SILENZIO & TUMULTO

di Fabien Vallos*

da lundimatin#235, 23 mars 2020

Siamo entrati in uno strano silenzio in seguito al confino sanitario. Silenzio delle nostre abitudini, considerato che non possiamo uscire né passare il tempo con altri. Silenzio dovuto al ritiro in casa di una gran parte di noi mentre gli altri, in un altro tipo di silenzio, sono occupati a curare, a fare consegne, a vendere delle merci. Silenzio dovuto alla dichiarazione ufficiale di ciò che i latini chiamavano un tumultus. Silenzio cioè dovuto a un pericolo sufficientemente grave da richiedere il confino dei cittadini.

f

Dobbiamo a Giorgio Agamben e al suo Stato di eccezione (apparso originariamente in italiano e poi in francese nel 2003) la lettura del concetto di tumulto. 2003: ovvero poco tempo dopo un altro tumultus, questa volta non sanitario bensì terroristico.

Nella sua glossa al concetto di justitium (3.1), ossia la cessazione temporanea degli affari pubblici, Agamben cita un frammento delle Filippiche (8,1) a proposito del tumulto. Cicerone produce prima una spiegazione per il termine: «In effetti, cos’è mai il tumulto, se non uno scompiglio tale, da far nascere un maggior timore?» (Quid est enim aliud tumultus nisi perturbatio tanta, ut maior timor oriatur?) Per poi affermare ciò che ci interessa: «vi può essere una guerra senza tumulto, ma non un tumulto senza una guerra» (Ita fit, quem ad modum dixi, ut bellum sine tumultu possit, tumultus sine bello esse non possit).

Venendo a noi. Il 16 marzo il presidente della Repubblica francese ha ripetuto per sei volte nel suo discorso il termine «guerra»: siamo in guerra perché qualcosa ha provocato il terrore (timor). Si tratta esattamente della dichiarazione eccezionale di un tumultus. Siamo dunque immersi in questo lungo silenzio a causa di un grande tumulto. Tralasciando il problema della continuità del principio di diritto, si pongono altri due e più complessi problemi: quello dello stato di eccezione e quello della gestione per decreti. Il principio di dichiarazione di un tumultus come quello pronunciato il 16 marzo consiste nel gettare i membri della comunità in uno justitium, ovvero in una sospensione degli affari pubblici. La maggior parte  di noi è dunque immersa nel silenzio di uno justitium. Sarà però il caso di pensare urgentemente alle condizioni di tutte e tutti quelli ai quali il tumultus nega lo justitium: condizione che non può che produrre, come sempre, una profonda iniustitia. Stiamo parlando di quelle e quelli che non possono osservare il confinamento.

Non appena si afferma un tumulto, si dichiara guerra. Ma, soprattutto, non appena il tumulto viene affermato, si dichiara uno stato d’eccezione che consiste allo stesso tempo di una sospensione degli affari pubblici e in una di ciò che costituisce il diritto (libertà di azione e di spostamento, ad esempio). Al di là della gravità effettiva del tumultus, sembra proprio che l’esperienza di uno stato d’eccezione per far fronte a ciò che viene recepito come crisi non abbia mai fine. La mia vita politica è cominciata de facto nel luglio del 1995, dopo l’attentato sull’RER B a Parigi. Da allora, ho assistito a una serie incessante di tumulti (1995, 2001, 2009, 2012, 2015, 2020), che di volta in volta permettevano non solo la gestione delle crisi, ma l’insediarsi di altrettanti stati d’eccezione. Se lo stato d’eccezione è la creazione di uno justitium, è anche e immediatamente la creazione di un imperium, ovverosia di una confisca del diritto all’interno della sospensione degli affari pubblici. Se dico che la mia vita politica comincia nel 1995, è perché costituisce la prova — contrariamente alle costruzioni del pensiero filosofico e giuridico — dell’infinita confisca dei nostri diritti per garantire ciò che viene definito come sicurezza (pubblica e sanitaria).

È precisamente quello che è accaduto tra il 16 e il 20 marzo attraverso la votazione di una legge che permette la gestione di uno stato di tumultus tramite dei decreti governativi. Qui si pone un quesito fondamentale: in quale misura la gestione di una crisi presuppone la sospensione del diritto? Detta altrimenti: perché ogni crisi costituisce sempre l’apertura di uno stato d’eccezione? Significa forse che lo stesso principio democratico è incompatibile con qualsiasi gestione della crisi? O forse che questo principio presuppone che qualsiasi politica non prova altro che un infinito desiderio di crisi che mira alla sospensione di ogni diritto? Seguendo il filo di pensiero di Walter Benjamin, sembrerebbe che la risposta stia piuttosto nella seconda proposizione. Facciamo dunque incessantemente esperienza dello stato d’eccezione come regola. Per dirlo ancora e altrimenti, non vi è altra fondazione che lo stato d’eccezione. È la prova del nove di ogni crisi e l’oblio di ogni politica.

