi di polmonite atipica in un mercato di animali a Wuhan, nel dicembre 2019. Il nuovo coronavirus che si diffonde tra esseri umani nel mondo intero è molto simile a un virus di pipistrello isolato A Wuhan nel 2018. Non sappiamo con precisione cosa si vendesse in quel mercato, ma è probabile che i commercianti di pangolini abbiano trasmesso il virus proveniente dai pipistrelli – anche se il contatto non è ancora stato provato, come invece è stato per gli zibetti, responsabili della trasmissione della SARS nella regione di Canton nel 2003. La salute mondiale dipende quindi da pochi gesti apparentemente arcaici in un mercato nel cuore della Cina. Resta da capire cosa succede in questi mercati, poiché vi si mescolano animali selvatici e domestici, prodotti di caccia e di allevamento: ci sono pangolini allevati per le loro virtù nella medicina tradizionale cinese, ma sono prodotti di contrabbando perché allo stato selvatico sono a rischio di estinzione. Tutto questo va a incrociarsi con i grandi studi, come quello di Jared Diamond secondo cui le nuove malattie infettive dipendono dall’ampia trasformazione dei rapporti tra esseri umani e animali dalla rivoluzione neolitica, dopo la quale le specie addomesticate dagli esseri umani hanno trasmesso loro le malattie a causa della maggiore prossimità. Si stima che la rivoluzione dell’allevamento industriale (livestock revolution) avvenuta negli anni Sessanta ha avuto comparativamente un effetto di produzione di nuove malattie.

Lei distingue due modi per controllare le incertezze sanitarie nei rapporti tra esseri umani e non umani: «tecniche cinegenetiche di preparazione» e «tecniche pastorali di prevenzione». Può spiegare questa distinzione e perché sembra appoggiare in maggior misura le tecniche cinegenetiche?

Ho proposto questa distinzione per chiarire il dibattito sul principio di precauzione (forgiato in Germania negli anni Settanta e introdotto nella Costituzione francese nel 2005), che mi sembra confonda queste due tecniche di gestione dei rischi, elaborate da circa un secolo la prima e da circa due la seconda.

Poiché si tratta di una durata molto breve nella scala della storia dell’umanità, la mia proposta è capire il loro funzionamento a partire dalle tecniche che gli esseri umani hanno elaborato da tempo per controllare le incertezze dei loro rapporti con gli animali nella caccia (la preda accetterà di farsi uccidere?) e nella pastorizia (il gregge accetterà di sacrificare uno dei suoi membri per il benessere collettivo?). Basandomi sulle analisi di antropologi e storici ho ipotizzato che la preparazione dipenda da una capacità umana, sviluppata in particolare dagli sciamani della Siberia e dell’Amazzonia, di percepire entità invisibili che circolano ai confini tra le specie (Philippe Descola lo definisce animismo) e che la prevenzione dipenda invece da una capacità umana, sviluppata in particolare dagli imperi e dagli stati moderni, di mettere ordine in tempo di crisi classificando gli individui in categorie che escludono proliferazioni invasive (Philippe Descola lo chiama analogismo). Nel libro sviluppo soprattutto le tecniche cinegenetiche di preparazione applicate dai virologi nel seguire i patogeni che si trasmettono dagli animali agli umani, perché sono state approfondite meno rispetto alle tecniche pastorali degli epidemiologi, che costruiscono modelli per prevedere l’effetto di questi patogeni in una popolazione, quando sarebbero più utili per studiare i problemi ecologici sollevati dalle pandemie. Abbiamo visto queste tensioni tra i lavori dei virologi, pubblicati all’inizio dell’epidemia di Covid-19 per ritracciarne le origini animali e i lavori degli epidemiologi, pubblicati in seguito per giustificare l’isolamento.

Lei afferma che l’epidemia di coronavirus (Covid-19) è una questione ecologica, cosa che può risultare controintuitiva per gli ecologisti. Ci può spiegare il senso di questa affermazione?

