La falsa apocalisse, e la vera.

di Marcello Tarì

 

Sono passati lustri oramai da quando è cominciata l’invasione di film, romanzi, serie tv, articoli di giornale e, primi tra tutti, di saggi scientifici che dipingono il mondo come in preda agli ultimi tragici singulti prima della sua fine, data per certa e molto vicina – il colpo finale verrà dalla crisi climatica, quella economica o da quella sanitaria? dalla guerra o dalla distruzione dell’ambiente? -, così che si può parlare oggi di un vero e proprio pattern apocalittico dominante a livello globale. È una delle conseguenze, questa, di una potente offensiva spirituale portata avanti dai padroni del mondo negli ultimi secoli. L’Apocalisse da voce profetica degli ultimi è diventata un affare redditizio, essa ha paradossalmente raggiunto lo status di un valore aggiunto alla merce: la vertigine della distruzione e la valorizzazione della paura che porta con sé la impreziosiscono. Non sia mai che anche The end non venga pagata dai sudditi a peso d’oro.

Non importa quanto stupida, ridicola o di cattivo gusto possa sembrare la moda di parlare con studiato cinismo di ogni «piaga» che si abbatte sul mondo, come accade in molti libri «apocalittici» che passano per alternativi (ma a cosa?), perché l’importante è lo Spettacolo che promette e fomenta. Ma, oltre che merce, è anche diventata una tecnologia di governo la quale, tramite la gestione manageriale della paura, consente di paralizzare la popolazione relegandola a mera spettatrice impotente della catastrofe. D’altra parte al governo neoliberale non serve produrla in prima persona, gli è sufficiente agire sui suoi effetti. Guardatevi attorno… Anche se sarebbe un errore pensare che non abbia alcun ruolo nella distruzione, basti pensare a un Bolsonaro e alla sprezzo con il quale il suo governo e le imprese che ci lucrano sopra stanno devastando coscientemente l’Amazzonia.

Ma l’umiliazione del cosmo trasformata in Spettacolo non è l’Apocalisse: il primo, non rivelando altro che il proprio nichilismo, è giusto la feroce parodia della Rivelazione. Certo l’umanità è offesa e stanca, la Terra altrettanto e quindi il pensiero della fine dilaga, solamente che quello dominante è un pensiero ingannevole perché falso come l’apocalisse che ci vende. Il dramma è che funziona.

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L’apocalisse è divenuta dunque, nella sua radicale immanentizzazione, senso comune: tutti parlano normalmente di «clima apocalittico» a proposito di qualsiasi cosa. Ma, come mostrano questi giorni, è un senso comune intriso di passività da un lato e di  cinismo dall’altro, quando non è tinto di disperazione. I suoi flagelli – virus, terrorismo, clima impazzito, povertà, guerra, migrazione, inquinamento etc. – vengono presentati come fossero forze esteriori, il nemico viene sempre «da fuori» per poi infiltrarsi nella civiltà, e perciò impossibili da contrastare se non scatenando ulteriori sofferenze. Il nemico va sterminato, i nostri cittadini vanno sterilizzati e millimetricamente controllati.

Il «cittadino» infatti non solo è impotente a far fronte, solo com’è, a quelle calamità, ma è colui di cui è sempre meglio diffidare: non potrebbe essere nascosto dentro di lui l’untore, il terrorista, il sabotatore? Allora, pensano, bisogna svuotarlo dell’anima, che sembra la sola cosa rimasta ingovernabile negli uomini e nelle donne di questo mondo. Ma, nonostante ci provino da secoli, è davvero difficile separare corpo e anima e perciò non gli resta che prendere di mira la loro carne. È in tal modo che si arriva a convincerci che il solo mezzo di posticipare la fine stia nel seguire scrupolosamente qualsiasi norma o editto emananti dal governo di turno, cioè dalla tecnologia politica che regge il funzionamento delle nostre società e che non ha alcun bisogno di un «soggetto intenzionale» che ordisca complotti perché appunto è una macchina, una tecnologia, un dispositivo di grande scala.

E nel frattempo, nel tempo apparentemente guadagnato, che si fa? Si continua, come prima, a consumare, a produrre, a sfruttare, a dilapidare la vita come fosse anch’essa, in fin dei conti, una «cosa» dalla quale succhiare un po’ di edonismo da ultimo giorno, distruggendo l’anima appunto, e che è tutto ciò che si vuole ritorni dopo questi giorni di eroica “resistenza civile” in pigiama, con in dote la maggiore remissività acquisita durante questo eccezionale esperimento di governo compiuto su ogni singolo cittadino della nazione. Oppure, pseudo-alternativa, c’è la resa totale e immediata, quella del «meglio l’estinzione» e quindi, più realisticamente, del suicidio.

