Falene XXI-XXII

XXI. A Posto

I punti di sutura si erano rimarginati. Il vortice s’era richiuso su di sé, a coprirlo una calmeria di velluto senza la minima increspatura.

F era tornato alla sua piccola fiamma.

Gli anni erano passati. Con il cane aveva funzionato.

F e la traduttrice di inglese, Agata, si erano sposati, avevano messo su famiglia.

Nacquero due figli, perché bisogna farne due, così si fanno compagnia e il primo non cresce viziato o mitomane, e quattro poi è il numero giusto per una famiglia.

Erano felici.

Era fiero di non aver avuto bisogno di una clinica specializzata per poter vivere appieno la propria normalità, la propria vita piccolo borghese.

Non c’era nulla di cui vergognarsi. Siamo tutti piccolo borghesi. Anche i ricchi, anche i poveri. Non è più una questione di soldi.

Più nessuna scatola da scarpe. Nessun senso di oppressione o soffocamento.

Ogni mattina F si alzava dal letto ringraziando per quella sua seconda possibilità. Ringraziava per la sua riabilitazione, per il suo recupero. Ringraziava per la sua compagna di vita, per i figli meravigliosi, ringraziava per la salute di tutti loro, per la sicurezza di una casa, di un lavoro, per un’idea di futuro.

La banca aveva concesso un prestito così avevano comprato un appartamento abbastanza grande in cui far crescere i figli. Un maschietto e una femminuccia, così diceva quando qualcuno gli chiedeva di loro. La gioia della sua vita.

C’era anche una striscia di cortile attorno al palazzo dove scendere ogni tanto a far sgambare i bambini. Nel quartiere c’erano diverse aree sgambatura per bambini, a dir la verità erano di più quelle per cani, e il loro bastardino ne era contento, ma comunque non ci si poteva lamentare, erano finiti proprio in un bel quartiere, non troppo lontano dal centro, ben servito dai mezzi, con tutti i servizi e i negozi nel raggio di qualche centinaio di metri.

La città era una culla in cui poter sognare infinite possibilità.

Il sabato pomeriggio si andava tutti insieme a fare la spesa al centro commerciale. La domenica, se c’era il sole, si andava in campagna a cercare un po’ d’erba vera per i bambini. Gli altri giorni mamma e papà in ufficio alla Transalp Logistic, che nel frattempo era cresciuta e contava più di venti dipendenti, e i bambini affidati alle cure dello Stato. La sera si mangiava insieme con la televisione spenta. Poi le favole della buonanotte. Ogni tanto si andava al cinema tutti assieme e d’estate al mare per due settimane. In campeggio i bambini si divertivano come dei matti.

Sì, erano felici. E felici davvero.

Non fu dunque difficile per F lasciarsi alle spalle il suo passato, i ricordi della latitanza e del processo. Non per consegnarli all’oblio, ma per archiviarli, da buon impiegato, in un classificatore Leitz sepolto in un qualche scantinato umido e polveroso.

Li conservava laggiù come si conservano le bollette pagate, quasi si ignora la loro esistenza, eppure la piccola porzione di cubatura di cui necessitano nell’economia dello spazio di una casa continua a essere riservato loro ché non si sa mai che qualcuno non venga a chiedere conto di un pagamento in arretrato. Lui era a posto con i pagamenti, era in regola.

Ogni tanto ripensava a quella parola: impiego.

Non gli faceva più alcun effetto. Era riemersa dal mondo sotterraneo dell’origine per riprendere la sua abituale vita di parassita annidato sull’epidermide delle cose.

Ogni tanto accade che qualche parola sprofondi sotto la superficie, che il parassita trapassi la pelle e trovi la strada per il midollo delle cose: allora si veste di una livrea impensata, la  larva si fa pupa e la pupa sboccia in farfalla e la parola, dal fondo, illumina la cosa di una luce nuova e si specchia in quella luce e si scopre molto più che suono e abitudine, allora la sua eco rimbalza lungo le pareti del tempo fino all’origine e ad ogni urto si riscalda e scintilla e illumina il pensiero che le fece da avanguardia. Ma accade anche che il pensiero si rabbui, che la scintilla si spenga, che l’eco si perda, che la farfalla muoia, che la parola si dimentichi dei suoi viaggi avanti e indietro lungo i secoli e ritorni a parassitare la cosa, abitudine sorda, inebetita dalla corrente superficiale di parole naufraghe, come lei, dell’origine.