L’ecologia delle malattie infettive è una disciplina inventata negli anni Settanta da biologi come l’australiano di origine britannica Frank MacFarlane Burnet e l’americano di origine francese René Dubos. Essa ha come funzione quella di allertare sull’emergere di nuove malattie infettive dovute alle trasformazioni che la specie umana impone al suo ambiente: l’allevamento industriale, la deforestazione, lo sfruttamento del suolo – ancora non si parlava di riscaldamento globale, il quale ha tra i suoi effetti, ad esempio, quello di costringere le popolazioni di zanzare a uscire dai loro habitat provocando, di conseguenza, pandemie di Zika o di febbre Dengue. Da parte mia, ho potuto studiare come alcuni di questi allarmi siano stati tradotti in scenari catastrofici da virologi ed epidemiologi durante le crisi avvenute in Cina. Restano da capire i termini nei quali l’attuale pandemia non solo costringe l’umanità a cambiare il proprio stile di vita, rallentando la circolazione di persone e merci, ma soprattutto rende più attuali gli scenari catastrofici concepiti a partire da altri fenomeni ecologici, terrorizzando in tal modo i governi. Si può dire che le nuove epidemie ci costringono a porci collettivamente delle questioni di tipo ecologico che potevano sembrare riservate a una ristretta minoranza.

Le tecniche contemporanee di preparazione alle catastrofi sono le stesse in caso di una pandemia e nel campo degli stravolgimenti dovuti al riscaldamento globale, dell’estinzione delle specie, ecc.?

Stiamo parlando di due temporalità diverse: la reazione a un’epidemia dev’essere attuata in tempi molto brevi, perché essa si sviluppa nell’arco di un anno, durante il quale si hanno reali possibilità d’intervenire. L’estinzione delle specie e il riscaldamento globale sono processi che si svolgono su periodi di tempo molto più lunghi, ma offrono anche maggiori opportunità d’intervento. La mia ipotesi è che il “pollo con l’influenza” o il “pipistrello portatore di coronavirus” costituiscano dei buoni operatori (nozione tratta da La pensée sauvage di Claude Lévi-Strauss) utili per pensare a questioni ecologiche su diverse scale temporali. Le tecniche di preparazione alle catastrofi differiscono sensibilmente rispetto alle diverse temporalità, ma questi operatori ci permettono di confrontarle in contesti locali dove tali temporalità trasformano le relazioni tra umani e non umani (per usare i termini di un altro antropologo, Philippe Descola).

Quali sono le “lezioni”, tratte dalle precedenti epidemie, che potrebbero esserci utili nella pandemia di coronavirus?

La Cina ha fatto della SARS un episodio fondatore, come lo è per noi la Rivoluzione francese o l’Affare Dreyfus: sono storie di eroi che si sacrificano, di ministri corrotti che si dimettono, di scienziati che fanno trionfare la verità. Non abbiamo colto le reali implicazioni di questo episodio in Francia perché ne abbiamo percepito solo gli echi, ai tempi smorzati dalla crisi dovuta all’ondata di calore e del chikungunya[1]. Dovremo quindi ora inventarci delle storie che diano un senso al calvario sanitario, economico e militare che ci attende. D’altra parte abbiamo a disposizione delle risorse che in Cina non hanno, ad esempio il fatto che gli informatori, coloro che suonano il campanello d’allarme, qui sono protetti. Forse il “sacrificio” di Li Wenliang, il giovane oculista morto di Covid-19 a febbraio dopo aver dato l’allarme a dicembre e aver curato i pazienti a gennaio, costituirà un punto di svolta nella difesa degli informatori in Cina. Forse questa pandemia sarà l’occasione per scambiare le nostre storie fondanti, al fine di costruire insieme una politica ecologica adeguata alle nuove malattie, per esempio, incrociando la nostra tradizione liberale foriera di distruzione ambientale con una tradizione cinese più attenta ai cicli naturali.

Perché, secondo lei, l’OMS è stata così riluttante a parlare di una pandemia di coronavirus, quando aveva accettato di farlo molto prima per la SARS?

