Franco Basaglia: la destituzione della psichiatria

 di Andrea Russo

Il 13 maggio 2018 la legge di riforma 180, che ha sancito la fine dell’ospedale psichiatrico, ha compiuto il suo quarantesimo anno di vita. La trasmissione mainstream dell’esperienza di Basaglia lo ha celebrato come l’eterno eroe dell’emancipazione dei malati di mente, ma, come sempre avviene in questi frangenti – ci rammenta Walter Benjamin – «la celebrazione [che è sempre apologia] s’ingegna di occultare i momenti rivoluzionari nel corso della storia». Alla trasmissione, come celebrazione del patrimonio ereditario, sta a cuore la fabbricazione di una continuità tra il prima e il dopo. Come se il dopo – la fase successiva di applicazione della legge 180, ossia la costruzione della rete dei servizi territoriali alternativi al manicomio – fosse o dovesse essere la semplice continuazione dello spirito trasformatore che portò alla riforma del 1978. Quello che viene dopo viene “pensato” e “detto” negli stessi termini con cui si era pensato e detto quello che era venuto prima.

Tuttavia, parlare nel 2019 di quello che è avvenuto negli anni sessanta-settanta, come se fosse oggi, come se parlando di ieri stessimo “immediatamente” parlando di oggi, senza soluzione di continuità, è un esercizio inconcludente che mette a disagio. C’è da dire che forse un certo tono celebrativo o apologetico è la regola di ogni fase post-rivoluzionaria. Nel senso che dopo momenti rivoluzionari molto intensi, quelli che vengono dopo o gli stessi che hanno partecipato alla rivoluzione sentono l’esigenza, per continuare l’opera, di costruirsi un patrimonio ereditario. E come se riconoscere di aver compiuto una rivoluzione, portasse a modificare il proprio atteggiamento, ritenendo giusto e legittimo porsi a salvaguardia di quello che è stato conquistato, quindi a gestire e a difendere lo status quo post-rivoluzionario. In quanto nuovo inizio, la rivoluzione, portatrice di nuovi valori incontestabili, va accettata senza condizione (al punto che ogni titubanza o interrogativo potrà apparire come un attacco controrivoluzionario). In tal senso, avremmo a che fare con una piega conservativa, propria della fase post-rivoluzionaria, e che in taluni casi potrebbe dispiegarsi secondo una logica conservatrice o persino reazionaria. È proprio in queste fasi di cristallizzazione del processo rivoluzionario che le origini possono essere investite mitologicamente come un’eredità da preservare all’infinto. Alla necessità di difendere la rivoluzione, bisogna poi aggiungere, come rovescio della medaglia, la necessità di portare a termine il compito ereditato: il futuro non sarà altro che il compimento di ciò che è contenuto nell’origine. Complementare all’atteggiamento difensivo, c’è infine l’identificazione con la propria missione storica, che si manifesterà attraverso un acuto senso di incompletezza: il presente si misurerà sempre e soltanto a partire dal suo “difetto” rispetto all’ideale incastonato nell’origine. È questa nefasta mitologia della continuità che ha di mira Benjamin quando afferma: c’è una trasmissione che è catastrofe. Contro questa trasmissione mainstream di Basaglia segnaliamo il libro curato da Barbara Cavagnero e Pierangelo Di Vittorio, intitolato Dopo la legge 180. Testimoni ed esperienze della salute mentale in Italia (Franco Angeli, 2019), in cui prende forma una trasmissione “minore”  dell’esperienza di Basaglia. Scrive Di Vittorio:

