L’Appello di Landauer

Gustav Landauer fu un rivoluzionario, un agitatore, un poeta. Una figura straordinaria, emersa in quel frangente di sconvolgimenti e fatti eccezionali che fu la Germania del primo dopoguerra, figlio di quegli anni epocali anche nella stranezza e anomalia del suo profilo intellettuale. Amico di Martin Buber, fondatore dell’Alleanza socialista, militante anarchico, affascinato dal misticismo di Meister Eckhart e dal messianismo ebraico. Nel 1907 scrive La rivoluzione, dove disegna la propria concezione dell’andamento storico come alternarsi di momenti topici, in cui una forma unitaria del legame comunitario e spirituale della società vige saldamente, e utopici, segnati dall’esuberanza del cambiamento violento e distruttivo, come il processo della dissoluzione moderna dopo il tracollo dell’ordine medioevale. Quelli che pubblichiamo di seguito sono alcuni estratti dell’introduzione alla seconda edizione dell’Appello al socialismo, la cosiddetta Revolutionausgabe (edizione della rivoluzione) del 1919. il libro era apparso originariamente nel 1911  e riproduceva una conferenza pronunciata da Landauer nel 1908. Il testo dell’introduzione è redatto da Landauer poche settimane prima della morte, inflitta dai corpi franchi che schiacceranno nel sangue la rivoluzione consiliare bavarese.

Proprio quest’anno viene pubblicata la prima edizione italiana, curata da Gianfranco Ragona per i tipi di Castelvecchi. Gli scritti di Landauer non sono certo privi di ombre ed ingenuità e non ci sfuggono i punti deboli di alcune sue formulazioni. La difesa delle proudhoniane «banche di scambio», un approccio al problema della violenza talvolta semplicistico ed una concezione quasi organica del legame comunitario rientrano certo nel novero di questi limiti. Altrettanto discutibili sono i termini, ancora interni al linguaggio della produzione, del credito e dello scambio economico, con cui descrive suoi progetti di avvenire socialista, oppure la sua idealizzazione un po’acritica del lavoro o del mondo rurale. Tuttavia Landauer conserva una grande importanza in una genealogia dell’idea della «comune», quale «comunità di comunità» e forma nucleare della rivoluzione, in un recupero creativo e lirico delle idee di Kropotkin. Ma non soltanto. Per il suo notevole valore letterario, la sua invocazione dello spirito, la creatività e l’invenzione artistica come qualità rivoluzionarie, Landauer non può che starci simpatico. Nella sua ostilità alle tristi formulette pedagogiche per le masse popolari, al gergo arido del determinismo scientifico, ai dogmi professorali, nell’ingenuità profetica del suo trasporto, pagato a caro prezzo, lo sentiamo come uno dei nostri. Per l’insistenza sulla tensione instancabile, nel fare i conti con la sconfitta, fallire meglio e ancora. Scriveva nel suo Appello, con toni benjaminiani: «[…] l’attesa di un presunto momento opportuno che la storia ci dovrebbe consegnare, ha spostato sempre di più l’obbiettivo, l’ha spinto nell’oscurità, facendolo sfumare lentamente. La fiducia nel progresso e nello sviluppo ha nascosto il regresso, e passo dopo passo lo “sviluppo” ha forgiato le condizioni esterne ed interne alla barbarie, rendendo sempre più remota la possibilità di un grande cambiamento». In questo senso dell’urgenza e dello slancio immediato, nell’idea della rivoluzione come realtà sensibile, quotidiana, presente, sta il motivo per ricordarsi di Landauer, come compagno di partito prima che come pensatore. Buona lettura.

