Il collasso è cominciato. È politico.

di Alan Bertho

Questo articolo, edito in origine dalla rivista francese Terrestres, dedicata alle tematiche dell’ecologia, del collasso climatico e delle forme di vita, non è certo quanto di più prossimo, almeno nella parte della prognosi, alla sensibilità che anima il percorso di Qui e ora. Una certa allergia alle ricette ideologiche della sinistra ed al suo vocabolario teorico, di cui il lettore si accorgerà, complicano la possibilità di intendersi, su questo piano, con gli appelli un po’confusi che concludono lo scritto. Tuttavia il lavoro di documentazione ed analisi sul tema delle rivolte contemporanee, che Alain Bertho conduce fin da Le temps des emeutes, annodando il tema della sommossa al tramonto di una certa figura storica della pratica politica, del «Soggetto» e della rappresentazione, presentano un indubbio interesse per ogni interrogazione su questi problemi. L’articolo che segue è una sorta di introduzione al nuovo libro dell’autore, Time over? Le temps des soulevements, appena edito, che riprende il filo delle sue riflessioni precedenti anche alla luce degli odierni spettri del collasso ambientale.

«(…) ma bisogna aver ben presente che l’esaurirsi delle possibilità
di questo mondo significa anche quello dell’azione politica che andava
con lui».

        M.Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice. Il comunismo della destituzione[1]

Non potendo controllare, neanche al prezzo di una repressione sanguinosa, l’immensa sollevazione del suo popolo, il governo cileno annuncia, il 30 ottobre 2019, che rinuncia a organizzare la COP25 originariamente prevista dal 2 al 13 dicembre a Santiago. Qualche giorno prima una petizione era stata lanciata in Francia per il suo boicottaggio, giudicando «cinico e caricaturale organizzare la COP25 sotto la minaccia dei proiettili di un esercito che si è funestamente distinto sotto la dittatura di Pinochet e qualificando come «errore» un modo «di dare così un assegno in bianco a un governo che ha deciso di reprimere con la peggiore brutalità quelle e quelli che vogliono che il sistema cambi per il bene comune». Siamo certo oggi di fronte a due pericoli mortali: la trasformazione della terra in fornace e la violenza di Stati fallimentari e incapaci di farvi fronte.  Questo ci mostra senza orpelli a che punto siamo veramente. Il riscaldamento climatico non è una minaccia a venire. È già cominciato. Ne sentiamo gli effetti in tutti i continenti dove i popoli devono far fronte a dei fenomeni estremi: il lago Tchad e quasi a secco e il Sahara avanza di 600 metri all’anno, dei cicloni di una senza precedenti colpiscono tanto le coste nordamericane che quelle asiatiche, le tempeste distruttrici divengono un abitudine in Francia, senz’acqua il Reno non può più giocare il suo ruolo di autostrada fluviale dell’economia europea…Questo riscaldamento è più rapido e già più distruttore di quanto non lascino intendere le previsioni più pessimiste.

La voce di Greta Thunberg, con le sue parole semplici e dure, parla a nome di tutte e di tutti. L’inazione degli Stati risulta ancora più evidente ed insopportabile. Ma è veramente inazione? La legittimità che perdono i governi su questo terreno è infatti già ben avviata dal loro assecondamento zelante delle esigenze di profitto di un capitalismo finanziarizzato e devastatore.

Dire, come fanno i firmatari dell’appello al boicottaggio, che «giustizia sociale e giustizia climatica sono legate è un eufemismo. Oggi, e da molti decenni, ingiustizia sociale e incuria climatica e ambientale sono le due facce di una stessa logica di sfruttamento distruttore del pianeta e di tutti i viventi. La corsa verso l’abisso è al contempo climatica, ambientale, economica, sociale e politica perché è il prodotto di un dispositivo globale, quello della «governance attraverso i numeri»[2] di un’immensa macchina algoritmica e finanziaria».