<<La trasmissione è un percorso fatto di passaggi interrotti, ponti tagliati. E anche di zone d’ombra. È sufficiente aver frequentato un po’ la storia del processo sfociato nella legge 180, per rendersi conto che, se davvero volessimo scegliere una data da ricordare, dovrebbe essere il 1961. Infatti, nello stesso anno in cui Basaglia arriva come direttore all’ospedale di Gorizia e comincia a sperimentare una comunità terapeutica sul modello di quella realizzata da Maxwell Jones in Scozia, esce una serie di libri: la Storia della follia di Michel Foucault, Asylum di Ervin Goffman, Il mito della malattia mentale di Thomas Szasz, I dannati della terra di Franz Fanon, La terra del rimorso di Ernesto De Martino. Gli autori non si conoscono, le opere sono frutto di percorsi di ricerca e di vita autonomi e l’atmosfera effervescente del ’68 è ancora molto lontana. Il 1961 è l’incontro aleatorio di alcuni atomi dispersi, e sarà proprio Basaglia, immerso nella notte del manicomio di Gorizia, a collegarli, a farne un mosaico, ossia a inventare una costellazione critica che sarà fondamentale nello sviluppo della sua esperienza trasformatrice. La costellazione 1961 è “l’anniversario che non c’è” […]. Il 1961 è il buco delle origini, l’origine come anello mancante da cui tutto fugge e si disperde, e non la sorgente luminosa da cui tutto procede, in una continuità ideale e inalterabile tra passato e presente. Ora, è importante capire, da un lato che la storia è fatta di una molteplicità eterogenea di storie; dall’altro che i tagli e gli intervalli, la frammentarietà e le zone d’ombra non sono quelle che inceppano la trasmissione. Al contrario: con i “pezzi” di storia si possono fare nuovi montaggi di presente e passato, e così la trasmissione può essere salvata.>>

La trasmissione “minore” di Basaglia, infliggendo “tagli” alle narrazioni epiche e monumentali con cui si è soliti raccontare la storia della psichiatria anti-istituzionale, salva gli aspetti più sovversivi ed eretici dell’esperienza dello psichiatra veneziano. Basaglia e le sue minoranze non parlano il linguaggio dell’emancipazione della tradizione teorico-politica di stampo progressista-rivoluzionario, ma il lessico della biforcazione, della discontinuità, della distruzione. Per aggiungere uno strato o una piega a questo linguaggio “minore”, nelle pagine che seguono cercheremo di illuminare l’esperienza di Basaglia come un’operazione rigorosamente sperimentale di destituzione della psichiatria; dove, per destituzione, bisogna intendere, per l’appunto, quell’operazione che priva di ogni fondamento scientifico-politico il potere vigente. 

Come è noto, il concetto di destituzione –  Entsetzung, in tedesco – è stato utilizzato per la prima volta, nel campo della filosofia politica, da Walter Benjamin nell’enigmatico e celebre saggio del 1921, intitolato Kritik der Gewalt. Renato Solmi, che ne ha curato la traduzione per Enaudi, nel 1962, ha cura di specificare in una nota  che «il termine tedesco per “violenza” [Gewalt] significa anche “autorità” e “potere”». Per la polisemia del termine gewalt quindi, come scrive Marcello Tarì, il titolo del testo potrebbe annoverare tra i suoi significati anche Per la critica del Governo (Non esiste la rivoluzione infelice. Il comunismo della destituzione, p.42). Attenzione, però, a non lasciarsi sfuggire che è ciò che vi è di più attuale nel testo di Benjamin a far sì che questa traduzione sia filologicamente pertinente. Sono, insomma, le fibrillazioni del presente che insistono in maniera più o meno indiretta sul problema della biopolitica, come governo della vita, a fare della destituzione una traccia incandescente del saggio benjaminiano. L’esperienza di Basaglia si presenta come un esempio storico concreto molto eloquente di destituzione del governo (medico-politico).

