Lezione nelle tenebre

di Giorgio Agamben*

 Aleph       La posizione del profeta è oggi particolarmente scomoda e i pochi che provano ad assumerla sembrano spesso mancare di ogni legittimità. Il profeta si rivolge, infatti, alle tenebre del suo tempo, ma, per farlo, deve lasciarsi investire da queste e non può pretendere di aver conservato intatta – non si sa per quale speciale dono o virtù- la sua lucidità. Geremia, al Signore che lo chiama, risponde solo con un balbettio -“a,a,a“- e aggiunge subito dopo: “ecco, non so parlare, sono un bambino”.

 

Beth        A chi si rivolge il profeta? Immediatamente a una città, a un popolo.  La particolarità della sua apostrofe consiste, però,  nel fatto che essa non può essere intesa, che la lingua in cui egli parla risulta oscura e incomprensibile. L’efficacia della sua parola è, anzi,  precisamente funzione del suo restare inascoltata,  del suo essere in qualche modo fraintesa.  Profetica è, in questo senso, la parola infantile che si rivolge a qualcuno che per definizione non potrà ascoltarla. E proprio la necessaria compresenza di questi due elementi – l’urgenza dell’apostrofe e la sua inanità- definisce la profezia.

Gimel     Perché le parole del profeta restano inascoltate?  Non  perché  denunciano le colpe dei suoi simili e le tenebre del suo tempo. Piuttosto perché l’oggetto della profezia è la presenza del Regno, la sua discreta ingerenza in ogni trama e in ogni gesto, il suo ostinato avvenire qui e ora, ogni istante. Quello che i contemporanei non possono né vogliono vedere è la loro quotidiana intimità col Regno. E, insieme, il loro vivere “come se Regno non fossero”.

Daleth    In che modo il Regno avviene, è presente?  Non come una cosa, un gruppo, una chiesa, un partito. Il Regno coincide sempre col suo annuncio, non ha altra realtà che la parola – la parabola- che lo dice.  E’  di volta in volta un chicco di senape, un’erbaccia, una rete gettata nel mare, una perla -ma non come qualcosa che è significato dalle parole, ma come l’annuncio che esse ne fanno. Ciò che viene, il Regno, è la parola stessa che lo annuncia.

 

He         Ascoltare la parola del Regno significa allora fare esperienza della sorgività della parola, di una parola che resta sempre veniente e illeggibile, che sta sola e prima nella mente e non si sa da dove venga e dove vada; accedere a un’altra esperienza del linguaggio, a un dialetto o a un idioma che non designa più attraverso grammatica e nomi, lessico e sintassi -e solo a questo prezzo può annunciare e annunciarsi. Questo annuncio, questa  insignificante, integrale trasformazione della parola è  il Regno.

Waw     Fare esperienza della sorgività della parola significa ripercorrere contropelo il lungo processo storico attraverso il quale gli uomini hanno interpretato il loro essere parlanti come il possesso  di una lingua, fatta di nomi e regole grammaticali e sintattiche, che permettono il discorso significante. Quello che era il risultato di un  paziente lavoro di riflessione e di analisi è stato così proiettato nel passato come un presupposto reale, quasi che la grammatica costruita dagli uomini fosse veramente la struttura originaria della parola. Il Regno non è, in questo senso, che la restituzione della parola alla sua natura dialettale e annunciante, al di là o al di qua di ogni lingua.

Zajm     Chi compie questa esperienza della parola, chi è, in questo senso, poeta e non soltanto   lettore della sua parola, ne scorge la segnatura in ogni minimo fatto, ne testimonia in ogni evento e in ogni circostanza, senza arroganza né enfasi, come se percepisse con chiarezza che tutto ciò che gli capita, commisurato all’annuncio, depone  ogni  estraneità  e ogni potere, gli è più intimo e, insieme, remoto.

 

Heth    L’oscurità dell’annuncio, il malinteso che la sua parola produce in chi non la intende, si ritorce su chi la pronuncia, lo separa dal suo popolo e dalla sua stessa  vita. L’annuncio si fa allora lamento e esecrazione, critica e accusa e il Regno diventa un’insegna minacciosa o un paradiso perduto -in ogni caso non più intimo e presente. La sua parola non sa più annunciare: può solo vaticinare o rimpiangere.

 

Tet    Il Regno non  è una meta che si deve raggiungere, il fine a venire di un’economia terrena  o celeste. Non si tratta di immaginare e realizzare istituzioni più giuste o Stati meno tirannici. E nemmeno di pensare una lunga, crudele fase di transizione, dopo la quale la Giustizia regnerà sulla terra. Il Regno è  già  qui, quotidiano e dimesso e, tuttavia, inconciliabile con le potenze che cercano di travestirlo e nasconderlo, di impedire che la sua venuta sia amata e riconosciuta, o di trasformarlo in un evento futuro.  La parola del Regno non produce nuove istituzioni né costituisce diritto: essa è la potenza destituente che, in ogni ambito, depone i poteri e le istituzioni, compreso quelli, chiese o partiti,  che pretendono di rappresentarla e incarnarla.