Una sollevazione del vivente

 

Indipendentemente dai rapporti degli esperti, dalle promesse di facciata e dai summit mondiali, il capitalismo della catastrofe[3] si sviluppa e impregna oggi il modo di funzionamento delle reti algoritmiche mondiali. «Non c’è più bisogno di un padrone per sfruttare le persone, la tecnologia se ne fa carico», ci avverte il cineasta Ken Loach[4]! Il capitale industriale sfruttava il lavoro vivente. Tutta una storia di resistenze e di conquiste popolari si è costruita su questo paradigma. Il capitale finanziario, quel che noi chiamiamo «neoliberalismo», devasta il lavoro e sconvolge il vivente nel suo insieme.

E mentre la morte avanza, l’interconnessione dei nostri sogni e delle nostre illusioni ci cattura in un altro mondo. L’Utopia internet si è trasformata in incubo[5], a metà strada tra le anticipazioni di Matrix e le visioni di Damasio[6]. Perché se non c’è più bisogno di padroni per sfruttare le persone, non c’è talvolta più bisogno di traders per speculare alla velocità della luce, né di polizia per sorvegliare l’insieme dei nostri fatti e gesti. Ad ogni minuto che passa noi cediamo da soli al Leviatano numerico tutte le informazioni necessarie alla nostra trasformazione in merce e alla nostra intima sorveglianza.

La logica della finanziarizzazione si impone a tutti perché è algoritmica. Si impone agli Stati oggi prigionieri dei loro debiti. Secondo l’FMI, i debiti sovrani presso i mercati finanziari oggi rappresentano il 75% del PIL mondiale. I governi rendono conto delle loro azioni a questi mercati prima di renderne conto di fronte al proprio popolo. Nella misura in cui si riducono i loro margini di manovra, che la loro corruzione diventa più visibile, scoraggiano ai popoli dai cammini moderni dell’azione collettiva, a comiciare dalla politica che non appare più come un mezzo per farsi ascoltare. Questa disperazione è madre della sommossa[7]. Lo stesso termina politica è svalutato. Come ci aveva detto un rivoltoso del 2005 durante un’inchiesta: «questa non è politica, vogliamo solo dire qualche cosa allo Stato[8]».

La sommossa è uno dei momenti in cui il vivente si rimaterializza ed esige il suo diritto[9]. Le sollevazioni che il mondo vive o guarda con siderazione in questo anno 2019, come le sollevazioni precedenti, sono innanzitutto delle sollevazioni dei corpi, quelli degli spazi occupati, degli scontri con le forze dell’ordine. In mancanza di argomenti e di legittimità, la risposta dei governi è sempre la stessa: una repressione sempre più feroce. Se, come nell’analisi di Foucault, «la politica è la guerra continuata con altri mezzi[10]», allora la sparizione della politica caratteristica dei nostri tempi apre alla possibilità di una guerra condotta dai governi contro i propri popoli[11]. Il presidente cileno Sebastian Piňera lo dichiara egli stesso il 21 ottobre: «Noi siamo in guerra contro un nemico potente, implacabile, che non rispetta niente né nessuno e che è pronto a far uso della violenza e della delinquenza senza alcun limite». In fondo il ministro francese dell’Interno non diceva nulla di molto diverso nel pieno della mobilitazione dei gilets jaunes. La violenza della reazione dei governi alle sollevazioni del 2019 è alla misura del panico che hanno loro ispirato.

Questa paura fu palpabile in Francia durante l’ultimo inverno. Lo fu anche in Algeria dove si è visto l’esercito prendere le cose in mano e spingere Bouteflika all’uscita di scena per clamare la strada. Essa è altrettanto reale ad Hong Kong, dove dopo settimane di scontri, il Regno di Mezzo esita di fronte ad una seconda Tien An Men e Carrie Lam, capo dell’esecutivo, annuncia il ritiro del progetto di legge sull’estradizione dal 4 settembre. Perché la paura non si manifesta soltanto con la violenza e la repressione. Si misura dalle concessioni rapide fatte dai governi che non ci avevano abituato ad una tale capacità di «ascolto» negli ultimi decenni. In Equador l’innalzamento del prezzo del carburante è annullato il 15 ottobre benché si integrasse ad un piano di aggiustamento richiesto dal FMI in cambio della concessione di 4,2 miliardi di dollari. È avvenuto lo stesso con l’aumento del costo delle metro in Cile, «sospeso» il 19 ottobre. In Irak il potere propone elezioni e trasformazioni istituzionali. In Libano il Primo Ministro si dimette il 30 ottobre. In Francia le misure annunciate dal Presidente in risposta ai gilets jaunes dal mese di dicembre 2018 si quantificano in 17 miliardi di euro, abbastanza per contribuite a dare una spinta all’economia del paese nelle settimane successive. In Sudan la mobilitazione civile che ha avuto ragione del dittatore Omar-El-Bechir l’11 aprile 2019 ottiene il 4 agosto un compromesso con l’esercito sulla transizione politica.