Nel 1958 Basaglia consegue la libera docenza in Psichiatria e nel 1961 vince il concorso per la direzione dell’Ospedale psichiatrico di Gorizia, dove si trasferisce con tutta la famiglia. Drammatico è l’impatto con la durezza della realtà manicomiale: Basaglia comprende subito che bisogna reagire a questo orrore, impegnandosi in un lavoro di radicale trasformazione istituzionale. Aiutato da un gruppo di giovani psichiatri, cerca di seguire il modello della “comunità terapeutica” di Maxwell Jones. S’iniziano ad applicare nuove regole di organizzazione e di comunicazione all’interno dell’ospedale, si rifiutano categoricamente le contenzioni fisiche e le terapie shock, s’incomincia, soprattutto, a prestare attenzione alle condizioni di vita degli internati e ai loro bisogni. Si organizzano le assemblee di reparto e le assemblee plenarie, la vita comunitaria si arricchisce di feste, gite, laboratori artistici. Si aprono spazi di aggregazioni sociali, cade la separazione coatta fra uomini e donne degenti. Si aprono le porte dei padiglioni e i cancelli dell’ospedale. Si comincia a spezzare l’isolamento del manicomio rispetto alla città. Quando Basaglia decide di trasformare l’ospedale psichiatrico, attraverso il modello della comunità terapeutica, commette, però, volutamente una serie di errori imperdonabili, che fanno girare a vuoto le nuove funzioni governamentali e sicuritarie del dispositivo. Vediamo di che si tratta.  Se Maxwell Jones faceva notare che talvolta, in risposta alla minaccia di una possibile disorganizzazione della comunità, una sospensione dell’atmosfera di permissività era necessaria per mantenere l’organizzazione su una base di efficienza funzionale, a Gorizia si affermava che proprio qualora si manifestava una situazione di conflittualità, e la comunità terapeutica rischiava di esplodere, l’équipe medica doveva assolutamente evitare di riaffermare l’ordine e la propria autorità tramite il ricatto di una revoca degli aspetti democratici e permissivi della comunità terapeutica. Il malato che Basaglia incontra al suo arrivo a Gorizia è il malato assoggettato e adattato al potere istituzionale, «quello che si presenta completamente ammansito, docile al volere degli infermieri e del medico; quello che si lascia vestire senza reagire, che si lascia pulire, imboccare, che si offre per essere riassestato come si riassetta la sua stanza al mattino; il malato che non complica le cose con reazioni personali, ma si adegua anzi supinamente, passivamente al potere dell’autorità che lo tutela». Per trasformare il malato di mente in un perfetto ricoverato, cioè in corpo docile da governare, l’ospedale psichiatrico usa la forza. Per Basaglia è allora evidente che la prima cosa cui fare appello per ricostruire il Dasein del malato mentale, è proprio la forza della sua follia. Come scriveva Sartre, nella prefazione al libro di Fanon I dannati della terra, la violenza irrefrenabile dei colonizzati «non è un’assurda tempesta né il risorgere di istinti selvaggi e nemmeno effetto di risentimento: è l’uomo stesso che si ricompone».  L’incontro con il perfetto ricoverato è il paradigma stesso del non incontro: per incontrare davvero il malato, per comprendere fino in fondo la sua follia, bisogna puntare sull’aggressività.

L’aggressività è terapeutica: è questo dato a costituire la fondamentale differenza rispetto alla comunità di Maxwell Jones, che non stimola l’aggressività ma cerca di sviarla, canalizzarla, scaricarla, ridurla, attraverso tecniche di manipolazione sofisticate ed efficaci, fondate sulla tolleranza e la permissività. Gli psichiatri di Gorizia giungono a proporre un’antipedagogia del perfetto ricoverato, facendo partecipare gli internati a una sorta di lavaggio del cervello alla rovescia. Insomma, si cerca di stimolare l’aggressività avvicinando la situazione del malato a quello di altri esclusi: gli ebrei nei campi di concentramento, i “negri” nei ghetti, i popoli colonizzati. Nel periodo di Gorizia le citazioni di Primo Levi si alternano ripetutamente con quelle di Franz Fanon. Attraverso la proiezione di documentari in cui fossero evidenti le parti degli oppressi e degli oppressori si stimolano discussioni, confronti, giudizi. Basaglia rifiuta che l’atto terapeutico diventi uno strumento finalizzato a mitigare le reazioni dell’escluso. Nelle discussione dell’équipe di Gorizia si fronteggiano due posizioni: ci sono quelli che propongono una strategia di graduale assestamento, consapevoli che l’applicazione del modello della comunità terapeutica costituisce già di per sé una conquista innovativa, rispetto alla cronica arretratezza in cui versa la psichiatria italiana dell’epoca; mentre ci sono quelli come Basaglia, che sono fortemente determinati a praticare una strategia dei tempi brevi, della crisi, della distruzione permanente degli assetti istituzionali, prima che si solidifichino in nuovi modelli di gestione. Il modello di gestione open door, incentrato sulla comunità terapeutica, ha come effetto di ridurre l’aggressività del malato, ma nel momento in cui si scopre che l’aggressività del malato può essere ridotta attraverso una gestione morbida dell’istituzione, viene alla luce che il manicomio non serve ad altro che a controllare l’internato. In sostanza, il processo di umanizzazione e liberalizzazione del manicomio fa emergere la natura politica dell’istituzione manicomiale: dietro la funzione terapeutica c’è un mandato di controllo sociale, soprattutto nei confronti della «devianza del povero», della «devianza improduttiva». Il malato mentale, scrivono Franca e Franco Basaglia, «è una realtà costituita di due facce: è un malato con una problematica psicopatologica, ma è anche un escluso, uno stigmatizzato sociale. Il malato mentale è una creatura doppiamente mostruosa, in quanto è stato considerato non soltanto un mostro biologico, ma anche un mostro sociale: […] escluso in quanto incomprensibile, recluso in quanto pericoloso». La comunità terapeutica è più controllo che cura, più politica che scienza, è l’ennesima e più subdola legittimazione scientifica di una norma sociale arbitraria e di una violenza politica di classe.

