Riparare il mondo, porre fine al capitalismo

 di Mikkel Bolt Rasmussen

 

 

Come diceva Fredric Jameson, è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. C’è stato un momento in cui la formula di Jameson, ripresa da Slavoj Zizek e molti altri, è sembrata indicare la possibilità di una critica radicale dell’ordine dominante della civiltà capitalista euro-modernista. È divenuta invece frase fatta, a uso e consumo di giornalisti, esperti, politici e attivisti. Una frase che ha, prima di tutto, la tendenza a tranquillizzare la gente — nella misura in cui punta tutto sulla nostra incapacità di immaginare alcunché di diverso.

Siamo incapaci di immaginare la vita all’infuori del capitalismo industriale, al di fuori cioè di ciò che promette a ciascun individuo: merce, e tutto un arsenale di “rappresentazioni” funzionali ad assemblare una identità fai-da-te. È ormai divenuta realtà una delle rappresentazioni dominanti di quest’epoca: l’attualità del disastro climatico. Ci facciamo i conti ogni giorno: immagini senza fine dello scioglimento dei ghiacciai e di grafici che mostrano l’innalzamento del livello dei mari, continue foto di specie in via d’estinzione.

Il problema dunque non è più riconoscere o negare il tracollo della biosfera in corso — anche se, certo, c’è ancora qualche problemino a riguardo con gente come Trump e Bolsonaro. No, oggi il problema del cambiamento climatico non si limita al rifiuto di questa realtà, ma si estende ben oltre: il disastro che la tecnologia della civiltà capitalistica rappresenta si è infatti rapidamente trasformato in un fenomeno capace di legittimare nuovi metodi autoritari di governo del mondo. Detto altrimenti: il cambiamento climatico è divenuto un mezzo per gestire il caos e impedire una trasformazione più radicale delle condizioni in cui abitiamo il mondo.

Ma facciamo un passo indietro, e riformuliamo brevemente le implicazioni di quanto si è detto, questo ci permetterà di comprendere meglio la situazione che permette allo Stato di condurre una politica climatica autoritaria. Leggiamo quanto scrive Jem Bendell, professore in Gestione dell’Impresa per lo Sviluppo Sostenibile e attivista del movimento “Extinction Rebellion”, nel suo “Adattamento profondo: una mappa per affrontare la tragedia climatica”. Un articolo ormai molto diffuso, nel quale Bendell afferma che è ormai troppo tardi per rallentare il cambiamento climatico — il processo è già in corso, e si sviluppa più rapidamente di quanto la maggior parte degli scienziati avesse previsto. Centinaia di specie spariscono ogni giorno. Popolazioni intere versano in stato di sofferenza. Bendell mostra come gli scienziati abbiano subito pressioni costanti allo scopo di minimizzare i rischi del cambiamento climatico per non seminare il panico. Eppure i dati parlano chiaro, e Bendell ne conclude che “è troppo tardi per evitare la catastrofe ambientale mondiale che avrà luogo negli anni a venire”. Le evidenze raccolte dagli scienziati — dalla distruzione della biodiversità agli effetti sull’agricoltura dell’innalzamento del livello dei mari — suggeriscono, secondo Bendell, che “siamo ormai impostati su livelli dirompenti e incontrollabili di cambiamenti climatici che porteranno a carestie, distruzione, migrazioni, malattie e guerra”. E così conclude il proprio discorso: “Le parole con cui ho concluso il paragrafo precedente possono sembrare descrivere, almeno inconsciamente, una situazione di cui dispiacersi guardando un notiziario alla TV o online, ma quando parlo di carestie, distruzione, migrazioni, malattie e guerra intendo situazioni che incomberanno sulla vostra stessa vita. Senza energia a disposizione presto dai nostri rubinetti non scorrerà più l’acqua. Dipenderemo dal prossimo per mangiare e scaldarci. La malnutrizione dilagherà. Saremo incerti se restare o fuggire. Avremo paura di essere uccisi violentemente ancor prima di morire di fame”. La situazione è dunque drammatica e, chiaramente, bisogna fare qualcosa. Siamo a un crocevia, e dobbiamo fare una scelta.

Ma scegliere tra cosa e cosa, esattamente?

La proposta di Bendell — ossia l’adattamento profondo — è una combinazione di resilienza, rinuncia e restaurazione. Bendell dice sostanzialmente che dobbiamo chiederci “come possiamo salvare ciò a cui teniamo davvero”, “a cosa dobbiamo rinunciare perché la situazione non peggiori”, e “cosa ci potrà aiutare ad affrontare le difficoltà e le tragedie a venire”. Il problema è che questo appello è piuttosto sfocato e sembra sottoscrivere al 100% il discorso apocalittico che già circola intorno alla questione climatica. Un discorso che conosciamo già grazie alla cultura pop, entro il quale individui o piccoli gruppi si muovono tra le rovine e si affrontano tra loro per impadronirsi di ciò che resta. E il problema della visione distopica — nella quale uomini inselvatichiti erranti per le strade frugano tra i detriti e stringono amicizie provvisorie per tenere a distanza una natura sinistra — sta proprio in questo suo dimenticare completamente l’esistenza dello Stato, finendo a volte addirittura per legittimare lo Stato come ultimo garante di un ordine sociale. Tutti i film, i libri e le serie tv mostrano il disastro come una guerra di tutti contro tutti. Una sorta di scenario pre-hobbesiano, in cui lo Stato è scomparso per magia. Ma c’è uno scenario decisamente più probabile in cui lo Stato accentuerà i suoi caratteri repressivi e si trincererà ancora di più dietro le sue frontiere ermetiche. Lo Stato tenterà di gestire il tracollo sociale attizzando le braci del razzismo, spiegando come e perché dobbiamo tenere fuori dai nostri confini le orde di migranti climatici. Perché dobbiamo internarli, o semplicemente abbatterli.