Come per la sollevazione dei gilets jaunes, questa apparizione disorienta osservatori e analisti che tentano di convocare i vecchi schemi d’interpretazione: rivolta mondializzata?  Premesse di una rivoluzione internazionale? Il giornalista Francois Leglet parla anche di «giletsjaunisation[12]» del mondo[13]

 

 

 

2019: L’anno delle sollevazioni?

 

È vero che l’anno 2019 si apre sulla sollevazione francese iniziata il 17 novembre 2018. Ma da gennaio dei popoli gridavano la loro collera in Venezuela e in Sudan dove cominciava una mobilitazione di lunga lena. A febbraio le città di Haïti si facevano sentire contro il carovita, quelle del Senegal erano il teatro di violenze elettorali. A marzo la gioventù algerina iniziava un ciclo di venerdì di mobilitazione contro «il sistema». Ad aprile cominciava una mobilitazione universitaria in Colombia che si sarebbe prolungata fino all’autunno. A maggio (e fino ad ottobre), la privatizzazione della Sanità e della Scuola metteva l’Honduras a ferro e fuoco. A giugno gli ombrelli invadevano le strade di Hong Kong in ragione di un progetto di legge sull’estradizione. Ad agosto il governo indonesiano faceva fronte a delle sommosse in Papuasia. A settembre gli haitiani cominciavano a reclamare rumorosamente le dimissioni del loro presidente Moise Jovenel mentre gli indonesiani invadevano le strade contro un riforma del codice penale particolarmente rigorista. Il mese di ottobre in queste condizioni assomiglia a un gran finale: sollevazione Oromo in Etiopia contro Abiy Ahmed, primo ministro che ha recentemente ricevuto il nobel, sollevazione in Bolivia contro Evo Morales, presidente rieletto e sospettato di frode elettorale, in Ecuador contro il prezzo della benzina imposto dal presidente Lenin Moreno, eletto nel 2017 sulla base di promesse socialista, in Cile contro Sebastian Piňera e l’aumento del prezzo della metro, a Panama contro una riforma costituzionale che impedisce il matrimonio gay, in Irak contro la povertà e la corruzione, in Libano contro una tassa su WhatsApp, in Honduras contro un presidente, Juan Orlando Hernandez, il cui fratello è stato appena condannato per traffico di droga, in Guinea Conakry contro il terzo mandato del presidente Alpha Condé, in Catalogna contro la condanna dei dirigenti indipendentisti e lo Stato spagnolo. Il 16 novembre l’aumento del prezzo della benzina scatena una fiammata di sommosse in Iran, alle quali il regime risponde con una repressione brutale e il blocco di internet. Una quarantina di città sono coinvolte, tra cui la capitale, Téhéran. In totale, queste mobilitazioni di un’ampiezza e di una durata variabili, ma tutte ugualmente determinate e pronte allo scontro fisico con il potere, riguardano 20 paesi su quattro continenti. È più, in estensione e in durata, che le mobilitazioni del 2011 chiamate allora «primavere arabe». Nel gennaio e febbraio 2011, le sollevazioni tunisine ed egiziane erano durate tutte appena un mese.

Le similitudini sono numerose e sono state descritte a volontà. Come nel 2011, si tratta di sollevazioni che, salvo eccezioni (Etiopia forse), si fanno senza preavviso, cioè senza preparazione, senza organizzazione, senza leader. Sono delle sollevazioni massive e largamente popolari, che impongono la loro presenza fisica con dei cortei o, come nel 2011, con delle occupazioni di piazze (Piazza Tahrir, sit-in gigante in Sudan). I loro repertori sembrano un’eco gli uni degli altri. Sono delle sollevazioni di coinvolgimento corporale, resilienti di fronte alla violenza dello Stato, significative per la messa in pericolo di sé e per la gravità e l’urgenza delle loro esigenze.

