Formare contro la tecnologia

di marcello tarì

Il volumetto uscito lo scorso mese per la collana Input di Deriveapprodi, Frammenti sulle macchine. Per una critica dell’innovazione capitalistica, è curato da due giovani militanti del collettivo Hobo di Bologna, Giuseppe Molinari e Lorisa Narda. Non è il primo e non sarà l’ultimo dei volumi pubblicati a cura di questo collettivo che tra le sue attività, direi costitutive, conta appunto la formazione. In concreto si occupano dell’organizzazione di seminari, incontri e laboratori tematici nei quali, volta a volta, si confrontano differenti approcci a uno stesso fenomeno e che infine si condensano in pubblicazioni destinate a una discussione allargata.

Nel caso specifico di questo lavoro seminariale, tuttavia, i differenti interlocutori devono intendersi come facenti parte di una medesima famiglia, il postoperaismo cioè, operazione che se da un lato può favorire l’apprezzamento delle sue differenze interne, dall’altro limita il raggio di visione e a mio avviso non permette di affrontare fino in fondo le aporie che i curatori stessi rilevano in quella scuola di pensiero. In ogni caso ciò che mi premeva sottolineare è la questione della “formazione”, così come praticata dal gruppo bolognese.

Tale questione è importante perché ha molto a che fare con la tematica svolta in questa raccolta di contributi (di S. Cominu, A. Fumagalli, F. Bifo Berardi, C. Marazzi, F. Chicchi e M. Lazzarato, oltre all’introduzione dei due curatori), ovvero quella della critica della tecnologia e del macchinismo all’epoca del capitalismo digitale. Voglio dire, anticipando sulle conclusioni, che l’operare una formazione, un “dare forma” alla soggettività tramite le conoscenze, la discussione e l’elaborazione del pensiero, è sicuramente una tecnica, può diventare una macchina e infine può anche divenire una tecnologia. Ma attenzione: può divenire vuol dire che macchinismo e tecnologizzazione non sono uno sviluppo necessario, questa la cosa importante da tenere a mente.

Fin dal titolo del volume è evidente la dimensione marxiana della riflessione propostaci, con riferimento a quel “Frammento sulle macchine” contenuto nei Grundrisse di Marx che ha costituito nei decenni passati un passaggio cruciale nell’elaborazione italiana attorno alla comprensione dello sviluppo capitalistico e del suo sabotaggio. Un frammento testuale sul quale si sono esercitate generazioni di esegeti, fino a diventare una sorta d’oggetto di culto filologico. Qui ci viene riproposto come prisma attraverso il quale leggere le trasformazioni più recenti nella produzione capitalistica – dalla robotica all’intelligenza artificiale, dalla cibernetica alle biotecnologie – e, seppur solo in piccola parte, ricavarne dei suggerimenti per la sua sovversione. Non è un’operazione abusiva poiché Marx è ormai da tempo un classico alla stregua di Aristotele, nel senso che sono ancora autori inaggirabili per la comprensione del nostro mondo. Il problema, piuttosto, consiste nel fatto che nella lettura della tecnica, delle macchine e della tecnologia non ci si può esimere dal considerare i contributi di altri “classici” come, solo per citarne alcuni, Heidegger e Benjamin, la teologia scolastica e Illich. Onestamente non si capisce come si possa costruire un discorso solido evitando con una accuratezza che ha del maniacale tutti quei grandi autori che hanno elaborato un pensiero sulla tecnica non tanto al di là o al di qua del marxismo, ma al di là di una sua corrente. La debolezza del postoperaismo, di fatto, risiede in gran parte nella sua ingiustificata pretesa di autosufficienza e non è a caso, credo, che alcuni tra i suoi cultori cerchino di sfuggirgli tramite la frequentazione extra ecclesiam di altre tecniche, appunto, come la psicanalisi o le pratiche artistiche.

Venendo ai contenuti del libro. L’introduzione dei due curatori, coadiuvati da Guido Borio, indica le coordinate teoriche nelle quali sono invitati a esprimersi i diversi contributori, cioè la linea “classicamente” operaista Marx-Alquati-Panzieri, ma propone anche alcune definizioni, ad esempio a proposito della macchina, la quale viene definita «un dispositivo che moltiplica le forze», un «sistema complesso» dotato di un suo linguaggio e costruito attraverso «l’espropriazione di conoscenze umane». Da tutto ciò viene anche la conclusione, forse un po’ affrettata, che la macchina sia «un organismo vivente».

