Falene XVI-XVII

di Bianca Bonavita

XVI. Normalità

Le giornate all’ufficio cominciarono a confondersi tra loro. Le settimane diventarono mesi e le stagioni cessarono di nuovo di confidarsi con la sua pelle.

All’inizio pensava fosse una sua strategia, quella di comportarsi normalmente, di arrivare puntuale al lavoro, di tradurre tutto ciò che gli veniva richiesto, in poche parole quella di tenere una buona condotta. Non doveva dare nell’occhio, aveva bisogno di tranquillità e di tempo per pensare, per osservare, per capire ciò che gli stava accadendo.

Studiava i suoi colleghi, il loro comportamento, studiava il suo capoufficio, almeno lui doveva sapere, doveva essere a conoscenza di qualcosa, studiava gli altri inquilini del palazzo quando li incrociava nell’androne o sulle scale, cercava in chiunque incontrasse i suoi occhi qualche segno rivelatore o perlomeno qualche indizio che l’aiutasse a comprendere, a individuare la strada da seguire.

Di tanto in tanto continuava ad avere l’impressione di essere osservato, gli accadeva soprattutto mentre camminava per strada. Prima di darsi nuovamente alla latitanza doveva essere certo di non essere seguito, di non essere tracciato, doveva essere certo che nessuno stesse spiando i suoi movimenti.

A volte gli sembrava quasi di vivere il terrore antiquato dei bei tempi andati, quando il terrore era ancora un parente stretto della paura e della persecuzione e non aveva nulla a che vedere con la libertà e la comodità. Allora il suo pensiero andava agli Strum, ai Vasilij, ai Pavel, agli Osip. Ma non aveva in mano nulla a suffragare i suoi sospetti. Le sue erano soltanto sensazioni che sconfinarono ben presto in qualcosa di insano.

E più il tempo passava, più quella che gli era parsa una strategia assunse i contorni dell’alibi.

In cuor suo F sapeva che  nessuno lo tratteneva dall’astenersi dal lavoro e dall’evasione. In cuor suo era certo che nessuno l’avrebbe seguito se avesse imboccato quella strada di collina su cui s’incamminò la mattina del suo primo giorno di latitanza. Ma continuava a temporeggiare, a dirsi che aveva bisogno di capire, a raccontarsi quella storia dei pedinamenti.

Era un modo per nascondersi la realtà.

E la realtà era che iniziava ad essere contento del suo impiego.

Iniziava a star bene in ufficio, così come non lo era mai stato, nemmeno nei primissimi tempi dell’assunzione, quando era ancora smanioso di essere utile. E benché vi fosse ancora qualcosa in lui ad opporre una strenua resistenza, a non rassegnarsi ad ammetterlo, iniziava a sentirsi proprio bene davanti allo schermo a tradurre libretti d’istruzioni per elettrodomestici e corrispondenze commerciali, iniziava a sentirsi a proprio agio nel chiacchiericcio tra colleghi attorno alla macchina del caffé, iniziava a sentirsi finalmente felice di avere un impiego sicuro e, se non appagante, ben remunerato, e un appartamento comodo e confortevole a cui tornare ogni sera. Iniziava di nuovo a sentirsi utile.

La realtà era che ora, per nulla al mondo avrebbe cambiato quella vita.

La sera riprese ad uscire, a frequentare cinema, teatri e persino certi locali alla moda in cui non aveva mai messo piede. Si sentiva gioiosamente un animale metropolitano.

Di notte prese a camminare tra le luci delle strade più battute con un’eccitazione che non aveva mai conosciuto. Tutto gli sembrava ora così vivo, frizzante, stimolante.

Laddove aveva visto il disfacimento della civiltà, lo sgretolarsi del significato, la certezza dell’oppressione e tutte le altre miserie umane, ora vedeva una splendida e perfetta creazione, un impeccabile collaudato meccanismo, vedeva il trionfo dello sviluppo, dell’evoluzione, del progresso. E iniziò a sentirsi fiero di farne parte.