Il loro motivo scatenante è sempre molto concreto e legato a una decisione o a delle pratiche governamentali   percepite come una messa a repentaglio della sopravvivenza materiale delle persone e delle famiglie o una rimessa in causa delle libertà: la tariffa dei trasporti o del carburante in Francia, in Ecuador, in Cile o in Iran, una legga liberticida in Indonesia, a Panama o a Hong Kong, delle elezioni poco democratiche in Algeria, in Bolivia o in Guinea, una tassa sulle comunicazioni in Libano.

Queste sollevazioni non sono portate da alcuna ideologia preesistente, nessun progetto politico conosciuto o riconosciuto che le unirebbe, nessuna strategia di tipo rivoluzionario. Ma i prolungano spesso al di là della loro prima vittoria e tentano di organizzarsi nella durata.

Né semplici rivolte senza domani né rivoluzioni alla vecchia maniera, questi movimenti portano una forte esigenza nei confronti del potere: esigenza di democrazia, esigenza di giustizia ed uguaglianza, esigenza di moralità pubblica. In fondo un’esigenza di moralità solidale.

 

 

Una lunga sequenza di rivolte e sollevazioni

Quest’anno 2019 non è un tuono in un cielo sereno. Viviamo dall’inizio del secolo una sequenza particolare segnata dall’aumento di scontri civili nel mondo, sommosse puntuali, inasprimento delle mobilitazioni sociali e sollevazioni di più grande ampiezza. Lo avevo diagnosticato dal 2009[14]. Ne ho seguito la progressione negli anni seguenti, compreso nella sua dimensione terrorista[15].

Sembra chiaro oggi che questa sequenza è legata alla mondializzazione digitale e finanziaria e alle sue tre logiche socio-politiche dominanti: l’accentuazione considerevole delle ineguaglianze, la finanziarizzazione dei dispositivi di governance che alimenta la corruzione delle élites e la messa in crisi dei sistemi politici, in particolare rappresentativi. Quest’ultimo punto è essenziale. In mancanza di sistemi di mediazione tutte le sofferenze, tensioni sociali e conflitti divengono potenzialmente esplosivi. È per questo che le situazioni di sommossa e di scontro sono così diverse nel mondo mentre le loro modalità pratiche e i loro repertori si assomigliano tanto. L’accentuazione delle ineguaglianze e la visibilità crescente della corruzione completano il quadro e minano in modo irrimediabile la legittimità degli Stati, a cui rimane solo la violenza per tentare di farsi rispettare. Al di là della moltiplicazione delle esplosioni locali di collera, l’inizio del secolo è stato segnato da delle sollevazioni alle quali la messa in prospettiva dà retrospettivamente un senso storico.

Due decenni di sollevazioni

 