È qui, all’incrocio tra il tutto deve continuare come sempre e la disperazione, che appare l’imbroglio, la speciale apocrifia di questa apocalisse 2.0.

Nella loro grande maggioranza infatti, tutti questi discorsi, questi scritti e queste immagini disegnano un’apocalisse del tutto mondanizzata. Mentre le antiche Apocalissi  mettono in discussione il governo secolare del mondo al quale è opposto la venuta del Regno, oggi  l’impero non solo tenta di prendere il suo  posto ma, proprio perché ne conosce la potenza, lo combatte attivamente per annichilirlo. Il primo segno di mondanizzazione dell’attuale apocalittica di governo è l’assenza flagrante di una tensione messianica, forza di liberazione che pure è alla base e al vertice dell’apocalittica giudaico-cristiana. Privata del tocco messianico, l’apocalisse si riduce al racconto di una fine spaventosa del mondo e dell’umanità, senza vie d’uscita, senza redenzione, senza salvezza. Si può solo tentare di differire la fine il più possibile venendo a patti col «mondo», cioè accettando l’assoggettamento alle potenze secolari, ciò che la maggior parte delle volte significa venire a patti con il male.

State a casa. Ubbidite al governo. Non fate e non fatevi troppe domande. Fidatevi ciecamente della scienza, dei ministri e della polizia. Diffidate piuttosto del vostro prossimo. Denunciatelo, quando possibile. E infine, perché no: lo si uccida. Nessuna misericordia.

Please allow me to introduce myself
I’m a man of wealth and taste
I’ve been around for a long, long year
Stole many a man’s soul and faith…

                                                      Rolling Stones, Sympathy for the Devil

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In questa visione delle cose ultime non esiste un «popolo di Dio» ma una massa indistinta, docile e priva di discernimento e che perciò deve piegarsi alla razionalità governamentale e divenire «popolazione», ma non come fosse gregge di un pastore bensì merci per un padrone, quindi rotelle di una macchina, infine numeri dell’Algoritmo sovrano.

Mentre il Messia ama il suo popolo, il governo realmente esistente non solo non è tenuto a provare questo affetto ma, di fatto, elegge la popolazione a essere il bersaglio delle sue politiche le quali, in ultimo, servono a una cosa solamente: la produzione e riproduzione incessante di una società basata sullo sfruttamento e sul disprezzo della giustizia. E, considerato che ci troviamo in acque teologiche, si direbbe che il potere non solo fa del male al popolo, ma lo induce a fare il male «per il suo bene». Il mistero dell’iniquità è un mistero di difficile comprensione, ma è certo che accoglie dentro di sé questo teatro crudele che la modernità capitalistica ha innalzato a suo proprio culto.

L’apocalisse senza Messia è infatti la logica conseguenza di quel «capitalismo come religione» che Walter Benjamin aveva ben identificato negli anni ‘30 del Novecento, un’analisi che è sempre più difficile smentire poiché i caratteri cultuali che Benjamin descriveva come precipui del capitalismo sono ormai espliciti, non richiedono un particolare ragionamento per essere individuati, visti.

Se Benjamin accusava anche Freud, Nietzsche e Marx di collaborare in diversa maniera a questo culto, allo stesso tempo ha sostenuto la necessità di rivolgersi proprio alla teologia per destituire la religione del capitale. Perché? Perché solo la teologia avrebbe permesso di riprendere la carica messianica che poteva opporsi alla mondanizzazione sempre più estrema a cui si stava andando incontro a tutta velocità. Non dimenticò però neanche di dirci che il messianico non può identificarsi e quindi realizzarsi in nessuna forma di governo, pur se questo dicesse di essere la «città di Dio». Nessuna teocrazia e quindi nessun potere secolare è stato, è o sarà mai «santo», l’averlo pensato è stata la fossa che si sono scavata tutti i movimenti rivoluzionari del passato ed è così che la giustizia che reclamavano si è mutata nella sua negazione.

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Gli antichi libri apocalittici, qualsiasi esegeta lo sa bene, sono un modo di leggere la storia e di opporvisi. In quella di Giovanni è facile riconoscere l’impero romano e il culto del suo potere dietro i simboli che l’apostolo ricama con abilità per indicare le potenze dell’Anticristo, dalle quali dovevano difendersi le comunità messianiche dell’epoca. Il potere dominante non è onorato da lui come salvatore, ma guardato come si guarda una bestia immonda. Così era stato per quelle giudaiche e così sarà per le letture apocalittiche che fioriranno successivamente. L’Apocalisse è appunto nient’altro che il disvelamento della storia, ma soprattutto è un esercizio di veggenza consistente nel rintracciare in essa i segni della salvezza, cioè del Regno.