L’impiego, il suo essere impiegato, non significava più altro che un lavoro, uno stipendio, un posto fisso e sicuro grazie a cui pagare il mutuo e mantenere i propri figli.

E in quanto alla letteratura, la sua vecchia passione, il fuocherello continuava a bruciacchiare nei ritagli di tempo che la vita, l’impiego, gli concedeva. Ed era un bene che non potesse dilagare. Benché non facesse altro che lamentarsi di non avere abbastanza tempo a disposizione per scrivere, un giorno Kafka scrisse sul suo diario: “…posso essere ben contento del mio posto presente e devo soltanto guardarmi dall’avere tutto il tempo libero per la letteratura.[1]

Anche F ora era ben contento del suo posto alla Transalp Logistic, con quel posto si poteva proprio considerare a posto. Altro che posto fesso e posto fossa, trovare il proprio posto non è certo cosa da buttar via per un capriccio momentaneo, per qualche grillo guastatore che zompa per la testa.

Era un bene che rimanesse così poco tempo per la letteratura. In fondo era stata la letteratura a mettergli in testa quel grillo; senza letteratura non ci sarebbe stata colpa né processo.

Ora occupava nei suoi pensieri uno spazio molto più modesto, una piccola stanza ben arredata in cui trascorreva di tanto in tanto qualche piacevole momento di svago. Nulla più.

A volte si sorprendeva a sorridere della serietà di cui un tempo l’aveva ammantata.

Non c’era niente di meno serio della letteratura.

Forse ora sì che era pronto per scrivere, si diceva ogni tanto.

XXII. Calunnie

Qualcuno doveva aver calunniato F poiché senza che avesse fatto alcunché di male una mattina venne arrestato.

F non si capacitava: erano anni ormai che rigava dritto, era stato fedele al suo impiego e amava la sua vita, Agata, i figli, la loro casa.

Quella mattina una pulce di coscienza infiltrata nel sonno gli stava insinuando una domanda a proposito della sveglia che, nonostante la luce ormai trionfante nella stanza, continuava a non suonare. Più di una volta ignorò la pulce poi cedette alla sua petulanza e si svegliò.

Allungò il braccio destro in cerca di Agata. La sua parte di letto era vuota e perfettamente riordinata, come se nessuno ci avesse dormito dentro.

– Nell’attesa ci siamo permessi di rigovernare.- disse una voce nella stanza.

F si alzò di scatto a sedere.

Due giovani uomini sedevano ai piedi del suo letto.

Indossavano entrambi un completo a losanghe colorate. Sembravano due Arlecchini.

– Chi siete? Cosa ci fate nella mia stanza? – chiese F tra il minaccioso e lo spaventato.

– Non si preoccupi, prima di seguirci ha tutto il tempo per vestirsi e fare colazione.

Parlava solo uno dei due figuri, l’altro sorrideva compiacente.

– E perché mai dovrei seguirvi? E dove poi? – F era sicuro di sé, non aveva fatto nulla di male, non aveva nulla da nascondere. Era stato assolto e il suo passato da latitante era sepolto da tempo in qualche classificatore Leitz. Cosa volevano quegli uomini?

– Dov’è Agata? Dove sono i miei figli? – incalzò F con tono deliberatamente deciso e alterato.

– Non si preoccupi per loro – intervenne quello che fino ad allora era rimasto in silenzio – sono al sicuro ora. Sono già stati riassegnati.

A quelle parole F si fece prendere dal panico. Scese dal letto e andò incontro ai due figuri col proposito di uscire dalla stanza e di cercare la sua famiglia. Iniziò a gridare: – Agata! Agata! Andrea! Anita!

I due ragazzotti colorati si alzarono dalle sedie e si misero uno accanto all’altro davanti alla porta con l’evidente intenzione di impedirgli di uscire. Ora F ebbe modo di osservare attentamente i loro volti. C’era un ghigno sinistro, a metà fra il riso e il pianto.

– Si calmi – disse con tono pacato e indulgente quello che aveva parlato per primo – Non sono più in questa casa. Ora sono al sicuro.

