Falene XIX-XX

XIX. Herisau

F si svegliò come ogni mattina alle sette in punto.

Amava fare le cose con calma, avere tutto il tempo per lavarsi, per radersi, per sorseggiare il suo the davanti al computer, per scegliere con cura la divisa del giorno e per una sosta caffé e giornale al bar di fronte all’ufficio.  Ebbe soltanto un vago formicolio alle gambe per una decina di minuti. Si toccò subito la testa. Gli sembrava in ottima forma, le connessioni cerebrali erano più attive che mai. Era a casa, tra le sue pareti del suo amato appartamento da poco imbiancate. Dunque era stato assolto, pensò. L’avevano rilasciato. Era libero.

Il suo principale aveva avuto ragione. Magari era stata proprio la sua testimonianza a essere determinante. In quel periodo di custodia cautelare dovevano aver riconosciuto il suo pentimento, la sua ferma volontà di redimersi, il suo proposito di amare fedelmente l’impiego. La latitanza, il processo, erano stati soltanto brutti sogni da cui ora poteva destarsi. Dopo colazione si sarebbe lavato i denti passandosi con cura lo scovolino tra le fessure così come si era raccomandata la dentista. Quindi avrebbe scelto dall’armadio una camicia; sarebbe stata lei a dettare al resto dei vestiti la linea di condotta da tenere quel giorno. Sarebbe poi uscito di casa e con passo calmo e risoluto, come di chi sta facendo esattamente ciò che vuole fare, si sarebbe incamminato in direzione dell’ufficio dove lo aspettavano la sua cara traduttrice di inglese e una nuova giornata di traduzioni. In ufficio i suoi colleghi si comportarono normalmente, come sempre. Soltanto il capoufficio gli lanciò un’occhiata di sbieco che lasciò intendere un’intesa, una sorta di strizzata d’occhi senza strizzata. Quanto al titolare, la porta del suo ufficio restò chiusa tutta la mattina. Anche il pomeriggio restò chiusa e così per diversi giorni.

Dopo un paio di settimane, mentre era immerso nella traduzione del libretto d’istruzioni di un frullatore, sentì un fruscio al suo fianco e una mano posarsi sulla spalla destra.

– Ha visto caro F ? – era lui.

– Tutto si è sistemato. – e nel dire “tutto” mise un accento particolare.

Quel primo giorno in ufficio da uomo libero F non riuscì a combinare nulla. Era troppo eccitato per quel nuovo inizio, per quella seconda possibilità che gli era concessa. Lanciò tutto il tempo occhiate di fuoco alla traduttrice di inglese che, un po’ imbarazzata, ammiccava timidamente. Per fortuna c’era poco da fare, oltre alla corrispondenza da sbrigare, che era sempre in arretrato, soltanto un paio di brevi traduzioni rimaste in sospeso. F poteva lasciarsi andare a quella sua nuova sensazione.

Come aveva potuto odiare quella vita? Con quale arroganza l’aveva giudicata una prigionia, una scatola da scarpe?  Sono tutte schiave le persone che lo circondavano in quella stanza, e nella stanza accanto e nel palazzo di fronte e ovunque fremesse una qualche operosità? Sono  tutte scarpe, pronte per essere calzate dai loro padroni, o detentori, o usufruttuari? Cosa c’era di male nell’aspirare ad essere collocati in un posto sicuro e stabile o financo in un posto pur che sia? Ognuno deve poter avere un posto in cui stare, in cui sentirsi a casa. Cosa c’era di male nel volere essere utili, nell’avere una funzione, nel voler dare il proprio contributo, nell’essere impiegati? Tutti devono poter contribuire in qualche modo, a prescindere da ciò che ne ricevono in cambio. E non vivono così migliaia di persone? Chi era lui per sottrarsi? E come aveva potuto pensare di aver capito come stavano veramente le cose?

Non sapeva più nulla.

Non sapeva più nulla di quel certo F che aveva scelto la latitanza, che aveva rigettato come spazzatura tutto ciò che ora brillava come una stella polare nel suo personalissimo cielo.

Sorda risuonava ora la parola latitanza, un tempo così gravida di aspirazioni.

Di quella persona non restava in lui che l’ombra vaga di un annegato seppellita sul fondale.

Quel giorno non poteva fare altro che continuare a guardarsi attorno con aria paga. Era così felice del suo impiego, della sua vita restituita, che non poteva proprio concentrarsi su alcun lavoro.