Il ricordo delle serate trascorse sul tetto del suo palazzo in compagnia di Bartleby, di Jacob, e del Brigante divenne sempre più sfuocato nella memoria fino quasi a scomparire del tutto.

Comprò gli ultimi ritrovati elettronici, iniziò a rollarsi sigarette e di lì a poco iniziò a uscire con la traduttrice di inglese. Iniziarono a frequentarsi assiduamente, si desiderarono, si baciarono, si amarono.

Poi vennero le serate sul divano a mangiare pizza da un cartone davanti a un film, vennero le prime litigate, le prime rose, i primi perdoni. Ed F, segretamente, iniziò anche a pensare a dei figli. Ora gli sembrava più che normale, se non giusto, mettere al mondo nuove creature, gli sembrava proprio un bel mondo da poter vivere. Chiunque avrebbe avuto il diritto di poterlo vivere, a tutti gli angeli del paradiso si doveva dare questa possibilità. Ed era bello pensare a  una parte di sé che gli potesse sopravvivere. Un giorno o l’altro ne avrebbe parlato alla traduttrice di inglese.

Di tanto in tanto continuava a tornargli alla mente A., il processo, la latitanza e la sua vita infelice di un tempo. Ma sempre più di rado. Il passato andava via via assumendo i caratteri dell’irrealtà. Il dubbio che tutta quella storia, dalla latitanza al processo passando per A., non fosse stata altro che un sogno, il frutto della sua immaginazione, iniziò gradualmente a mutarsi in qualcosa che assomigliava a una certezza.

Finché un giorno, trascorsi quasi due anni dal ritorno alla sua vita, il capo lo fece chiamare nel suo ufficio.

– Buongiorno impiegato F. Si accomodi la prego. Innanzitutto devo dirle che siamo molto orgogliosi di lei. Le sue capacità di recupero hanno superato ogni aspettativa. Vediamo con piacere che la ferita si è rimarginata e che non v’è più traccia in lei dei punti di sutura. In questi due anni ha lavorato molto bene sia in ufficio che fuori, la sua condotta è stata impeccabile. Come ci aspettavamo non ha tradito la nostra fiducia. Può stare tranquillo, vedrà che se ne terrà conto.

A quelle parole F si accorse di avere un moto di orgoglio.

– L’ho fatta chiamare per informarla che domani, se potrà, dovrebbe recarsi all’Aula di Giustizia per le requisitorie. Una formalità, nulla di più. Non si preoccupi, nel frattempo sono stati ascoltati molti testimoni. Anch’io ho testimoniato in suo favore. Non ha proprio nulla da temere. L’appuntamento è qui in ufficio, domattina alle nove. Ora può andare. Ah! Mi saluti quella cara ragazza! Fra traduttori ve la intendete eh? Sono proprio contento che si sia accorto di lei!

F ascoltò con angoscia crescente le parole dell’uomo.

Terreo in volto uscì dall’ufficio e tornò alla sua scrivania.

Dunque era vero. Il processo, la latitanza, non erano frutto della sua immaginazione.

E ora, per colpa di un certo F di cui non aveva che una vaga memoria, tutto era nuovamente messo in discussione, e il bel castello che aveva faticosamente ricostruito rischiava di crollare l’indomani alle nove.

Gettò uno sguardo angustiato alla traduttrice di inglese china sul lavoro. Ai suoi colleghi, ai fascicoli sulla sua scrivania, al salvaschermo. Perché mai aveva cercato di andarsene? Perché  aveva rinnegato quella vita?

Quella sera non uscì. Era malinconico. Volle restare solo nel suo appartamento, solo con le sue cose, i suoi libri, i suoi dischi, il suo portatile sempre acceso sulla tavola. Non era pronto a perdere tutto quanto. Proprio ora che iniziava a pensare a dei figli, a una famiglia, a una vita serena. Salì sul tetto del palazzo per guardare la città.

Ora, dalla cuspide della piramide, vedeva un capolavoro dell’ingegno umano, una creatura viva, pulsante, sempre intenta a funzionare e a lanciare sulle inafferrabili sponde del futuro le sue travolgenti onde di algoritmi, vedeva un grande cervello di case, di luci, di strade, immerso nelle sue inarrestabili attività, vedeva un grembo gravido di pensieri necessari e geniali, vedeva l’unica grande possibile opera manifestarsi in tutta la sua magnificenza. Ed era grato per ciò che vedeva.