Basaglia è consapevole che sarebbe inevitabilmente caduto nella trappola del riformismo psichiatrico, se il suo lavoro si fosse limitato all’assestamento del modello open door. Rendere più razionale ed efficace la gestione dei pazienti, attraverso la sostituzione di metodi autoritari e repressivi con un sistema più permissivo e tollerante, significa restare confinati nel paradigma della tradizione alienista inaugurata da Philippe Pinel. Quando Pinel ha liberato i folli dalle grandi case di internamento, separandoli dai criminali e restituendo loro la dignità della malattia mentale di cui soffrivano, non ha fatto altro, dice Basaglia, «che spostarli in una nuova prigione in cui l’inferiorità morale del recluso era scientificamente sancita, e la reclusione scientificamente giustificata. Ciò senza che l’atteggiamento generale della società nei confronti del folle mutasse minimamente, né il tipo di rapporto, né la distanza che lo separa dagli altri». Come Pinel aveva concesso la libertà al malato mentale in uno spazio chiuso, governato dal medico, così la comunità terapeutica, pur aprendo l’ospedale al suo interno, finisce per confermarne la chiusura all’esterno. La novità dell’esperienza di Gorizia, a detta di Basaglia, consiste nella «necessità di considerare il malato di mente come un problema da vivere nel corpo stesso della realtà sociale, piuttosto che continuare a viverlo come una realtà scientifica». Il problema del malato mentale è fuori dal manicomio: si tratta di un problema che non può essere delegato integralmente agli specialisti. 

L’esperienza della comunità terapeutica di Gorizia è ricapitolata nei contributi che compongono L’istituzione negata: tappa fondamentale per il movimento antiistituzionale, non soltanto perché ne segna in fondo la nascita, delineandone i fondamentali presupposti teorici e pratici, ma anche perché offrirà una base più larga alla sua lotta, diventando uno dei libri simbolo del ’68. Quello che resta nell’ombra è che si tratta, innanzi tutto e per lo più, di un libro contro  la comunità terapeutica e tutti i tentativi di riforma istituzionale. Ciò che dunque nel libro è in questione non è una trasformazione del modo di gestione, un rimpiazzo del vecchio governo con uno nuovo, ma la destituzione del manicomio, in quanto specifico dispositivo di governo. Il manicomio non è qualcosa contro cui ci si può ribellare con un gesto definitivo di rottura, bensì un dispositivo rispetto al quale bisogna pensare e agire strategicamente. L’inizio di questa strategia coincide con un certo uso del dispositivo riformistico, nel senso che Basaglia fa uso della comunità terapeutica e delle sue pratiche, ma ponendo un taglio tra quelle manipolanti e quelle che possono per l’appunto essere usate, per distruggere concretamente l’architettura chiusa e il sapere disciplinare del manicomio. Gli psichiatri di Gorizia non si accontentano di applicare in modo pedissequo una limitata riforma a un sistema guasto, ma, per mezzo della comunità terapeutica, operano un’interruzione della norma manicomiale, facendo uscire i tre poli della vita ospedaliera (malati, infermieri e medici) dai loro ruoli cristallizzati.