 

 

Jodh    L’esperienza del Regno è dunque esperienza della potenza della parola. Ciò che questa parola destituisce è innanzitutto la lingua. Non è possibile, infatti, deporre i poteri che dominano oggi la terra senza prima deporre la lingua che li fonda e sostiene. Profezia è consapevolezza della natura essenzialmente politica dell’idioma in cui parla. (Di qui, anche, l’irrevocabile pertinenza della poesia alla sfera della politica).

Kaph    Destituire una lingua è il compito più arduo. La lingua, infatti, che è in sé soltanto un insieme di lettere morte, finge -ma è una finzione pragmatica, che costituisce la sua forza più propria- di contenere al suo interno la viva voce degli uomini, di aver luogo, vita  e fondamento nella voce di coloro che parlano. In ogni sua parte la grammatica rimanda a questa voce nascosta, la cattura nelle sue lettere e nei  suoi fonemi . Ma non c’è, nella lingua, una voce. E il nostro tempo è quello in cui la lingua esibisce ovunque la sua vacuità e la sua afonia, si fa chiacchiera o formalismo scientifico. L’idioma del Regno restituisce la voce al suo aver luogo fuori della lingua.

 

 

Lamed   Il campo del linguaggio è il luogo di un conflitto incessante fra la parola e la lingua, l’idioma e la grammatica. Occorre liberarsi dal pregiudizio secondo cui la parola sarebbe una messa in opera, una diligente applicazione della lingua, quasi che questa preesistesse da qualche parte come una realtà sostanziale e come se, per parlare, dovessimo ogni volta aprire una grammatica o consultare un dizionario. E’ evidente che la lingua esiste solo nell’uso.  Che cos’è , allora, quest’uso, se non può essere un’ esecuzione fedele e obbediente della lingua, ma, al contrario, un venire a capo di essa – o, piuttosto, dei suoi guardiani, dentro e fuori di noi, che vegliano a che ciò che ci diciamo sia ogni volta ricondotto alla forma e all’identità di una lingua?

 

 

Mem    In Dante il conflitto è quello fra volgare e lingua grammaticale e fra i volgari municipali e il volgare illustre. E’ un contrasto ambiguo  e rischioso, instancabile e docile, nel corso del quale l’idioma è sempre già in atto di ricadere nella lingua, come il volgare è diventato col tempo, stravolgendo l’intenzione del poeta, la lingua italiana . A fronte di questa, oggi i dialetti hanno preso per noi  il posto del volgare, sono nuovamente una parola “veniente di là dove non è scrittura né grammatica”.

 

Nun   Chiamiamo dialetto -in qualsiasi lingua- l’uso sorgivo della parola. E pensiero il volgare illustre che tende poeticamente il dialetto non verso un’altra grammatica, ma verso una lingua che manca e, tuttavia, come una pantera profumata, si attesta e si annuncia in ogni idioma e favella.

 

 

 

 

Samech   Che cosa facciamo quando parliamo, se non si tratta di mettere in atto il lessico e la grammatica di una lingua, di articolare la voce in nomi e proposizioni? Parlando, noi entriamo nell’aperto, lasciamo apparire le cose nel loro essere manifeste e, insieme, velate: dicibili, mai dette; presenti, ma mai come oggetti. E, tuttavia, subito ce ne dimentichiamo, le cose di cui parliamo ci nascondono il fatto che ne stiamo parlando, diventano oggetti del discorso e della comunicazione, escono dall’aperto e dal Regno. Questo cadere nel discorso significante non è, però, separato in un altro luogo: tutto avviene nel linguaggio, nel nostro parlare, che è insieme favella del Regno e lingua oggettivante, dialetto e grammatica. E l’andirivieni dall’uno all’altra, insieme in fuga e armonia, in divergente accordo, è la poesia.

 

 

Ain   I nomi non dicono le cose: le chiamano nell’aperto, le custodiscono nel loro apparire. Le proposizioni non veicolano un messaggio: l’esser-la-neve-bianca non è il contenuto della proposizione: “la neve è bianca”, che noi non pronunciamo mai in questo modo neutrale. L’esser-la-neve-bianca è il suo improvviso, gioioso, immacolato apparire allo sguardo in un mattino invernale. E’ un evento, non un fatto. Nei nomi e nelle proposizioni  noi andiamo al di là dei nomi e delle proposizioni, fino al punto  in cui le cose ci appaiono per un istante senza nome nel loro aver nome, indelibate nel loro esser dette, come un dio sensibile e sconosciuto.

*Questo testo è apparso per la prima volta sulla bella rivista di poesia  Smerilliana n. 22, anno 2019. Abbiamo chiesto all’autore di poterlo pubblicare anche su Qui e Ora.