Certo sarebbe sempre potuto scappare, si sarebbe potuto dare a una latitanza con tutti i crismi della latitanza. Ma così facendo avrebbe soltanto avuto la certezza di distruggere con le proprie mani ciò che aveva ricostruito. Fuggendo avrebbe irrimediabilmente perduto la propria vita, la propria identità.

No, se desiderava salvare qualcosa non avrebbe dovuto mancare all’appuntamento. In fondo, a ben guardare, le parole del suo capo erano state rassicuranti. Durante la custodia cautelare il suo comportamento era stato ineccepibile.

XVII. Ammutinamenti

F arrivò puntuale.

L’ascensore era aperto. Lo aspettava.

L’ufficio iniziava a popolarsi ma nessuno badò a lui. Come quando era ripiombato nell’ufficio, ormai due anni prima, scomparve nell’ascensore nella totale indifferenza dei colleghi, traduttrice di inglese compresa. Ma si poteva davvero chiamare indifferenza? Si chiese.

Schiacciò l’unico pulsante e l’ascensore iniziò a scendere. Prese velocità, tanto che F ebbe la sensazione di essere in caduta libera. Poi si arrestò bruscamente facendogli perdere l’equilibrio. Udì un tintinnio e le porte si aprirono su una stanza.

Il maggiordomo lo stava aspettando.

– Venga impiegato F. L’accompagno all’Aula di Giustizia. La stanno aspettando.

La stanza poteva essere la stessa, anche se le fotografie non c’erano più.

F seguì la sagoma imponente dell’uomo. Una porta che non avrebbe saputo distinguere dalla parete bianca li fece entrare in un corridoio ampio e luminoso. Di luci al neon, avrebbe detto se fosse stato in grado di guardare verso la fonte di luce. Ma era impossibile. La luce era troppo forte. A malapena poteva  tenere gli occhi socchiusi sulle bianche piastrelle del pavimento.

Ad ogni passo F sentiva crescere in lui ondate di calore sempre più intense. Non poteva più riconoscere nel bagliore accecante la figura del maggiordomo ma continuava a sentire i suoi passi non troppo in lontananza. Il calore si faceva sempre più insopportabile. Il pavimento era ardente, l’aria uno scirocco d’agosto sulla faccia.

Di fuoco s’impregna l’anima. E sul fuoco aveva la sensazione di camminare F.

Doveva essere sul fondo di qualche inferno. Che sta sempre sotto, per abitudine o per dispetto, a nascondersi dall’umano intelletto. Ed è buffo, pensò F, ubriaco di luce e di calore, che a separare l’inverno dall’inferno ci sia poco più che un respiro, un battito di incisivi sul labbro inferiore. E in quel vento tra i denti che sputa fuori le fiamme ci sono i segreti che il fuoco non può raccontare. Perché di questo si tratta, pensò F.

E se fosse una falena nel suo ultimo volo, nel suo girone di fuoco? Le immagini presero a vorticare nella testa di F, un vortice che si fece cuneo e poi fuso, e il groviglio dei pensieri iniziò a filare, in fondo, e poi a tessere il vecchio abito del mistero.

Come sonnambulo F andò a sbattere contro una porta. Era la schiena del maggiordomo.

Aprì gli occhi di schianto. Il caldo era svanito. Il suo accompagnatore girò una maniglia e nel gettare lo sguardo oltre il varco che si schiudeva dinnanzi, F si sentì lacerare le carni da uno squarcio. Allora comprese.

L’aula era già gremita. Il pubblico cicaleggiava. Le loggette quasi tutte occupate. Gli animali stavano prendendo posizione nel recinto prospiciente la platea. Il grande portone d’ingresso era serrato.

Alcuni inservienti si aggiravano indaffarati attorno al pulpito e alle sedie vuote dei magistrati. Sembravano intenti a verificare il corretto funzionamento delle apparecchiature. Ragazze discinte si aggiravano tra il pubblico con ceste piene di snack e di bibite.