A Gorizia la comunità terapeutica si dà in una discontinuità temporale, ed è dentro la sua discontinuità che si crea uno spazio, una specie di fuori interno all’istituzione, in cui si possono sperimentare nuove relazioni terapeutiche. Per gli psichiatri antiistituzionali la dimensione terapeutica può emergere soltanto sulla base di un rapporto di reciproca tensione, di conflittualità, a partire cioè da una crisi permanente della comunità. Ciò che fa sì che, a Gorizia, la comunità terapeutica fuoriesca dai binari di un semplice modello di gestione dell’ospedale psichiatrico è la reciproca contestazione che s’instaura fra medici, pazienti e infermieri e che, impedendo di fatto di tenere la situazione totalmente sotto controllo, rende ingovernabile la comunità. Il rifiuto da parte dell’avanguardia medica di esercitare la propria “autorità latente”, per la soluzione dei conflitti, coincide con la sospensione dei poteri-saperi governamentali.

È in questo potentissimo gesto di interruzione dei criteri dell’efficienza organizzativa della comunità terapeutica, che risiede il significato autenticamente rivoluzionario dell’esperienza di Gorizia: qui la comunità terapeutica diventa una soglia trasformativa, una sorta di passage, per preparare la fine del manicomio.  Il gesto destituente di Basaglia collega due rotture: quella epistemologica e quella pratico-istituzionale. La rottura qui in questione va compresa come epoché – termine che Husserl riprende dagli stoici e dagli scettici, presso i quali designava la sospensione del giudizio – e che nel suo significato più generale significa interruzione, sospensione, messa tra parentesi, neutralizzazione. L’esperienza di Basaglia conferisce all’epoché un aspetto nuovo: non più solo teoretico e conoscitivo, ma anche etico e politico. Terapeutica e rivoluzionaria è la pura sospensione, il breve istante d’intervallo che interrompe non soltanto il dispositivo scienza-istituzione, ma anche la realtà storica e economico-politica del sistema psichiatrico, creando la possibilità di un’uscita dalla norma del presente. Da Gorizia, a metà degli anni ’60, viene lanciata una parola d’ordine che non lascia dubbi sulla sua ascendenza fenomenologica: per comprendere il malato di mente, dicono Franca e Franco Basaglia, bisogna mettere fra parentesi la malattia mentale. Attenzione, però, che questa non è solo un’affermazione di principio, ma anche e soprattutto un programma di lavoro che nasce dalla pratica di trasformazione del manicomio di Gorizia, e dalle analisi che emergono in questo processo di liberalizzazione. La comunità terapeutica di Gorizia è la scoperta che l’incontro con il malato mentale è possibile soltanto se egli è libero, e se tutti i membri della comunità (medici, infermieri e pazienti) si incontrano su un piano di libertà. Infatti, il malato di mente internato nei manicomi è prima di tutto un escluso sociale, un uomo che, oltre ad aver perso i propri diritti, ha perso tutto, anche sé stesso. Come si può pensare di incontrarlo se prima non si è sospesa la logica istituzionale che continua a seppellirlo sotto una malattia che è l’istituzione stessa a produrre? L’epoché è un concreto processo di neutralizzazione del manicomio: minuzioso lavoro di disincrostazione degli effetti di “istituzionalizzazione”, e di rimozione delle sue cause, volontà di ritrovare il vero volto del malato mentale sotto le macerie dell’internamento. Ciò che non bisogna lasciarsi sfuggire è che questa sospensione pratica del manicomio avviene, quando si arresta il giudizio sulla malattia mentale. È in questa estrema sospensione del soggetto della conoscenza, in questa autosospensione della scienza all’interno di se stessa, che si inaugura il tempo della distruzione del manicomio: un tempo lungo e intenso, ma che ha dimostrato di essere gravido di nuove possibilità di vita e di sapere.