  • 2001: 19 e 20 dicembre: sollevazione in Argentina contro il FMI, il debito e l’austerità: «Que se vayan todos»[16]
  • 2005: 27 ottobre-17 novembre: sommosse in Francia dopo la morte di due giovani, Zyed e Bouna.
  • 2006: Marzo: mobilitazioni e blocchi contro Il Contratto di Primo Impiego in Francia.
  • 2008 : rivolte contro il caro-vita in Burkina Faso, in Cameroun, in Mozambico (febbraio), in Senegal (marzo), in Bangladesh, in Costa d’Avorio, in Egitto, a Haïti (aprile), in Somalia (maggio).
  • Dal 6 al 31 dicembre: sommosse in Grecia dopo la morte di Alexis Grigoropoulos, ucciso dalla polizia.
  • Marzo: rivolte nel Tibet Cinese.
  • 2009: 13 giugno fino a luglio: sollevazione in Iran dopo la vittoria annunciata di Mahmoud Ahmadinejad alle elezioni presidenziali
  • Gennaio-Marzo: sciopero generale contro il caro-vita nelle Antille francesi.
  • Luglio: sollevazione Ouïghours[17] nello Xinjiang (Cina)
  • 2011: anno delle «primavere arabe»: sollevazione in Tunisia, in Égitto, in Libia, nello Yémen, in Siria, nel Bahreïn, in Algeria, in Giordania, in Marocco.
  • 15 maggio: lancio del movimento degli Indignati in Spagna;
  • Giugno: manifestazioni e sommosse contro la riforma costituzionale in Senegal;
  • 6-11 agosto: sommosse in Inghilterra (Londra, Birmingham, Leeds, Liverpool, Bristol, Salford, Manchester e Nottingham) dopo la morte di Mark Duggan, ucciso dalla polizia.
  • Ottobre: lancio di Occupy Wall Street;
  • Settembre: inizio della rivolta contro la corruzione della città di Wukan (Guangdong) in Cina.
  • «Printemps érable»: mobilitazione studentesca in Québec.
  • Gennaio-Marzo: rivolta contro la corruzione della città di di Wukan (Guangdong) in Cina.
  • Febbraio-Aprile: rivolta contro i progetti idroelettrici in Patagonia (Aysen).
  • 2012-2015: aumento esponenziale degli attentati jihadisti nel mondo.
  • 2013: Maggio-Giugno: occupazione di piazza Taksim a Istanbul e scontri in tutte le città del paese.
  • 21 novembre: inizio dell’occupazione di piazza Maidan a Kiev.
  • Giugno-luglio: mobilitazione contro il prezzo dei bus poi contro la corruzione in Brasile.
  • 2014: Gennaio-febbraio: occupazione di piazza Maidan a Kiev
  • Maggio-Luglio: manifestazioni et rivolte contro il Mondiale a Rio de Janeiro, Recife, São Paulo, Guarulhos, Brasília, Belo Horizonte, Salvador de Bahia, Fortaleza, Curitiba.
  • Novembre-Dicembre: movimento degli Ombrelli a Hong Kong.
  • Agosto: sommosse a Ferguson dopo la morte di Michael Brown, ucciso dalla polizia.
  • Ottobre: sollevazioni in Burkina Faso contro la riforma costituzionale e il quinto mandato di Blaise Compaoré.
  • 2015: Aprile: sommosse a Baltimora dopo la morte di Freddie Gray, ucciso dalla polizia.
  • 2016: Maggio: scontri durante la mobilitazione contro la Loi Travail in Francia. Nuit Debout.
  • Scontri contro la penuria in Venezuela.
  • 2017: Gennaio: 69 rivolte in Messico in ragione del prezzo del carburante.
  • Da aprile a giugno: 109 saccheggi e rivolte in Venezuela contro la penuria e il regime.
  • 2018: Gennaio: 26 sommosse in Tunisia legate al caro-vita.
  • Gennaio: 32 saccheggi e sommosse in Venezuela contro la penuria.
  • Aprile-Maggio: resistenza della Zad di Notre-Dame de Landes.
  • Maggio-settembre: violenta mobilitazione contro Ortega in Nicaragua.
  • Luglio: violente manifestazioni contro la corruzione in Irak.
  • Novembre-Dicembre: sollevazione dei Gilets Jaunes e mobilitazione liceale.

Questo aumento delle sommosse non è lineare. Una prima spinta culmina nel 2011 con le «Primavere Arabe», gli Indignati in Spagna e in Grecia, e Occupy Wall Street. Il settimanale Time  designa allora «The Protester» come personalità dell’anno. Seguono molti anni di mobilitazioni ampie che ne prolungano lo slancio: Québec, Brasile, Cile, Cina, Turchia, Ucraina, Hong Kong, Usa. Poi, dal 2015 al 2017, le sollevazioni segnano il passo, Venezuala a parte, e lasciano il testimone all’esplosione di sommosse localizzate e all’aumento degli attentati. Dal 2018 riprendono in grande stile in Tunisia, Venezuela, Nicaragua, Irak e in Francia, per culminare nel 2019. L’incremento delle mobilitazioni tanto su scala locale che nazionale è anche sempre più violento sia per la repressione di cui sono oggetto che per l’accettazione di uno scontro diretto con il potere da parte dei movimenti.

Scontri durante mobilitazioni sociali, urbane o ecologiste. 2014 2015 2016 2017 2018
Africa 85 63 88 128 187
America 131 140 187 200 161
Asia 56 52 35 51 49
Europa 88 31 140 36 174
Totale 360 286 450 415 571

Stati corrotti, popoli ingovernabili?