Il lavoro di Romano Alquati gli serve a mostrare il superamento del taylorismo, a partire dagli anni ’60, e a criticare la lettura del cosiddetto lavoro cognitivo in ambito postoperaista. A questa corrente viene sostanzialmente rimproverata la tendenza a immaginare l’attuale configurazione della cooperazione sociale come già autonoma dal capitale, il quale avrebbe a questo punto solo una funzione parassitaria. In breve, come accaduto già nelle analisi dei decenni scorsi, la composizione tecnica della produzione (sotto il capitale) si esprimerebbe immediatamente in quella politica dei lavoratori, si tratterebbe quindi semplicemente di togliere di mezzo il comando capitalistico e appropriarsi delle macchine e della tecnologia così-come-è, al limite accelerandone lo sviluppo. Conclusione prometeica quest’ultima che comporta non tanto dei problemi teorici, ma di insufficienza etica.

Se Salvatore Cominu riprende la lezione di Romano Alquati per indicare alcune indicazioni di metodo per «una possibile inchiesta su soggettività proletaria e macchinizzazione digitale», puntando sul concetto di «ambivalenza», Andrea Fumagalli ripropone il nucleo del suo lavoro decennale sul «capitalismo bio-cognitivo» per condurlo verso la definizione della finanziarizzazione come una forma di biopotere. Bifo invece continua nella sua “grande narrazione” del crollo della modernità come apocalissi compiuta, dovuta a suo avviso dalla disconnessione delle macchine dal corpo, mentre Federico Chicchi, in una intervista dei curatori, cerca di rispondere alla critica, proveniente in origine da Mario Tronti, verso il paradigma postoperaista, il quale non sarebbe riuscito mai ad emendarsi da una prospettiva ottimistico-progressista, per la quale ogni innovazione tecnologica è comunque un balzo nel comunismo. Chicchi propone che si possa sciogliere la cosiddetta ambivalenza della tecnologia opponendo alla logica della prestazione tipicamente neoliberale una «dell’arricchimento del vero potenziale della vita», potenzialità che però rimane nel vago, tranne l’accenno ad una possibile logica umana desiderante (leggi: l’inconscio) irriducibile alla tecnologia. Tornando a Bifo, bisogna constatare che per quanto gli esiti apocalittici del suo discorso siano disturbanti per la doxa postoperaista, la sua analisi parte in ogni caso dalle medesime premesse di quella e forse proprio per questo non riesce a pensare nulla di meglio che una positiva estinzione dell’homo sapiens tranne, come in uno dei suoi ultimi articoli, la solita speranza nella politica.

Oggi questa speranza, condivisa da molti postoperaisti, risiederebbe nell’elezione di Sanders che non si capisce perché dovrebbe cambiare le sorti di un pianeta che, a suo stesso avviso, sarebbe ormai moribondo e in preda alla demenza. Il caso di Bifo mostra bene qual è il rischio di un’apocalittica priva di ogni tensione messianica e che, quando applicata alla tecnologia e al macchinismo, non può che concludersi nell’oscurità più totale, anzi in un vero e proprio culto del suicidio. D’altronde nessuno tra i pur diversi postoperaisti ha mai colto l’importanza di cercare in quell’“oltre” messianico sul quale invece Tronti batte e ribatte da anni. Dico “cercare” e non semplicemente “accettare” le conclusioni trontiane. Per quanto riguarda l’intervista a Christian Marazzi non mi viene in mente nulla. Invece è di grande interesse l’intervista che chiude il volume, quella a Maurizio Lazzarato il quale, riprendendo da un lato il lavoro di Deleuze e Guattari a proposito del concetto di macchina sociale/macchina tecnologica, dove la prima è prima in ogni senso rispetto alla seconda, poi di macchina da guerra come grimaldello di una vera e propria filosofia della storia polemologica, e dall’altro quello di Foucault sulla guerra civile, propone un modo di guardare alla storia moderna in realtà già molto ben delineato da Tiqqun venti anni fa e reso popolare dal Comitato invisibile  – e chissà, al di là di quello che se ne pensa, se lui e qualcun altro si fossero accorti prima delle ragioni della stasiologia tiqquniana magari si sarebbe guadagnato del tempo prezioso che oggi sembra difficile da recuperare, almeno in Italia. In breve, e non è cosa da poco, quella basata sulla guerra civile sostituisce la lettura del conflitto derivante dal materialismo storico.

È corretto poi l’appunto che Lazzarato fa all’operaismo, ovvero che è sempre stato eurocentrico mentre il capitale è sempre capitale-mondo, e quindi sulla sua sottovalutazione del fatto che tutte le rivoluzioni moderne di stampo socialista sono avvenute in paesi extra-occidentali e sicuramente tra i meno tecnologicamente avanzati. È strano però che nemmeno Lazzarato ritenga che questo dato forse si debba in buona parte e al di là di ogni teoria al fatto che in quei paesi, tramite la rivoluzione, si cercava, almeno all’inizio, proprio di resistere alla imposizione della “società” (con tutta la metafisica tecnologica che va insieme) sulle loro forme di vita tipicamente comunitarie. D’altra parte lo stesso Marx, il Marx etnologo e simpatizzante dei populisti russi, aveva colto il potenziale rivoluzionario della comunità. Il fatto che poi la rivoluzione nell’URSS si sia rovesciata in guerra della società e della tecnologia contro le comunità e i loro modi di vita non invalida la questione, al contrario.