In un articolo intitolato Il problema della gestione Basaglia scrive: «Ma, al momento attuale, siamo sicuri di poter incominciare a dedicarci alla “malattia”? Ciò che – nella nostra istituzione psichiatrica – è rimasto, dopo la serie di riduzioni successive che ha liberato il malato mentale dalle incrostazioni istituzionali e scientifiche di cui era coperto, è da ritenersi la “malattia”? […] Per poter veramente affrontare la “malattia”, dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall’istituzione psichiatrica […], ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono». L’esperienza basagliana sembra essere il tentativo inusitato di costruire un linguaggio del fuori. Il suo vero gesto è l’uscita. Uscire dall’istituzione, uscire dalla gestione, uscire dalla psichiatria, piuttosto che contrapporvisi dialetticamente e ricomporre sempre la loro costituzione. In una lettera indirizzata a Bollati, che aveva seguito la pubblicazione del libro L’istituzione negata per la casa editrice Einaudi, Basaglia scrive: «Il mio timore è che l’istituzione negata (intendo l’impresa in sé) diventi un’ideologia e non continui invece a negarsi. In questo momento, almeno per me, potrei dire che sta cominciando […] un altro capitolo dell’azione per sfuggire l’ideologia che io stesso ho provocato. Il problema della malattia come problema anti-istituzionale specifico, mi angoscia e, una volta affrontato il problema antiistituzionale generico, mi si affaccia l’anti-istituzionalità specifica, l’antipsichiatria». È il momento unico in cui un’azione pratica apre un dubbio teorico. L’”istituzione negata” è un processo in corso, che produce ideologia se s’illude di poter essere solo pura pratica senza impegnarsi nella sperimentazione scientifica: infatti contemporaneamente alla negazione istituzionale vien fuori il problema psichiatrico. Per questo è necessario che cominci un altro tipo di azione, un’azione intellettuale che fondata sull’esperienza, non s’illuda a sua volta di poter semplicemente negare la psichiatria. Quando si agisce perché ci sia una crisi permanente nell’istituzione, è necessario che ci sia «la sostituzione di un modello di riferimento schematico con qualcosa che non si limiti ad essere un non modello, ma che voglia avere in sé la possibilità di porsi come antimodello, capace di distruggere la tendenza all’acquietarsi in nuovi schemi di riferimento, contrapposti a quelli tradizionali. […] Una psichiatria, dunque, che non vuole solo negarsi, ma vuole affermarsi come anti-scienza […] Solo nella crisi e nella critica interna permanente sarà forse possibile trovare la garanzia al suo non porsi come scienza». L’azione basagliana perde qualsiasi tentazione riformistica e diventa “pura” azione rivoluzionaria: negazione della scienza come ideologia istituzionale nell’atto stesso in cui viene negata l’istituzione.

Il 13 maggio del 1978 il parlamento italiano approva a larga maggioranza la legge 180. Da più parti viene chiesto a Basaglia di avvallare la riforma con un discorso scientifico. I manicomi sono stati chiusi per legge, tuttavia si vuole la garanzia che non venga meno il controllo. Basta insomma con gli esperimenti, le genealogie, le lotte, adesso si tratta di governare con gli strumenti offerti dal nuovo quadro legislativo. Basaglia replica a questa richiesta con un risoluto  «preferirei di no». Non ci sta a formalizzare e a rinchiudere il sapere acquisito nelle lotte in una nuova ideologia scientifica e in nuovi modelli di gestione. Non ci sta a piegarsi alla “logica della programmazione”, alla tracotanza della psichiatria sociale e di tutte le teorie sistemiche che s’illudono di progettare l’organizzazione “perfetta”. Non ci sta, in fondo, a piegarsi, per così dire, alla logica per cui la rivoluzione non ha altro fine se non quello di fondare nuove forme di governo e nuove istituzioni. Per Basaglia, pensare che la rivoluzione si effettui sostituendo all’istituzione ufficiale un’altra che sia in grado di svolgere le stesse funzioni meglio e in modo diverso, non significa altro che garantire la continuità dell’esercizio del potere. La nuova legge può rivelarsi inaspettatamente una “trappola ideologica”: c’è il rischio di assumere la posizione di chi si sente il migliore, perché buono, comprensivo e liberatore e di non mettersi più in discussione. C’è il rischio molto concreto che gli psichiatri che hanno promosso il superamento del manicomio coprano con nuove ideologie scientifiche le contraddizioni che hanno contribuito ad aprire. Dice Basaglia: «Noi psichiatri alternativi, pur avendo stimolato una nuova legge, siamo una minoranza, ma, come direbbe Gramsci, siamo una minoranza egemonica. […] Naturalmente dobbiamo essere molto vigili perché questa minoranza una volta catturata, può diventare la nuova maggioranza riciclata».