Alla fine F si era dimenticato di Jacob e aveva ascoltato Kraus.

Ora anche F, come Kraus, era uscito dal suo Istituto Benjamenta e se n’era andato verso il mondo, verso l’impiego.

Perché il mondo era tutto lì. Si chiamava Transalp Logistic ma avrebbe potuto chiamarsi in mille altri modi. L’importante era che tutto fosse impiego, l’importante era che fosse l’impiego a scandire i battiti del cuore e a decidere nel cielo la traiettoria del sole. L’impiego era la vita e dava la vita, ogni giorno, ad ogni ora. Anche quando era a riposo l’impiego continuava a lavorare perché l’impiego non riposa mai, perché il riposo è impiego, è suo gregario, così come lo svago e l’approvvigionamento, così come l’accoppiamento e la riproduzione. Ora sì, F poteva forse iniziare a capire davvero i lunghi anni di Walser alla clinica di Herisau,  la sua premura, la sua dedizione, la sua fedeltà, il suo attaccamento ad attendere alle faccende quotidiane della clinica. Il suo ritrarsi in quel luogo non era stato soltanto un discreto scomparire, quello era un vezzo da mostrare agli spettatori più raffinati. Un depistaggio in fondo.

A Herisau egli poteva finalmente essere utile a qualcosa, poteva dedicarsi senza distrazioni al servizio. C’è una clinica da mandare avanti. E quel caro Carl dovrebbe capire che non è affatto opportuno andarsene a spasso nei giorni lavorativi. C’è un che di sfacciato, di svergognato, e anche di offensivo, nell’andarsene a zonzo mentre tutti sono impiegati nei loro impieghi. Non si va per il mondo a caccia di impressioni per le proprie stupide parole senza essere parte del mondo, dell’impiego. Se ne ricaveranno solamente impressioni false e presuntuose. Parole di trono, d’altare o di cattedra. Per poter scrivere bisogna saper sedere di domenica su una panchina del parco come chi soltanto di domenica siede su quella panchina. Per questo non poteva più scrivere.  Si era seduto troppo spesso, di lunedì o di martedì, su quella panchina, a guardare dal cucuzzolo di una stella, attraverso cumuli di nebulose, i passanti indaffarati, tutti protesi verso le loro occupazioni. Se n’era andato troppo distante da loro, dal loro mondo, che è tutto il mondo, per poter scrivere un altro rigo ancora.

Il piccolo borghese è di gran lunga meno intollerabile del letterato che si crede investito d’insegnare al mondo come deve comportarsi. [1]

E soltanto in una clinica Robert Walser avrebbe potuto essere meno intollerabile ai suoi stessi occhi. Solo in una clinica avrebbe potuto vivere appieno la sua vita piccolo borghese. Là dove poteva lasciar credere a qualcuno di curare la propria malattia, ma dove era in realtà soltanto per poter vivere la propria normalità.

Ora anche F era pronto per abbracciare il suo destino piccolo borghese e per lasciarsi alle spalle i velleitari goffi slanci verso il deserto, l’abisso o la libertà. F gettò lo sguardo sulla traduttrice d’inglese impegnata in una traduzione. Fantasticava sulla loro vita insieme. Si scoprì a immaginarsi il giorno del loro matrimonio, il viaggio di nozze, la prima ecografia, una gita al mare coi bambini. Uno di quei giorni avrebbe dovuto metterla a parte dei suoi progetti. I tempi erano maturi. Avrebbero potuto iniziare con un cane. Se il cane avesse funzionato allora avrebbe funzionato anche tutto il resto. Allora sarebbero di certo stati una coppia che funziona.

Sì, gliene avrebbe parlato la sera stessa.

XX. Oltre-Realtà

Eccola di nuovo la realtà, grondare dentro.

Grondare da ogni parte, trionfante, senza nemmeno più quella vaga sensazione, che aveva da sempre accompagnato F, che la realtà quella vera si trovasse altrove. Ora gli sembrava che fosse davvero quella la realtà: l’Italia di inizio ventunesimo secolo.  Né sfacelo, né apocalisse. Era tutto un grande pieno la realtà, un grande rimpinzarsi, una continua indigestione di oltre-realtà. Che F aveva ripreso a inghiottire come un Kraus, senza troppe domande, pescandola avidamente dal suo sacchetto di patatine.