La rivoluzione non è giunta nel modo in cui avevo previsto, ma la guerra sì, è arrivata proprio come mi aspettavo: in essa avevo scorto in anticipo il crollo e la rivoluzione che si preparavano inesorabilmente Mi esprimo con autentica e sconfinata amarezza: è chiaro che nell’essenziale avevo ragione in questo «Appello» e negli articoli del mio «Sozialist» In Germania una rivoluzione politica non c’era mai stata; ora in vece essa è compiuta, e una reazione, in cui covano i nuovi poteri del privilegio, potrebbe sorgere soltanto se i rivoluzionari non saranno in grado, prima di tutto, di dar origine a una nuova economia e, in secondo luogo, di creare forme inedite di libertà e autodeterminazione. Nella prassi politica, i partiti socialdemocratici e marxisti di ogni tendenza non si dimostrano all’altezza della situazione: non sono in grado di dare forma all’umanità e alle sue istituzioni popolari, di fondare un regno del lavoro e della pace. E ugualmente non giungono alla comprensione teorica dei fatti sociali. Ne hanno data un’ampia e terribile dimostrazione prima, durante e dopo la guerra, dalla Germania alla Russia, con l’entusiasmo militarista e l’insulso governo del terrore, inadeguato a creare alcunché: tra essi si nota un’affinità essenziale, e c’è stata addirittura una stranissima alleanza. Se però è vero, come suggeriscono alcune notizie di cronaca, che alimentano il nostro trepidante desiderio e la nostra speranza, fremente di fronte a tanta grazia e al miracolo, che i bolscevichi russi, la cui crescita è simile, ma più esplosiva, a quella di Friedrich Adler in Austria, di Kurt Eisner in Germania, hanno superato se stessi, il proprio dogmatismo e la loro sterile prassi, dando priorità alla federazione e alla libertà rispetto al centralismo e all’organizzazione autoritaria e militare del proletariato; se è vero che i bolscevichi sono diventati creativi e hanno sconfitto il proletario industriale e il professore di morte presente in loro, partendo dallo spirito del contadino russo, lo spirito di Tolstoj, cioè dall’unico spirito eterno, ciò non si deve in realtà al marxismo, ma piuttosto al genio celeste della rivoluzione, il quale, sotto la solida presa e il rapido incalzare della necessità, rivela strati sepolti nel profondo, specialmente dell’uomo russo, e apre sorgenti segrete di forza inconscia.

Emma Bormann, I Funerali di Kurt Eisner

Il capitalismo, dal canto suo, non ha mostrato quel fervore per lo sviluppo che lo avrebbe dovuto trasformare, bravo bravo, lentamente, nel socialismo, e non ha neppure compiuto il prodigio di partorire il socialismo dal suo crollo rovinoso. E come ci si poteva aspettare che il principio del male, dell’oppressione, della rapina e della routine filistea facesse miracoli? In questi tempi, mentre il solito tran tran diventa una piaga maligna, lo spirito dev’essere ribellione. E fa i miracoli: li ha compiuti cambiando in una notte la costituzione dell’impero tedesco, riducendo una struttura statale, che i professori tedeschi avevano considerato inviolabile e sacra, a episodio del passato dell’aristocrazia terriera e industriale di quella nazione. Tutto crolla, e il socialismo è l’unica salvezza. Esso non è certo un fiore sviluppatosi a partire dal capitalismo, ma piuttosto l’erede e il figlio ripudiato che aspetta alla porta… dietro la quale imputridisce la salma del padre putativo. Il socialismo non può essere rappresentato come un vestito da festa messo sul bel corpo della società all’apice della ricchezza economica nazionale: il socialismo dev’essere creato quasi dal nulla, nel caos. Ho formulato l’appello al socialismo al culmine della disperazione, ma da quella disperazione ho attinto grande speranza e una gioiosa determinazione. Così facendo, la disperazione che io e quelli come me portavamo nel cuore non è diventata una condizione permanente. A coloro che devono iniziare a edificare, non manchino speranza, desiderio di lavorare, conoscenza e tenace creatività. […] A questo punto vorrei fare un breve riassunto: quello che ho ripetuto più e più volte nell’appello che segue e nei correlati interventi sul «Sozialist» (1909-1915), è che il socialismo è possibile e necessario in ogni forma di economia e a qualunque livello di sviluppo tecnologico. Non è legato alla grande industria del mercato mondiale e non ha affatto bisogno della tecnica industriale e mercantile del capitalismo, né della mentalità che una tale mostruosità ha generato. Il socialismo deve avere un inizio e dato che la realizzazione dello spirito e della virtù non è mai possibile nella massa o nella normalità, ma è invece il risultato del sacrificio di pochi e del fatto che alcuni pionieri si mettono in marcia, esso deve liberarsi di quanto è abbietto, partendo da microrelazioni, dalla povertà e dalla gioia nel lavoro. Dobbiamo tornare alla vita rurale e all’unificazione dell’industria, dell’artigianato e dell’agricoltura, per salvare noi stessi e imparare il senso di giustizia e di comunità. Dobbiamo ricordare quanto Pëtr Kropotkin ci ha insegnato sui metodi di coltivazione intensiva del suolo e sull’unificazione del lavoro intellettuale e manuale nel suo importante e ormai famoso libro Campi, fabbriche e officine. E dobbiamo dare forma nuova alla cooperazione e al credito. Tutto ciò dev’essere sperimentato adesso, nel momento del bisogno più grande e in virtù di un piacere creativo. Il bisogno esige, in piena libertà, ma minacciando la carestia, un nuovo inizio e una nuova costruzione, senza la quale saremo perduti.