La legge 180 è vista da Basaglia come una cesura che va posta sotto il segno incontrovertibile della “sottrazione” e della “fine”:  fine delle esperienze esemplari;  fine dell’identificazione, sia con i ruoli tradizionali della psichiatria, sia con il ruolo di militanti contro la psichiatria. Per Basaglia, con la 180, bisognava compiere un nuovo salto nel buio, analogo, cioè al tempo stesso simile e del tutto diverso rispetto a quello compiuto all’inizio della sua esperienza; bisognava quindi predisporsi a rompere nuove vetrine, come fu infranta a Gorizia la vetrina (la “buona pratica”) della comunità terapeutica, affinché le pratiche stesse non diventassero nuovi modelli governamentali. Dopo la legge 180, nella quotidianità del suo lavoro, lo psichiatra dovrà operare rinunciando a tutte quelle risposte preformate garantite dal dispositivo malattia mentale-manicomio. «È in questa mancanza di identità – scrive Basaglia – che  consiste attualmente la sfida implicita in ciò che potrà essere un modo diverso di fare “psichiatria”. Perché è in questo vuoto ideologico e istituzionale che saremo costretti ad avvicinare il disturbo psichico al di fuori dei parametri e degli strumenti che ci hanno finora impedito di avvicinarlo. Riempire questo vuoto, colmare questo momento di sospensione, di perplessità, di incertezza con altre ideologie di ricambio, può impedirci di approdare a un nuovo modo di capire, al di fuori degli schemi culturali che ci imprigionano […] Il bisogno di una nuova “scienza” e di una nuova “teoria” si inserisce in quello che impropriamente viene definito “vuoto ideologico” e che, in realtà, è il momento felice in cui si potrebbe incominciare ad affrontare i problemi in modo diverso».

Siamo nel 1979, è passato un anno dall’approvazione della legge 180 e Basaglia si accorge che lo scenario è improvvisamente cambiato: bisogna fare i conti con questo horror vacui, con questo «vuoto ideologico e istituzionale» che produce perdita di identità. Non si tratta soltanto di dover affrontare l’angoscia dell’ex internato, che ha perso il guscio protettivo dell’istituzione totale, ma anche l’angoscia del tecnico che non sa più quale situazione tenere di fronte alla follia. Ma che succede, quindi? (si domanda con inquietudine Basaglia) «Succede che queste stesse persone che hanno finito per esercitare un certo potere nell’ospedale, che hanno “rotto” coraggiosamente le situazioni più cristallizzate e istituzionalizzate e che hai l’impressione che stiano al tuo fianco, cadono poi nell’angoscia e vogliono “sapere” il perché non riescono più a stare dentro la situazione. Esigono da noi una protezione e, attraverso mille razionalizzazioni, riaffermano per sé e per gli altri un ruolo istituzionale». La ricerca di un ruolo da parte dell’operatore nasce dall’incapacità di ridefinire se stesso come soggetto etico e come soggetto di conoscenza all’indomani del crollo dell’istituzione e ripropone una domanda di sapere che dia innanzitutto sicurezza. Dinanzi all’inesorabile tendenza verso il rimpatrio in un nuovo sapere, in un nuovo assetto istituzionale e in una nuova identità, Basaglia rilancia con un programma sperimentale. «In definitiva – scrive Di Vittorio – la 180 è un elogio, un appello al pauperismo psichiatrico, e in tal senso ha la forza, persino la violenza, di una rivoluzione copernicana: meno psichiatria equivale all’obbligo di essere creativi. La 180 fa sorgere all’improvviso una nuova equazione e costringe – non solo gli operatori ma anche i pazienti e tutti gli attori sociali – a fare quotidianamente i conti con essa: meno mezzi standardizzati equivale a più creatività; meno dispositivi psichiatrici equivale alla necessità d’inventare altre risposte, di trovare rimedi lì dove, per statuto, non penseremmo di trovarli: nel quartiere, nel territorio, nella comunità».