Una realtà sopravvissuta alla propria morte, uno spettacolo sullo spettacolo, un’isola di plastica in mezzo all’oceano, ciò che resta delle cose dopo la loro scomparsa. Ciò che resta degli umani dopo essere stati separati anche dalla loro separazione. L’oltre-realtà è ciò che viene dopo la super-realtà e l’iper-realtà. L’oltre-realtà è il regno dell’oltre-mercato, laddove il mercato ha già comprato e venduto se stesso milioni di volte e non gli resta che investire sul giorno del giudizio. Nell’oltre-realtà si pensa di pensare e non si agisce quasi mai, si progetta. L’oltre-realtà è la realtà spettacolare che si è serializzata. Le macerie di cui è composta sono state ritoccate con photoshop. Le parole su cui si fonda sono oltre-parole che dicono soltanto oltre-cose.

Oltre la soglia.

Era lì che giaceva la realtà, un fantasma tra gli altri.

Inciampando tra cadaveri di cose e di parole, era lì che gli umani si calpestavano a mucchi, si ammazzavano, si arrabattavano, si indaffaravano, si fotografavano, sperduti, ingenui e moribondi, era lì, oltre la soglia, che a volte continuavano ad avvertire indistinto il lamento lontano, troppo lontano per essere compreso, di ciò che era rimasto sepolto per sempre davanti alla soglia. Ma il nastro li faceva rotolare oltre, sempre un po’ più in là, come fanno le onde sulla riva con i pallini di polistirolo, e quel lamento lontano si perdeva in fondo al mare, tra i corpi gonfi degli annegati, coperto dal frastuono dei macchinari, dal brusio degli algoritmi, dall’operosità incessante della movimentazione.

I camion della Transalp Logistic continuavano a comporre la loro sinfonia, avanti e indietro, avanti e indietro, per kilometri e kilometri, attraverso pianure sfigurate, montagne sventrate e città perdute. Erano i cavalieri dell’apocalisse, l’esercito della fine. Avevano nomi come Ringhio, Tesorino, Toro Seduto, Principessa, The King, The Lion. La loro missione non era trasportare merci. Quella era una copertura. La loro missione era movimentare la realtà, fabbricare la realtà, distribuirla, governarla, consentire che continuasse ad essere un oltre-realtà, oltre la soglia, oltre il confine, sempre qualche kilometro più in là, qualche litro in più di carburante, qualche pezzo di plastica in più nel garage, in cucina, nel cassetto, qualche millimetro ancora sottratto all’immaginazione, all’humus, all’origine. Persino la Grande Rete, senza di essi, era nulla. L’Italia di inizio XXI secolo era desolata come ogni terra. Soffriva di una nuova forma di siccità. Ogni germoglio che nasceva si seccava all’istante, e se per caso resisteva all’impatto con  l’aria, c’era subito qualcuno pronto a passare con il diserbante.  L’Italia di inizio XXI secolo era un campo sterminato di barbabietole da zucchero. Lungo i fossi qualche malerba cercava di scappare, ma si accorgeva presto che oltre il campo c’era solo l’asfalto dell’autostrada. L’Italia di inizio XXI secolo era uno di quei sogni in cui dici è solo un brutto sogno, ma alla fine non ti svegli mai e il sogno diventa sempre più brutto. L’Italia di inizio XXI secolo era una fiera di partito a cui nessuno era iscritto, e in cui si mangiava male, piena di gente.  L’Italia di inizio XXI secolo era una grande sala di esposizione in cui si esponeva di tutto e il nulla, la vita più intima, le pareti vuote, i canali, i boschi, le montagne, si esponeva la frutta, il lavoro, i desideri, si esponeva il mare, si esponeva il dolore, la gioia, la morte. E il pubblico pagante si esponeva a pagamento. Tutto era esposizione nell’oltre-realtà. E l’esposizione era offerta. Si offriva tutto, in ogni momento, in qualsiasi quantità, ad ogni costo, in ogni modo. La domanda sarebbe arrivata. L’Italia di inizio XXI secolo era un laghetto di pesca sportiva, un allevamento in batteria, un mattatoio industriale. L’Italia di inizio XXI secolo era un bastone selfie monopiede con morsetto regolabile venduto da un ragazzo del Mali a una turista giapponese in Piazza Santa Croce davanti alla statua di Dante Alighieri.

Ed F, per la prima volta nella sua vita, era contento di farne parte.

[1]ibidem, p.70