– Fatemi uscire da questa stanza!  Digrignò F, lanciandosi verso di essi ma ben sapendo che non era nella condizione di dare alcuna  disposizione.

– Si vesta e usciremo insieme. – lo invitò con garbo il primo Arlecchino.

F si arrestò. Decise di acconsentire alla richiesta per uscire da quella stanza senza problemi e poter vedere il resto della casa. Si tolse il pigiama e indossò i primi abiti che gli capitarono tra le mani.

– Possiamo uscire ora? – chiese F stizzito una volta che ebbe finito.

– Ma certo, è ciò che desideriamo! – rispose il solito.

I due si scostarono e fecero passare F che non appena uscito dalla camera da letto iniziò a correre per tutte le stanze alla ricerca della sua famiglia.

L’appartamento era lo stesso della sera prima. C’erano ancora i piatti sporchi della cena a bagno nell’acquaio e la lista della spesa, scritta prima di andare a dormire, sulla tavola della cucina. Ma dei suoi cari nessuna traccia. Anche i letti dei figli erano stati rifatti.

– Dove sono? Dove li avete portati? – chiese F con un crescente senso di angoscia.

– Come le abbiamo già detto – rispose con estrema gentilezza il primo Arlecchino – sono stati riassegnati e sono al sicuro ora.

– Ma cosa significa tutta questa storia? – sbottò F – Cosa vuol dire che sono stati riassegnati e perché continuate a dire che ora sono al sicuro? Perché dite “ora”?

– Cosa ne dice di fare colazione? – intervenne sorridente il secondo Arlecchino – Le abbiamo portato i biscottini allo zenzero, come piacciono a lei.

– Non ho nessuna voglia di fare colazione. E i biscotti allo zenzero non mi sono mai piaciuti. – rispose prontamente e con fierezza F – L’unica cosa che voglio è capire cosa sta succedendo. Esigo delle spiegazioni! – Quest’ultima affermazione gli parve un po’ troppo audace già nell’istante in cui gli stava uscendo di bocca. Ma ormai era uscita e doveva reggerne il peso.

– Impiegato F, – cominciò con fermezza il primo Arlecchino senza perdere tuttavia la calma che l’aveva contraddistinto fin dall’inizio – lei non è nelle condizioni di esigere alcunché. Se lo desidera può non fare colazione, in tal caso la invitiamo ugualmente a spazzolarsi i denti, senza dimenticare lo scovolino, e a seguirci immantinente fuori da questa unità abitativa. E la informiamo anche, e ci perdoni se siamo in questo frangente troppo espliciti, ma a questo punto i suoi modi riluttanti e, ci consenta, un po’ ostili, ce lo impongono, che lei non può non seguirci.

Il tono con cui l’Arlecchino pronunciò la parola “impiegato” gli fece tornare subito alla mente l’Aula di Giustizia.

– Che significa che non posso non seguirvi? Chi siete voi? E perché non rispondete alle mie domande? – Le sue richieste erano più che ragionevoli, perché mai si ostinavano a eluderle? In fondo desiderava soltanto capire. Era un bravo impiegato ora, un padre, un marito, una persona senza grilli per la testa, e per di più felice: perché lo stavano sottoponendo a quell’incubo?

– Se non vuole mangiare i suoi biscottini allo zenzero, la invitiamo a seguirci. Noi non siamo addetti alle spiegazioni.

I due si avvicinarono ad F e lo presero a braccetto da una parte e dall’altra senza che lui potesse fare alcunché per sottrarsi. Lo accompagnarano in bagno dove assistettero in silenzio alle sue operazioni di igiene dentale.

Quando ebbe finito F borbottò:

– Voi non mi state invitando a seguirvi. Me lo state ordinando.

– Non fa alcuna differenza – osservò sorridendo il secondo Arlecchino.

F si risolse a non opporre resistenza e si lasciò trascinare fuori dal suo appartamento.

Con la mano libera il primo Arlecchino girò il pomello della porta  d’ingresso.

Ormai sulla soglia F si voltò a salutare le stanze in cui per la prima volta nella sua vita non si era sentito una scarpa spaiata in una scatola da scarpe. In cuor suo sapeva che non ci sarebbe più entrato.

[1]Franz Kafka, Diari vol 1, op. cit.,  p.176