Nel suo appello all’urgenza climatica, Bendell si rifà dunque a ciò che Geoff Mann e Joel Wainwright chiamano la sovranità climatica, in cui è lo Stato a gestire il disastro. Come spiegano i due autori, il caos climatico pilotato dallo Stato potrebbe benissimo assumere le fattezze di un Leviatano climatico — una sovranità politica mondiale i cui sforzi sono protesi a contenere il disastro garantendo al contempo la sicurezza alla classe dirigente — oppure la forma di un Behemoth — in cui gli Stati nazionali, di fronte alle difficoltà sociali che si produrranno a causa del tracollo della biosfera, ingaggeranno tra di loro una guerra climatica.

Ma in entrambe le ipotesi ci saranno degli Stati, e ci saranno degli sforzi per controllare la situazione e assicurarsi che il cambiamento climatico non conduca mai alla “grande politica” di cui parla Nietzsche — quella in cui i ricchi perdono le proprie ricchezze e divengono poveri.

È questa la situazione a cui mi riferivo prima, quando parlavo di un nuovo Stato ecologico autoritario. Uno Stato che può prendere le sembianze di un “fascismo verde”, oppure presentarsi come Stato previdenziale verde. Un sistema, in entrambi i casi, fondato su esclusioni e internamenti, e in cui il benessere sarà riservato solo a qualche fortunato.

William Blake, “Behemoth e Leviathan”

Nella loro analisi, Mann e Wainwright sottolineano le probabili conseguenze politiche del disastro climatico, proponendo un piano cartesiano entro cui situare quattro forme politico-climatiche. Le prime due, Leviatano e Behemoth, le ho già menzionate. Le altre due sono la forma Mao e la forma X. La forma Mao corrisponde a uno scenario in cui il Partito Comunista Cinese diviene sovrano del mondo. La forma X rappresenta, invece, la rivoluzione. Lo schema di Mann-Wainwright sbaglia nel considerare la forma Mao quale possibilità di uno “Stato mondiale non-capitalista”; di conseguenza, il loro lavoro risente di una comprensione problematica del capitale, in cui la sua abolizione prenderebbe le fattezze di una socializzazione della produzione. Sappiamo infatti che questa non è per nulla un’abolizione del modo di produzione capitalista. L’abolizione del capitale implica ben più dell’abolizione del lavoro salariato, del denaro e dello Stato. Dunque, la forma climatica Mao non è in alcun caso non-capitalistica. Una volta corretto questo passaggio, possiamo utilizzare i termini proposti dai due autori, e descrivere il Leviatano climatico — ma anche il Mao climatico — come riorganizzazione della sovranità dello Stato nazionale come sola forma di Stato mondiale: un potere concentrato, che permette di intervenire ovunque nel mondo a piacimento — decidendo chi brucerà carbone e chi utilizzerà energia, alimenti, acqua; chi e quali specie vivranno e quali verranno sacrificate o, peggio, eliminate senza nemmeno la dignità del sacrificio. Il Leviatano climatico e il Mao climatico si iscrivono nella medesima prospettiva di un solo Stato mondiale, un Grande Fratello orwelliano che gli attuali poteri militari e di sorveglianza hanno già reso desueto. Il vero Leviatano climatico è lo pseudonimo proposto da Mann-Wainwright per designare la forma capitalistica dello Stato mondiale; e sostengono che il Gruppo intergovernativo sullo sviluppo del clima dell’ONU sia un primo passo in questa direzione. Un passo mosso in anticipo, ma ben chiaro.

Behemoth è il termine che Hobbes impiega per designare la folla o la moltitudine, nemici della sicurezza che il sovrano è chiamato a sconfiggere. Il Behemoth climatico dei due studiosi descrive l’anarchia dello status quo interimperialista sotto i colpi del tracollo planetario. Gli Stati nazionali si sforzano di sopravvivere o, quantomeno, di assicurare la sopravvivenza alle loro classi dominanti. È, a ben vedere, lo scenario di una scazzottata generale, un gioco a somma zero. Che agiscano da soli o per mezzo di alleanze instabili, nessuno Stato può permettere che i poteri e le prerogative si concentrino in un Leviatano. Detto in breve: il Behemoth climatico è esattamente ciò a cui assistiamo oggi.