Siamo dunque entrati in un altro silenzio, ancora più complesso perché più profondo. Questo silenzio apre a due interrogativi: uno è quello sull’apertura critica di un mondo in cui potremmo fare esperienza di un altro justitium — ovverosia la fine del consumismo, del capitalismo e della degradazione della nostra vita —, l’altro è quello sull’apertura critica di una politica sempre più strutturalmente instabile e autoritaria. La prova è complessa, perché si tratta di sperimentare la differenza cruciale che passa tra le affermazioni della storia e gli eventi della storicità. Ciò significa, come sempre, che ciò che si esperisce storicamente non venga dimenticato né assorbito dalla storia. Adesso, una volta di più, occorrerà tenere presente questa crisi morale ed etica.

Nel tumultus è dunque sospesa una parte immensa delle nostre frenetiche attività dedicate alla produzione e al consumo. Nel tumultus i trasporti tacciono, i negozi chiudono, le industrie si fermano e gli arei non volano più. Nel tumultus si apre una sospensione del consumo frenetico di ogni vita e materia: il mondo si offre per qualche istante in maniera meno inquinata e asfissiante. Nel tumultus si apre un altro silenzio, il silenzio proprio alla lingua latina, il silens per come è stato proposto da Roland Barthes (Le neutre, corso al Collège de France, 1977-1978, Seuil, 2002). Silens, ossia il rumore prodotto dalla vita in nostra assenza. Non possiamo che tacere. Ma nel tacere immediato delle nostre attività e dei nostri affari dovuto allo justitium la vita accede al suo proprio silenzio. Nel nostro confinamento gli spazi sono infine liberati della nostra presenza: le montagne, le spiagge, i mari, il cielo, le colline, le foreste e le riviere. Siamo dunque riusciti a produrre in qualche settimana ciò che speravamo dalla sospensione del capitalismo. È forse troppo presto per comprenderlo, ma è sicuramente il momento opportuno, il buon kairos per coglierne alcune implicazioni. Sembra come se potessimo fare un vero e proprio test sulle possibilità di sospensione della nostra frenetica mania di consumare e di circolare. Si potrebbe farne tesoro per essere in grado di pensare una nuova ecologia e una nuova etonomia (nel senso di economia della condivisione).

Ma nel tumultus vengono sospese anche le nostre attività politiche e i nostri modi di pensare la politica. E così alcuni tra noi temono sempre più l’ascesa di questi stati di urgenza e d’eccezione, che autorizzano la moltiplicazione di modalità governative autoritarie e profondamente antidemocratiche. Ci incamminiamo inesorabilmente verso governance assolutiste, securitarie, tecnocratiche e autoritarie.

Assolutiste, perché il potere è sempre più concentrato e separato dall’esperienza comune.

Securitarie, perché la sola missione delle governance è di garantire con la forza ciò in cui consisterebbe la sicurezza dei popoli e dei beni.

Tecnocratiche, perché per la quasi totalità delle nostre attività dipendiamo da modalità tecniche di controllo: esse dipendono (e più che mai durante il confino) quasi unicamente dalla potenza illimitata dei dispositivi tecnici.

Autoritarie, perché i nostri modi di esistenza non si fondano più sul comune e sul rispetto, ma unicamente sull’obbedienza: apprendiamo così a divenire obbedienti e a perdere ogni contatto con il comune e il politico.

Di conseguenza si apre una doppia interrogazione, politica e filosofica, tanto urgente quanto irrisolta. In primo luogo è possibile che qualsiasi tumultus contribuisca a ridurre ogni possibilità di una vita politica e di un comune. Il tumultus chiude e sigilla ogni khôra. Se fossimo privati di questo spazio pubblico e del comune, si accederebbe così a una politica autoritaria e assolutista.

In secondo luogo, è altresì possibile un nuovo slancio che tenda a rinforzare la necessità di ciò che chiamiamo servizio pubblico: le cure, l’educazione, la condivisione delle conoscenze. Sembra che il mondo si divida tra coloro in grado di affermare questo slancio e coloro che affermano ancora la morale liberale della sopravvivenza del più forte.

Ora è forse tempo — e questo sarà il nodo politico — di pensare l’etica di questo comune e di questa cura. Se ne saremo capaci, saremo nella condizione di segnare una svolta del pensiero politico e della filosofia: quella della condivisione della cura.

*Fabien Vallos è un teorico e insegna all’École nationale supérieure de la photographie e all’Esba Talm di Angers.