Di fronte a lui, seduta nello stessa postazione di due anni prima, A. lo fissava con occhi angosciati identici ai suoi. Anche lei aveva compreso.

Si guardarono come a chiedersi perdono. Ma in cuor loro sapevano che non c’era nulla da farsi perdonare. Era già iniziata l’operazione. La cicatrice c’era. Da qualche parte doveva pur esserci.

Era tornato il vecchio F, quello che aveva scelto la latitanza e l’esilio, quello che bighellonava su pentole a pressione nella notte con Bartleby, Jacob e il Brigante, quello che si era stancato di essere piegato dentro, quello che aveva preferito non essere un Kraus. Cominciarono a riaffiorare i ricordi della sua latitanza e della sua vita prima di essa. Ora poteva riconoscere nitidamente la storia del suo gesto e abbracciarla di nuovo come si abbraccia qualcosa di necessario. E da quella loggia, guardando il viso di A., poteva vedere con chiarezza i due anni di custodia cautelare, l’anteprima della sua condanna.

Anche questo faceva parte del processo, dell’operazione. Poter vedere. Poter vedersi in quell’ufficio felice del proprio impiego, del proprio essere impiegato. Quel tempo di reintegro nella propria funzione era stato solo un breve assaggio della sua pena. Ora gli era chiaro. E tornato in sé, doveva sapere che quello sarebbe stata la sua pena.

Tutte le logge si erano riempite. F iniziò a domandarsi a quale destino erano stati riportati in quel periodo di custodia cautelare gli altri imputati. Un’angoscia rinnovata lavorava di scalpello sui loro volti. Anch’essi dovevano aver rivisto la normalità da cui si erano esiliati. Una ciotola di plastica piena di croccantini? Un timbro su un foglio di carta? Una vecchiaia solitaria? Una separazione sana di mente? Un adulterato essere adulto?

Volevano il monopolio dell’eccezione, non più della violenza, ecco cosa volevano. Non potevano accettare che qualcuno si facesse eccezione, che si mettesse al bando da solo latitando la normalità della loro eccezione. Non potevano accettare eccezioni fuori dall’eccezione, ecco cosa volevano. Ma chi erano questi “loro” se quel trono sull’altare era vuoto?

Il portone si aprì.

La platea si zittì all’istante.

Ed ecco i magistrati fare il loro ingresso trionfale nell’Aula di Giustizia. Alcune facce erano cambiate ma la scena della sfilata tra i banchi della platea fu pressoché identica alla seduta precedente. Poggiarono i faldoni sul tavolo di legno scuro che separava i loro scranni dall’altare e iniziarono a gingillare con i loro dispositivi elettronici.

Il suo capo aveva parlato di requisitorie. Ora avrebbero letto le loro richieste, avrebbero fatto la loro arringa finale.

In platea si alzò di nuovo il brusio.

I magistrati sembravano intenti a ingannare il tempo in attesa che accadesse qualcosa che avrebbe dato il via alla seduta.

Gli occhi di F tornarono a posarsi sulla figura di A. Dunque era reale. Come aveva potuto dubitarne?

Una platea li separava.

C’è sempre una platea a separare.

Avrebbe voluto abbracciarla, toccarla, baciarla. Magari sedersi in platea con lei a godersi lo spettacolo come quelle coppiette tubanti delle ultime file.

Ci si fida troppo degli occhi, sputano ingiuste sentenze il più delle volte.

Di quale realtà era fatta? Era forse solo un’immagine?

Benché il ricordo del tempo di latitanza insieme fosse di nuovo germogliato in lui, la sostanza di A. continuava a restare inafferrabile ai suoi pensieri. Se solo avesse potuto toccarla!

E si scoprì a tastarsi di nuovo la testa e il corpo intero in cerca della cicatrice.

Dov’erano i punti di sutura? Perché non c’era alcuna traccia sulla pelle?

F iniziava ad essere stanco. Non aveva più voglia di giocare a quel gioco. Lo prese una gran sonnolenza.  Le palpebre crollarono sotto il loro peso.