Ecco cosa manca clamorosamente a tutte le narrazioni contemporanee: la consapevolezza che Apocalisse e Regno, devastazione e salvezza, sono compresenti. Così come peccato e santità convivono e lottano tra loro nello stesso essere o nella medesima comunità. La parousia non è mai solo riferita al giorno in cui alla fine di tutto verrà il Messia, ma è la sua presenza in ogni tempo e in ogni luogo. Il Regno viene ma è comunque già qui, in mezzo a noi: cresce. Sì, ci sarà una fine e allora avremo la possibilità di vivere integralmente il Regno, ma se non lo cominciamo a vedere qui e ora non lo vedremo mai, se non lo viviamo adesso, pur fosse per frammenti, non lo vivremo mai. Il tempo del Regno, inoltre, non è quello cronologico della storia, il suo avvento non può essere calcolato da un supercomputer e non è un evento naturale. L’intelligenza di saper scorgere la sua presenza, che è di felicità, fin nei momenti e nei luoghi più abbandonati, più sofferenti, più tremendi è il solo modo di essere apocalittici con verità. Sperare qui vuol dire sentire quella che Benjamin definiva «l’immediata intensità messianica del cuore» che, nel singolo uomo, procede attraverso il dolore che la storia tanto personale che universale porta con sé.

Accettare la falsa apocalisse propagandata dal potere mondano invece non può che portare a disperare di tutto e di se stessi, da qui anche gli orribili discorsi sul suicidio che fanno capolino in diversi pensatori “alternativi” sui quali sembra che il male abbia già stravinto.

La cosa essenziale è capire che la rete di potere temporale, ritagliandosi un’apocalisse su misura, sta cercando di avocare a sé anche quello spirituale – in questi giorni in Italia è riuscita persino a svuotare le chiese, ed è tutto dire –  ed è su questo che la battaglia deve farsi campale, prima che i cedimenti individuali divengano valanga. La prima e irrinunciabile autonomia dev’essere per noi quella spirituale, senza la quale nessun’altra autonomia sarà mai possibile. Da sempre, è tramite la forza spirituale che si costruisce la resistenza al dominio e al male. Essa è la sola e vera verticalizzazione della necessaria orizzontalità della comunità abitabile. Ma, attenzione, non di comunità apocalittiche abbiamo bisogno bensì di comunità messianiche, cioè di comunità profane che elaborino una forma di vita che testimonia della nostra presenza nella storia come irriducibile a questa, perché radicata in un’altra verità che è quella del Regno. Non comunità distruttive bensì destituenti. È così che possiamo aderire a quello che scriveva il giovane Benjamin, ovvero che, sebbene sia solo il Messia a poter dar compimento alla redenzione della storia, «l’ordine profano del Profano può favorire l’avvento del regno messianico» il quale è non lo «scopo» ma il «termine» della storia. Il termine è meno la fine che il compimento. Perciò non bisogna adorare né temere la fine, ma contemplare il compimento che vi è già stato e che continua a ripetersi e nel quale la Legge e la Storia vengono disattivate.

But to live outside the law, you must be honest

Bob Dylan, Absolutely sweet Mary

Anche la morte è compimento e non semplicemente fine: l’eternità soffia attraverso il compiersi di ogni vita e di ogni storia collettiva. La giustizia dell’Ultimo Giorno guarderà a come si è compiuta ogni singola esistenza, compresi il suo inizio e la sua fine, ed essa sarà eternamente beata oppure verrà lasciata al nulla che ha voluto essere. Non siamo ancora in quel tempo, anche se ogni giorno potrebbe essere quello giusto. In questi giorni strani che stiamo attraversando invece si assiste a una inedita – almeno per certi ambienti – fioritura di riflessioni sulla morte la quale, a dispetto della citazione di una infelice frase di Spinoza di cui spesso si fa mostra per apparire più «saggi» degli altri, non solo è degna di meditazione ma di profonda partecipazione. Per vincerla. Altrimenti vince solo la paura.

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Di cosa è fatto quell’ordine profano del Profano che può essere segno della presenza e allo stesso momento dell’approssimarsi del Regno? Dell’amore, della lotta, della fraternità, della sorellanza, del perdono, della sensibilità e della communio che sapremo accogliere e donare perché sappiamo che il Regno è vicino. Null’altro che questa spiritualità diffusa costituisce l’attesa di ciò che viene.