 

L’enigma persistente di queste ondate successive di rivolta è la loro assenza di soggettività storica. Esse lasciano l’escatologia rivoluzionaria ai movimenti terroristi, in particolare a Daesh, che si iscrivono per proprio conto in una storicità dell’apocalisse e del giorno del giudizio. Se queste rivolte convergano nella denuncia di un sistema che distrugge il vivente in nime del profitto con la capacità zelante degli Stati, nessuno pone avanti un’alternativa possibile o parte da una denuncia globale. Al contrario il meccanismo è ovunque lo stesso: una decisione di troppo fa traboccare il vaso, l’esigenza di cambiamento è immediata e indirizza allo Stato un’ingiunzione di moralità e di spirito civico. La rivolta morale contro tutti i poteri considerati come unanimemente corrotti e corruttori non si accompagna ad una volontà anarcoide di distruzione delle istituzioni ma al contrario ad una domanda di Stato. La corruzione e l’incompetenza sono l’obiettivo mondiale della collera ed il sostegno di un’idea globale: è il momento che i popoli governino veramente.

Questa crisi di governamentalità si esprime in particolare nella violenza crescente generata dal dispositivo democratico più adatto, da due secoli, a a suscitare pace civile e consenso politico: le elezioni. Come è lontano il tempo in cui il generale De Gaulle poteva mettere fine ad uno sciopero storico ed a un movimento giovanile con tre frasi pronunciate il 30 maggio 68: «Non mi ritirerò. Non cambierò il Primo ministro. Scioglierò oggi l’Assemblea nazionale». La logica si è rovesciata. L’aumento delle rivolte e dei conflitti civili legati alle elezioni parla da sola:

Scontri e rivolte legati alle elezioni 2013 2014 2015 2016 2017 2018
Africa 53 50 92 57 67 70
Asia 47 45 100 62 71 77
America 14 21 54 37 54 42
Europa 1 2 2 10 8
Totale 115 118 248 151 202 197

Tutto il dispositivo di rappresentanza è delegittimato e vissuto come fonte di corruzione. Gli abitanti della piccola città di Wukan in Cina (Gunagdong) ne hanno fatto l’amara esperienza. Dopo aver condotto una lotta difficile, violenta e vittoriosa per ottenere delle vere elezioni locali nel 2012, si ritrovano molti anni più tardi di fronte a degli eletti altrettanto corrotti ci quelli che hanno combattuto. La corruzione non ha colore politico ed alimenta uno sconforto generalizzato. La lotta spontanea e senza tregua dei gilets jaunes francesi contro ogni forma di rappresentanza in seno al loro stesso movimento testimonia dell’ancoraggio profondo di questa convinzione.

La corruzione ha avuto ragione della sinistra e di ogni speranza progressista in Brasile, come ha fatto a pezzi lo Stato Venezuelano. Ciò che avviene oggi in Bolivia è esemplare dei suoi effetti distruttori. Non avendo saputo conservare la sua integrità e legittimità, malgrado un bilancio sociale notevole, il presidente Evo Morales si è dovuto confrontare con una sollevazione anti-frode massiva e violenta. Ma la sua caduta lascia i suoi partigiani della regione di Cochabamba, indigeni e cocaleros[18], del tutto soli di fronte alla repressione sanguinosa del nuovo potere.

La tentazione identitaria

 

La crisi profonda di governabilità si combina con la perdita di ogni visione di un avvenire comune. La minaccia di una guerra di tutti contro tutti si manifesta già, che sia nel modo di lasciar annegare i migranti nel mediterraneo, di farsi la guerra tra sedentari e nomadi a sud del lago Tchad o di rinchiudere i Rohingyas[19] in Bangladesh. L’aumento di intensità della crisi ecologica e climatica ha luogo in un contesto di crescita massiva di scontri identitari che passano da un quinto a un terzo delle sommosse e dei conflitti civili tra il 2013 e il 2018. Tali situazioni sono molto spesso drammatiche. Legate a vecchi conflitti geopolitici (Palestina o Kashmir indiano), che mobilitano paure e odi ancestrali come in India o la paura dello straniero come in Africa del Sud, queste divisioni brutali e spesso sanguinose dei popoli sono facilmente strumentalizzate da poteri pronti a mobilitare la costruzione del nemico per consolidare una legittimità vacillante.