Quando riaprì gli occhi il mondo era ancora lì, sotto forma di Aula di Giustizia.

Non era cambiato nulla ma il tempo era come sospeso e l’aula gli appariva diversamente.

Ora gli sembrava che quel processo si stesse svolgendo sul ponte di coperta di una nave, e che lui, A. e tutti gli altri imputati, animali compresi, fossero marinai accusati di ammutinamento sottoposti a giustizia sommaria. Che a pensarci bene, in tempo di guerra, ed è sempre tempo di guerra, è la sola giustizia a disposizione.

Ecco perché non c’erano avvocati.

Ecco perché Billy Budd, l’Avvenente Marinaio coartato sulla Bellipotent era stato fatto penzolare dal pennone di maestra senza badare troppo alle formalità.

In tempo di guerra, ed è sempre tempo di guerra, non ci si può mostrare deboli davanti all’equipaggio. C’è bisogno di fermezza e di punizioni esemplari.

Con un pugno ben assestato Billy aveva steso per sempre Claggart, che lo stava accusando davanti al capitano Vere di essere a capo di una cospirazione. Proprio lui, Billy Budd, il più fedele ed entusiasta dei coartati sulla Bellipotent che tramava un ammutinamento, era un vero oltraggio alla verità ancor prima che alla sua memoria. Così il poderoso braccio era partito, tra un balbettio e l’altro di parole che non potevano uscire si era abbattuto come un ariete sul volto di Claggart. E il capitano Vere, mandandolo a morte, sapeva di mandare a morte il più fedele tra i suoi uomini, colui le cui ultime parole furono “Dio benedica il capitano Vere!”.

Da Billy Budd non sarebbe mai nato alcun ammutinamento. Ne era certo.

Ed è questa forse la sua vera colpa. Billy Budd è colpevole di non aver tramato alcun ammutinamento, di non aver affatto cospirato contro la Corona. Anche se qualcuno dirà, seguendo forse i reconditi pensieri di Claggart, che l’esistenza stessa di un Billy Budd costituiva in sé la più pericolosa forma di ammutinamento. E che il candore di quel pugno ne era la riprova.

Ma F a questa teoria non aveva mai creduto. Tutta quella retorica dell’onesto barbaro non gli era mai andata giù. Era sempre stato più propenso a pensare che Billy Budd incarnasse alla perfezione l’ideale del servo e che quell’uomo di legge di Vere non soffrisse affatto per mandare a morte un uomo, ma soltanto perché la ragion di Stato lo costringeva a  mandare a morte il suddito più fedele dello Stato. Un paradosso imbarazzante per un ligio funzionario.

Comunque, a differenza di quel povero cristo di Billy Budd, immolato sull’altare del regno, che era colpevole solamente di un bel pugno, tutte le persone in quell’Aula di Giustizia, ora questo F iniziava a comprenderlo nitidamente, erano a vario titolo colpevoli di ammutinamento e nella fattispecie di forme di ammutinamento ben più insidiose del Grande Ammutinamento del Nore del 1797.

Il fatto davvero preoccupante era che nessuno degli imputati aveva mai pensato di prendere il controllo della nave.

E certamente il loro non era stato un semplice sciopero, non c’era stata alcuna richiesta, alcuna rivendicazione.

C’era piuttosto una deriva in tutti quei volti affacciati come a teatro sull’Aula di Giustizia. Una deriva non pronunciata rimasta su tutte le loro labbra come la più efficace delle minacce. C’erano vite che in vario modo si erano sottratte, anche solo per un istante, al governo del pilota. E che ora erano sottoposte alla giustizia che si riserva ai disertori.

Su queste onde navigavano i pensieri di F quando finalmente uno dei magistrati si avvicinò al pulpito. Salì risoluto le scalette e si avvicinò al microfono in un’aula già disposta in silenzioso ascolto. Il pubblico in platea era proteso con ogni muscolo, con ogni cellula, verso l’altare. Famelico era pronto ad assistere allo spettacolo.

Non accadde nulla. Eppure la seduta ebbe inizio.