Assistiamo infatti all’emergere di un nuovo discorso ecologico autoritario dalle ceneri dell’ideologia neoliberale. Un discorso che, ovviamente, non presenta altro che simulacri di cambiamento, un pensiero orientato a garantire l’ordine attuale per mezzo della tecnologia, la burocrazia e la forza militare. René Riesel e Jaime Semprun, autori di Catastrophisme, lo chiamano “ecologismo da caserma”: amministrazione del disastro e sottomissione durevole. La diffusione della propaganda catastrofista mira a sottometterci allo stato d’urgenza, all’accettazione dei regimi disciplinari a venire e a sostenere un potere burocratico che pretende di assicurare la sopravvivenza collettiva tramite misure coercitive.

I molti piani ideati, le strategie e i “Green Deal” proposti in questi ultimi anni prendono dunque parte, alla fin fine, alla medesima impresa collettiva: garantire la sopravvivenza del capitale e dello Stato, e rinviare al più tardi possibile la necessaria rottura con la modernità capitalistica e la sua forma politica. Il bombardamento informativo quotidiano sulla devastazione irreversibile del clima chiama in causa a tal punto la gente, che tutti si sforzano naturalmente di partecipare alla preservazione di una società che è la principale responsabile del cambiamento climatico. Tutte le immagini e le rappresentazioni drammatiche ci mettono di fronte a una scelta: il salvataggio della civiltà industriale o il collasso verso il caos della barbarie. Ma desiderare la propria sottomissione non è, in effetti, una scelta: è piuttosto una imposizione. Noi vogliamo vivere e dunque dobbiamo tutti sottometterci al controllo dello Stato-di-polizia verde. Il dominato vuole essere dominato per tenere a distanza i peggiori effetti del caos climatico ed evitare che si estenda alla totalità.

Mann e Wainwright potranno avere una comprensione erronea di cosa sia il comunismo, ma il loro avvertimento è importante e ci invita alla prudenza circa ciò che desideriamo e reclamiamo. La maggior parte delle manifestazioni nell’ambito dei summit sul clima, i sinceri appelli dagli studenti in sciopero, le perturbazioni spettacolari organizzate da Extinction Rebellion: tutto ciò mira, più o meno coscientemente, a reclamare un Leviatano climatico o una qualunque gestione statale della questione climatica.

Ma, invece di una versione verde del medesimo capitalismo industriale responsabile del caos climatico, dell’inquinamento mondiale e dell’estinzione di massa di molte specie, dovremmo piuttosto rivolgerci direttamente alla causa principale del problema. Detta altrimenti, dovremmo politicizzare la questione climatica e rigettare l’appello (già di fatto un ordine) a essere eco-cittadini. Dobbiamo amplificare il discorso ecologico dominante per andare verso una critica più radicale della modernità capitalista e della sua logica di crescita e sovranità politica.

Abbiamo l’immensa fortuna di poter osservare questa emergenza da una prospettiva più radicale. Nel corso degli ultimi dieci anni, abbiamo visto emergere un attivismo climatico per il quale l’imminenza della catastrofe è divenuta una ragione in più per passare a un’azione collettiva radicale. Azione collettiva radicale, ovvero ciò che potremmo chiamare “rivoluzione”. Un veterano dell’attivismo climatico, George Monbiot, la esprime così: “Invecchiando, ho capito due cose. La prima è che è il sistema, e non una sua variante, a condurci inesorabilmente al disastro. La seconda, è che non c’è bisogno di proporre alternative irrefutabili per permettersi di dire che il capitalismo ha fallito. La nostra scelta si riassume in questo. Fermeremo la vita per permettere alla vita di continuare, o arresteremo invece il capitalismo per permettere alla vita di continuare?”

È quanto Mann-Wainwright chiamano “Climate X” — una X climatica che rappresenta tutto ciò che potrà essere inventato a partire da una dialettica negativa con gli altri tre casi. Una X climatica che già si prefigura, e che tuttavia non si limita alle numerose forme di lotta dei movimenti attuali per la giustizia climatica in senso ampio: si pensi alle lotte indigene, che si compiono all’interno di un rapporto completamente differente con la natura, ed entro una concezione radicalmente differente di tempo, parentela, bisogni e benessere.

Un buon esempio di X climatica si trova forse nel movimento dei Gilets Jaunes. Da più di un anno ormai i Gilets Jaunes sono scesi per le strade di Francia per rigettare la “socializzazione” dei costi del cambiamento climatico bloccando la circolazione, occupando i caselli autostradali, prendendo di mira i simboli della ricchezza estrema nel centro di Parigi e di altre città. Il movimento dei Gilets Jaunes è un esempio di questo tentativo di combinare la protesta climatica e la protesta sociale. Un movimento capace di rigettare sia le soluzioni ecologiche contro-rivoluzionarie su base tecnologica, sia i perversi tentativi dello Stato francese di socializzare i costi della transizione verde. I Gilets Jaunes si sono insomma confrontati direttamente col potere — e non per impadronirsene, bensì per destituirlo nell’ottica di una vita completamente differente. Cercando di riparare il mondo attaccando lo Stato, e rigettando le ineguaglianze estreme connaturate al capitalismo.