Permettetemi di dire un’ultima parola, la più seria. Se convertiamo le maggiori difficoltà nella più grande virtù e trasformiamo il lavoro d’emergenza, reso necessario dalla crisi, nell’inizio provvisorio del socialismo, la nostra umiliazione arricchirà il nostro onore. Ignoriamo la questione di che posizione occuperà la nostra repubblica socialista, nata dalla sconfitta e dal crollo della società, nell’ambito delle nazioni vittoriose e dei potenti Paesi attualmente devoti al capitalismo. Non mendichiamo nulla, non abbiamo paura di nulla, non indietreggiamo spaventati! Agiamo tra i popoli come Giobbe che dalla sofferenza passò all’azione, una volta abbandonato da Dio e dal mondo, per servire Dio e il mondo. Costruiamo la nostra economia e le istituzioni della nostra società in modo da poter gioire del duro lavoro e di una vita degna! Una cosa è certa: quando le cose ci vanno bene in povertà, quando le nostre anime sono contente, gli uomini poveri e onesti di tutte le altre nazioni seguiranno il nostro esempio. Niente, ma proprio niente al mondo ha un potere di conquista così irresistibile come la bontà. Siamo rimasti politicamente arretrati, siamo stati i lacchè più arroganti e provocatori. Il danno che ci è derivato dall’inevitabilità del destino ci ha spinto contro i nostri padroni e ci ha portato alla rivoluzione. Così in un colpo solo, cioè per mezzo del colpo che ci ha investito, abbiamo assunto la guida del processo. Dobbiamo aprire la strada al socialismo. In quale altro modo potremmo guidare gli altri, se non attraverso il nostro esempio? Il caos è arrivato. Nuove attività e tumulti si prospettano all’orizzonte. Le menti si stanno risvegliando, le anime diventano responsabili, le mani agiscono. Possa la rivoluzione portare la rinascita! Abbiamo bisogno sopra ogni cosa di uomini nuovi e non corrotti, riemersi dalle tenebre e dalle profondità sconosciute: possano questi rinnovatori, purificatori, salvatori essere numerosi nel nostro popolo. Lunga vita alla rivoluzione! Possa crescere e raggiungere nuove vette in anni duri e meravigliosi. Che i popoli siano impregnati dal nuovo spirito edificatore, che davvero crei nuove condizioni, che li assista nel loro compito, nelle nuove condizioni, nelle profondità primordiali, eterne e incondizionate. Che la rivoluzione produca la religione, una religione dell’azione, della vita, dell’amore, che renda felici gli uomini, li redima e vinca le avversità. Per quale ragione vivere? Moriamo presto, moriamo tutti, non viviamo affatto. Nulla vive se non ciò che facciamo di noi stessi, ciò a cui diamo inizio. Vive la creazione. Non la creatura, ma solo il creatore. Nulla vive se non l’azione di mani oneste e l’opera di uno spirito puro e genuino.

Gustav Landauer, Monaco di Baviera, 3 gennaio 1919