Rivolte e scontri identitari e comunitari. 2013 2014 2015 2016 2017 2018
Conflitti comunitari (religiosi, di villaggio etc) 209 186 245 244 226 277
Vecchi conflitti geopolitici (Kashmir, Israele Palestina…) 258 361 402 579 550 422
Totale 467 547 647 823 776 699
In % nel mondo rispetto agli scontri e alle rivolte nel mondo. 19 25 33 39 35 32

Vittime di pogrom ricorrenti in Birmania, i Rohingyas musulmani dello Stato di Rakhine sono reputati apatridi e tenuti fuori dalla comunità nazionale dalla costituzione del 2008. Nel 2012 il pogrom diviene un affare nazionale di cui è incaricato l’esercito. La lotta antiterrorista e la motivazione ufficiale, in Cina, della persecuzione degli Ouïghours musulmani dello Xinjiang. Arresti, distruzione di luoghi religiosi e legislazioni mirate strutturano la politica di Pechino.

[1] Marcello Tarì, Non esiste la rivoluzione infelice, Roma, Derive Approdi, 2017, p.7.

[2] Alain Supiot, La gouvernance par les nombres, Fayard, 2005.

[3] Naomi Klein, Shock economy: l’ascesa del capitalismo dei disastri, Bur, 2008.

[4] Intervista a l’Humanité, Giovedì, 24 Ottobre, 2019.

[5] Félix Tréguer, l’Utopie déchue, une contre-histoire d’Internet, Fayard, 2019.

[6] Alain Damasio, Les furtifs, La Volte, 2019.

[7] Alain Bertho, Le temps des émeutes, Bayard, 2009.

[8] Inchiesta della MST connaissance des banlieues, Université de Paris 8, janvier 2016 sotto la direzione di Sylvain Lazarus

[9] Romain Huët, Le vertige de l’émeute, PUF, 2019

[10] M. Foucault, Il faut défendre la société. Cours au Collège de France, 1975-1976, Paris, Gallimard – Seuil (Hautes études), 1997, p. 15-16

[11] Alain Bertho, « Guerre, gouvernement, police », in Dire la guerre, penser la paix dirigé par Frédéric Rognon, Labor et Fides, p. 154-160. Alain Bertho, « La fin de la politique ? », in Ethnographiques.org, « L’anthropologie face aux ruptures », mai 2014

[12] Ndt: «gilejaunisation», letteralmente «giletsgiallizzazione», è un neologismo coniato per intendere la diffusa contaminazione innescata dal «momento giallo» rispetto a una molteplicità di sfere e pratiche, a partire da quelle che caratterizzavano in precedenza i movimenti sociali.

[13] RTL 22 ottobre 2019, https://www.rtl.fr/actu/international/emeutes-c-est-la-giletjaunisation-mondiale-affirme-francois-lenglet-sur-rtl-7799299072

[14] Alain Bertho, Le temps des émeutes, Bayard, 2009. Documentario « Les raisons de la colère » in collaborazione con Samuel Luret, documentario 52 minuti, Arte-Morgane prod., diffuso le 9 novembre 2010 sur Arte

[15] The Age of Violence: The Crisis of Policy and the End of Utopia, Verso, 2018. Les enfants du chaos, essai sur le temps des martyrs, La Découverte. 2016. « Rages populaires » , in L’année Stratégique 2015 dirigé Par Pascal Boniface, Armand Colin, 2014. « L’instabilité s’installe », in L’année Stratégique 2014 dirigé Par Pascal Boniface, Armand Colin. 2013.« Le protestataire, personnalité de l’année 2011 », in L’année Stratégique 2013 dirigé Par Pascal Boniface, Armand Colin.2012. « De la colère au soulèvement », in L’année Stratégique 2012 dirigé Par Pascal Boniface, Armand Colin, 2011

[16] «Che se ne vadano tutti»: parola d’ordina delle mobilitazioni.

[17] Ndt: popolo turcofono a maggioranza musulmana sunnita che abita nella regione.

[18] Ndt. Lavoratori nella raccolta della pianta di coca.

[19]Ndt. Gruppo etnico di religione islamica oggetto di costanti persecuzioni.