Nel 2003, l’OMS ha colto l’occasione della SARS per lasciare il segno sulla scena internazionale, in un momento in cui le Nazioni Unite erano state umiliate dall’intervento degli Stati Uniti in Iraq. Lo ha fatto approfittando di un periodo di transizione politica, durante il quale il governo cinese non ha potuto collaborare. Quest’ultimo ha quindi percepito l’ingerenza dell’OMS come un’umiliazione, prolungando un periodo durato già due secoli durante i quali l’Occidente ha dato lezioni sanitarie alla Cina. Da qui il voltafaccia della Cina nell’aprile 2003, quand’essa prese il controllo sulle misure necessarie per gestire l’epidemia. Nel 2006 le autorità di Pechino hanno sostenuto con forza la candidatura di Margaret Chan, che ha gestito le crisi d’influenza aviaria e SARS presso il Dipartimento della sanità di Hong Kong, a capo dell’OMS, come segno della volontà di seguire il Regolamento Sanitario Internazionale che definisce gli standard per le pandemie. Il governo cinese ha in seguito monitorato l’elezione del successore di Chan a causa dei suoi forti interessi economici in Etiopia.

Ovviamente, senza voler sfociare nella teoria del complotto, possiamo affermare che la Cina ha capito che deve avere dalla sua l’OMS se vuole imporsi come leader mondiale. D’altronde l’OMS è stata piuttosto conciliante con le politiche cinesi fin dall’inizio dell’epidemia, e il rapporto che ha pubblicato il ventotto febbraio indica letteralmente la Cina come un modello da seguire per le misure di contenimento da applicare.

Dall’inizio del 2020 non passa un’ora senza che spuntino nuovi articoli e nuove informazioni sull’epidemia. Quella di Covid-19 è la prima epidemia vissuta in tempo reale?

La SARS è stata la prima epidemia vissuta in tempo reale, ma solo dagli scienziati. C’è stato un vero e proprio sforzo di condivisione delle informazioni coordinato dall’OMS grazie allo sviluppo di Internet, che a quel tempo muoveva i primi passi. Oggi la “rivoluzione digitale” permette a tutti di seguire l’epidemia in tempo reale. Internet è sia un rimedio che un veleno per la diffusione della pandemia: lavoreremo online per rendere accettabile il contenimento, ma la diffusione di notizie false produce d’altro canto comportamenti inadatti a gestire la pandemia.

Parallelamente all’epidemia vera e propria assistiamo a un’altra “epidemia”, anch’essa virale, di informazioni e di affetti legati al virus. La viralità dell’informazione è diventata, con lo sviluppo di internet e dei social network, un vero e proprio tratto sociale del nostro tempo, poiché le nuove tecnologie di comunicazione permettono alle informazioni di circolare molto rapidamente e di moltiplicarsi. Esiste secondo voi una relazione tra queste due forme di “viralità”?

Un virus è un’informazione genetica che tenta di replicarsi, o, come dice l’immunologo Peter Medawar, “una brutta notizia chiusa in un capside”. Il più delle volte i virus si replicano in modo asintomatico. Ma, a volte, fanno deragliare la macchina di replicazione, causando il panico immunitario o il collasso del sistema. Ovvero: ciò che accade a livello molecolare ha ripercussioni dirette sul piano macro-politico.

Che ruolo svolgono quelle che chiamate sentinelle e gli informatori nel flusso di informazioni che riceviamo sul virus?

Le sentinelle percepiscono gli agenti patogeni nel loro processo di trasmissione, sulle frontiere da specie a specie: sono sia animali collocati in siti ad alto rischio virale (anche chiamati hotspots), come ad esempio il pollame non vaccinato in un allevamento, sia territori attrezzati per percepire questi segnali (come Hong Kong, Taiwan o Singapore nel caso dell’influenza aviaria, o Wuhan per i coronavirus). Gli informatori lanciano l’allerta, trasmettendo il segnale nello spazio pubblico al fine di adottare misure sanitarie adeguate: Li Wenliang ha svolto questo ruolo per Covid-19; il geografo Mike Davis ha svolto un ruolo simile negli Stati Uniti per l’influenza aviaria[2]. Sono due tipi di attori molto diversi che devono lavorare insieme. La Cina si è ben curata di sviluppare un sistema di sentinelle efficiente, ma diventa inutile se poi i diffusori d’allerta umani vengono ridotti al silenzio. In Occidente abbiamo fatto la scelta opposta.