La fine del manicomio è il momento opportuno per provare a rapportarsi all’angoscia e alla sofferenza senza oggettivarla automaticamente negli schemi della malattia. È il momento opportuno per ricominciare a slegare la follia dalla malattia mentale e provare a incontrare l’irrazionalità del soggettivo al di qua e al di là della grande partizione normale/patologico. È il momento, in sostanza, in cui è possibile costruire un sapere affrancato dalle forme costituite del rapporto di conoscenza scientifica. La destituzione del soggetto statuario di conoscenza avviene, rifiutando il fondamento di qualsiasi sapere già supposto o acquisito, per assumere di fronte alla follia una posizione di non sapere, ossia di distacco da ciò che si sa e ciò che si fa. È solo deponendo il discorso della ragione, della sua scienza e delle sue istituzioni, che diventa possibile l’incontro con la follia. «La follia – scrive Basaglia – è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società […] dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece questa società accetta la follia come parte della ragione, e quindi la fa diventare ragione attraverso una scienza che si incarica di eliminarla». La follia è una “condizione umana” e al pari delle altre appartiene al mondo-della-vita. In tal senso, la follia va incontrata là dove essa ha origine, cioè nella vita.

In un seminario sul pensiero di Franco Basaglia, risalente a metà degli anni 90, lo psichiatra Mario Colucci ravvisa «una possibile “somiglianza etica” tra il gesto di  Basaglia e quello di Lacan, una prossimità costruita sulla dissipazione del soggetto di conoscenza: per entrambi, infatti, la posizione da tenere di fronte alla follia è quella di chi non pretende di sapere, ma accetta lo scacco di qualsiasi sapere, di chi continua a pensare l’irrazionalità del soggettivo senza la garanzia di un fondamento.

Se la messa in crisi del sapere psichiatrico è il venir meno di ogni garanzia, è la rinuncia all’illusione di un fondamento, si può dire che la scelta di Basaglia è in primo luogo una scelta etica, un atto di destituzione. Analoga la scelta di Lacan, per quanto situata in un altro contesto: la sua posizione quella di “ignorare ciò che sa”, è anch’essa un atto di destituzione. L’etica della psicanalisi si fonda primariamente per Lacan su un atto di abbandono, da parte dell’analista, della posizione di soggetto supposto sapere, che pur promuove il transfert: la differenza tra una tecnica psicoterapeutica e la psicanalisi è che la prima punta a suggestionare il soggetto con la promessa di un sapere che proviene dal terapeuta, sapere con una funzione adattiva e normalizzante; la seconda invece parte dalla consapevolezza dell’analista “di non poter sapere quello che fa”, tanto da esercitare un’astensione, un “silenzio”, che non impone al soggetto un sapere padrone, ma gli rinvia la domanda e gli suggerisce di dirigersi verso ciò che non sa, ciò che non è stato detto e ciò che resta da dire». Colucci colloca Basaglia e Lacan all’interno di quella che lui definisce un’etica della dissipazione. «Dissipazione di sapere, cioè nuova esperienza di pensiero e azione che rifiuta il fondamento di qualsiasi sapere supposto: esperienza da promuovere su due piani, quello generale dell’istituzione attraverso la distruzione del manicomio e del sapere istituzionale che lo riproduce, e quello particolare dell’operatore attraverso la destituzione dal suo ruolo di tecnico e la perdita del sapere specialistico ad esso correlato».

Per Basaglia, non c’è nessun fondamento possibile, nessuna istituzione, nessun ruolo tecnico, tutto deve essere soggetto a uno svuotamento. La distruzione delle istituzioni e dei ruoli è la strettoia attraverso la quale deve passare la scienza psichiatria per trasfigurarsi  in arte della cura. La parabola dell’esperienza di Basaglia è un esempio storico autorevole non di razionalità istituzionalista, ma di cosa significhi rendere inoperosa la psichiatria.