Questo nodo società/comunità, a suo tempo teorizzato in senso rivoluzionario da Landauer, proprio per via della catastrofe galoppante è d’altronde oggi ben presente nelle lotte in corso, anche nei paesi più compromessi sotto il profilo della governamentalità tecnologica, basti pensare alla Francia o al Cile. Ma la sinistra è analfabeta da sempre nei confronti della comunità, tra le grandi istituzioni solo la chiesa cattolica ha mantenuto, malgrado tutto, una pratica comunitaria che fa resistenza alla mondanità totalitaria della società automatica-no anima, per parafrasare i CSI. Infine dà molto da pensare l’analisi che Lazzarato fa degli attuali sistemi di governo democratici i quali, spinti dalla crisi che loro stessi hanno prodotto e dall’impossibilità di assorbire il proletariato eccedente, tendono invariabilmente a una nuova forma di fascismo postmoderno, raggiungendo così quella di un altro analista, il danese Rasmussen (La controrivoluzione di Trump. Fascismo e democrazia, ed. Agenzia X).

Il grande errore della metafisica occidentale, anche di quella marxista quindi, è contenuto interamente in questa frase tratta dall’intervista a Fumagalli: «La tecnologia, come la moneta, è uno strumento. Per valutare l’efficacia di uno strumento è necessario definire il fine per il quale è usato». Pensare la tecnica in quanto insieme di strumenti funzionali e quindi di mezzi per un fine è l’errore che l’Occidente compie almeno fin dal Medioevo, con infine una svolta che gli imprime una direzione “ingegneristica” tra XIX e XX secolo, elaborata all’inizio soprattutto in Germania, e che ci ha portati all’attuale stato catastrofico del mondo, dei corpi e delle anime. Ogni tecnica, infatti, fuori da ogni nichilismo, dovrebbe essere pensata alla stregua di un operatore etico.

In generale, invece, quando si dice strumento si sottintende vi sia già un soggetto che ha di fronte a sé un mondo cosificato in cui lo strumento, di per sé “buono” o comunque neutro, sarebbe la mediazione tra i due ma in balia della volontà di potenza del primo. Si suppone così che cambiando il fine per il quale lo strumento viene utilizzato, ciò comporti magicamente la trasformazione sociale agognata. A chi ancora sostiene una simile prospettiva pare che la storia del socialismo reale non abbia davvero insegnato nulla. Invece, se la si intende eticamente, ogni tecnica è da sempre etopoietica e cosmopoietica, cioè crea nel bene e nel male dei mondi e delle soggettività. O li disfa. È solo in questo senso che si può dire che nessuna tecnica è neutrale.

La maniera in cui si cancella nella modernità il valore etico delle tecniche è appunto la tecnologia. In Ai nostri amici il Comitato invisibile, in un capitolo dedicato alla lotta contro la digitalizzazione della vita, propone di considerare le tecniche come parte essenziale del processo di ominizzazione e dunque di configurazione dei diversi rapporti al mondo, ovunque e in ogni tempo, e la tecnologia come la moderna espropriazione delle comunità dalle loro tecniche, ridotte così a strumenti i quali poi vanno a formare un “sistema” attraverso il quale i mondi vengono ridotti a un solo mondo, quello del capitalismo ovviamente. Le tecniche sono molteplici e hanno costituito storicamente un molteplicità di rapporti al mondo, la tecnologia è il mondo del capitale punto.

Ecco allora l’importanza che all’inizio segnalavo sul prestare attenzione alle tecniche che noi stessi mettiamo in campo, come ad esempio la “formazione” praticata dal collettivo Hobo.

Intesa eticamente operare una formazione significa configurare un regime di soggettività e di rapporto al mondo, ma se accade che, come può succedere per ogni altra tecnica, venga pensata in termini strumentali e agita sotto il profilo dell’efficacia e della produttività, può divenire una macchinizzazione tecnologica, cioè produrre un livellamento e un impoverimento della soggettività e del suo mondo. E siccome il regime di soggettivazione sotteso a quella formazione sappiamo che è quello dei “militanti”, capiamo anche quanto la felicità del mondo che questi andranno a costituire dipenda da questa sensibilità e attenzione. Una formazione autonoma, dunque, non può che essere indipendente dalla norma tecnologica, dall’innovazione, anzi dovrebbe esercitarsi a interromperla, «creare dei vacui di comunicazione» diceva il Deleuze negativo, e riappropriarsi delle tecniche che non sono altro che le arti della vita. È in questo senso che  le tecniche possono avere un valore “messianico”, cioè quello di riparare il mondo e noi stessi: la saggezza delle comunità contro la stupidità della società.