Davanti alla minaccia virale i governi sembrano essere intrappolati tra due imperativi difficili da conciliare: quello del mantenimento dell’economia e quello sanitario. Una contraddizione che dà luogo a reazioni diverse, che al momento sembrano convergere più nel modello cinese. Come spiega, ad esempio, lo sfasamento temporale tra la Francia e la Cina?

Sembra che la Cina sia riuscita a sviluppare un modello che rende compatibili l’attenzione verso l’economia e quella verso le misure sanitarie, avendo a disposizione i mezzi necessari per intervenire rapidamente e massicciamente in caso di una nuova epidemia. La nostra tradizione liberale è in contrasto con questo tipo di governance sanitaria: privilegiamo infatti la libertà di movimento e i benefici politici che ne derivano. Sarà sempre nel quadro della nostra tradizione liberale che saremo obbligati a trovare i mezzi per giustificare le mobilitazioni sanitarie necessarie di fronte alle nuove epidemie causate dalle trasformazioni ecologiche.

Esiste secondo lei una qualche forma di risposta al coronavirus che protegga la popolazione ma che non significhi per quest’ultima un ulteriore inasprimento delle misure di sorveglianza e controllo?

Questa è la posta in gioco nelle prossime settimane: deve prodursi uno sforzo di mobilitazione collettiva non basato sulla sorveglianza militare e sul controllo dello Stato, ma sulla presa in carico sanitaria mutualistica e sulla condivisione delle informazioni tra la popolazione.

A gennaio, Covid-19 era considerata alla stregua di una piccola “influenza”; a quel tempo la Francia ha attribuito la diffusione dell’epidemia sul proprio territorio alla negligenza dei leader cinesi. Oggi la Cina sembra essere diventata un modello nella gestione delle crisi sanitarie, i paesi europei sono sopraffatti dai progressi della pandemia e gli “esperti” medici e scientifici in Francia sono diventati tra i più allarmisti. Che dire di questa completa inversione di rotta nel discorso scientifico e politico?

Dice molto, da una parte, della difficoltà della Francia a occupare un posto centrale su una scacchiera geopolitica scossa dall’entrata della Cina circa quarant’anni fa, e, dall’altra, della difficoltà di governare uno Stato quando le trasformazioni ecologiche producono agenti patogeni imprevedibili come la SARS-Cov2.

Il Presidente della Repubblica ha appena annunciato misure radicali senza precedenti per contenere l’epidemia in Francia. Qual è la posta in gioco nelle prossime settimane, mesi e anni? Quali sono secondo lei le novità di questa pandemia?

L’intera questione è se una misura senza precedenti – perlomeno in Francia, dato che i cinesi si preparavano ad esso dal 2003 – come il contenimento sia compatibile con la nostra tradizione liberale. Abbiamo criticato duramente gli eccessi del liberalismo, di cui questa crisi è un effetto, ma nelle prossime settimane vedremo quale sarà il minimo grado di libertà che riusciremo a sopportare. Gli animali domestici quasi non ne hanno: da trent’anni li abbiamo confinati e talvolta macellati per proteggerci da loro e per nutrirci. Il coronavirus diffuso dai pipistrelli ci costringe a porci la domanda: qual è il grado minimo di libertà che ti rende diverso dagli altri animali?

[1] La chikungunya (CHIK) è una malattia febbrile acuta virale, epidemica, trasmessa dalla puntura di zanzare infette, ndr.

[2] Davis, Mike., The monster at our door. The global threat of avian flu, The New Press, New York 2005, ndr.